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venerdì 22 agosto 2025

IL DESERTO FIORIRA'

  

  MESSAGGIO

 DEL PAPA 

AL MEETING 

DI RIMINI

I deserti sono in genere luoghi scartati e ritenuti inadatti alla vita. Eppure, là dove sembra che nulla possa nascere, la Sacra Scrittura continuamente ritorna a narrare i passaggi di Dio. Nel deserto, anzitutto, nasce il suo popolo. È infatti soltanto in cammino fra le sue asperità che matura la scelta della libertà. Il Dio biblico – che osserva, ascolta, conosce le sofferenze dei suoi figli e scende a liberarli (cfr Es 3,7-8) – trasforma il deserto in un luogo di amore e di decisioni, lo fa fiorire come un giardino di speranza. I profeti lo ricordano come scenario di un fidanzamento, al quale ritornare ogni volta che il cuore si intiepidisce, per ricominciare dalla fedeltà di Dio (cfr Os 2,16). Monache e monaci, da millenni, abitano il deserto a nome di tutti noi, in rappresentanza dell’intera umanità, presso il Signore del silenzio e della vita.

Il Santo Padre ha apprezzato che una delle mostre caratterizzanti il Meeting di quest’anno sia dedicata alla testimonianza dei martiri di Algeria. In essi risplende la vocazione della Chiesa ad abitare il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le culture, nell’imitazione integrale del movimento di incarnazione e di donazione del Figlio di Dio. È questa via di presenza e di semplicità, di conoscenza e di “dialogo della vita” la vera strada della missione. Non un’auto-esibizione, nella contrapposizione delle identità, ma il dono di sé fino al martirio di chi adora giorno e notte, nella gioia e fra le tribolazioni, Gesù solo come Signore.

Non mancheranno, come è consuetudine, dialoghi tra cattolici di diverse sensibilità e con credenti di altre confessioni e non credenti. Sono importanti esercizi di ascolto, che preparano i “mattoni nuovi” con cui costruire quel futuro che già Dio ha in serbo per tutti, ma si dischiude solo accogliendoci l’un altro. Non possiamo più permetterci di resistere al Regno di Dio, che è un Regno di pace. E là dove i responsabili delle Istituzioni statali e internazionali sembrano non riuscire a far prevalere il diritto, la mediazione e il dialogo, le comunità religiose e la società civile devono osare la profezia. Significa lasciarsi sospingere nel deserto e vedere fin d’ora ciò che può nascere dalle macerie e da tanto, troppo dolore innocente. Papa Leone XIV ha raccomandato ai Vescovi italiani di «promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro». E ancora ci chiede: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa» (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).

Il Santo Padre, dunque, incoraggia a dare nome e forma al nuovo, perché fede, speranza e carità si traducano in una grande conversione culturale. L’amato Papa Francesco ci ha insegnato che «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» ( Evangelii gaudium, 198). Dio, infatti, ha scelto gli umili, i piccoli, i senza potere e, dal grembo della Vergine Maria, si è fatto uno di loro, per scrivere nella nostra storia la sua storia. Autentico realismo è, allora, quello che include chi «ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti» (Fratelli tutti, 215). Senza le vittime della storia, senza gli affamati e gli assetati di giustizia, senza gli operatori di pace, senza le vedove e gli orfani, senza i giovani e gli anziani, senza i migranti e i rifugiati, senza il grido di tutta la creazione non avremo mattoni nuovi. Continueremo a inseguire il sogno delirante di Babele, illudendoci che toccare il cielo e farsi un nome sia il solo modo umano di abitare la terra (cfr Gen 11,1-9). Dal principio, invece, negare le voci altrui e rinunciare a comprendersi sono esperienze fallimentari e disumanizzanti. Ad esse va opposta la pazienza dell’incontro con un Mistero sempre altro, di cui è segno la differenza di ciascuno.

Disarmata e disarmante, la presenza di cristiani nelle società contemporanee deve tradurre con competenza e immaginazione il Vangelo del Regno in forme di sviluppo alternative alle vie di crescita senza equità e sostenibilità. Per servire il Dio vivente va abbandonata l’idolatria del profitto che ha pesantemente compromesso la giustizia, la libertà di incontro e di scambio, la partecipazione di tutti al bene comune e infine la pace. Una fede che si estranei dalla desertificazione del mondo o che, indirettamente, contribuisca a tollerarla, non sarebbe più sequela di Gesù Cristo. La rivoluzione digitale in corso rischia di accentuare discriminazioni e conflitti: va dunque abitata con la creatività di chi, obbedendo allo Spirito Santo, non è più schiavo, ma figlio. Allora il deserto diventa un giardino e la “città di Dio”, preannunciata dai santi, trasfigura i nostri luoghi desolati.

Papa Leone invoca l’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella del mattino, affinché sostenga l’impegno di ciascuno in comunione con i Pastori e le comunità ecclesiali in cui è inserito: «In sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!» (Omelia nella Veglia di Pentecoste con i Movimenti, le Associazioni e le Nuove Comunità, 7 giugno 2025)

www.vatican.va

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sabato 17 febbraio 2024

NEL DESERTO



* Domenica18 febbraio 2024*

 I Domenica di Quaresima B

 Vangelo: Mc 1,12-15

Commento di S. E. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

 Il racconto delle tentazioni, con cui si apre il cammino della Quaresima, nel Vangelo di Marco sono raccontate in modo molto succinto. Due soli versetti, secondo cui, subito dopo il battesimo da parte di Giovanni, “Gesù viene sospinto nel deserto, dove rimane quaranta giorni tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1,12-13). Marco non racconta il contenuto delle tentazioni, né il dialogo di Gesù con il tentatore. L’accento, come vedremo, è posto su altro.

 La liturgia della Parola di questo anno liturgico, però, aggiunge a questi pochi versetti anche quelli successivi, che di per sé non riguardano l’episodio delle tentazioni, ma che possono fornirne una ulteriore chiave di lettura. È una Parola già ascoltata nella III Domenica del Tempo Ordinario, quella che ci propone le prime parole di Gesù nella sua vita pubblica: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15).

 Perché questo accostamento?

 L’inizio della vita pubblica di Gesù non avviene immediatamente dopo il Battesimo: Gesù avrebbe potuto partire da lì, da quella Parola ascoltata dal Padre che lo proclamava Figlio amato. Avrebbe potuto partire da lì per portare a tutti questa buona notizia, per far risuonare in ogni luogo la voce del Padre.

 Invece lo Spirito spinge Gesù nel deserto, nel luogo della prova e della tentazione, perché quella Parola ascoltata dal Padre aveva bisogno di scendere nella sua carne, nella sua vita.

 Abbiamo detto che Marco non racconta il contenuto delle tentazioni, ma fa intendere che tutto il periodo trascorso da Gesù nel deserto è stato una lotta, una prova continua. Un luogo cioè dove la Parola ascoltata entra a contatto con la vita, con la debolezza, con il limite: e lì si vede se “tiene”, se resiste, se è vera. Lì si vede se davvero ci fidiamo, se nel momento della prova continuiamo ad ascoltare e a fidarci, oppure se scegliamo altre strade, se preferiamo una scorciatoia, se facciamo da noi stessi.

 Un conto è la teoria della nostra fede, la professione del nostro credere. Altra cosa è l’incontro della fede con gli eventi della vita, quando non sempre o non subito la Parola sembra combaciare con ciò che ci accade.

 Allora è necessario il deserto, dove muovere i passi di una fede incarnata, dove conoscere Dio non più per sentito dire (cfr Gb 42,5), ma per esperienza personale.

 In fondo, non è altra cosa da quanto abbiamo visto domenica scorsa, con la guarigione del lebbroso (Mc 1, 40-45). Gesù lo guarisce e poi gli chiede di rimanere in silenzio, di custodire il piccolo seme della nuova fede che lo abita, perché possa mettere radici. Ma quest’uomo non resiste alla tentazione di parole “facili”, che non sono scese in profondità, che non sono passate per la prova.

 Domenica scorsa dicevamo che solo da quel silenzio possono nascere parole guarite.

 Ed è esattamente quello che vediamo oggi: dal silenzio di Gesù, che lentamente impasta la propria vita con la fede nel Padre, nascono quelle parole nuove che inaugurano il suo percorso pubblico, parole che aprono un percorso di speranza per tutti coloro che ascoltano: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

 Convertirsi, dicevamo, è una grande parola di speranza, è la possibilità offerta a tutti di iniziare una vita nuova. Nel deserto Gesù sperimenta che questo è stato possibile per Lui, ed ora lo annuncia a tutti.

 La vita nuova, iniziata nel deserto, è fatta intravvedere dall’evangelista Marco con un’immagine suggestiva: dice infatti che nel deserto Gesù stava con le bestie selvatiche e che gli angeli lo servivano (Mc 1,13).

 Bestie selvatiche e angeli rappresentano i due estremi più opposti che si possano trovare nella vita: l’altezza più sublime e la bassezza più umile.

 Ebbene, questi opposti possono trovare pace e convivere insieme, senza più timore.

 Ma quest’immagine, di bestie e di angeli, ci riporta anche ad un passo dell’Antico Testamento, un passo che racconta anch’esso una situazione di prova, una tentazione. Il profeta Daniele trasgredisce l’ordine del re Dario che chiede di non adorare altro Dio all’infuori di lui e così viene gettato nella fossa dei leoni, perché venga sbranato (Dn 6). Ma quando, il giorno dopo, la fossa viene riaperta, Daniele ne esce sano e salvo, e può affermare che Dio ha mandato il suo angelo, che ha chiuso la bocca dei leoni (Dn 6,22) e lo ha salvato dalla morte.

 Perché chi rimane nella prova con fiducia, sperimenta che il male non ha potere su di lui.

 Lì il Signore si fa presente con la sua tenerezza.

 + Pierbattista


venerdì 17 marzo 2023

GIOIA e VERITA'

LA GIOIA DI IMPARARE

 

IL DESIDERIO 

DI VERITA’

 Spunti di riflessione, in cammino verso la Pasqua

- di Giovanni Perrone *

 Al recente incontro che il Santo Padre (come sua paterna consuetudine) ha concesso ai partecipanti alla quadriennale Assemblea dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici, Papa Francesco, apprezzando l’opera svolta dall’UMEC-WUCT, ha evidenziato che “la presenza di educatori cristiani nel mondo della scuola e dell’università è di vitale importanza. È decisivo lo stile che ella o egli assume. L’educatore cristiano, infatti, è chiamato ad essere pienamente umano e pienamente cristiano…. L’insegnante non deve essere fuori dal mondo, deve essere radicato nel presente, nel suo tempo, nella sua cultura. È importante che la sua personalità sia ricca, aperta, capace di stabilire relazioni sincere con gli studenti, di capire le loro esigenze più profonde, le loro domande, le loro paure, i loro sogni. Inoltre, che sia anche capace di testimoniare – anzitutto con la vita e anche con le parole – che la fede cristiana abbraccia tutto l’umano, che porta luce e verità in ogni ambito dell’esistenza, senza escludere niente[1].

Il discorso del Santo Padre ci offre molti stimoli di riflessione al fine di verificare il nostro lavoro e di proseguire il nostro cammino. Infatti, ogni insegnante cattolico (e non soltanto!) – ovunque opera - è luce, sale e lievito; testimone di gioia e di verità; umile, competente e prezioso punto di riferimento, al servizio di tutta la comunità.

 Il cammino

Ascesi quaresimale, itinerario sinodale” è il tema del messaggio quaresimale rivoltoci dal Santo Padre questo anno. Ascesi e itinerario sono elementi del camminare: camminare insieme, per salire in alto, andando verso una meta. Anche l’imparare è un cammino per conquistare conoscenze e competenze, un cammino che percorre i sentieri della storia e i sentieri del mondo, alla ricerca della verità.

Non è un cammino costituito da tappe tra loro disconnesse, da esperienze vuote o alienanti, oppure da episodici ed esaltanti momenti di infatuazione, stordimento, illusione o scoraggiamento. Perciò gioia, entusiasmo, gratificazione, condivisione, nuove scoperte interagiscono con l’andare verso una meta non solo terrena.

Gesù, chiamando gli apostoli, li mise in cammino sui sentieri della Palestina, un “andare” comunitario, al seguito di un buon maestro che sapeva fare interagire la realtà concreta con la visione trascendentale.

Il cammino di Gesù e dei suoi discepoli, pur passando dal quotidiano e incerto peregrinare per le strade (non sempre facili e sicure) della Palestina, pur passando dalla tragedia della crocifissione, è caratterizzato e certificato ed esaltato dalla gioia della resurrezione. Lungo la strada il Maestro non fa grandi discorsi, ma si esprime in brevi parabole, in brevi messaggi che interrogano ed orientano, sino ad arrivare alla proclamazione delle beatitudini: Beati voi se … .

Gesù evidenzia che il suo insegnamento è fonte di gioia e cammino di verità: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Gesù chiarisce ch’egli è “via, verità e vita”. Egli non è solo via o solo verità o solo vita. C’è un’interazione dinamica tra queste tre parole, un raccordo che ogni educatore (e ogni istituzione educativa) deve tener presente nel momento progettuale, in quello di verifica e nel quotidiano scolastico e del suo stesso essere uomo e professionista.

La pedagogia del Vangelo è stata ed è una straordinaria risorsa per ogni educatore e per ogni istituzione educativa, non solo per i cristiani.

Gioia e verità non sono due ingredienti separati ed autoreferenti dell’educazione. Essi ne fanno parte integrante e vivificante: la gioia di essere cercatori di verità e la verità della gioia provata. La gioia, infatti, sostiene e gratifica il camminare; la ricerca della verità accompagna e orienta il cammino, evitando il disorientamento e i molti pericoli di “colonizzazioni ideologiche”, di vuoti esistenziali oggi presenti nel nostro mondo e molto accattivanti, specialmente per le giovani generazioni. ........ 

Continua : GIOIA E VERITA' 







[1] https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/november/documents/20221112-insegnanti-cattolici.html

domenica 26 febbraio 2023

NEL DESERTO

- Dal Vangelo secondo Matteo  
Mt 4, 1-11 

 -In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"».  Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 Commento di don Luigi M. Epicopo

La Quaresima è un tempo prezioso perché è il tempo in cui lo Spirito ci porta ad un appuntamento che cerchiamo di sfuggire tutto l’anno.

È come quando per mesi abbiamo aperto un cassetto nella nostra stanza e abbiamo accumulato roba su roba in attesa di avere il tempo di metterla davvero a posto o di riflettere cosa farci. Nessuno vuole aprire quel cassetto per farci i conti.

Il deserto è questo. È il tempo di quel cassetto. È quel fastidioso tempo in cui facciamo i conti con ciò con cui non vorremmo fare i conti. E il compagno di eccezione di questa operazione è Satana. Perché proprio lui? Perché la tentazione ci ricorda che siamo liberi. Solo se capiamo che siamo liberi possiamo capire quanta profondità c’è davvero nella nostra vita e nelle nostre scelte.

Non dobbiamo trovare modi per non essere tentati, ma dobbiamo domandare allo Spirito di aiutarci a fare delle scelte davanti alle tentazioni. Questo allenamento alla libertà ci prepara davvero alla Pasqua, perché nessuno dà le chiavi di una macchina a chi non sa portarla. Così la Resurrezione è uno spreco per chi vive schiavo di qualcosa.

“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” ci ricorda San Paolo. Chi si lascia plasmare dalla lotta della Quaresima si accorgerà di non avere più paura delle “bestie selvatiche” che lo abitano, e anche gli angeli così misteriosamente invisibili diventeranno così straordinariamente utili.

Esattamente come la fede che non la si vede ma la si sente negli effetti.

𝐃𝐨𝐩𝐨 𝐚𝐯𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐭𝐢, 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐚𝐦𝐞. 𝐈𝐥 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐢 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐜𝐢𝐧𝐨̀ 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐞…”

Il male è lì dove si manifesta la nostra fame. Esso è una voce che vuole suggerirci un modo sbagliato di corrispondere a questa fame. Solitamente si presenta come la soluzione più facile e più immediata e proprio per questo è difficile da non assecondare perché a noi non piace fare fatica e resistere, ci viene più spontaneo assecondare e lasciarci trasportare dalle circostanze. Gesù ci mostra che non tutto sfama e che non è una tragedia a volte provare il bisogno di qualcosa (prima tentazione), a patto però che questa esperienza di debolezza non ci convinca a mettere alla prova Dio con la pretesa di dimostrarci che ci ami veramente (seconda tentazione), o peggio ancora che susciti in noi un delirio di onnipotenza in cui vogliamo tenere il controllo sul mondo intero sostituendoci così a Dio stesso (terza tentazione). Il male ci ricorda che siamo fragili, ma la fragilità non è una cosa brutta è solo la carta di identità del nostro essere umani. Se accettiamo questa fragilità senza cercare vie di fuga allora il male non può nulla contro di noi. Gesù vince il male perché oppone alle sue seduzioni l’umile accettazione della sua debolezza completamente consegnata nelle mani di Dio.

Cerco il tuo volto

sabato 4 dicembre 2021

FARE SPAZIO A DIO

 


La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere.


Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6)
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

IL COMMENTO

di don Gianluca Coppola

Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento si apre con una lunga e accurata descrizione del quadro storico in cui è inserito il racconto: l’evangelista, infatti, ci fornisce una serie di indicazioni sui personaggi politici e storici del tempo, sui luoghi e sulle regioni in cui questi esercitavano il loro immenso potere. Tale descrizione culmina poi nella seguente affermazione: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto». Comprendiamo bene come, oltre alla necessità di dare preziose informazioni riguardo al contesto, in realtà il testo è costruito volutamente nel modo in cui ci viene presentato: sembra quasi una sorta di slalom, che abilmente la Parola di Dio compie per evitare personaggi e luoghi potenti, per poi manifestarsi a Giovanni nel deserto. È come se la Parola di Dio ci stesse dicendo che non ha alcun bisogno di blasoni, di ricchezze e di potenze umane: ha soltanto bisogno che qualcuno la accolga.

La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere. Ciò è ancora più vero, ovviamente, se la nostra vita è piena di successi, di ambizione, di potere, proprio come nel caso dei nomi citati nei primi versetti del Vangelo. Il tema dell’accoglienza è molto in voga, in modo particolare negli ultimi tempi, purtroppo soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione. Evito di addentrarmi in discorsi politici, ma vorrei soltanto sottolineare come, ogni qualvolta l’infinito discutere ideologico e politico si allontana dall’interiorità dell’uomo e non la pone al centro del suo dibattito, esso si rivela inutile e, addirittura, controproducente.

Un cuore, allora, può diventare accogliente soltanto se libero. Ma libero da cosa? L’esempio ci viene fornito proprio da Giovanni: egli è «voce di uno che grida nel deserto». Innanzitutto, si trova nel deserto non per annunciare ad altri la Parola di Dio, perché è ovvio che nel deserto non incontrerà qualcuno a cui annunciarla; si trova nel deserto per ritrovare e recuperare la sua relazione con Dio.

Ecco, dunque, un primo tassello per costruire la nostra libertà: fare spazio fuori e dentro di noi per poter entrare in relazione con Dio, proprio come fa Giovanni nel deserto. È lì che la Parola lo raggiunge e lui, essendo un uomo libero, può renderla un suo strumento. Ma non solo: la prima parola che Giovanni pronuncia, riportando alcuni versi del profeta Isaia è “preparate”. Egli, infatti, dice: «Preparate la via del Signore». Questa affermazione racchiude in sé il senso profondo del tempo che stiamo vivendo, l’Avvento. Anche noi ci stiamo preparando per accogliere Gesù che viene, ma in realtà, è chiaro, non celebriamo la prima venuta di Gesù. Ci prepariamo, infatti, ad accogliere la cosiddetta “venuta intermedia”, ovvero quella che ogni giorno dovremmo vivere, incontrando il Signore nel quotidiano. Quel “preparate”, pronunciato da Giovanni Battista, ci esorta a sgomberare il cuore da tutto ciò che non lascia spazio alla venuta del Signore.

È chiaro: in un recipiente già pieno, è impossibile mettere altro; è necessario creare dello spazio nuovo. Allo stesso modo, per poter diventare persone capaci di accogliere in primis Gesù e poi tutti coloro che hanno bisogno della nostra accoglienza, dobbiamo essere in grado di fare spazio. In che modo? Il Battista ci dà delle indicazioni preziose a riguardo. Egli, infatti, ci dice: «Raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate». Proviamo ad analizzare queste espressioni nel dettaglio. “Raddrizzate i sentieri” potrebbe essere interpretato come la richiesta a Dio di farci il dono di un pensiero semplice, lineare. Dalla Scrittura, infatti, apprendiamo che «i ragionamenti distorti separano da Dio». Dobbiamo dunque chiedere a Dio la grazia di un pensiero umile, di un modo lineare di guardare le cose, perché dopotutto Dio è semplicità. Al contrario di quello che spesso possiamo pensare, allontanandoci dalla fede e cadendo in una pericolosa forma di fideismo, ciò che riguarda Dio è molto semplice, molto logico. Non segue sentieri tortuosi, non traccia voli pindarici e non si presenta a noi come qualcosa che ci toglie la pace.

Il Battista prosegue il suo discorso affermando che «ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato». Come potremmo interpretare questo passaggio? Nelle nostre vite, spesso oscilliamo tra due eccessi, ovvero tra la depressione e l’esaltazione. Ecco allora che “riempire i burroni” e “abbassare i colli” diventano consigli preziosi per evitare questi due atteggiamenti dannosi nella vita spirituale, che diventano poi due grandi impedimenti all’accoglienza di Gesù nelle nostre esistenze. Molte volte, per uscire dalla depressione tendiamo a esaltarci, senza renderci conto che, in realtà, l’unica vera via di uscita sarebbe semplicemente essere noi stessi. “Riempire i burroni”, allora, significherà non deprimersi, non crogiolarsi nei propri dolori; al contrario “abbassare i colli” vorrà dire non esaltarsi, non mentire sulla verità di noi stessi.

Pertanto, il modo più opportuno per accogliere il Signore e per prepararsi all’Avvento è, fondamentalmente, essere sé stessi. Ed essere appieno sé stessi significherà stare attenti a non lasciarsi trascinare nei burroni della tristezza, non sottovalutarsi in ogni situazione, non pensare di essere sempre e in ogni momento al di sotto delle esigenze; di contro, significherà anche non esaltarsi, non montare eccessivamente in superbia. Dobbiamo imparare ad essere proprio come Giovanni Battista, che nel deserto lascia a Dio la possibilità di rivelargli chi è fino in fondo. I fioretti e le novene che riempiono il nostro Avvento sono cosa buona e giusta, ma dovremmo ricordare che il modo migliore per stabilire una relazione con Gesù è essere noi stessi; e l’unico modo per capire chi siamo davvero è stare faccia a faccia con Dio e con la sua Parola. Solo così, «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

 Punto Famiglia

 

sabato 29 febbraio 2020

TENTAZIONI ... VIRALI

-  I Domenica di Quaresima

VANGELO – Mt 4,1-11
In quel tempo, 1Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». 4Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
5Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 7Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
8Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai:a lui solo renderai culto». 11Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Commento di don Giovanni Berti

La Quaresima, i quaranta giorni che hanno lo scopo di aiutarci a rimettere al centro della vita personale e comunitaria l'annuncio pasquale, inizia come sempre con questo racconto di Gesù che per quaranta giorni va nel deserto. Il perché ci va è subito detto dall'evangelista Matteo: “...condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”.
La strada umana del figlio di Dio passa per questa esperienza che è voluta da Dio. Ma perché lo Spirito di Dio conduce Gesù nel deserto? Si tratta per caso di una specie di “crash-test” di fedeltà che Dio opera per testare i punti deboli dell'uomo Gesù di fronte alla missione che inizierà con la predicazione e che lo porterà allo scontro finale e quindi sulla croce? E Dio fa così anche con noi? Ci mette alla prova ogni tanto con qualche esperienza difficile o disgrazia per vedere se siamo fedeli e quindi ottenere il bollino di santità?
I “crash-test” sono operati non solo dai produttori di automobili, ma anche da tutte quelle aziende di macchinari e oggetti di largo uso per verificare la tenuta del prodotto e anche per vantare la sua solidità in situazioni estreme. Un crash-test, che porta il prodotto a rompersi, può essere un modo molto efficace per farne vedere la solidità molto alta, oltre quello che si poteva immaginare.
Gesù nel deserto viene mandato per dimostrare la sua solidità come Figlio di Dio e come uomo, e anche per dimostrare la debolezza del suo tentatore con le sue tentazioni.
Il deserto per il popolo di Israele è il luogo del lungo cammino di liberazione che lo ha fatto diventare popolo di Dio attraverso molte prove. Alla fine del cammino dalla schiavitù d'Egitto il popolo arriva alla Terra promessa, e ci arriva rinnovato profondamente, con una consapevolezza nuova della sua forza e della forza di Dio. I momenti difficili ci sono stati e in qualche occasione si è andati vicini alla rottura finale dell'alleanza con il ritorno alla schiavitù, ma poi la vittoria finale c'è stata, perché Dio ha mostrato la sua presenza più grande di ogni resistenza.
Gesù è nel deserto con questa consapevolezza profonda: da Dio viene e in Dio e nel suo amore è protetto. Il diavolo non può scalfirlo con le più raffinate seduzioni, che all'apparenza non sembrano così malvagie, ma sono nel loro profondo un tentativo di allontanare l'uomo Gesù dalla sua natura divina di Figlio di Dio. Gesù viene tentato sulla fame, sulla religione e sul potere. Viene messo davanti a quelle realtà che spesso portano ogni uomo a perdere la propria identità profonda di figlio di Dio.
Quando pensiamo che i beni materiali siano più importanti di quelli spirituali, è li che rischiamo di dimenticare che siamo fatti per amare ancor prima che di mangiare. E che chi ci sta accanto non è solo una pancia da riempire ma prima di tutto un cuore da scaldare, perché “non di solo pane vivrà l'uomo”. Quando riduciamo la religione a qualcosa di magico e non approfondiamo veramente l'insegnamento della nostra fede, rischiamo di cadere anche noi nella trappola “religiosa” del tentatore quando esorta Gesù a buttarsi dal Tempio per sopravvivere in modo magico, come se fosse quella la vera fede. Quando anche noi pensiamo che la vera potenza sia nel controllo di più beni e persone possibili, quando pensiamo che il successo sia tutto e che dalle tasche piene saremo giudicati, anche noi rischiamo di perdere quello che abbiamo già nel cuore che è la capacità di amare, la più potente delle capacità e il più potente dei mezzi per avere il mondo sotto i nostri piedi. Infatti proprio dall'alto della croce Gesù avrà tutto il mondo sotto controllo del suo amore.
Gesù supera il crash-test del deserto evidenziando tutti i punti deboli dell'azione del diavolo. Per questo che all'inizio della Quaresima anche noi guardiano a Gesù nel deserto per poterlo scegliere di nuovo, per fare come lui, per essere come lui.
Quest'anno la nostra Quaresima inizia anche con una emergenza sanitaria che voglio vedere come un imprevisto crash-test per la nostra fede e anche per la nostra umanità. Abbiamo l'occasione per far vedere i punti forti che abbiamo già dentro e con i quali Dio ci ha creati. Non è Dio ad aver mandato il coronavirus, ma è lui che come Gesù ci conduce con il suo Spirito d'amore anche dentro questo deserto insidioso e per molti aspetti misterioso. Abbiamo lo Spirito di Dio in noi e abbiamo tutta l'umanità di Cristo. Non possiamo cedere e sono sicuro che alla fine verrà fuori il meglio di noi, della nostra comunità cristiana e della nostra umanità. E ancora una volta come nel racconto evangelico sarà il tentatore a fare brutta figura...


lunedì 11 luglio 2016

ALLE RADICI DELL'AIMC: "SARETE GIUDICATI SULL'AMORE

       Sarete giudicati sull'amore 

Carlo Carretto (direttore didattico e poi  ritiratosi nel deserto tra i Piccoli Fratelli del Vangelo), è stato il primo presidente dell'AIMC.
Riportiamo alcune pagine del suo più famoso libro, "LETTERE DAL DESERTO".

       Ancora oggi non saprei dirvi se l'episodio della grande pietra sia stato un sogno e che genere di sogno. Ha esercitato così forte influenza sui miei pensieri, ha talmente cambiato le prospettive in cui si vedono le cose, che non l'ho mai potuto attribuire a ciò che comunemente intendiamo quando, svegliandoci, diciamo: "Ho fatto un sogno." No, no: è stato qualcosa di più. Per me, quel tratto di deserto tra Tit e Silet rimane il luogo del mio purgatorio, l'ambiente dove si raccoglie volentieri la mia anima a meditare le cose di Dio e dove... probabilmente chiederò d'andare, dopo morte, a continuare la mia espiazione, se non sarò stato capace in vita di compiere un atto d'amore perfetto.           
        Ecco la grande pietra sotto il sole accecante del Sahara, la lama d'ombra sulla sabbia calda, la distesa fino all'orizzonte dell'oued solcato dalle tracce dei camion e delle jeep dei petrolieri e dei geologi. "Sarete giudicati sull'amore" mi ripete sulla mia immobilità questo luogo; e i miei occhi bruciati dal sole guardano lontano il cielo senza nubi. 
           Non mi voglio più ingannare; non mi posso più ingannare: la realtà è che non sono stato capace di dare la mia coperta a Kadà per paura della notte fredda; il che significa che io amo più la mia pelle di quella del mio fratello, mentre il comandamento di Dio mi dice: "Ama la vita degli altri come la tua." E ciò appartiene ancora al Vecchio Testamento, alla prima rivelazione di Dio all'uomo: "Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso." (Dt 6, 5).                Che se veniamo al Nuovo e alla Rivelazione di Gesù, le cose si complicano. "Amatevi tra di voi come Io vi ho amato." (Gv13, 34). Come Io! cioè non solo la coperta ma la vita stessa. In realtà l'atto d'amore perfetto consiste nell'essere disposto a fare ciò che fece Gesù: cioè a morire per Kadà, per me, per tutti. 
           Sotto questa visuale, il Cielo è quel luogo dove ciascuno dei presenti dev'essere talmente "maturo all'amore", da offrire la sua vita per tutti gli altri.         
      È l'amore perfetto, universale, radicale, senza ombra d'avversità, d'antipatia, di limite, colati in esso come nel fuoco. Chi è pronto a ciò, alzi la mano! Per questo, dopo la visione della grande pietra, vedo il mio purgatorio lungo, terribilmente lungo, forse lungo come le epoche geologiche. Questa sabbia che tocco con le mani, che scorre tra le mie dita appartiene al "Primario". Un qualunque geologo mi dice: è vecchia di 350 milioni d'anni. 
           I grandi rettili che popolarono questi luoghi e di cui ho visto i resti nelle fosse sahariane appartengono al secondario: 130 milioni d'anni. Quei cammelli che portano il sale dal Niger e che mi passano dinanzi in carovane lunghe ed eleganti, annoverano i loro progenitori nel lontano terziario: 70 milioni d'anni. E l'uomo, questo uomo così grande e nello stesso tempo così piccolo, con quanta lentezza marcia sui cimiteri di animali che l'hanno preceduto! È del quaternario, di ieri: 500.000 anni. 
          Dio non ha fretta nel fare le cose; e il tempo è suo e non mio.         Ed io, piccola creatura, uomo, sono stato chiamato da essere trasformato in Dio per partecipazione. E ciò che mi trasforma è la carità, che Dio ha infuso nel mio essere. L'amore mi trasforma lentamente in Dio. E il peccato, è proprio qui: resistere a questa trasformazione, saper e poter dire di no all'amore. Vivere nel nostro egoismo significa fermarsi allo stato di uomo e impedirne la trasformazione nella carità divina. E fin tanto che non sarò trasformato "per partecipazione" in Dio, attraverso la carità, sarò di "questa terra" e non di "quel cielo". 
        Il Battesimo mi ha elevato allo stato soprannaturale; ma tale stato deve essere maturato, e tutta la vita ci è data per tale maturazione; ed è la carità, cioè l'amore di Dio, che ci trasforma. L'aver resistito all'amore, il non essere stato capace di accettare la sollecitazione di tale amore che mi aveva detto: "Da' la coperta al tuo fratello", è talmente grave, che crea, tra me e Dio, la porta del mio purgatorio. Che vale dire bene l'Ufficio divino, ascoltare la S. Messa e non accettare l'amore? Che vale aver rinunziato a tutto, l'essere venuto qua tra la sabbia e il caldo e resistere all'amore? Che vale difendere la verità, battersi per i dogmi coi teologi, scandalizzarsi di coloro che non hanno la stessa fede e poi restare per epoche geologiche sulla porta del purgatorio? 
        "Sarete giudicati sull'amore": ecco ciò che mi grida quel pezzo di deserto tra Tit e Silet. "Sarete giudicati sull'amore" mi dice la grande pietra sotto la quale trascorrerò il mio purgatorio in attesa di maturare in me la carità perfetta, quella che Gesù mi ha recato sulla terra e mi ha donato col prezzo del Suo Sangue, accompagnandolo col grido della grande speranza: "Io vi risusciterò nell'ultimo giorno! " (Gv 6, 40). 
        Che quel giorno non sia troppo lontano!