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sabato 15 luglio 2023

IL SEMINATORE

*La parola di Dio

 è un seme*

 - Vangelo della domenica:  Mt 13,1-23

 - Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. 3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti».  10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi

e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi,

non ascoltino con gli orecchi

e non comprendano con il cuore

e non si convertano e io li guarisca!

 Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! 18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

  Commento di Enzo Bianchi

L’ordo liturgico ci fa ascoltare per tre domeniche alcune parabole raccolte in Matteo 13, il terzo lungo discorso di Gesù in questo vangelo, detto appunto “discorso parabolico”. Il tempo dell’ascolto entusiasta di Gesù da parte delle folle sembra esaurito e ormai si è palesata l’ostilità dei capi religiosi giudaici, che sono giunti alla decisione di “farlo fuori” (cf. Mt 12,14).

Sì, è accaduto così e accade così anche oggi nei confronti di chi predica e annuncia veramente il Vangelo. E noi possiamo essere non solo perplessi, ma a volte sgomenti: ogni domenica nella nostra terra d’Italia più di dieci milioni di uomini e donne che credono, o dicono di credere, in Gesù Cristo si radunano nelle chiese per ascoltare la parola di Dio e diventare eucaristicamente un solo corpo in Cristo. Eppure constatiamo che a questa partecipazione alla liturgia non consegue un mutamento: non accade qualcosa che manifesti il regno di Dio veniente. Perché succede questo? La parola di Dio è inefficace? Chi la predica, predica in realtà parole sue? E chi ascolta, ascolta veramente e accoglie la parola di Dio? E chi l’accoglie, è poi conseguente, fino a realizzarla nella propria vita?

Quando Matteo scrive questa pagina che presenta Gesù sulla barca intento ad annunciare le parabole, interrogativi simili risuonano anche nella sua comunità cristiana. I cristiani, infatti, sanno che la parola di Dio è dabar, è evento che si realizza; sanno che, uscita da Dio, produce sempre il suo effetto (cf. Is 55,10-11): e allora perché tanta Parola predicata, a fronte di un risultato così scarso? Ma le parabole di Gesù, racconti che vogliono rivelare un senso nascosto, ci possono illuminare. Gesù fa ricorso alla realtà, al mondo contadino di Galilea, a ciò che ha visto, contemplato e pensato, perché si dava del tempo per osservare e trovare ispirazione per le sue parole, che raggiungevano non gli intellettuali, ma gente semplice, disposta ad ascoltare. Avendo visto più volte il lavoro dei contadini, così Gesù inizia a raccontare, con parole molto note, che per questo vanno ascoltate con ancor più attenzione:

Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti!

 In questa parabola stupisce la quantità di seme gettato dal seminatore, e chi non sa che in Palestina prima si seminava e poi si arava per seppellire il seme, potrebbe pensare a un contadino sbadato… Invece il seme è abbondante perché abbondante è la parola di Dio, che deve essere seminata, gettata come un seme, senza parsimonia. Ma il predicatore che la annuncia sa che ci sono innanzitutto ascoltatori i quali la sentono risuonare ma in verità non l’ascoltano. Superficiali, senza grande interesse né passione per la Parola, la sentono ma non le fanno spazio nel loro cuore, e così essa è subito sottratta, portata via. Ci sono poi ascoltatori che hanno un cuore capace di accogliere la Parola, possono addirittura entusiasmarsi per essa, ma non hanno vita interiore, il loro cuore non è profondo, non offre condizioni per farla crescere, e allora quella predicazione appare sterile: qualcosa germoglia per un po’ ma, non nutrito, subito si secca e muore. Altri ascoltatori avrebbero tutte le possibilità di essere fecondi; accolgono la Parola, la custodiscono, sentono che ferisce il loro cuore, ma hanno nel cuore altre presenze potenti, dominanti: la ricchezza, il successo e il potere. Questi sono gli idoli che sempre si affacciano, con volti nuovi e diversi, nel cuore del credente. Queste presenze non lasciano posto alla presenza della Parola, che viene contrastata e dunque muore per mancanza di spazio. Ma c’è anche qualcuno che accoglie la Parola, la pensa, la interpreta, la medita, la prega e la realizza nella propria vita. Certo, il risultato di una semina così abbondante può sembrare deludente: tanto seme, tanto lavoro, piccolo il risultato… Ma la piccolezza non va temuta: ciò che conta è che il frutto venga generato!

 Questi racconti in parabole non erano comuni tra i rabbini del tempo di Gesù, e anche per questo i discepoli gli chiedono conto del suo stile particolare nell’annunciare il Regno che viene. Gesù risponde loro con parole che ci stupiscono, ci intrigano e ci chiedono grande responsabilità: “A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli”. Nel passo parallelo di Marco, a cui Matteo si ispira, queste parole di Gesù sono ancora più forti: “A voi è stato consegnato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Sì, proprio ai poveri discepoli è stato affidato e consegnato, da Dio (passivo divino), ciò che riguarda il suo regno. Per dono di Dio essi hanno accesso a una conoscenza che li rende capaci di vedere il velo alzato sul mistero, su ciò che era stato nascosto per essere svelato. Non è un privilegio per i discepoli, ma una grande responsabilità: a loro è stata data la conoscenza di come Dio agisce nella storia di salvezza!

 

Ecco però, subito dopo, l’annuncio di una contrapposizione: vi sono invece altri che vedendo non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono, restando chiusi nella loro autosufficienza, nella loro autoreferenzialità religiosa. E si badi bene ai semitismi di queste parole di Gesù, ispirate al profeta Isaia (cf. Is 6,9-10): esse non vogliono indicare arbitrio da parte di Dio, il quale consegnerebbe il Regno ad alcuni e lo negherebbe ad altri. Si deve invece comprendere che chi è destinatario della parola predicata da Dio e non l’ascolta, ma la lascia cadere, non resta nella situazione di partenza. La “parola di Dio”, sempre “viva ed efficace” (Eb 4,12), quando è accolta, salva, guarisce e vivifica; al contrario, quando è rifiutata, causa la malattia della sclerocardia, della durezza del cuore, che diventa sempre più insensibile alla Parola, sempre più incapace di sentirsi toccato e ferita da essa. È così, ma non per volontà di Dio, bensì per il rifiuto da parte dell’essere umano: gli viene offerta la vita, ma non la accoglie, e di conseguenza va verso la morte…

 Sovente il popolo di Israele, ma anche il popolo dei discepoli di Gesù, ha un cuore indurito, ha orecchi chiusi, ha occhi accecati, e così non solo non comprende ma neppure discerne la parola del Signore e non fa nessun tentativo di conversione, di ritorno a Dio, il quale sempre ci attende per guarire i nostri orecchi e i nostri occhi. Basterebbe riconoscere e affermare: “Siamo ciechi, siamo sordi, parlaci Signore!”. Eppure, quella dei giorni terreni di Gesù era “un’ora favorevole” (2Cor 6,2), l’ora della visita di Dio (cf. Lc 19,44), l’ora della misericordia del Signore (cf. Lc 4,19). Perciò Gesù dice ai discepoli che lo circondano: “Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti dell’antica alleanza hanno desiderato di essere presenti nei giorni del Messia, hanno sognato di vederlo in azione e di ascoltare le sue parole, ma a loro non è stato possibile. Voi invece, voi che ho chiamato e che mi avete seguito, avete potuto vedere con i vostri occhi e ascoltare con i vostri orecchi”. Addirittura, il discepolo amato potrà aggiungere, con audacia: “Avete potuto palpare con le vostre mani la Parola della vita” (cf. 1Gv 1,1). Non un’idea, non un’ideologia, non una dottrina, non un’etica, ma un uomo, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, venuto da Dio! “Voi lo avete incontrato e ne avete fatto esperienza con i vostri sensi. Sì, beati voi!”.

 Dunque, a noi che ogni domenica ascoltiamo la Parola e accogliamo la sua semina nel nostro cuore, non resta che vigilare e stare attenti: la Parola viene a noi e noi dobbiamo anzitutto interiorizzarla, custodirla, meditarla e lasciarci da lei ispirare; dobbiamo perseverare in questo ascolto e in questa custodia nel nostro cuore; dobbiamo infine predisporci alla lotta spirituale per custodirla, farle spazio, difenderla da quelle presenze che ce la vorrebbero rubare. In breve, basta avere fede in essa: la Parola, “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16).

 

Alzogliocchiversoilcielo

 

 


sabato 4 dicembre 2021

FARE SPAZIO A DIO

 


La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere.


Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6)
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

IL COMMENTO

di don Gianluca Coppola

Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento si apre con una lunga e accurata descrizione del quadro storico in cui è inserito il racconto: l’evangelista, infatti, ci fornisce una serie di indicazioni sui personaggi politici e storici del tempo, sui luoghi e sulle regioni in cui questi esercitavano il loro immenso potere. Tale descrizione culmina poi nella seguente affermazione: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto». Comprendiamo bene come, oltre alla necessità di dare preziose informazioni riguardo al contesto, in realtà il testo è costruito volutamente nel modo in cui ci viene presentato: sembra quasi una sorta di slalom, che abilmente la Parola di Dio compie per evitare personaggi e luoghi potenti, per poi manifestarsi a Giovanni nel deserto. È come se la Parola di Dio ci stesse dicendo che non ha alcun bisogno di blasoni, di ricchezze e di potenze umane: ha soltanto bisogno che qualcuno la accolga.

La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere. Ciò è ancora più vero, ovviamente, se la nostra vita è piena di successi, di ambizione, di potere, proprio come nel caso dei nomi citati nei primi versetti del Vangelo. Il tema dell’accoglienza è molto in voga, in modo particolare negli ultimi tempi, purtroppo soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione. Evito di addentrarmi in discorsi politici, ma vorrei soltanto sottolineare come, ogni qualvolta l’infinito discutere ideologico e politico si allontana dall’interiorità dell’uomo e non la pone al centro del suo dibattito, esso si rivela inutile e, addirittura, controproducente.

Un cuore, allora, può diventare accogliente soltanto se libero. Ma libero da cosa? L’esempio ci viene fornito proprio da Giovanni: egli è «voce di uno che grida nel deserto». Innanzitutto, si trova nel deserto non per annunciare ad altri la Parola di Dio, perché è ovvio che nel deserto non incontrerà qualcuno a cui annunciarla; si trova nel deserto per ritrovare e recuperare la sua relazione con Dio.

Ecco, dunque, un primo tassello per costruire la nostra libertà: fare spazio fuori e dentro di noi per poter entrare in relazione con Dio, proprio come fa Giovanni nel deserto. È lì che la Parola lo raggiunge e lui, essendo un uomo libero, può renderla un suo strumento. Ma non solo: la prima parola che Giovanni pronuncia, riportando alcuni versi del profeta Isaia è “preparate”. Egli, infatti, dice: «Preparate la via del Signore». Questa affermazione racchiude in sé il senso profondo del tempo che stiamo vivendo, l’Avvento. Anche noi ci stiamo preparando per accogliere Gesù che viene, ma in realtà, è chiaro, non celebriamo la prima venuta di Gesù. Ci prepariamo, infatti, ad accogliere la cosiddetta “venuta intermedia”, ovvero quella che ogni giorno dovremmo vivere, incontrando il Signore nel quotidiano. Quel “preparate”, pronunciato da Giovanni Battista, ci esorta a sgomberare il cuore da tutto ciò che non lascia spazio alla venuta del Signore.

È chiaro: in un recipiente già pieno, è impossibile mettere altro; è necessario creare dello spazio nuovo. Allo stesso modo, per poter diventare persone capaci di accogliere in primis Gesù e poi tutti coloro che hanno bisogno della nostra accoglienza, dobbiamo essere in grado di fare spazio. In che modo? Il Battista ci dà delle indicazioni preziose a riguardo. Egli, infatti, ci dice: «Raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate». Proviamo ad analizzare queste espressioni nel dettaglio. “Raddrizzate i sentieri” potrebbe essere interpretato come la richiesta a Dio di farci il dono di un pensiero semplice, lineare. Dalla Scrittura, infatti, apprendiamo che «i ragionamenti distorti separano da Dio». Dobbiamo dunque chiedere a Dio la grazia di un pensiero umile, di un modo lineare di guardare le cose, perché dopotutto Dio è semplicità. Al contrario di quello che spesso possiamo pensare, allontanandoci dalla fede e cadendo in una pericolosa forma di fideismo, ciò che riguarda Dio è molto semplice, molto logico. Non segue sentieri tortuosi, non traccia voli pindarici e non si presenta a noi come qualcosa che ci toglie la pace.

Il Battista prosegue il suo discorso affermando che «ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato». Come potremmo interpretare questo passaggio? Nelle nostre vite, spesso oscilliamo tra due eccessi, ovvero tra la depressione e l’esaltazione. Ecco allora che “riempire i burroni” e “abbassare i colli” diventano consigli preziosi per evitare questi due atteggiamenti dannosi nella vita spirituale, che diventano poi due grandi impedimenti all’accoglienza di Gesù nelle nostre esistenze. Molte volte, per uscire dalla depressione tendiamo a esaltarci, senza renderci conto che, in realtà, l’unica vera via di uscita sarebbe semplicemente essere noi stessi. “Riempire i burroni”, allora, significherà non deprimersi, non crogiolarsi nei propri dolori; al contrario “abbassare i colli” vorrà dire non esaltarsi, non mentire sulla verità di noi stessi.

Pertanto, il modo più opportuno per accogliere il Signore e per prepararsi all’Avvento è, fondamentalmente, essere sé stessi. Ed essere appieno sé stessi significherà stare attenti a non lasciarsi trascinare nei burroni della tristezza, non sottovalutarsi in ogni situazione, non pensare di essere sempre e in ogni momento al di sotto delle esigenze; di contro, significherà anche non esaltarsi, non montare eccessivamente in superbia. Dobbiamo imparare ad essere proprio come Giovanni Battista, che nel deserto lascia a Dio la possibilità di rivelargli chi è fino in fondo. I fioretti e le novene che riempiono il nostro Avvento sono cosa buona e giusta, ma dovremmo ricordare che il modo migliore per stabilire una relazione con Gesù è essere noi stessi; e l’unico modo per capire chi siamo davvero è stare faccia a faccia con Dio e con la sua Parola. Solo così, «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

 Punto Famiglia

 

martedì 15 giugno 2021

PAROLE DELL'UOMO, PAROLA DI DIO

 




- Carmelo Raspa

- Parole dell’uomo, Parola di Dio-

L’uomo è creato ad immagine di Dio, per cui l’essere in relazione lo caratterizza: con Dio intesse una relazione che si fa storia.

L’uomo, inoltre, si va realizzando, costruisce se stesso, attraverso incontri, scontri, relazioni amicali o difficili


Edizioni: www.carthago.it  …


Carmelo Raspa, parroco a San Giovanni Bosco (Acireale), 

Insegna esegesi biblica nelle facoltà teologiche di Catania e Palermo.

E' assistente ecclesiastico regionale dell'AIMC di Sicilia.

lunedì 30 settembre 2019

PAPA FRANCESCO ISTITUISCE LA DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO

CITTÀ DEL VATICANO , 30 settembre, 2019 / 12:05 AM (ACI Stampa).- 

Da oggi in poi, la Terza Domenica del Tempo Ordinario sarà la Domenica della Parola di Dio. Lo stabilisce Papa Francesco, con il motu proprio Aperuit Illis, pubblicato oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede. Si tratta di una iniziativa che nasce direttamente dall’Anno Santo Straordinario della Misericordia, con lo scopo di rimettere la Parola di Dio al centro della vita della Chiesa.
La scelta della III domenica del Tempo Ordinario non è casuale: segna anche l’inizio della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, e dunque, scrive Papa Francesco, la giornata “verrà a collocarsi in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani”. E questo perché “celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, poiché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida”.
Papa Francesco dà libertà alle singole comunità di trovare un modo per celebrare quella domenica in modo solenne, dando qualche suggerimento. I vescovi, per esempio, possono celebrare in quella domenica il rito del Lettorato o affidare un ministero simile, i parroci potranno consegnare la Bibbia, o un libro della Bibbia, “in modo da far emergere l’importanza di continuare nella vita quotidiana la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura, con particolare riferimento alla Lectio Divina.
Per sottolineare l’importanza della Parola di Dio, Papa Francesco fa riferimento alla Costituzione conciliare Dei Verbum, al Sinodo del 2008 sulla parola di Dio voluto da Benedetto XVI, al passo biblico del ritorno da Babilonia che viene marcato dalla lettura del Libro della Legge, accompagnata dalla commozione e dal pianto del popolo, invitato a non rattristarsi perché “la gioia del Signore è la nostra forza”.
Parole, dicono, che “contengono un grande insegnamento”, dato che “la Bibbia non può essere solo un patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati”, ma appartiene “al popolo convocato per ascoltarla e riconoscersi in quella parola”, mentre “spesso si verificano tendenze che cercano di monopolizzare il testo sacro relegandolo ad alcuni circoli o a gruppi prescelti”.
Papa Francesco sottolinea che la Bibbia è “il libro del popolo del Signore”, e l’ascolto della Bibbia porta il popolo a passare “dalla dispersione e la divisione all’unità”. Compito dei pastori è quello di “spiegare e permettere a tutti di comprendere la Sacra Scrittura”, con una particolare attenzione all’omelia, che spesso “è l’unica occasione” per i fedeli di “cogliere la bellezza della Parola di Dio e vederla riferita alla vita quotidiana”. Per questo, Papa Francesco chiede ai predicatori di non “dilungarsi oltre misura con omelie saccenti o argomenti estranei”. Impegno che dà anche i catechisti.
Papa Francesco poi ricorda che la Bibbia “non è una raccolta di libri di storia, né di cronaca, ma è interamente rivolta alla salvezza integrale della persona”, e questo non va dimenticato, nonostante tutto ha un rimando storico. La Bibbia, nota Papa Francesco, è composta “come storia di salvezza in cui Dio parla e agisce per andare in contro a tutti gli uomini e salvarli dal male e dalla morte”.
Il Papa afferma che l’azione dello Spirito Santo opera in coloro che sono formati alla parola, ma anche in coloro che ascoltano, e quindi è “riduttivo limitare l’azione dello Spirito Santo solo alla natura divinamente ispirata della Sacra Scrittura e ai suoi diversi autori”.
Papa Francesco mette anche in guardia dal rischio di “separare tra loro la Sacra Scrittura e la Tradizione, senza comprendere che insieme sono l’unica fonte della Rivelazione”.
Per Papa Francesco, “quando la Sacra Scrittura è letta nello stesso Spirito con cui è stata scritta “rimane sempre nuova”. Il Papa si spinge a dire che la Scrittura “svolge la sua azione profetica anzitutto nei confronti di chi l’ascolta”.
Il Papa nota che “la dolcezza della parola di Dio ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita”, ma allo stesso tempo c’è amarezza nel “verificare quanto difficile diventi per noi doverla vivere con coerenza”.
La Scrittura provoca anche alla carità, un richiamo “costante” della Parola di Dio, e per questo “la Parola di Dio è in grado di aprire i nostri occhi per permetterci di uscire dall’individualismo che conduce all’asfissia e alla sterilità mentre spalanca la strada della condivisione e della solidarietà”.
Papa Francesco fa infine riferimento all’esperienza della Trasfigurazione, che richiama alla festa delle capanne in cui veniva letto il testo Sacro al popolo di ritorno dall’esilio, e sottolinea l’importanza dell’accompagnamento di Maria nell’ascolto, perché la sua Beatitudine “precede tutte le beatitudini pronunciate da Gesù per i poveri, gli afflitti, i miti, i pacificatori e coloro che sono perseguitati, perché è la condizione necessaria per qualsiasi altra beatitudine.




giovedì 11 febbraio 2016

DUE GRANDI CONGEDI

IL CONCILIO E PAPA FRANCESCO 
PER UNA CHIESA RINNOVATA


don Giulio Cirignano

         

Riflettere seriamente e serenamente sui due grandi congedi che hanno caratterizzato il cammino ecclesiale di questo ultimo mezzo secolo può aiutare a comprendere non solo lo stile pastorale e le scelte di Papa Francesco, ma, cosa ancora più importante, quanto il Signore chiede oggi al discepolo. Due grandi congedi, dunque.
         Il primo  è quello costituito dall’evento conciliare. I padri  del Vaticano Secondo chiusero solennemente una lunga stagione e ne aprirono una nuova. Prendere congedo significò allora  considerare  ormai concluso il periodo che si era aperto con il lontano Concilio di Trento. Concluso, ma in che senso? Qui il discorso si fa difficile. Solo un’attente riflessione circa le molte novità inscritte nella vicenda conciliare può aiutarci a comprendere e formulare una  possibile  risposta. Al Vaticano Secondo cosa si concluse e cosa, invece, prese inizio?
      Per la risposta, possiamo tentare una sintesi delle più significative novità: al primo posto occorre situare un nuovo modo di comprendere e valorizzare la Parola di Dio  (“Dei Verbum”). Senza dubbio si apriva davanti alla appassionata coscienza ecclesiale  una prateria di bellezza dopo il lungo digiuno a motivo delle note polemiche con la Riforma. Comprendere e valorizzare la Parola significa costruire un nuovo modo di pensare e parlare. E’ nel Vangelo che si incontra Gesù, è nel Vangelo che si prende consapevolezza di cosa è la vita agli occhi di Dio. E’ nella sintonia con il vangelo che nasce e rinasce la passione di amare, con cuore puro e povero.........


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venerdì 11 dicembre 2015

don Giulio: LETTERA A PAPA FRANCESCO


Carissimo Padre Francesco,


ho pensato di scriverle perché ho  domande  da sottoporre alla sua attenzione.  Domande semplici, forse infantili, ma non prive di una qualche utilità. Immagino facilmente quanto numerosi e grandi sono i problemi che ogni giorno deve affrontare. Per questo  devo chiarire  le ragioni del mio ingenuo coraggio.
               Da quando lei è comparso alla guida della Chiesa un nuovo entusiasmo ha preso possesso del mio essere prete. Non sono più giovane e conservo nel cuore, con forte e motivata gratitudine, il ricordo del Concilio.
Ho atteso, poi, per diversi anni che  spuntasse l’alba. Gli oltre quaranta anni vissuti  a Roma in veste di Assistente Nazionale di una importante associazione cattolica non mi hanno fatto mancare motivi di gioia ecclesiale. Tante preziose iniziative sono state attuate. Ma c’era qualcosa che non girava per il verso giusto.  II gran parlare che si faceva del Concilio mi pareva non si traducesse in convinta accoglienza delle sue importanti consegne. Ho avuto la sensazione che, soprattutto nella Chiesa Italiana, molti dei percorsi che nel Concilio avevano avuto inizio non riuscissero a trovare adeguata continuazione E’ opportuno spiegarsi.
Penso, in primo luogo, a quella specie di  magnifica autostrada per giungere sicuri al cuore della esperienza cristiana  che aveva trovato espressione nella “Dei Verbum”. Venivamo da un lungo digiuno a motivo delle polemiche con la Riforma. Il Concilio aveva rimesso al centro della liturgia, della  teologia e della vita la Parola di Dio. Fu l’evento più entusiasmante. Dobbiamo riconoscere che qualche frammento di salutare cammino, in proposito, è stato prodotto, ma  troppo poco. Ancora, per gran parte del popolo di Dio lo sguardo alla Bibbia è segnato da pesanti connotazioni di fondamentalismo. Alto è il tasso di estraneità alla Parola di Dio.
Penso, poi, alla configurazione interna della comunità cristiana quale popolo di Dio.... 


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