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venerdì 17 ottobre 2025

SPAESATI

 


“È l’età della tecnica

che ha cancellato

 storia

 e memoria”

 

 

 

 

 

 


Viviamo in uno spaesamento etico e politico dove passato e futuro non hanno più senso. Un nuovo commento all’articolo di Baricco

 

- di Umberto Galimberti

 Alessandro Baricco ha posto su Repubblica una domanda fondamentale. È davvero finito il Novecento? Siamo davvero entrati in un’epoca nuova? La sua risposta è sì. Il Novecento è ormai un “animale morente”, ma subito aggiunge che non c’è niente di più pericoloso di un animale morente. Credere infatti che la guerra sia una soluzione, che la sofferenza e la morte dei civili è un prezzo tutto sommato accettabile, che imperialismo e colonialismo sono ancora in atto e da perseguire sia pure in altre forme, che nazionalismo e culto dei confini sono valori irrinunciabili, questi sono tutti tratti tipici della cultura novecentesca: le zampate dell’animale morente. Eppure qualcosa di nuovo si annuncia se solo consideriamo che i massacri di Gaza, la carestia indotta e la fame usata come arma di guerra hanno portato in piazza i giovani che non hanno conosciuto il Novecento e che, da nativi digitali, appartengono a una cultura che abbatte confini e territori facendo perdere la loro consistenza e, con essa, la ragione delle guerre del Novecento.

Io penso che la novità del nuovo secolo porti alla sua massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento dopo la fine della guerra mondiale. Questa novità si chiama “Spaesamento”, e consiste nell’assoluta impossibilità di reperire un senso del tempo, di un’epoca e perfino della propria vita. Una condizione che l’umanità occidentale, a quanto ne sappiamo, non ha mai vissuto. I Greci, infatti, avevano come orizzonte di senso la “Natura” che al dire di Eraclito è quello «sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece. Sempre è stata, è, e sarà». Contemplando la natura l’uomo può trarre le leggi per governarla e per costruire una città secondo natura e una conduzione della vita secondo natura.

La tradizione giudaico-cristiana, seconda radice dell’Occidente, ha come orizzonte di senso la “Parola di Dio” che iscrive il tempo in un disegno di salvezza. E quando il tempo è iscritto in un disegno nasce la “storia” che prevede il passato come male (peccato originale), il presente come redenzione e il futuro come salvezza. La scienza pensa allo stesso modo: il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Cristianesimo laicizzato. Anche Marx può essere considerato un cristiano dal momento che pensa che il passato sia ingiustizia sociale, il presente chiede di far esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro giustizia sulla terra. Anche Freud, che scrive un libro contro la religione (L’avvenire di un’illusione) pensa che traumi, nevrosi e psicosi abbiano la loro origine nel passato (l’infanzia), nel presente terapia e nel futuro guarigione. Tutto è cristiano in Occidente, perché il cristianesimo non è solo una religione, ma una cultura, un modo di pensare proiettato nel futuro, capace di portare rimedi ai mali del presente.

Nel Seicento con la nascita del metodo scientifico si inaugura l’età moderna che pone come orizzonte di senso la “Ragione” che si deve emancipare dalle superstizioni, dalla religione, dalle opinioni diffuse ma non fondate, fino all’invito di Kant, in epoca illuminista: “sapere aude”: abbi il coraggio di pervenire al sapere con gli strumenti della ragione. Il motto dell’età moderna è «chi pensa bene fa il bene», ma come ci ricorda Miguel Benasayag, «il nazismo ha dimostrato che si può pensare in maniera eccellente anche il male».

Fine dell’età moderna e nascita dell’età post-moderna che io chiamo “età della tecnica”, perché è proprio nella seconda metà del Novecento che la tecnica conferma quel teorema di Hegel secondo il quale quando un fenomeno aumenta quantitativamente non abbiamo solo un aumento quantitativo di quel fenomeno, ma anche un radicale mutamento qualitativo del paesaggio. Un terremoto di due gradi della scala Mercalli forse neppure lo avvertiamo, mentre un aumento quantitativo dell’intensità del terremoto trasforma qualitativamente il paesaggio in un cumulo di macerie.

Oggi la tecnica, per effetto del suo aumento quantitativo, non è più un “mezzo” a disposizione dell’uomo come comunemente si crede, ma è un “mondo”, e il concetto di “mezzo” è radicalmente diverso dal concetto di “mondo”. Quando la tecnica era modesta, l’uomo si poneva dei fini e andava alla ricerca dei mezzi tecnici per realizzarli. Oggi, per effetto del suo aumento quantitativo, la tecnica non è più un “mezzo”, ma è il primo “fine” da raggiungere e perfezionare, perché tutti gli scopi che gli uomini possono proporsi non sono raggiungibili se non attraverso la mediazione tecnica. In questo modo la tecnica si sostituisce all’uomo perché l’uomo può scegliere i suoi fini solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili.

Parlo di “spaesamento” generato dall’età della tecnica perché la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica “funziona”, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario, occorre rivedere alla radice i concetti umanistici di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutriva l’età pre-tecnologica e che ora dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici.

La tecnica non visualizza la natura come nostra dimora, ma come materia prima da usare, come dice Heidegger, fino all’usura. O come diceva un secolo fa Max Weber: questo consumo incontrollato continuerà «finché non avremo consumato l’ultimo quintale di carbon fossile». Nell’età della tecnica l’etica diventapat-etica, perché come fa a impedire alla tecnica che può, di non fare ciò che può? Può invocare o ritardare di qualche tempo l’applicazione delle scoperte tecniche, ma in nessun modo impedirle.

La politica che Platone chiamava “tecnica regia” perché, mentre le tecniche sanno come si fanno le cose, la politica decide se e perché si devono fare, nell’età della tecnica non è più il luogo della decisione. La politica per decidere guarda l’economia, la quale a sua volta non è l’ultima istanza della decisione, perché per i suoi investimenti guarda le novità tecnologiche, per cui l’istanza decisionale passa alla tecnica, la quale, come abbiamo visto, non ha scopi. Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzschediceva della volontà di potenza: «Cosa vuole la volontà di potenza? Vuole sé stessa». Cosa vuole la tecnica? Vuole unicamente il suo auto-potenziamento.

La tecnica ha reso, e sempre di più renderà, l’uomo “a-storico”, perché la storia è una narrazione dove gli accadimenti sono iscritti in una trama di senso, mentre, rispetto alla memoria storica, la memoria tecnica è solo “procedurale” e quindi traduce il passato nell’insignificanza del “superato” e accorda al futuro il semplice significato di perfezionamento delle sue procedure. I Greci, che avevano inaugurato l’etica del limite («chi conosce il suo limite non teme il Destino») avevano incatenato Prometeoche aveva portato la tecnica agli uomini rendendoli, come scriveEschilo, «da indifesi e muti in padroni delle loro menti». Noi invece, come dice giustamente Gadamer, l’abbiamo “scatenato”. E se per gli antichi l’imprevedibile che metteva angoscia era imputabile a un difetto di conoscenze, oggi per noi dipende dall’eccesso delle nostre capacità di fare enormemente superiore alle nostre capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. E così ci muoviamo come a mosca cieca.

Questa condizione di spaesamento è stata preparata nella seconda metà del Novecento se è vero che Günther Anders, un allievo ebreo di Heidegger che, per sfuggire alle persecuzioni naziste si era trasferito in America, dove andò a lavorare alla Ford per guadagnarsi il pane, negli anni Quaranta scriveva al suo maestro: «Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere. Io qui alla Ford sono il pastore delle macchine, e le posso assicurare che nel rapporto uomo-macchina, la guida è già passata alla macchina».

Questa è la ragione per cui, coerentemente, Günther Anders nel 1956 pubblicherà su questo tema il primo volume intitolato L’uomo è antiquato a cui seguirà il secondo volume nel 1963, mentre il suo maestro Heidegger nel 1966, nell’intervista rilasciata allo Spiegel dirà: «Non c’è bisogno della bomba atomica per sradicare l’uomo dalla Terra. Lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui l’uomo oggi vive». Queste date che abbiamo riportato ci dicono che il primo secolo del nuovo millennio non ha fatto altro che portare alla massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento.

 Alzogliocchiversoilcielo

 La Repubblica

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sabato 24 agosto 2024

IL LADRO E IL LIBRO

 

   


  Uno strano episodio 

di cronaca nera


-       di Giuseppe Savagnone*

In mezzo alle notizie da prima pagina che riempiono le pagine dei quotidiani in questi giorni, ne è apparsa una che non riguarda le sorti del mondo o lo scontro tra i partiti nel nostro paese, ma che colpisce per la sua stranezza: a Roma un ladro trentottenne, penetrato in un appartamento del signorile quartiere Prati, avendo trovato sul comodino della camera da letto un libro che parlava dell’«Iliade», si seduto e ha cominciato a leggerlo, rimanendone così preso da non rendersi contro dell’arrivo del proprietario, che ha chiamato la polizia e l’ha fatto arrestare.

Siamo davanti a un comportamento che spontaneamente definiremmo “folle”. Eppure ci sono in questo episodio di cronaca, curioso ma apparentemente insignificante, degli aspetti che stimolano la riflessione.

Il ladro non è stato attirato da una delle innumerevoli trasmissioni centrate sulle ricette di cucina che ormai quotidianamente vengono propinate dalle nostre televisioni. Né scorreva i messaggi e le news sul suo smartphone. Questa è già la notizia: leggeva un libro.

La crisi dei libri

Le statistiche ci informano che la percentuale di italiani dai sei anni in su che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno, e non per ragioni strettamente scolastiche o lavorative, è pari al 39,3% della popolazione. Oltre il 60% delle persone non leggono neppure un libro all’anno.

E la crisi coinvolge, in maniera gravissima, anche i quotidiani e le riviste. Anche per la semplice informazione ormai ci si rivolge al proprio computer o al proprio smartphone, dove i testi scritti sono ridotti all’essenziale e sono fatti per essere scorsi in fretta. Di qualità letteraria neanche a parlarne.

Anche a scuola, con l’alibi di una motivazione più che legittima – l’introduzione alle nuove tecniche comunicative – , si è progressivamente assistito al declino del rapporto con il cartaceo. Con l’inevitabile contrazione dei tempi di lettura, a favore di quelli dedicati alla navigazione su Internet, al  “copia e incolla” di materiali funzionali alla propria ricerca del momento, nella migliore delle ipotesi alla loro rielaborazione.

Qualcuno, affezionato a ciò che la scuola era una volta, denuncia la fine dell’idea stessa di “studio”. Ma anche se si riconosce quanto di positivo c’è in questo nuovo approccio, più dinamico e creativo, è inevitabile la domanda sulla capacità del nostro sistema scolastico di sollecitare  negli alunni un atteggiamento di reale ascolto e di pacata riflessione a partire da un testo scritto.

Lo confermano le prove Invalsi del 2024, da cui risulta che solo il 62% dei ragazzi e delle ragazze che frequentano la scuola secondaria superiore è in grado di capire  in modo almeno sufficiente quello che legge. Poco più della metà.

Non c’è da stupirsi che anche il linguaggio della gente, soprattutto quello delle nuove generazioni, si impoverisca e si imbarbarisca sempre di più. L’esperienza della lettura, oltre ad essere gratificante, era fondamentale per l’arricchimento del proprio vocabolario e l’affinamento del proprio stile espressivo, sia orale che scritto.

L’importanza della tradizione

Ma, ritornando al ladro, è significativo non solo che si sia rivelato meno allergico alla lettura di una gran parte degli italiani, ma anche vedere che cosa lo ha attratto.

Il libro in questione è «Gli dei alle sei: L’Iliade all’ora dell’Aperitivo» dello scrittore e poeta Giovanni Nucci, il quale da tempo si dedica alla ripresentazione in termini attuali, accessibili al lettore di oggi, delle grandi opere della mitologia greca  (prima che dell’«Iliade», aveva fatto  un’analoga “traduzione” dell’«Odissea»), e più in generale delle figure (Francesco d’Assisi) e dei testi (racconti dell’Antico e del Nuovo Testamento) che hanno segnato la nostra tradizione culturale.

«Gli dei alle sei» si pone su questa linea. Il libro, ha detto l’autore, al giornalista che gliene chiedeva il contenuto, «cerca di spiegare l’ “Iliade” soprattutto dal punto di vista degli dei, in termini divulgativi. È un saggio abbastanza accessibile e che sottolinea l’attualità del poema omerico. L’Iliade inizia con una pandemia e prosegue con una guerra devastante. Le ricorda qualcosa?»

Sulla qualità di questi tentativi valga la testimonianza di Conchita De Gregorio: «Ogni volta che rileggo il modo in cui Giovanni Nucci ha riscritto l’“Odissea”, penso che davvero non ci siano storie più belle di queste e che nessuno le abbia tradotte con più grazia e acume e profonda saggezza».

Il ladro del quartiere Prati non si è fatto sedurre, dunque, da un qualunque raccontino, ma da un’opera che ha la pretesa di introdurre allo spirito del mondo classico, riportando il lettore alle radici della civiltà occidentale.

Oggi, nella più generale crisi della lettura, è particolarmente accentuata quella che riguarda i testi del passato. Nella scuola è ormai sempre più forte la tendenza a sostituire i classici con opere più gradite alla sensibilità odierna. Soprattutto Dante e Manzoni, celebrati dalla critica fuori dell’Italia, nella nostra scuola vengono  spesso sopportati come un’eredità sgradita e tremendamente noiosa.

Per non dire della ricorrente protesta per il tempo “perduto”, nelle scuole italiane, a studiare lingue e le civiltà antiche e sottratto all’acquisizione di competenze molto più spendibili sul mercato del lavoro (lingue, informatica….). Logica conseguenza di una diffusa cultura che educa fin da piccoli a identificare ciò che è importante con ciò che è utile, dimenticando che utile è per definizione quello che non vale per se stesso, ma in funzione di altro, e che, spinto alle sue inevitabili conseguenze,  l’utilitarismo svuota l’esistenza umana di ogni rapporto con ciò che è importante.

Non si può negare che, per quanto riguarda la scuola, alla base di questo tendenziale rifiuto del passato c’è l’incapacità di molti professori di evidenziare il rapporto tra le espressioni letterarie delle culture che stanno alle nostre spalle e le esigenze, i problemi, le prospettive del mondo in cui oggi viviamo.

Si dimentica spesso che  il senso della tradizione non è la conservazione del passato, ma la sua importanza per la lettura del nostro presente e per la progettazione del nostro futuro. Così accade che gli studenti, anche i più volenterosi, non colgano il rapporto tra ciò che la scuola propone loro nei suoi programmi e la loro esistenza reale, passando così da cinque ore di cultura senza vita della mattina a quelle di vita senza cultura il pomeriggio e la sera.

Non sappiamo che studi abbia fatto il ladro del quartiere Prati, ma il “colpo di fulmine” che lo ha spinto a immergersi nella lettura del grande poema omerico fa pensare alla scoperta di qualcosa per lui nuovo. «Quel testo mi aveva appassionato», ha detto a chi lo stava arrestando.

Il declino dell’Occidente come perdita delle radici

Quello che è certo è che l’evidente declino dell’Occidente ha a che fare con la crisi culturale, prima ancora che con quella economica, su cui tanto si insiste. Più grave della crescita delle esportazioni cinesi, più grave del costituirsi di un’area che raccoglie i paesi del Sud globale (BRICS) in contrasto con quelli del G7 (in prevalenza occidentali), è lo smarrimento sempre più accentuato delle radici  – quella greca, quella latina, quella cristiana – da cui il mondo occidentale aveva tratto la propria forza.

Anche per i singoli, è vero che noi siamo la nostra memoria. Solo grazie ad essa noi custodiamo una storia che, di per sé, non esiste più. Ogni fatto, ogni gesto, dal punto di vista puramente fisico cade nel nulla nel momento stesso in cui è compiuto. Solo il ricordo lo mantiene nell’esistenza, dentro di noi, e ci permette di vivere la continuità del nostro essere noi stessi. E proprio per questo è la memoria a costituire la base per la progettazione di ciò che vogliamo diventare e fare, a partire a ciò che siamo stati e siamo.

Ma per questo bisogna sapersi fermare a raccogliere i frammenti di vita che possono aiutarci a essere e a restare noi stessi. Un buon libro può servire a questo.

Nella nostra società la logica del “fare” e del “produrre” – espressa dal trionfo incontrollato della tecnica – ha sempre più coinvolto uomini e donne in una corsa frenetica. Da questo punto di vista, la storia del ladro, che si siede con calma a leggere invece di fare il colpo e fuggire, è paradossale e spiazzante. Qualcuno vi vedrà una conferma che facciamo bene a correre. È sicuramente più “utile”. Ma, al là degli inconvenienti che il non farlo ha avuto nel caso concreto, siamo sicuri che non aver mai il tempo per fermarsi stia facendo bene alla nostra salute fisica, psicologica e spirituale?

L’indebolimento dell’identità e il dominio della tecnica

Senza dire che, proprio per questo indebolimento progressivo della nostra identità, siamo portati ad affidarci alle macchine che ci sostituiscono. La denuncia dei rischi dell’Intelligenza Artificiale costituisce solo l’ultimo grido d’allarme, ampiamente inascoltato, di fronte a un mondo in cui non ci si deve più chiedere che cosa  stiamo facendo della tecnica, ma che cosa la tecnica sta facendo di noi.

Anche da questo punto di vista il ladro del quartiere Prati è andato controcorrente. I tantissimi film americani che raccontano di audaci e clamorose rapine mostrano come per esse siano utilizzate ormai tecnologie sofisticatissime.

Quella di cui parliamo ricorda invece il famoso film di Monicelli «I soliti ignoti», che racconta di una banda di ladri scalcinati i quali, dopo un travagliato percorso, invece che raggiungere la cassaforte del Banco dei Pegni, si ritrovano alla fine in una cucina, dove non resta loro altro da fare che mangiare con gusto una buona minestra di pasta e ceci.

Il ladro del mancato furto di Roma non si è fermato a mangiare, ma a leggere. Scherzando, si potrebbe dire che forse per questo nel suo caso la vicenda è finita ancora peggio, con l’arresto. La cultura è rischiosa… Eppure, forse vorremmo che un pizzico della sua “follia” si comunicasse a questa società che, così razionale nell’uso dei mezzi – l’ utile – , sembra aver perduto la capacità di guardare i fini –  l’importante. Che, tutto sommato, è la forma di pazzia peggiore.

*Scrittore ed Editorialista – Pastorale della Cultura, Arcidiocesi Palermo

www.tuttavoia.eu 

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martedì 5 settembre 2023

L'ETICA DEL VIANDANTE

 

L’umanesimo del dominio 

è un umanesimo senza futuro. 


L’Occidente ha due radici: il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana. Per quanto dischiudano orizzonti completamente diversi, entrambi descrivono un mondo dotato di ordine e stabilità. Ma noi viviamo nell’età della tecnica. 

È finito l’incanto del mondo tipico degli antichi. È finito anche il disincanto dei moderni, che ancora agivano secondo un orizzonte di senso e un fine. La tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non svela la verità: la tecnica funziona. 

L’etica, come forma dell’agire in vista di fini, celebra la sua impotenza. Il mondo è ora regolato dal fare come pura produzione di risultati. L’unica etica possibile, scrive Umberto Galimberti, è quella del viandante. A differenza del viaggiatore, il viandante non ha meta. Il suo percorso nomade, tutt’altro che un’anarchica erranza, si fa carico dell’assenza di uno scopo. 

Il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa, la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Cammina per non perdere le figure del paesaggio. E così scopre il vuoto della legge e il sonno della politica, ancora incuranti dell’unica condizione comune all’umanità: come l’Ulisse dantesco, tutti gli uomini sono uomini di frontiera. 

Oggi l’uomo sa di non essere al centro. L’etica del viandante si oppone all’etica antropologica del dominio della Terra. Denuncia il nostro modello di civiltà e mette in evidenza che la sua diffusione in tutto il pianeta equivale alla fine della biosfera. L’umanesimo del dominio è un umanesimo senza futuro. 

Il viandante percorre invece la terra senza possederla, perché sa che la vita appartiene alla natura. Così ci guida Galimberti: “L’etica del viandante avvia a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare, ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e incompiuta dimora”.

 

Commento di Davide D'Alessandro

 Ho letto in anteprima il bellissimo libro di Umberto Galimberti, forse il migliore dei suoi, L’etica del viandante, in uscita da Feltrinelli. Il viandante ricorda Georg Simmel, oggi viene e domani va, al contrario dello straniero, che oggi viene e domani resta. Al viandante, all’etica del viandante, Galimberti assegna l’ultima possibilità di vita all’interno di un universo tecnico, di un assoluto tecnico, che ha frantumato e dissolto ogni senso di stabilità, di normatività, di prevedibilità: “Consegnato al nomadismo, il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa: la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche questi scenari si sono fatti instabili, non più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma doni del paesaggio che ha reso il viandante senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo senza-confine”.

 È stato Emanuele Severino, maestro anche di Galimberti, a insegnarci che l’etica non può impedire alla tecnica, che può, di fare ciò che può. Ditelo a coloro che ancora si scaldano nel pronunciare le parole individuo, identità, libertà, cultura di massa, verità, ragione, ideologia, politica, democrazia, etica, natura, religione, storia, nazione, stato, che sono parole di un tempo che fu, parole dilaniate da un meccanismo non avente altro scopo che il proprio potenziamento, che “ha risolto l’agire dell’uomo, che è sempre stato orientato a uno scopo, in puro e semplice fare azioni descritte e prescritte dall’apparato tecnico del quale si ignorano gli scopi finali perché non percepibili o perché, là dove possono essere percepiti, non comportano alcuna responsabilità diretta di quanti operano nei singoli settori dell’apparato”.

 Galimberti, che si definisce uomo greco, ripercorre le radici occidentali, il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana, mostrando come sianoi caratterizzati da ordine e stabilità, descrive i passaggi fondamentali dell’incantamento e del disincantamento, della modernità, della post-modernità o dell’iper-modernità, approda a Nietzsche, che da profeta, aveva capito tutto prima che tutti gli altri se ne rendessero conto: “Io sono un viandante che sale su pei monti, diceva Zarathustra al suo cuore, io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo. E, quali siano i destini e le esperienze che io mi trovi a vivere, vi sarà sempre in essi un peregrinare e un salire sui monti: infine non si vive se non con sé stessi”.

 Un’altra creatura …creativa, Jiddu Krishnamurti, che amava definirsi “niente”, privo di ogni etichetta, ruolo, funzione e identificazione, libero dal conosciuto, per decenni è andato in giro per il mondo, ha tenuto discorsi raccolti in libri insuperabili, dov’è davvero possibile rintracciare il senso vero della libertà, dell’intelligenza, del vuoto e della pienezza senza pieno. Oggi anche Galimberti scrive che, per un’etica planetaria, cosmopolita, occorre rinunciare all’idea di Stato: “L’etica cosmopolita proibisce di uccidere, mentre l’etica dello Stato limita questa proibizione solo all’interno dei propri confini, sospendendola quando gli abitanti oltre confine sono percepiti come nemici. L’etica cosmopolita ritiene che i beni della terra sono a disposizione dell’intera umanità senza discriminazione, mentre l’etica dello Stato ne limita la disponibilità al rispetto della proprietà delimitata dai confini dello Stato”.

Quando Krishnamurti, morto nel 1986, sosteneva che la bandiera era soltanto uno straccetto di stoffa per farne il simbolo della divisione, del conflitto, della guerra, gli uomini di Stato, che sull’idea di Stato avevano costruito carriere e ricchezze, si voltavano dall’altra parte. Ora, nel 2023, anche Galimberti scrive che “se un tempo è stato deciso, se vuoi salvare la pace allora delega allo Stato una parte delle tue libertà, così ora, se vuoi salvare la vita dell’umanità, allora è necessario che le nazioni rinuncino a una parte dei loro interessi per salvare la Terra, accedendo a quella cultura ecologista che è alla base dell’etica planetaria”.

 Krishnamurti non è stato ascoltato e neppure Galimberti lo sarà. Le bandiere continueranno a sventolare e gli uomini, all’interno e all’esterno dei loro Stati, continueranno a fare le guerre. Soltanto pochi singoli continueranno a considerarsi viandanti, a vivere da viandanti, a osservare ciò che è e non ciò che dovrebbe essere, a vivere senza illusioni. Il futuro è adesso.

 Galimberti, L'etica del viandante, Feltrinelli editore, settembre 2023

Huffington Post 

 

martedì 1 agosto 2023

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E TECNICA

 L'Intelligenza artificiale 

ci obbliga

 a "pensare" la tecnica

 

Senza un’idea adeguata della persona e della sua dignità, la volontà di potenza della tecnica e di chi la possiede genera violenti squilibri

    -    di Vittorio Possenti

Pensare in profondità la tecnica, in modo da stabilire ciò che essa può fare e ciò che invece non può fare, anche quando volesse esercitare la più alta volontà di potenza: questo è il punto più indispensabile di ogni discorso sull’universo delle tecnologie. Pochi però lo affrontano, e da questa carenza teoretica primaria seguono innumerevoli equivoci.

In diverse occasioni ho mostrato (non è possibile ripeterlo qui) che l’innegabile potenza delle tecnologie non può trasformare la natura o essenza umana, mutandola in qualcosa di altro e diverso. Prese nel loro significato più autentico le nozioni di natura umana o di essenza umana appartengono all’ambito del necessario e dello stabile, di ciò che è strutturato in un certo modo e che non può essere diversamente. Sinché esisterà un essere umano, questi sarà un soggetto personale vivente, formato dal sinolo tra anima e corpo, e dotato di intelletto, volontà e libertà; niente di più e niente di meno. La grandeggiante retorica sul postumano e il transumano, penetrata dovunque da oltre trent’anni e denotata dal detto “Mutare o perire”, ha accuratamente evitato di fare i conti filosofici con le nozioni di natura/essenza e di divenire, che non sono così malleabili come si vorrebbe. In altri termini lo scientismo tecnologico sogna molto e pensa poco: soprattutto non guarda verso l’ontologia. Il rifiuto, spesso apriorico, del discorso ontologico, sposta l’attenzione sull’etica, confidando che essa da sola possa darci una risposta adeguata; purtroppo raramente è così.

 La premessa secondo cui la potenza della tecnica non può cambiare l’essenza umana in qualcosa di altro e diverso, non si accorda però con alcuna forma di quietismo, che volesse lasciare campo libero alle tecnologie sulla scorta dell’idea appena enunciata. Anzi i maggiori rischi, insieme alle opportunità, si aprono proprio a questo livello “intermedio” in cui si cerca in genere di restaurare e di potenziare l’essere umano, sia curando malattie sia dotandolo di maggiori capacità. In questo campo possono accadere eventi buoni o cattivi. Consideriamo la sfida dell’Intelligenza artificiale (IA), pressante in rapporto a due fattori: il suo impatto ambivalente e plurimo sull’essere umano nella vita individuale e sociale; il cambiamento iperveloce del tessuto esistenziale e le difficoltà di molti di reggere il ritmo, con le conseguenti fratture sociali in molti campi. Senza un’idea adeguata della persona, dei suoi diritti e doveri, della sua dignità, la volontà di potenza della tecnica - che in realtà è volontà di potenza dei singoli e dei grandi gruppi e holding che operano poderosamente su scala mondiale, spesso in un grave vuoto normativo - è capace di generare violenti squilibri. Finora scarsa è stata la capacità dell’autorità pubblica di regolamentare efficacemente i grandi produttori di IA che, costituiti da gruppi privati egemoni a livello mondiale, mostrano un’alta riluttanza a sottoporsi a controlli e normative.

Nell’epoca dell’infocrazia la questione principale per coloro che si guardano intorno e riflettono, è se vi sarà il tempo necessario per trovare risposte adeguate, prima che il dominio tecnocratico metta a tacere le opinioni dissenzienti. Molti si interrogano sull’influsso che il complesso scientifico-tecnologico esercita sulla democrazia con le relative derive quali l’ascesa del populismo, l’accendersi di acute emotività, l’instabilità dei governi, la diffusione intenzionale di notizie false, la sottrazione ai cittadini della possibilità di scegliere a ragion veduta. Con l’allettamento della libera connessione permanente l’infocrazia fomenta la solitudine della persona. E si sa che la solitudine è la condizione primaria della sottomissione. Questa è in atto in quanto i soggetti connessi si sentono autonomi, mentre sono perpetuamente schedati nelle sterminate memorie dei big data. I controlli sono in fin dei conti nelle mani di coloro che dovrebbero essere controllati.

 L’IA è oggi il settore in più rapido cambiamento. Chi abbia una qualche competenza sul modo con cui la persona esercita la conoscenza sensibile e intellettuale, non può non vedere che il termine stesso di IA è un ossimoro, portatore di falsità e mistificazione. L’IA computa e compone ad alta velocità, ma non pensa: l’ intelligenza è vita e non macchina; e se è macchina non è intelligenza. La pervasività del mondo digitale opera contro questa fondamentale acquisizione: il contatto quotidiano con il mondo digitale offusca la diversità tra virtuale e reale, operando una trasformazione ambigua dell’esperienza umana e del senso comune. Si finisce per credere che in numerosi casi decida meglio la IA invece che l’uomo. Qui si può fare riferimento al ricorso all’IA nel campo della giustizia gestita da Stati e corti. Possiamo abdicare al diritto primario che ogni persona debba necessariamente essere giudicata da un’altra persona e non da macchine?

 L’ideologia del transumanesimo ha preparato il terreno verso una mente aumentata e un corpo inessenziale per il funzionamento della prima. L’IA si innesta su questa trama favorendo il mentale-algoritmico-virtuale sull’esperienza corporea del mondo. A questo livello si incontra il tema della libertà, più essenziale che mai perché lo scientismo combatte tenacemente per mostrare che l’essere umano è predeterminato nelle sue scelte dal macchinico e dall’algoritmo, e che la coscienza è un epifenomeno di altro. Possiamo perciò essere eterodiretti. E già lo siamo quando, dopo essere stati profilati in mille modi, gli allettamenti della pubblicità ci orientano allo scopo di massimizzare i profitti delle multinazionali che dominano. Un compito urgente sta nel ridestare in tanti l’amore per la libertà e il desiderio di servirsene per vivere la propria vita e per formarsi una capacità di giudizio.

 Occorre che singoli e popoli reagiscano alla serpeggiante passività morale, alla sottomissione rassegnata alla tecnologia e tecnocrazia. Senza sottovalutare le prese di posizione critiche e il grande lavoro sulla neuroetica e sull’etica dell’IA, l’atteggiamento dei più sembra quello di stare a vedere in modo passivo. Il poderoso legame tra ricerca tecno-scientifica ed eccezionali livelli di capitale di rischio, che puntano al più alto profitto possibile, scoraggiano e indeboliscono le capacità di reazione. Non ci sono che fragili contrappesi, e nelle democrazie la cattiva moneta delle reti social, dell’IA, degli algoritmi sovrasta tutto il resto. La moneta cattiva caccia la buona, e le grandi imprese tecnologiche non mostrano interesse a correggere queste gravi distorsioni, da cui traggono potere e profitti. L’odio che circola sulla rete rende più di altri business, e non si calcolano i danni inflitti ai minorenni e ai bambini che crescono in tale clima. Una volta di più si mostra vero che i rischi per l’umanità non vengono da errori delle tecnologie, ma dal loro uso malsano. Ogni tecnica è aperta sui contrari, sul suo uso buono o cattivo, e ciò non dipende dalle tecnologie ma dall’uomo che le progetta e le impiega. L’energia atomica illumina le città ma può essere impiegata per distruggerle. Il chip che viene installato nel cervello non solo consente di interpretare i segnali elettrici di coloro che non possono comunicare con l’esterno, fornendo un aiuto; ma consente parimenti di inviare segnali esterni al cervello, con il rischio di manipolazione e di espropriazione del soggetto. Non si dovrebbe mai dimenticare l’intrinseca ambivalenza della tecnica.

 Per valutare se siamo preparati per il cambio di mondo che già opera, dovremmo chiederci: qual è il contesto spirituale prevalente in Occidente, in specie negli strati più elevati, a cui toccano speciali responsabilità nelle decisioni pubbliche che riguardano tutti? Nelle nostre società liberaldemocratiche l’umanesimo della persona deve affrontare sfide che provengono dall’involuzione dei concetti di liberalismo e di individuo, quest’ultimo ridotto a esclusiva libertà di autodeterminazione, in cui l’altro è sentito come un limite o un avversario. Il liberalismo, che si è trasformato in neoliberalismo e libertismo sul piano etico, e liberismo in campo economico, continua ad occupare la scena. Il loro richiamo alla persona e alla sua dignità è spesso di comodo per coprire altri cammini: le società liberali sono in crisi a motivo della loro concezione aggressiva dell’individuo autocentrato e ostile all’alterità, e del distacco dall’idea cristiana di persona. Prevale una scepsi diffusa e talvolta apertamente materialistica. Essa, che legge l’io personale come risolto nel circolo della vita biologica, deve oggi registrare una crescente paura del futuro – nonostante i mezzi tecnici potentissimi di cui disponiamo – e timore dell’altro, verso cui si dice: noli me tangere. L’altro è sentito come concorrente, non come potenziale termine di una relazione e della cooperazione.

 L’Europa dello spirito non potrà portare un sufficiente rimedio a tale clima se abbandonerà il suo retaggio cristiano, e si volgerà alle potenze dell’epoca, inchinandosi a loro idolatricamente. Vanno meditate le parole di Karl Löwith, stese 70 anni fa: «Soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità». Obliato Dio, rischia di essere messo da parte l’uomo, non più pensabile a sua immagine e somiglianza, secondo il messaggio biblico. Allora l’uomo vede solo i propri prodotti, e si pensa a immagine e somiglianza di sé stesso, della sua corporeità più che del suo spirito.

 

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giovedì 23 marzo 2023

INTELLIGENZA ARTIFICIALE. PROSPETTIVE E PROBLEMI

 La sfida della tecnologia 

più avanzata 

e il ruolo delle scienze sociali

In Italia secondo il 54% delle persone i «supercomputer» renderanno la vita più semplice e per il 50% ci saranno più benefici che svantaggi. I timori? Per la potenziale perdita del senso dei limiti dello sviluppo e dell’azione umana Decisivi restano gli strumenti di governo, controllo e orientamento. Innanzitutto, rispetto alla non sostituibilità dei processi di valutazione, decisione, progettazione e definizione strategica

L’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni rischia di porsi in contrasto con la sostenibilità complessiva del sistema vivente

Le persone riconoscono i vantaggi dell’AI, ma colgono i rischi per lavoro, relazioni, democrazia. Importante tenere insieme discipline e mondi diversi. E coltivare l’utopia

- di CARLA COLLICELLI

L’intelligenza artificiale (AI) non è più tema di esclusivo interesse degli addetti ai lavori e della cinematografia fantascientifica. Importanti applicazioni sono ormai nelle mani di una platea molto ampia di utilizzatori. Gli esperti ci dicono che esistono 3 tipi di intelligenza artificiale: quella debole, con una gamma ristretta di funzioni e abilità; quella cosiddetta forte, che punta allo sviluppo di capacità simili a quelle umane; e la “super intelligenza artificiale”, che vorrebbe superare le capacità degli esseri umani. La seconda e la terza AI sono di là da venire, ma l’intelligenza artificiale debole è pane quotidiano della nostra vita. Basti pensare a Google, Siri e Apple, ai droni, ai filtri antispam ed alle auto semiautonome, ma anche alla robotica in sanità, ai sistemi esperti per la produzione scientifica (si pensi alla storia dei vaccini) e per la sicurezza nei luoghi di lavoro. N e consegue che la percezione di trovarsi di fronte ad una grandissima rivoluzione scientifica, dopo quella industriale, comincia ad essere molto diffusa, come si evince dalla crescita esponenziale dell’interesse nei mezzi di comunicazione di massa. Una rivoluzione che sta procedendo rapidamente e che richiede di riflettere con maggiore consapevolezza sulle trasformazioni nelle varie aree di applicazione settoriale. 

Le discipline scientifiche maggiormente coinvolte stanno facendo il loro compito (anche quelle di recente costituzione come la filosofia della mente, la bioetica o la neuro- psicologia), ma mancano da un lato il coinvolgimento critico della società tutta, e dall’altro la cooperazione tra mondi diversi e in particolare tra tutte le discipline scientifiche. L o richiede anche la gente comune, come emerge dall’ultimo sondaggio Ipsos per il World Economic Forum, che registra un sentimento positivo diffuso sul fatto che alcune aree e servizi possono migliorare grazie all’AI, come l’educazione (74%), l’intrattenimento (75%), i trasporti (72%), la casa (79%), lo shopping (63%), la sicurezza (70%) e l’ambiente (61%). Ma non mancano i timori rispetto ad aree come la nutrizione (45%), il reddito (24%), le relazioni umane (39%), il lavoro (29%), il costo della vita (27%), le libertà e diritti legali (19%). Anche in Italia per il 54% delle persone l’intelligenza artificiale renderà la vita più semplice e per il 50% avrà più benefici che svantaggi, ma non mancano i timori.

 Su tutto ciò occorre quindi coinvolgere le discipline raggruppate sotto l’etichetta di scienze sociali, che avvertono meglio di altre la sfida che lo sviluppo tecnologico pone all’umanità ed alla società rispetto a molti aspetti sia teorici che applicativi. Innanzitutto, le scienze sociali vedono modificarsi il proprio lavoro per lo sviluppo di nuove tecnologie di rilevazione e di algoritmi per elaborare masse enormi di dati, fino a poco tempo fa inimmaginabili. Con evidenti problemi di integrità e di salvaguardia della correttezza scientifica, che riguardano peraltro molti altri ambiti della ricerca. Ma, oltre a ciò, esistono altri 2 aspetti importanti per le dinamiche della convivenza sociale e dello sviluppo collettivo. Il primo riguarda la tendenziale progressiva perdita del senso dei limiti dello sviluppo e dell’azione umana. U n principio di cui dovremmo essere tutti ben consapevoli per la storia del passato, ma anche per quella più recente: forme di supremazia, oppressione e prevaricazione; deliri di onnipotenza rispetto al superamento delle regole della convivenza; abuso di prodotti chimici per l’alterazione degli stati di coscienza e del funzionamento della mente; fino ai recenti eccessi della comunicazione – la cosiddetta infodemia –.

 

Da questo punto di vista l’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni, con la sua spinta sempre più accelerata al superamento dei confini dell’umano, rischia di porsi in contraddizione con la sostenibilità complessiva del sistema vivente. U n secondo aspetto riguarda i rischi, insiti nel ricorso a procedure e meccanismi di gestione e decisione che non possono in alcun modo replicare la natura complessa del processo conoscitivo della mente umana, in particolare per quanto riguarda le funzioni altamente creative di progettazione e programmazione del futuro e di immaginazione utopica, frutto delle aspirazioni di tipo ideale e stimolo nei riguardi dell’azione politica. Non dimenticando che anche le emozioni ed i sentimenti, che le macchine dell’intelligenza artificiale non riescono a replicare, sono una componente importante, spesso determinante, nella formazione del giudizio umano e nel processo di soluzione dei problemi. E non si tratta solo di un vago coinvolgimento emotivo, ma di una modalità profondamente umana di anticipazione del pensiero razionale da parte della sfera emotiva.

 Una forma essenziale di legame tra corpo e mente, definito come il “colore dell’intelligenza”. Una complessità questa che è evidentemente non riproducibile attraverso strumentazioni tecnologiche e procedure altamente standardizzate. Da cui le forti preoccupazioni rispetto a processi conoscitivi e decisionali che dovessero escludere questa complessità. A fronte delle tante applicazioni altamente utili che si stanno producendo, le scienze sociali richiamano in sostanza l’attenzione sull’importanza degli strumenti di governo, controllo e orientamento. Innanzitutto, rispetto alla non sostituibilità dei processi di valutazione, decisione, progettazione e definizione strategica, che non possono prescindere dalla utilizzazione di una strumentazione complessa che salvaguardi la natura del pensiero umano. 

In secondo luogo rispetto alla rappresentanza degli interessi di tutta la collettività, ed in particolare delle fasce più deboli, alla dignità umana ed alla giustizia sociale, da salvaguardare con processi collettivi di codecisione e coprogettazione. In terzo luogo in termini di connessioni tra mondi diversi e discipline scientifiche diverse, e di individuazione di una piattaforma comune di valori condivisi a livello globale e territoriale come punto di riferimento, come peraltro previsto dal Piano Nazionale Innovazione 2025, che indica democrazia, uguaglianza, inclusione e sostenibilità “nel rispetto dell’essere umano e del nostro pianeta” e propone 20 azioni concrete tutte basate sul criterio della intersezione tra innovazione, sostenibilità ed etica.

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sabato 15 dicembre 2018

CAMBIARE. UNA PAROLA MAGICA?

Progresso tecno-scientifico e consapevolezza

di Lorenzo Caselli *
Non v’è ambito della vita sociale che non sia percorso da grandi cambiamenti. Grandi cambiamenti, certo. Ma per quali fini? In nome di quale progetto? Per questi interrogativi non sempre esistono risposte adeguate e convincenti. Da ciò discendono paure, incertezze, difficoltà. La scienza è oggi una forza direttamente e immediatamente produttiva, potenzialmente in grado di trasformarsi in tecnologia, prodotto, organizzazione, sistema sociale. Il tutto secondo dinamiche autopropulsive e multidirezionali che creano, a loro volta, opportunità per l’ulteriore progredire della scienza e delle sue applicazioni secondo modalità non sempre prevedibili e programmabili.
Sorge però un grosso rischio. Quello di una sorta di neoscientismo secondo cui il progresso scientifico viene percepito e vissuto come il vero, unico, grande processo senza soggetti (tutt’al più questi rimangono sullo sfondo) e quindi, in definitiva, senza etica. Alcuni fatti spingono in tale direzione. Si pensi soltanto alla crescente dipendenza di ogni attività umana da supporti e mezzi tecnici (nel campo della medicina, dell’istruzione, della comunicazione, ecc.); alla crescente mediazione tecnica nei rapporti interpersonali (mediazione che si realizza attraverso piattaforme e algoritmi); alla organizzazione sistemico-complessa del produrre, del consumare, del vivere. Si tratta di sistemi nel cui ambito i soggetti talvolta finiscono con il diventare oggetti, appendici di nuove 'catene di montaggio' invisibili e imprendibili. Soggetti che sempre più appaiono sottomessi all’avvenimento scientifico-tecnologico (si pensi alla sua spettacolarizzazione); spossessati del reale, ovvero senza alcuna capacità di presa rispetto a una situazione che non si comprende; progressivamente privati dell’esperienza spazio-temporale. Spazio e tempo vengono diluiti nella 'fiction' fino a far perdere la memoria del passato e il gusto per la scommessa del futuro.
L’uomo d’oggi si presenta ricco di strumenti, ma povero di fini e di valori. Questa inversione tra mezzi e fini caratterizza – a ben vedere – le moderne forme di alienazione nell’ambito delle quali l’uomo perde il senso profondo di sé in rapporto agli altri uomini e alla natura. Si priva cioè della possibilità di una 'buona vita'. Cosa fare allora? Sui terreni della scienza e della tecnologia occorre riacquistare in progettualità, responsabilità, partecipazione riscoprendo i legami con l’etica, la cultura, la politica. Occorre un’escalation di consapevolezza. Consapevolezza che stanno radicalmente cambiando i nostri modi di vivere; di rapporto con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente. Consapevolezza che il mondo diventa sempre più interdipendente. Consapevolezza di problemi e di sfide inedite cui occorre far fronte nella prospettiva di un bene comune globale, di tutti e di ciascuno. Il sapere non può che essere al servizio dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo. Potremmo parlare, a questo proposito, di costitutiva umanità dell’agire scientifico e delle sua applicazioni. Tale costitutiva umanità va colta ed esplicitata in tutte le sue dimensioni etiche, politiche, culturali. Ne consegue che la crescita degli strumenti e dei mezzi (poco importa se raffinati e sofisticati) non può essere contrabbandata per crescita umana tout court; che la ragione tecnocratica ed efficentistica non può annullare la ragione umanistica; che la modernità non può esaurirsi in un mero assemblaggio di innovazioni tecnico-scientifiche trainate dalla sola domanda di mercato. Il mondo dei valori, l’uomo nella sua totalità non possono essere messi tra parentesi.
Il sapere scientifico-tecnologico e le sue potenzialità, la comunicazione con i suoi connotati di interdipendenza planetaria, ma anche la paura di processi incontrollabili e incommensurabili in termini di rischio collegato alla fragilità dei sistemi complessi, quasi per assurdo, uniscono in comunità la globalità degli uomini. Qui sta il punto di forza su cui far leva per capovolgere situazioni dominate da ingiustizia ed esclusione che non possono più essere accettate al livello di giudizio della comunità globale. È in quest’ottica che occorre ripensare il senso della ricerca scientifica e tecnologica cogliendone altresì i legami con la gestione dell’economia, con il fare politica, con il fare cultura.
* Professore emerito Università di Genova
da www.Avvenire.it  


giovedì 5 ottobre 2017

IL PERICOLO DELL'EGOLATRIA

Papa Francesco: " La creatura umana sembra oggi trovarsi in uno speciale passaggio della propria storia che incrocia, in un contesto inedito, le antiche e sempre nuove domande sul senso della vita umana, sulla sua origine e sul suo destino.
        Il tratto emblematico di questo passaggio può essere riconosciuto sinteticamente nel rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo — in quanto specie e in quanto individuo — rispetto alla realtà. C’è chi parla persino di egolatria, ossia di un vero e proprio culto dell’io, sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari. Questa prospettiva non è innocua: essa plasma un soggetto che si guarda continuamente allo specchio, sino a diventare incapace di rivolgere gli occhi verso gli altri e il mondo. La diffusione di questo atteggiamento ha conseguenze gravissime per tutti gli affetti e i legami della vita (cfr Enc. Laudato si’, 48).
          Non si tratta, naturalmente, di negare o di ridurre la legittimità dell’aspirazione individuale alla qualità della vita e l’importanza delle risorse economiche e dei mezzi tecnici che possono favorirla. Tuttavia, non può essere passato sotto silenzio lo spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto.
         Purtroppo, uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano con amarezza e dolore le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione. Un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane.
        La fede cristiana ci spinge a riprendere l’iniziativa, respingendo ogni concessione alla nostalgia e al lamento. 
       La Chiesa, del resto, ha una vasta tradizione di menti generose e illuminate, che hanno aperto strade per la scienza e la coscienza nella loro epoca. Il mondo ha bisogno di credenti che, con serietà e letizia, siano creativi e propositivi, umili e coraggiosi, risolutamente determinati a ricomporre la frattura tra le generazioni. 
     Questa frattura interrompe la trasmissione della vita. Della giovinezza si esaltano gli entusiasmanti potenziali: ma chi li guida al compimento dell’età adulta? La condizione adulta è una vita capace di responsabilità e amore, sia verso la generazione futura, sia verso quella passata. La vita dei padri e delle madri in età avanzata si aspetta di essere onorata per quello che ha generosamente dato, non di essere scartata per quello che non ha più.
     La fonte di ispirazione per questa ripresa di iniziativa, ancora una volta, è la Parola di Dio, che illumina l’origine della vita e il suo destino.......