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sabato 11 gennaio 2025

IL CIELO SI APRI'


 12 gennaio 2025

Battesimo del Signore

 Luc 3, 15-16.21-22


Commento di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

La festa dell’Epifania, che abbiamo da poco celebrato, ci dice qualcosa di fondamentale per la nostra fede.

Ci dice che Dio si rivela, che non rimane nascosto: il suo mistero d’amore, che era rimasto nascosto nei secoli, ora è rivelato, ed è rivelato pienamente. Gesù, il Verbo che ha preso la nostra carne, ci svela questo mistero, ci svela il Volto del Padre.

Tutta la storia della salvezza è costellata di piccole e di grandi teofanie. Ora tutto si condensa nella storia di Gesù: guardando a Lui noi vediamo, per quanto possiamo, il Volto del Padre, cioè la sua stessa essenza, il suo modo di essere.

Abbiamo visto nell’Epifania che il modo di rivelarsi di Dio è paradossale. Normalmente, chi vuole rivelarsi si mostra. Dio, invece, per rivelarsi si nasconde. Si nasconde non per il gusto di farsi cercare, ma perché la carità è così, è qualcosa che accade nel segreto, che si consegna senza clamore.

La festa del Battesimo, che celebriamo oggi, ci conferma in questa direzione.

Gesù scende al Giordano, dove Giovanni sta battezzando e, nascosto in mezzo a tutti gli altri, come tutti gli altri, riceve il battesimo (“Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì” - Lc 3,21). Dal racconto di Luca sembra proprio che nessuno se ne accorge, nessuno reagisce, nemmeno Giovanni il Battista. Accade, in fondo, quanto abbiamo ascoltato nel Prologo di Giovanni: è venuto in mezzo ai suoi, ma i suoi non lo hanno riconosciuto (Gv 1,11).

Uno solo vede quanto sta accadendo, cioè il Padre: solo Lui si accorge che il Figlio, sottomettendosi a questo gesto penitenziale, ha sposato in tutto la nostra umanità ferita.

Si è accorto ed ha esultato (“e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»” - Lc 3,22). Ha esultato perché l’uomo che si era perso all’inizio dei tempi e che il Padre incessantemente aveva cercato, ora, finalmente, è stato ritrovato. Il Padre lo ritrova proprio qui, immerso nel Giordano.

Sono tanti i significati legati al luogo e al momento. Qui, ad esempio, Gesù è presentato anche come il nuovo Mosè, che riparte dal Giordano il cammino di liberazione. Ma oggi ci soffermiamo su un altro aspetto, sempre legato al luogo.

Il fiume Giordano è il più misero dei fiumi.

Scorre sotto il livello del mare, e sfocia nel mar Morto, in un luogo dove come tutti sanno non ci può essere vita. Proprio nel capitolo successivo a questo capitolo terzo che stiamo leggendo, Gesù cita Naaman, il Siro (Lc 4,27). Naaman è un funzionario arameo, malato di lebbra: viene in Israele per farsi guarire, e il profeta Eliseo lo manda a bagnarsi sette volte nel fiume Giordano (2Re 5,1-19). Davanti a questa proposta, Naaman rimane scandalizzato, perché anche i più sconosciuti fiumi di Damasco sono migliori di tutte le acque di Israele, del Giordano e dei suoi miseri affluenti.

In questo fiume, invece, Gesù non ha vergogna di immergersi: si immerge nell’abisso della nostra umanità fragile, povera, e vi porta tutta la bellezza della sua vita filiale, al punto che le due cose diventano inseparabili e inscindibili. La nostra umanità diventa il luogo della vita di Dio.

Non ci deve sfuggire questa cosa: immergendosi nella nostra umanità, Gesù la trasforma, la porta a compimento, la rivolge verso il suo fine ultimo.

E c’è un salmo, il salmo 114, che dice bene questo cambiamento di corso, questa trasformazione: è un salmo che ricorda l’esodo, la liberazione dall’Egitto, che viene descritta con immagini simboliche e poetiche.

Una di queste immagini riguarda proprio il fiume Giordano, che, al passaggio del Signore, si volge indietro, cambia corso (“Che hai tu, mare, per fuggire, e tu, Giordano, per volgerti indietro?” - Sl 114,5). È così: quando il Signore si immerge nel Giordano, il Giordano cambia corso; non corre più verso la morte, ma ritorna verso la sua sorgente, verso Colui che gli dà vita.

La stessa cosa vale per noi: quando il Signore si immerge nella nostra vita, noi non siamo più in cammino verso la morte, la nostra storia non è più una storia destinata al nulla. Al contrario, camminiamo verso il nostro Principio, e diveniamo via via sempre più vivi, della vita stessa di Dio.

Ogni giorno ci è semplicemente chiesto di assecondare questo movimento, di partecipare a questo cammino, di ritornare alla sorgente, a ciò che ci fa veramente vivere.

+ Pierbattista

PATRIARCATO  L.  DI GERUSALEMME

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sabato 8 gennaio 2022

DIVENTA CIO' CHE SEI

 


Battesimo del Signore

Is 40,1-5.9-11/Tt 2,11-14; 3,4-7/

Lc 3,15-16.21-22

Commento al Vangelo - Paolo Curtaz

L’amato

 Il popolo è in attesa. Aspettano, desiderano, sperano. Perché speranza e desiderio fanno parte della nostra natura profonda. Insopprimibile anelito alla pienezza. Inesausta ricerca di senso che riempie le nostre pur logore giornate.

Attendono. Aspettano.

Una soluzione, una via d’uscita, un po’ di salute, di benessere, di amore, la fine della pandemia. (Tutti aspettiamo). E si chiedono, in cuor loro, se non sia il Battista la risposta, il Messia. Qualcuno che risolva. Che offra soluzioni. Che magicamente ci aiuti a superare i tanti lacci che ci impediscono di essere felici fino in fondo.

La folla non ha il coraggio di esplicitare quel pensiero, di dargli corpo. È il Battista a rispondere, il gigantesco Battista che potrebbe approfittare di quel desiderio, di quell’ansia sottaciuta. È onesto, tanto. Non si prende per Dio. Non gioca a fare il Messia. E parla usando toni forti, tipici del linguaggio profetico. Bastonate.

Viene uno più forte, più deciso, più intransigente. Nulla in confronto al rude battezzatore. E userà il fuoco per consumare le colpe, per annientare i reprobi. Si sbaglia, Giovanni, ma non lo sa. Sì, porterà il fuoco, il Messia. Ma non quello che punisce, bensì quello che accende l’abbondanza dell’amore e della consolazione. Porterà il fuoco travolgente della passione per Dio. Se la nostra vita è ricerca ossessiva del denaro, avvicinandoci al fuoco, bruceremo.

Se la nostra vita è arresa e lamentosa, come paglia, lo scarto del grano, bruceremo. Se la nostra vita è ricerca, cera che si stratifica, come candele, ci accenderemo.

Tutto il popolo

La comunità di Luca ha già ricevuto il battesimo, come noi. E l’evangelista, diversamente da Marco e Matteo, non racconta l’evento, lo da per acquisito. Descrivendo cosa sta facendo Gesù dopo avere ricevuto il battesimo, invita la sua comunità e il lettore ad imitarlo. Gesù riceve il battesimo insieme a tutto il popolo. Penitente con i penitenti. Povero con i poveri.

Quel suo primo gesto dice già tutto di lui. Del suo stile. Della salvezza che è venuto a portare. Gesù prega, dopo avere ricevuto il battesimo. Il primo di una lunga serie di momenti di preghiera. Non per insegnarci ad imitarlo, ma a farci comprendere che solo nella sosta prolungata e silenziosa davanti a Dio possiamo davvero far fiorire il germe di eternità messoci nel cuore.

La preghiera è l’ambiente privilegiato in cui far crescere ciò che siamo in profondità. E i cieli si aprono. Quei cieli che Israele percepiva chiusi ed ostici come se Dio, offeso o rassegnato dalla durezza di cuore del popolo, avesse gettato la spugna. Lunghi secoli senza profezia, senza indicazioni, senza parole provenienti direttamente da Dio.

Ora si aprono i cieli, e scende una colomba che cerca il suo nido: Gesù. È lui il luogo dove abita la pienezza dello Spirito Santo. Lui il luogo della sua dimora. È il figlio che in tutto imita il Padre, il prediletto, come Isacco per Giacobbe, colui che dona gioia al Padre. E noi con lui, figli nel Figlio, concittadini dei santi e famigliari di Dio (Ef 2,19).

In esilio

Sono passati quarant’anni dalla deportazione in Babilonia. Dio suscita un profeta, un grande profeta, discepolo del profeta Isaia. Guarda lontano, questo profeta. Molti, fra il popolo, hanno scordato Gerusalemme, si sono integrati, alcuni hanno addirittura fatto carriera presso i babilonesi. Non interessa nemmeno più, il ritorno. Come accade a noi, ormai integrati, assuefatti, rassegnati. Che subiamo il pensiero corrente che confonde compassione con buonismo, che ci insegna a fare i discepoli, che riduce l’evento della fede a scelta culturale o sociale, o politica. Rassegnati a procedere senza troppo scossoni.

E Isaia richiama loro e noi ad osare. A consolare. A tornare ad essere fiaccola, strada nuova verso Dio, anche se in mezzo al deserto che fisicamente divideva Babilonia da Gerusalemme, dimora dello Spirito, per tutti coloro che ancora vogliono sperare.

Perché la consolazione, la compassione, la grazia di Dio è apparsa, come scrive Paolo al suo fedele discepolo Tito. E come abbiamo celebrato in questi intensi giorni natalizi. Come abbiamo scoperto se, come i magoi, sappiamo inseguire la nostra curiosità.

Perciò viviamo in maniera diversa. Perché graziati, cioè abitati dalla compassione. Figli nel figlio, ci siamo scoperti amati e prediletti. Bene-amati. Non amati suscitando sensi di colpa, manipolando, ricattando, come siamo abituati a fare.

Un amore ridotto a sentimento impulsivo, a soddisfazione del nostro bisogno di essere al centro dell’attenzione. Amati bene. Con una libertà che rende liberi. Come solo Dio sa amare. Perché, in Cristo, ci sappiamo amati. E ci scopriamo capaci di amare con la sovrabbondanza dell’amore ricevuto.

Ireneo

Ireneo vescovo diceva: cristiano, diventa ciò che sei. Oggi siamo chiamati a fare memoria del momento in cui siamo stati innestati in Cristo. Scelta perlopiù inconsapevole e subita. Ma che possiamo fare nostra, oggi, giorno dopo giorno.

Diventare figli nel Figlio. Portatori di Spirito. Nutriti dalla Parola, nella preghiera, nella compassione. Non siamo il Messia, ma possiamo esserne abitati, avvinti, infiammati.

 Per vivere nella consolazione. E diventare consolazione.

Paolo Curtaz

 

sabato 4 dicembre 2021

FARE SPAZIO A DIO

 


La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere.


Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6)
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

IL COMMENTO

di don Gianluca Coppola

Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento si apre con una lunga e accurata descrizione del quadro storico in cui è inserito il racconto: l’evangelista, infatti, ci fornisce una serie di indicazioni sui personaggi politici e storici del tempo, sui luoghi e sulle regioni in cui questi esercitavano il loro immenso potere. Tale descrizione culmina poi nella seguente affermazione: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto». Comprendiamo bene come, oltre alla necessità di dare preziose informazioni riguardo al contesto, in realtà il testo è costruito volutamente nel modo in cui ci viene presentato: sembra quasi una sorta di slalom, che abilmente la Parola di Dio compie per evitare personaggi e luoghi potenti, per poi manifestarsi a Giovanni nel deserto. È come se la Parola di Dio ci stesse dicendo che non ha alcun bisogno di blasoni, di ricchezze e di potenze umane: ha soltanto bisogno che qualcuno la accolga.

La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere. Ciò è ancora più vero, ovviamente, se la nostra vita è piena di successi, di ambizione, di potere, proprio come nel caso dei nomi citati nei primi versetti del Vangelo. Il tema dell’accoglienza è molto in voga, in modo particolare negli ultimi tempi, purtroppo soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione. Evito di addentrarmi in discorsi politici, ma vorrei soltanto sottolineare come, ogni qualvolta l’infinito discutere ideologico e politico si allontana dall’interiorità dell’uomo e non la pone al centro del suo dibattito, esso si rivela inutile e, addirittura, controproducente.

Un cuore, allora, può diventare accogliente soltanto se libero. Ma libero da cosa? L’esempio ci viene fornito proprio da Giovanni: egli è «voce di uno che grida nel deserto». Innanzitutto, si trova nel deserto non per annunciare ad altri la Parola di Dio, perché è ovvio che nel deserto non incontrerà qualcuno a cui annunciarla; si trova nel deserto per ritrovare e recuperare la sua relazione con Dio.

Ecco, dunque, un primo tassello per costruire la nostra libertà: fare spazio fuori e dentro di noi per poter entrare in relazione con Dio, proprio come fa Giovanni nel deserto. È lì che la Parola lo raggiunge e lui, essendo un uomo libero, può renderla un suo strumento. Ma non solo: la prima parola che Giovanni pronuncia, riportando alcuni versi del profeta Isaia è “preparate”. Egli, infatti, dice: «Preparate la via del Signore». Questa affermazione racchiude in sé il senso profondo del tempo che stiamo vivendo, l’Avvento. Anche noi ci stiamo preparando per accogliere Gesù che viene, ma in realtà, è chiaro, non celebriamo la prima venuta di Gesù. Ci prepariamo, infatti, ad accogliere la cosiddetta “venuta intermedia”, ovvero quella che ogni giorno dovremmo vivere, incontrando il Signore nel quotidiano. Quel “preparate”, pronunciato da Giovanni Battista, ci esorta a sgomberare il cuore da tutto ciò che non lascia spazio alla venuta del Signore.

È chiaro: in un recipiente già pieno, è impossibile mettere altro; è necessario creare dello spazio nuovo. Allo stesso modo, per poter diventare persone capaci di accogliere in primis Gesù e poi tutti coloro che hanno bisogno della nostra accoglienza, dobbiamo essere in grado di fare spazio. In che modo? Il Battista ci dà delle indicazioni preziose a riguardo. Egli, infatti, ci dice: «Raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate». Proviamo ad analizzare queste espressioni nel dettaglio. “Raddrizzate i sentieri” potrebbe essere interpretato come la richiesta a Dio di farci il dono di un pensiero semplice, lineare. Dalla Scrittura, infatti, apprendiamo che «i ragionamenti distorti separano da Dio». Dobbiamo dunque chiedere a Dio la grazia di un pensiero umile, di un modo lineare di guardare le cose, perché dopotutto Dio è semplicità. Al contrario di quello che spesso possiamo pensare, allontanandoci dalla fede e cadendo in una pericolosa forma di fideismo, ciò che riguarda Dio è molto semplice, molto logico. Non segue sentieri tortuosi, non traccia voli pindarici e non si presenta a noi come qualcosa che ci toglie la pace.

Il Battista prosegue il suo discorso affermando che «ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato». Come potremmo interpretare questo passaggio? Nelle nostre vite, spesso oscilliamo tra due eccessi, ovvero tra la depressione e l’esaltazione. Ecco allora che “riempire i burroni” e “abbassare i colli” diventano consigli preziosi per evitare questi due atteggiamenti dannosi nella vita spirituale, che diventano poi due grandi impedimenti all’accoglienza di Gesù nelle nostre esistenze. Molte volte, per uscire dalla depressione tendiamo a esaltarci, senza renderci conto che, in realtà, l’unica vera via di uscita sarebbe semplicemente essere noi stessi. “Riempire i burroni”, allora, significherà non deprimersi, non crogiolarsi nei propri dolori; al contrario “abbassare i colli” vorrà dire non esaltarsi, non mentire sulla verità di noi stessi.

Pertanto, il modo più opportuno per accogliere il Signore e per prepararsi all’Avvento è, fondamentalmente, essere sé stessi. Ed essere appieno sé stessi significherà stare attenti a non lasciarsi trascinare nei burroni della tristezza, non sottovalutarsi in ogni situazione, non pensare di essere sempre e in ogni momento al di sotto delle esigenze; di contro, significherà anche non esaltarsi, non montare eccessivamente in superbia. Dobbiamo imparare ad essere proprio come Giovanni Battista, che nel deserto lascia a Dio la possibilità di rivelargli chi è fino in fondo. I fioretti e le novene che riempiono il nostro Avvento sono cosa buona e giusta, ma dovremmo ricordare che il modo migliore per stabilire una relazione con Gesù è essere noi stessi; e l’unico modo per capire chi siamo davvero è stare faccia a faccia con Dio e con la sua Parola. Solo così, «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

 Punto Famiglia

 

sabato 23 gennaio 2021

LASCIATE LE RETI ......


-  Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1, 14-20

 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo". Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Dai confini

 Hanno arrestato il Battista, non tira una bella aria per i profeti. Sarebbe più prudente andarsene, fuggire, lasciar perdere.  E invece lui inizia a raccontare di Dio, a partire dalle terre lontane, da quella Galilea delle genti guardate con disprezzo dai puristi di Gerusalemme. Quando sarebbe saggio smettere, inizia. Quando sarebbe prudente starsene chiusi in casa, racconta. Quando sarebbe opportuno non pensare troppo alle cose di Dio, è il momento di occuparsene. Parla, la Parola. Annuncia. Scuote. Indica.

È qui, il Regno, si è fatto vicino.

Visto che non siamo in grado di cercare Dio senza stravolgerne il volto, o manipolarlo o immaginarlo a nostra immagine e somiglianza è lui, Dio, a colmare la distanza che ci separa. Il Natale che abbiamo appena celebrato ci ricorda esattamente questa straordinaria verità: Dio si fa vicino, si fa incontro, è qui. Allora svegliati, muoviti, scuotiti.

Convertiti e credi. 

Convertiti: cioè guarda se la strada che stai percorrendo ti sta conducendo verso la pienezza della felicità o se, invece, ti stai allontanando dalla tua anima.  E se ti accorgi che la strada che percorri non ti porta da nessuna parte inchioda e torna indietro.  Fatti guidare, segui le indicazioni, non chiudere gli occhi mentre tieni ben saldo il volante della tua vita. E credi: fidati di quello che Gesù è venuto a raccontare, a dire, a testimoniare. Questo è il messaggio con cui Gesù inizia la predicazione. Questa è la sintesi del Vangelo in cui crediamo.  Questo è ciò che potremmo dire, senza tanti fronzoli, ai tanti smarriti di oggi: il Dio di Gesù ti vuole incontrare, accorgitene! Fidati! Lasciati amare! Anche adesso, soprattutto ora in cui la pandemia a resettato le nostre sicurezze piccine e vuote. Così il potente vangelo di Marco descrive l’opera di Gesù subito dopo lo stringato racconto del battesimo.  Invece di passare il tempo a lamentarsi, a fuggire, a rintanarsi in sacrestia, dopo l’arresto del Profeta, come facciamo noi, Gesù osa. Esce e va a chiamare dei collaboratori. E che collaboratori!

Sui confini

Li va a prendere ai bordi del lago, ai confini della terra di Israele, sulle sponde del grande lago che Marco chiama “mare” a richiamare la liberazione dall’Egitto, a ricordare la paura atavica del popolo di Israele per al grande distesa d’acqua. Li va a cercare in una terra abbandonata, periferica, disprezzata. E cerca dei lavoratori, gente comune, non dei sacerdoti, non dei religiosi, non degli esperti in comunicazione, non degli influencer capaci di attrarre le folle.  Li chiama senza merito, li chiama anche se non sono ancora discepoli, anche se non hanno fatto nessun corso di formazione, anche se non hanno preso nessun diploma da annunciatori, anche se ancora non credono. Li chiama perché vuole loro e li va a prendere dove sono, non li aspetta dietro una scrivania. Gesù si muove. Gesù agisce. Gesù li corteggia, li ama, li chiama.   Mi corteggia, mi ama, mi chiama. È lui il protagonista del racconto, è lui che ci viene a cercare.  Così come  io chiama Giona, il più imperfetto e fragile fra i profeti, pavido e capriccioso, affatto devoto, affatto virtuoso, per invitare gli abitanti di Ninive a cambiare atteggiamento. E i niniviti cambiano, forse perché vedono quell’invito rivoltogli da un uomo fragile come loro… Dio ha bisogno di me per annunciare al mondo la salvezza.  Non per salvare il mondo ma per vivere da salvato. Perché il mondo non lo sa di essere salvo.  Nel piccolo, fragile mondo in cui vivo Dio mi chiama a diventare suo collaboratore. Nella quotidianità talvolta insipida e meschina, si manifesta, se ho affinato lo sguardo interiore, se ho dato spazio all’anima, se voglio diventare discepolo.  Nelle periferie esistenziali in cui abito, mi viene a stanare. Non a Gerusalemme, non nel tempio, non nelle scuole rabbiniche. Ai confini, fuori. Qui, ora, adesso.

 Reti

Per seguirlo, però, bisogna osare. Bisogna lasciare le reti che spesso riassettiamo, cuciamo, ripariamo. Lasciare tutto ciò che ci lega, che ci rende schiavi: il giudizio degli altri, i sensi di colpa, il nostro narcisismo, l’immagine di noi stessi, le ansie da prestazione, i soldi, le relazioni famigliari possessive, l’apparire… serve continuare? Siamo pieni di reti da abbandonare. A volte, ribadisco, le riassettiamo e magari lo facciamo pensando di far piacere a Dio. Dei geni. Giacomo e Giovanni lasciano il loro padre Zebedeo. La più stretta delle reti, quella famigliare, patriarcale, affettiva. Devono lasciare lui e i suoi garzoni, lui e i suoi figli. Possiede, Zebedeo. Lega a sé. I figli sono suoi. Devono lasciare anche lui. Per scoprire un altro modo di vivere la paternità.

 Pescatori di umanità

Per diventare pescatori di umanità. Per tirare fuori tutta l’umanità che ci abita. E che abita gli altri attorno a noi. Per immaginare il mondo come lo vede Dio, con un’umanità redenta, pacificata, dialogante, parte di un progetto. Così come sarebbe bello diventasse la Chiesa. Questo possiamo fare: diventare uomini e donne fino in fondo, abitati dal Vangelo e innamorati della vita. Sarebbe una splendida pubblicità per il Regno.   Penso proprio che abbia ragione san Paolo quando scrive ai Corinti: passa la scena di questo mondo. Meglio investire su ciò che rimane, in ciò che conta. E, forse, questo antipatico signor Covid, ce lo sta insegnando.

 Cercoiltuovolto



 

 

sabato 2 gennaio 2021

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO


“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. […]

Commento di p. Ermes Ronchi

Un Vangelo che toglie il fiato, che impedisce piccoli pensieri e spalanca su di noi le porte dell'infinito e dell'eterno. Giovanni non inizia raccontando un episodio, ma componendo un poema, un volo d'aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo. In principio era il Verbo... e il Verbo era Dio.

In principio: prima parola della Bibbia. Non solo un lontano cominciamento temporale, ma architettura profonda delle cose, forma e senso delle creature: «Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, tu, o Verbo di Dio, sei e sarai anima e vita di ciò che esiste» (G. Vannucci). Un avvio di Vangelo grandioso che poi plana fra le tende dello sterminato accampamento umano: e venne ad abitare in mezzo a noi. Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l'origine delle cose che sono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Nulla di nulla, senza di lui. «In principio», «tutto», «nulla», «Dio», parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l'eternità, con Dio e con tutte le creature del cosmo, tutti connessi insieme, nell'unico meraviglioso arazzo dell'essere.

Senza di lui, nulla di nulla. Non solo gli esseri umani, ma il filo d'erba e la pietra e il passero intirizzito sul ramo, tutto riceve senso ed è plasmato da lui, suo messaggio e sua carezza, sua lettera d'amore. In lui era la vita. Cristo non è venuto a portarci un sistema di pensiero o una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, e ha acceso in noi il desiderio di ulteriore più grande vita: «Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). E la vita era la luce degli uomini. Cerchi luce? Contempla la vita: è una grande parabola intrisa d'ombra e di luce, imbevuta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo, a intuire gli ultimi tempi già in un piccolo germoglio di fico a primavera. Cerchi luce? Ama la vita, amala come l'ama Dio, con i suoi turbini e le sue tempeste, ma anche con il suo sole e le sue primule appena nate. Sii amico e abbine cura, perché è la tenda immensa del Verbo, le vene per le quali scorre nel mondo.

A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. L'abbiamo sentito dire così tante volte, che non ci pensiamo più. Ma cosa significhi l'ha spiegato benissimo papa Francesco nell'omelia di Natale: «Dio viene nel mondo come figlio per renderci figli. Oggi Dio ci meraviglia. Dice a ciascuno di noi: tu sei una meraviglia». Non sei inadeguato, non sei sbagliato; no, sei figlio di Dio. Sentirsi figlio vuol dire sentire la sua voce che ti sussurra nel cuore: “tu sei una meraviglia”! Figlio diventi quando spingi gli altri alla vita, come fa Dio.

E la domanda ultima sarà: dopo di te, dove sei passato, è rimasta più vita o meno vita?

(Letture: Siracide 24,1-4.12-16; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18)

Cercoiltuovolto

sabato 12 dicembre 2020

UNA VOCE CHE GRIDA NEL DESERTO

Terza domenica di Avvento, anno di Marco Is 35,1-10 /2 Pt 3,8-14 / Mc 1, 1-8

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.  Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».  Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Commento di p. Paolo Curtaz

Un nuovo inizio

Nessuno ci porterà via il Natale. Niente ci può impedire di attendere, di accogliere il Dio che, venuto nella Storia, ora chiede di venire nella mia vita. In questa vita, in questo tempo spaventato e incerto, in questo oggi in cui Dio fa nuove tutte le cose. Un nuovo inizio, una nuova Creazione, anche se abbiamo alle spalle molti Natali, forse troppi. Anche se non ci saranno lucine e pile di regali e raduni fra parenti che vengono da lontano. Anzi: questo Natale potrò diventare il Natale. Potrebbe, finalmente, tornare il festeggiato, dopo tante feste di compleanno in cui, semplicemente, non lo si era invitato. Dipende da me. Dipende da te. Perciò dobbiamo stare svegli, reagire, non lasciarci travolgere, non addormentarci. Sarebbe un bel guaio, una catastrofe, per dirla tutta. Persone come Giovanni ci scuotono, come un pugno in pieno volto. Anche lui è una sorpresa, una delle tante che Dio ci riserva, un modo inatteso e diretto per scuoterci dalle nostre mille abitudini, dal nostro cristianesimo che rischia di irrancidire. In un mondo che vacilla in ansia per la pandemia, per il futuro incerto. Questo ci è chiesto: destarci dal sonno. Ritrovare l’anima. Osare. Osare. Osare. Per farlo, però, ci è chiesta una cosa sola: non confidare nei progetti degli uomini, lasciare spazio (anche come scelta, se necessario) alla gioia. E, soprattutto, essere autentici.

Sgraditi ritorni

Il lamento del popolo in esilio in Babilonia è stato ascoltato. Dio ha squarciato i cieli ed è sceso. La profezia si è avverata: sono i persiani, ora, a dominare la scena politica: i babilonesi sono sconfitti e gli ebrei liberati, dopo settant’anni di deportazione. Il rientro a casa è difficile e pieno di pericoli ma, la cosa peggiore, è che a Gerusalemme nessuno più si ricorda di loro. I deportati vengono confinati ai margini della città, sull’altura di Sion, le loro terre sono ormai coltivate da altri, ebrei senza scrupoli approfittano della crisi finanziaria (!) per prestare a tassi di usura e un’inattesa carestia porta alle soglie della morte gli scampati. Dio ha squarciato il cielo ed è sceso. Gli uomini hanno chiuso agli uomini la terra. Sopravvissuti alla prigionia, i deportati ora rischiano di morire di stenti nella città che li ha dimenticati. E Isaia, il cosiddetto terzo Isaia, profetizza e invita tutti alla gioia. Approfittare della crisi per cercare la gioia altrove, oltre, in alto. Alzare lo sguardo per vedere negli eventi l’opportunità di una rinascita, di un modo nuovo di essere. Vi ricorda qualcosa?

Preghiera

La gioia dell’altrove che mi permette di vivere il dolore presente con fiducia nasce dalla preghiera, afferma Paolo scrivendo ai Tessalonicesi. Una preghiera che non è l’insistente richiesta di risoluzione dei problemi, ma l’abbandono fiducioso in chi può darmi la forza per affrontare ogni notte, ogni dolore. È possibile prepararsi al Natale nonostante la grande fatica che stiamo sperimentando. È possibile vivere con una gioia che nasce dalla fede ed è nutrita, nello Spirito, dalla preghiera. Cristo nasce nei nostri cuori, se lo desideriamo. Lo incontriamo vegliando su noi stessi, lasciando che l’interiorità riprenda il suo spazio nelle nostre vite travolte dagli affanni. Senza spegnere lo Spirito, senza disprezzare le profezie, vagliando ogni cosa e tenendo ciò che è buono. Ma esiste una condizione, semplice. Per poter accogliere Dio che nasce, dobbiamo camminare verso l’autenticità. Chi sei? Giovanni riceve la visita degli inviati del Sinedrio che si interrogano, loro, i detentori del potere a proposito di questo strano personaggio che non si spaventa neppure di fronte alle autorità religiose, che non ne enfatizza il ruolo, che tira diritto per la sua accidentata strada. «Chi sei?», chiedono. Giovanni è chiaro: lui non è il Cristo. Potrebbe pensarlo: gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristi). Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza. No, dice Giovanni, lui non si prende per Dio. Anche lui, come i penitenti, ne è disperatamente alla ricerca… Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità e non mortificazione, possiamo diventare liberi per accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca. Solo entrando nel profondo di noi stessi possiamo trovare la nostra vera identità in Dio. Voce «Chi sei, allora?».

Chi siamo, allora?

La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei i like che ricevi, sei ciò che guidi, sei ciò che conti, sei quanto urli. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che, mai, siamo ciò che possediamo o facciamo. Mai siamo ciò che sembriamo. Mai. Giovanni ha riflettuto e ha capito, l’attesa spasmodica di un messia ha creato dentro di lui uno spazio che saprà riconoscerlo e riconoscersi. «Chi sei, allora?». Un mistico? Un provocatore? Un guru? No, egli è voce.

Voce.

Voce prestata ad una Parola, voce che amplifica un’idea non sua, voce, che fa riecheggiare un’intuizione di cui anch’egli è debitore. Poco, vero? O tutto? Ci immaginiamo sempre di essere dei grandi, di compiere (o scrivere) cose memorabili, di restare nella storia o, perlomeno, nella piccola storia delle persone che amiamo. Dio ci svela cosa siamo in profondità. Tu chi sei? Tu cosa sei? Cosa dici di te stesso? Forse sei pazienza, o attesa, o sorriso, o perdono, o sogno, o inquietudine. Contrariamente alla falsa idea del cattolicesimo che mortifica e castra le ambizioni degli uomini (“Se Dio c’è io sono fregato”, pensa Erode), il Vangelo ci svela un Dio che ci aiuta a cogliere la verità di noi stessi. Solo il mio vero io incontra il vero Dio. È tempo di fare verità in noi stessi. Di non farci definire dagli altri. O dalle nostre paure. Ma dal nostro desiderio. Nessuno ci porterà via il Natale, perché sei tu il Natale di Dio.

Paolo Curtaz

 

sabato 18 gennaio 2020

ECCO L'AGNELLO DI DIO !


*     “In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». 
Gv 1, 29-34

Commento al Vangelo del 19 Gennaio 2020 – p. Ermes Ronchi

Un agnello che porta la tenerezza divina
Giovanni vedendo Gesù venire… Poter avere, come lui, occhi di profeta e so che non è impossibile perché «vi è un pizzico di profeta nei recessi di ogni esistenza umana» (A.J. Heschel); vedere Gesù mentre viene, eternamente incamminato lungo il fiume dei giorni, carico di tutta la lontananza; mentre viene negli occhi dei fratelli uccisi come agnelli; mentre viene lungo il confine tra bene e male dove si gioca il tuo e, in te, il destino del mondo. Vederlo venire (come ci è stato concesso a Natale) pellegrino dell’eternità, nella polvere dei nostri sentieri, sparpagliato per tutta la terra, rabdomante d’amore dentro l’accampamento umano, da dove non se ne andrà mai più. Ecco l’agnello, il piccolo del gregge, l’ultimo nato che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore, che vuole crescere con noi e in mezzo a noi.
Non è il «leone di Giuda», che viene a sistemare i malvagi e i prepotenti, ma un piccolo Dio che non può e non vuole far paura a nessuno; che non si impone, ma si propone e domanda solo di essere accolto. Accolto come il racconto della tenerezza di Dio. Viene e porta la rivoluzione della tenerezza, porta un altro modo possibile di abitare la terra, vivendo una vita libera da inganno e da violenza. Amatevi, dirà, altrimenti vi distruggerete, è tutto qui il Vangelo. Ecco l’agnello, inerme e più forte di tutti gli Erodi della terra. Una sfida a viso aperto alla violenza, alla sua logica, al disamore che è la radice di ogni peccato.
Viene l’Agnello di Dio, e porta molto di più del perdono, porta se stesso: Dio nella carne, il cromosoma divino nel nostro Dna, il suo cuore dentro il nostro cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. E toglie il peccato del mondo. Il verbo è al declinato al presente: ecco Colui che instancabilmente, infallibilmente, giorno per giorno, continua a togliere, a raschiare via, adesso ancora, il male dell’uomo. E in che modo toglie il male? Con la minaccia e il castigo?
No, ma con lo stesso metodo vitale, positivo con cui opera nella creazione. Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare sulla luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole; per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura del buon grano; per demolire la menzogna Lui passa libero, disarmato, amorevole fra le creature. Il peccato è tolto: nel Vangelo il peccato è presente e tuttavia è assente.
Gesù ne parla solo per dirci: è tolto, è perdonabile sempre! E come Lui, il discepolo non condanna, ma annuncia un Dio che dimentica se stesso dietro una pecora smarrita, un bambino, un’adultera. Che muore per loro e tutti li catturerà dentro la sua risurrezione.