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sabato 17 gennaio 2026

IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

domenica 30 novembre 2025

NEL CUORE DI GAZA

UN PADRE E UN FIGLIO

 NELLA TRAGEDIA 

 DI GAZA

Le stelle brillano più forte perché un fondo di notte oscura, l'ambiente più scuro fa risaltare la loro luminosità, a differenza diurna. Dal punto di vista scientifico, le stelle brillano a causa della fusione nucleare che avviene nel loro nucleo, un processo che rilascia energia sotto forma di luce. La frase viene anche citata in ambito letterario e religioso per sottolineare che i momenti più bui possono far risaltare maggiormente la speranza o la luce. 


 
Nel mondo immaginario che ho costruito per lui, a Gaza, Walid e io giochiamo alla scuola. 

Mio figlio ha solo tre anni ed è dall’inizio della guerra che recito per proteggerlo. Voglio che creda che la nostra tenda da sfollati sia una villa, che i pochi vasi siano un giardino, che le bombe che piovono intorno a noi siano fuochi d’artificio. 

Ogni sorriso che riesco a strappargli vale tutte le bugie che gli dico. Walid si è appena affacciato alla vita quando la sua esistenza viene stravolta. 

Mese dopo mese, la normalità sparisce: niente scuola, niente giochi, niente dolci, e poi sempre meno tutto, casa, cibo, calore, elettricità, vita. Ma c’è una cosa che suo padre Rami decide che va salvata a ogni costo: il suo sorriso. 

Così, mentre la distruzione avanza e la famiglia è costretta a uno, due, tre, quattro trasferimenti forzati per cercare di sfuggire ai bombardamenti, passando da un appartamento a una tenda, con la complicità della moglie Rami crea intorno a Walid una bolla in cui ansia, tristezza e morte non possono entrare. 

Ogni esplosione è applaudita come un fuoco d’artificio, i droni sono uccelli che vengono a dargli il buongiorno e la tenda diventa la sua classe. Rami sa che, qualunque cosa succeda, non deve permettere che la gioia negli occhi del suo bambino si spenga. 

Accolta da straordinarie recensioni come una versione reale e poetica de La vita è bella per il dramma di Gaza, l’indimenticabile dichiarazione d’amore di un padre per suo figlio e, insieme, il più efficace e realistico resoconto di un giornalista coraggioso sulla tragedia palestinese. 

Un romanzo-verità unico e prezioso, un canto di speranza mai vinta che emoziona, informa, commuove.

Le stelle brillano più forte


venerdì 23 giugno 2023

IL SENSO PERDUTO

- di Giuseppe Savagnone

 

Una tragedia

Non si è ancora spenta l’ondata di dolore e di indignazione per la tragedia di Casal Palocco, in cui un bimbo di cinque anni, Manuel, ha perso la vita a causa di una assurda sfida di cinque giovanissimi youtuber, tutti ventenni, impegnati a guidare, su un Suv preso a nolo, per 50 ore continuative, solo per soddisfare i loro follower e aumentare il numero dei like. Con l’aiuto di droghe, visto che il conducente è risultato positivo ai cannabinoidi.

A rendere ancora più agghiacciante l’episodio è stato il fatto che, dopo il fatale impatto, che ha distrutto la Smart su cui viaggiava il bambino, gli occupanti del Suv, invece di dare segni di disperazione di pentimento per la loro follia, hanno continuato a filmare con i loro smartphone la scena del disastro che avevano provocato, sempre nell’intento di postare sul loro gruppo YouTube, “The Borderline”, immagini in grado di colpire i loro fan e accrescerne il numero.

L’analisi dello psicologo

Al di là dello shock e delle reazioni emotive immediate – la folla presente ha quasi tentato di linciare i cinque ragazzi -, non sono mancate riflessioni più ponderate sul
retroterra psicologico che questo dramma evidenzia.

Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo, ha scritto in proposito: «I giovani sono spesso spinti a cercare sempre più estremi per ottenere l’approvazione e l’attenzione online», fino «a sganciarsi dalla realtà», nella ricerca del «superamento del limite, di cui manca sempre più il senso (…), per sentirsi qualcuno, anche solo nel mondo etereo della rete».

E concludeva: «La famiglia dei ragazzi influencer non può essere considerata l’unica responsabile, ma tutta la società deve assumersi il compito di prevenire episodi simili. È fondamentale promuovere una cultura di responsabilità e bilanciamento nell’uso dei social media. È necessario adottare approcci educativi che incoraggino una sana autostima indipendente dalla quantità di like o follower».

Sagge parole, del tutto condivisibili, che mettono in luce come il vero problema non sia dei giovani, ma degli adulti, e possa essere risolto solo mediante l’educazione. La tanto spesso evocata “emergenza educativa” non colpisce le nuove generazioni – che ovviamente non possono porsi il compito di studiare le strategie più appropriate per la propria formazione –, ma le loro famiglie, la scuola, la Chiesa, l’intera società insomma gli educatori.

Sono loro che non riescono più a far fronte a un clima in cui «i giovani sono spesso spinti a cercare sempre più estremi per ottenere l’approvazione e l’attenzione online», perdendo il senso della realtà e del limite. Ed è vero che anche che sono loro a dover «adottare approcci educativi che incoraggino una sana autostima indipendente dalla quantità di like o follower».

Il problema del senso perduto

Eppure, in questa analisi – che è dichiaratamente centrata sull’aspetto psicologico – manca qualcosa di decisivo per comprendere ciò che sta accadendo ai nostri giovani. Qualcosa che è necessario perché una persona che si affaccia alla vita possa farlo in modo psicologicamente equilibrato. Manca il riferimento alla dimensione valoriale e, in ultima istanza, al problema del senso, nella duplice accezione di “significato” e di “direzione” verso cui andare.

È su questo terreno etico ed esistenziale, prima di tutto, che si gioca la possibilità di superare l’emergenza educativa. Le nuove generazioni sono sottoposte, è vero, a particolari pressioni psicologiche, legate anche all’avvento della nuova cultura mediatica e alle mutate condizioni di vita, ma in ogni epoca è stato inevitabile un margine di spaesamento dei figli rispetto al mondo dei loro padri, in cui si trovavano gettati senza alcuna preparazione.

Solo che in passato è stato loro offerto anche un orizzonte di valori – più o meno autentici, più o meno condivisibili – che davano senso alle loro scelte. Così, nel secolo scorso, ci sono stati studenti che, dopo Caporetto, hanno abbandonato i banchi di scuola per partire volontari e rischiare la vita in difesa della Patria. E tanti giovani, qualche decennio più tardi, si sono trovati a combattere nelle file dei partigiani, contro i nazisti, in nome della libertà.

E, dopo la guerra, lo scontro ideologico tra cattolici e comunisti è stato caratterizzato da un forte coinvolgimento ideale. C’erano delle convinzioni profonde, delle scelte esistenziali, che non riguardavano solo la politica, ma determinavano scale di valori e appartenenze totalizzanti, emblematicamente rappresentate da Guareschi nelle figure di don Camillo e Peppone. Era la Democrazia cristiana di De Gasperi e di Dossetti, era il Partito comunista di Togliatti e di Berlinguer, criticabilissimi, ma capaci entrambi di polarizzare intellettuali e gente comune intorno a un progetto culturale ed etico in cui valeva la pena, ai loro occhi, di investire le loro speranze e le loro energie.

E i giovani rispondevano a queste proposte con entusiasmo. Gioventù cattolica e gioventù comunista si fronteggiavano discutendo di modelli di libertà e di società e sostenendo le rispettive formazioni politiche, in accese campagne elettorali, con la consapevolezza di stare giocando una partita decisiva per il nostro paese.

Il Sessantotto ha costituito un forte scossone nei confronti dei precedenti assetti istituzionali e partitici, ma lo ha fatto comunque in nome di una rivoluzione – anch’essa ovviamente discutibile – che aveva una forte impronta ideale ed etica. Il risultato immediato non è stato, comunque, una demotivazione nei confronti degli ideali del bene comune. Non era un’antipolitica, ma un modo diverso di intenderla. Ancora nel 1976 il 93,49% degli italiani si recava alle urne.

Una profonda crisi etica tra pubblico e privato

Poi c’è stato il crollo inglorioso della Prima Repubblica, sotto i colpi di Tangentopoli, e l’avvento della Seconda, con la discesa in campo di Berlusconi, la crisi dei partiti tradizionali e delle loro ideologie e l’avvento di forme sempre più esplicite di populismo, di cui già il “Cavaliere”, con i suoi “contratti con gli italiani”, è stato l’alfiere e che ha poi trovato nella figura di Grillo e nella progressiva affermazione dei 5stelle la sua apoteosi.

In questa nuova stagione, nata con la promessa di purificare la politica, in realtà la corruzione e le violazioni della legalità non sono affatto diminuite, anzi – stando ai rapporti ufficiali – si sono moltiplicate. Ma, mentre prima già le sole indagini della magistratura su di esse erano state considerate – alla luce di una visione etica dominante – motivo di grave discredito per un uomo politico, nel nuovo clima di diffidenza verso le istituzioni e i loro rappresentanti, giudici compresi, sono diventate al contrario motivo di sospetto e di accuse nei confronti di chi le promuoveva. E i sospettati – perfino i condannati – vittime di una assurda persecuzione.

Alle esagerazioni di un legalismo che, al tempo di Tangentopoli, aveva fatto diventare i magistrati i veri arbitri della politica, è subentrata, a livello pubblico, una liberazione collettiva da ogni limite etico, che rende possibile proprio in questi giorni alla presidente di consiglio e al guardasigilli di giustificare – sulle orme dell’ostilità di Berlusconi nei confronti delle tasse – la diffidenza nei confronti del sistema tributario e, al limite, l’evasione fiscale, costringendo il presidente della Repubblica a intervenire per sottolineare la loro imprescindibile funzione sociale.

Ma la maggiore novità del nuovo clima creatosi in Italia con la Seconda Repubblica è stata la scomparsa dei grandi orizzonti intellettuali offerti dal cattolicesimo politico e dal marxismo, che ancora proponevano obiettivi (qui non discuto se veri o falsi) di ampio respiro, e il degenerare di quello liberale, da sempre alternativo agli altri due, in un libertarismo radicale portato a trasformare ogni desiderio in un bisogno, ogni bisogno in una pretesa e ogni pretesa in un diritto.

Una visione individualistica in cui i confini tra privato e pubblico sono scomparsi, insieme all’ideale di un bene comune da perseguire al di là dei propri interessi privati. In essa si sono trovate accomunate, in un unico pervasivo brodo culturale, quelle che un tempo si chiamavano “sinistra” e “destra”, e che ora differiscono solo per le diverse sottolineature che danno al medesimo tema dei diritti individuali, insistendo rispettivamente sui temi bioetici o su quelli economici e sicuritari.

Ne è un risvolto la disaffezione nei confronti della politica, che proprio nel bene comune dovrebbe avere il suo fine. Sta di fatto che l’astensionismo è passato dal 6,51% delle elezioni del 1976 al 36,1% delle ultime, nel 2022.

Niente per cui vivere o morire

Il punto è che ogni riferimento a valori che trascendano il singolo e per cui abbia senso morire – come nel caso dei giovani volontari della Prima guerra mondiale o dei partigiani – è scomparso. Ma se non c’è niente per cui morire, non c’è niente neppure per cui vivere. Rimane soltanto la pulsione elementare all’affermazione di sé, senza ragioni e senza limiti.

La recente celebrazione di un personaggio come Berlusconi a figura simbolo dell’Italia di oggi non ha fatto altro che sancire questo modello di vita, privo di ogni obiettivo che non sia l’appagamento sfrenato dei propri appetiti e il perseguimento del successo a qualunque costo, sia nel campo economico, sia in quello politico, sia in quello sessuale, a prescindere da ogni dimensione etica.

Una prospettiva che, in una società fortemente competitiva, può dare luogo, nei giovani, a due possibili atteggiamenti, a volte vissuti in contemporanea dagli stessi soggetti. Uno è il senso di impotenza e la rinunzia a partecipare a un gioco che appare tanto insensato quanto violento. È il caso dei NEET (Not in Employment, Education or Training), ben tre milioni di italiani tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano né cercano lavoro.

L’altro atteggiamento che può scaturire da questo vuoto di senso della vita reale è il tentativo di «sentirsi qualcuno, anche solo nel mondo etereo della rete», superando tutti i limiti con comportamenti balordi, alla ricerca di una effimera visibilità volta a sostituire i valori che non ci sono. Era quello che facevano, come tanti altri loro coetanei, i protagonisti dell’assurda tragedia di Casal Palocco.

E non solo perché fossero instabili e immaturi psicologicamente, ma soprattutto perché noi adulti non siamo stati in grado di offrire loro niente che assomigliasse a una vera speranza.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu



 

 

mercoledì 1 marzo 2023

ERO STRANIERO E MI AVETE ANNEGATO


 -di Giuseppe Savagnone*

 - Il Ministro degli Interni:

 “L’unica vera cosa che va detta e affermata è: “Non devono partire”. [Non si può] immaginare che ci siano alternative da mettere sullo stesso piano – salvare, non salvare… – al fatto che, quando si è in queste condizioni non bisogna partire. Se noi non lanciamo al mondo – al mondo anche dei territori da cui partono queste persone – questo messaggio, che è etico prima tutto: non bisogna partire… ”». «Posso chiedere una cosa?», è intervenuto un giornalista. «Se lei fosse disperato, non cercherebbe di raggiungere un’altra parte del mondo anche con queste condizioni del mare?». «No», ha risposto con decisione il ministro. «No. Perché le dico pure questo: perché sono stato educato anche alla responsabilità. Dunque, a non chiedermi io che cosa mi devo aspettare dal luogo, dal paese in cui vivo, ma anche quello che possa dare io al paese in cui vivo per il riscatto dello stesso”.

 –L’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice:

“Quel che è avvenuto a Cutro non è stato un incidente, bensì la naturale conseguenza delle politiche italiane ed europee di questi anni. Il ministro Piantedosi ha ribaltato la colpa sulle vittime.

I 63 morti di Cutro, fratelli e sorelle sfiniti dalla sofferenza della fuga da una patria martoriata e ingoiati dalle onde del nostro mare in un ultimo, disperato combattimento, hanno tentato fino all’ultima bracciata, fino all’ultimo respiro di sfiorare con le dita la speranza che fin qui avevano inseguito: toccare terra in un luogo capace di salvarli e di accoglierli.

La speranza di una terra diversa da quella che tragicamente avevano dovuto abbandonare perché incapace di assicurare il diritto alla vita e alla sicurezza dell’umanità in quanto tale. Non hanno riconosciuto, i nostri fratelli pakistani, afghani, iraniani, siriani, nell’orizzonte freddo della costa, avara di aiuti e incapace di cura per l’unicità preziosa delle loro vite, non hanno riconosciuto questa diversità della nostra terra rispetto a quella che li ha scacciati, perseguitati, minacciati, costretti all’esilio.

Ci avrebbero chiesto, se fossero riusciti ad approdare – ce lo chiedono gli occhi sgomenti, atterriti dei sopravvissuti – su cosa fondiamo oggi noi europei, noi occidentali, la promessa che abbiamo fatto quando abbiamo scritto la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo.

Ci avrebbero chiesto – e ora tocca a noi, da cittadini, da cristiani, chiedercelo e chiederlo a nome di ognuno di loro ai Governi italiano ed europeo – se abbiamo compreso che quella promessa l’abbiamo fatta innanzitutto a coloro che ancor oggi scappano dai luoghi in cui questi diritti sono sconosciuti, violati, e se ci siamo resi conto che lasciandoli morire li abbiamo violati noi stessi, per primi.

Non è solo dinanzi a quello che è accaduto in Calabria che ci sentiamo di dover fare questa affermazione, ma anche e soprattutto dinanzi alla negazione delle responsabilità, alla gravità della loro elusione, alla mancanza di consapevolezza politica ed umana da parte delle istituzioni nazionali ed internazionali impegnate solo a stringere accordi con paesi come la Libia per trattenere e sospingere i migranti in veri e propri campi di concentramento.  

Non c’è spazio oggi per i qualunquismi: è tempo per tutti noi di rifuggire con chiarezza da ogni narrazione tesa a colpevolizzare l’anello più debole della società. La responsabilità è nostra: quel che è avvenuto a Cutro non è stato un incidente, bensì la naturale conseguenza delle politiche italiane ed europee di questi anni, la naturale conseguenza del modo in cui noi cittadini, noi cristiani, malgrado il continuo appello di Papa Francesco, non abbiamo levato la nostra voce, non abbiamo fatto quel che era necessario fare girandoci dall’altra parte o rimanendo tiepidi e timorosi.

Il culmine simbolico di tutto ciò è stata la dichiarazione resa dal ministro Piantedosi, un uomo delle istituzioni che ha prestato il proprio giuramento sulla Costituzione italiana – la stessa Costituzione che prima di ogni altra cosa riconosce e garantisce quei diritti inviolabili dell’uomo –, il quale ha ribaltato la colpa sulle vittime. Come mi sono già trovato a dire, durante la Preghiera per la pace del 4 novembre 2022, rischiamo tutti di ammalarci “di una forma particolare di Alzheimer, un Alzheimer che fa dimenticare i volti dei bambini, la bellezza delle donne, il vigore degli uomini, la tenerezza saggia degli anziani. Fa dimenticare la fragranza di una mensa condivisa”.

Come cristiani, memori della parola del Vangelo del Messia che si è fatto povero e ha sposato la causa dei poveri, insieme alle donne e agli uomini di buona volontà e alle numerose associazioni umanitarie impegnate nel Mediterraneo e sulle rotte di terra, crediamo che sia necessario rispondere ai tanti interrogativi ancora aperti sul naufragio di Cutro e che venga dissipato ogni equivoco sulla gravissima responsabilità di chi non soccorre i naufraghi lasciandoli morire in mare. Si aprano una volta per tutte i tanto attesi corridoi umanitari, si agisca sul diritto di asilo, si lavori sull’integrazione. Facciamo insieme di questa nostra terra un giardino fecondo di vita, in cui celebrare e sperimentare la convivialità delle differenze.”

 * Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu