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mercoledì 30 settembre 2026

SALE E LIEVITO

 


Papa Leone

 e l'Occidente 

in cerca

 di un'identità sociale

 




-di Vito Mancuso 

La Stampa 

«Pecore senza pastore»: così Gesù ai suoi tempi definiva le folle, e così oggi ci ritroviamo a essere noi, europei, occidentali, in questo tempo confuso e impaurito della post modernità, da qualcuno già ridefinito della post umanità. La cosiddetta "morte di Dio" proclamata da Nietzsche e poi posta a fondamento della gran parte delle espressioni del pensiero novecentesco (politica, psicanalisi, arte, economia…) ha rappresentato la morte del pastore, ovvero di quella realtà capace di aggregare le libertà e i sentimenti degli esseri umani rendendoli concretamente soci gli uni degli altri, e quindi tali da formare veramente una società (l'originale latino societas non a caso viene da socius). Oggi, senza più pastore, privi di una realtà universalmente riconosciuta come più importante di noi e quindi tale da renderci soci aggregandoci tra noi (il verbo aggregare viene da gregge), ci ritroviamo dis-gregati, senza gregge, non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni degli altri. 

Il bisogno di aggregazione però è costitutivo dell'essere umano, siamo "animali politici", ci definiva giustamente Aristotele, quindi la mancanza di aggregazione genera malessere, senso di vuoto, ansia. 

È per questo che quando ci possiamo di nuovo aggregare nel nome di valori e di ideali più importanti degli interessi immediati, ritroviamo una dimensione decisiva della nostra natura e un senso di autentica gioia pervade l'esistenza. È quanto è avvenuto durante la gioiosa visita di Papa Leone in Francia. 

Certo sarebbe improprio considerare gli ottantamila giovani dello Stade de France l'espressione di tutti i milioni di giovani francesi, così come le folle degli Champs-Élysées l'espressione della totalità della popolazione francese. Però sarebbe altrettanto improprio non cogliere in questa inaspettata attenzione verso il Papa della Chiesa cattolica un segno dei tempi. Quale? Il bisogno di un'identità sociale. Il principio di laicità, che proprio in Francia ha avuto la sua massima celebrazione a partire dalla rivoluzione del 1789, ha dato a ogni cittadino la possibilità di costruirsi un'identità personale, rappresentando la grande liberazione dalle ingerenze dello Stato e soprattutto della Chiesa nella vita degli individui. La vittoria della laicità ha comportato la cessazione di quella forzata tutela che imponeva a ognuno cosa credere e cosa no, cosa fare e cosa no, chi amare e chi no, impedendo all'individuo tutto ciò che risultava difforme rispetto al canone stabilito. La laicità è stata la grande liberazione degli individui e l'affermarsi della loro identità personale. 

 Oggi però da più parti si avverte il bisogno di ritrovare un'identità anche sociale. La libertà infatti non si dice solo come liberazione, perché, una volta liberato dai legacci che lo imprigionano, l'essere umano sente il bisogno di avere legami che compiano il suo bisogno costitutivo di relazionalità. Siamo alla ricerca, in questo tempo confuso e colmo di incertezze, di un nuovo pastore, ovvero di un'idea madre che torni a farci sentire di nuovo aggregati tra noi. Io penso che qui si giochi il futuro dell'identità europea. Penso che il futuro dell'Occidente si determinerà nella partita tra falsi pastori e veri pastori: tra coloro che approfittano di questo bisogno di aggregazione per le loro mire di potere e trasformano l'identità sociale ritrovata in forza ostile verso le altre identità, e i veri pastori capaci di porre l'identità sociale ritrovata al servizio della più ampia aggregazione dell'umanità. I veri pastori sono coloro che pongono l'identità sociale al servizio di un'aggregazione più alta, superiore, facendo così finalmente approdare l'umanità a quella "fraternité" sognata e celebrata dai rivoluzionari del 1789. 

Non si tratta quindi di tornare a essere gregge come un tempo, perché noi non siamo pecore, e se ci siamo disgregati dalle precedenti aggregazioni è stato perché avevamo bisogno di libertà. Nessun ritorno al passato, nessun tradizionalismo, nessuna restaurazione saranno mai possibili se gli esseri umani non vorranno tradire la propria storia e se stessi. Si tratta piuttosto di ritrovare un'aggregazione più autentica, più matura e più responsabilizzante rispetto a quella del passato, che vinca l'isolamento dell'individualismo in cui siamo precipitati e ci restituisca il senso dell'autentica comunità. 

Con il suo volto mite e fraterno che lo rende così diverso da un minaccioso leone, a dispetto del nome che si è scelto; con quel suo gentile modo di essere che lo fa assomigliare piuttosto a un inedito "leone erbivoro", questo Papa, in questo mondo sempre più in mano a spietati leader carnivori, sembra proprio rappresentare l'espressione di quella "forza debole" che sa parlare gentilmente alle nostre coscienze, facendoci ritrovare il desiderio della vita comune senza perdere la vita libera. 

Se la Chiesa cattolica nelle sue diverse espressioni, a partire soprattutto dalle parrocchie, si saprà porre al servizio di questa esigenza di comunità e di identità sociale (senza approfittarne per riprendere le antiche posizioni di potere, ma con vero spirito di servizio), forse potrà tornare a essere quel "sale della terra" e quel "lievito della pasta" di cui al suo riguardo parlava Gesù.

Vatican News

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sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

www.tuttavia.eu

 

sabato 20 settembre 2025

IL MALE ESISTE


 NON POSSIAMO IGNORARLO

Di fronte alla aggressione patita dall’Ucraina tanti ritengono che il male possa essere fermato senza produrre alcun altro male.

 

-         di Luca Diotallevi 

 

Di fronte al dramma di Gaza tanti reagiscono alla colpevole perdita di proporzionalità della reazione del governo Netanyahu trattando Israele come un corpo estraneo invece che come un socio fondatore della nostra civiltà. Su di un piano completamente diverso, quello domestico, il dramma dei femminicidi sconvolge perché smentisce la convinzione che il male non abiti le relazioni più strette. E invece il male esiste, resiste e non viene solo da fuori. Il male abita anche dentro di noi ed a volte prende il comando delle nostre volontà e delle nostre istituzioni. 

Lo scandalo del male non lascia scampo: se lo si ignora, se ne diventa automaticamente complici, e complici se ne diventa automaticamente anche se ci si limita a giudicarlo da spettatori innocenti. Il dramma dell’Occidente sta anche, e forse innanzitutto, nell’aver rimosso lo scandalo del male: considerandolo eliminabile o attribuendolo sempre a cause esterne o ancora cercando di divenirgli indifferenti. 

Imagine, la bellissima canzone di John Lennon, canta l’illusione nella quale l’Occidente è caduto in massa dagli anni ’60. In quegli anni, singolarmente e tutti insieme, abbiamo ceduto alla illusione di vivere come se il male non esistesse o come se potesse essere eliminato dalla società e dalla storia. I fatti hanno sì cominciato ben presto a prenderci a schiaffi, ma noi abbiamo reagito serrando gli occhi con ancora maggiore ostinazione. Dalle Torri Gemelle, però, il trucco non funziona più. Questo primo quarto di XXI secolo sta ricordando all’Occidente che il male esiste, resiste e che può venire tanto da fuori quanto da dentro. La debolezza dell’Occidente in misura non trascurabile nasce dal fingere che il male non esista oppure che sia eliminabile con la volontà e/o con la ragione e la sua tecnica. Esattamente questo è il cuore di quel 40% di modernità infetta, di quell’illuminismo razionalista e arrogante che in alcuni momenti è riuscito a mettere in minoranza l’illuminismo critico ed autocritico, sicché da alcuni decenni stiamo vivendo il tramonto e la notte che seguono uno di quei momenti. 

Max Weber insegnava che un pezzo decisivo del software che fa funzionare una civiltà è quello che contiene la risposta che essa dà allo scandalo generato dalla esperienza del male. La maggior parte delle risposte con le quali le civiltà note si sono protette da questo scandalo possono essere raccolte in due gruppi. Uno insegna tecniche per divenire insensibili al male, per lasciarselo scivolare addosso. L’altro ritiene che la ragione e/o la volontà siano in grado di eliminare il male dal mondo e dalla storia. Un terzo gruppo di risposte allo scandalo del male è quello di coloro che del male fanno uso senza remore mettendo nel conto che prima o poi incontreranno qualcuno più cattivo di loro. 

È tutto? No, non è ancora tutto. Nel catalogo delle risposte allo scandalo del male ce n’è anche un’altra, quella sulla quale si fonda l’«Occidente». Essa è fatta di quattro parti: 

(i) il male c’è (nei singoli e nella vita sociale); c’è, non è una apparenza e non può essere eliminato da questo mondo e dalla storia umana. 

(ii) Il male può e deve essere combattuto, a volte vincerà lui, ma alla Fine della Storia non sarà il male ad avere la meglio e nel frattempo o a prescindere da questa fede il resistergli ci rende degni e ci fa godere di una umanità piena. 

(iii) Per resistere al male è inevitabile far ricorso a strumenti che a loro volta producono altro male e questa scelta è moralmente accettabile sinché il male prodotto non è maggiore di quel particolare male che si intende sconfiggere. 

(IV) Resistere al male richiede vigilanza e combattimento sia interiore e che pubblico. L’impasto di questi quattro ingredienti caratterizza la soluzione «Occidentale» allo scandalo del male, una soluzione profondamente diversa da tutte le altre. Il suo motore è la speranza, il più acerrimo nemico della immaginazione che illude e travia, speranza che per Kant è l’architrave del moderno, ovviamente del moderno nella sua versione critica e opposta a quella dogmatica razionalista. 

Dagli anni ’60 del Novecento, però, la soluzione «Occidentale» allo scandalo del male è finita in minoranza a casa propria. Anche nella più larga opinione pubblica occidentale è prevalsa l’alleanza oggettiva, il campo largo di irenismo, cinica volontà di potenza, razionalismo ingenuo e superficiale, illusione di poter divenire indifferenti al male. Quasi per intero l’Occidente si è coricato sotto una coltre di torpore sprofondando così in un sonno pesante. Nonostante i suoi schiaffi sempre più forti, ancora invano la storia (che nel “sonno” avevamo data per finita) cerca di svegliarci. In questo sonno ci siamo abituati ad acconsentire al male, a denunciarlo in modo intermittente, a sentirci giustificati quando non lo combattiamo in noi e fuori di noi. Abbiamo preferito l’illusione alla speranza e siamo piombati in una notte nella quale non a caso non si fanno più figli. Abbiamo allentato quando non sciolto la «social catena» (Leopardi). 

Sulla carta l’originalità ed il potere attrattivo della risposta «Occidentale» allo scandalo del male sono intatti. Tuttavia, senza un diffuso ritorno alla pratica della speranza difficilmente questa risposta avrà ancora futuro. In un tempo nel quale, nonostante i recentissimi sforzi di Leone XIV, persino un Giubileo viene spesso interpretato come un festival dell’irenismo, come un’esca per i sogni invece che come una provocazione alle coscienze, rischiano di non essere più udite le chiamate ad una speranza che al momento non può avvalersi della compagnia dell’ottimismo.   

Alzogliocchiversoilcelo

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sabato 13 settembre 2025

UN ASSASSINIO PREMEDITATO

Immagine che contiene Viso umano, persona, vestiti, uomo

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.    L’assassinio di Kirk e la perversa alternativa dell’Occidente






-di Giuseppe Savagnone 


Un atto di violenza che ferisce la democrazia

La morte di un essere umano è sempre una tragedia, soprattutto se si tratta di un giovane di 31 anni con una graziosa moglie e due figli. Ma il brutale assassinio di Charlie Kirk assume un significato particolarmente drammatico agli occhi di chiunque abbia a cuore la democrazia, perché è l’indice di un clima esasperato di conflittualità che la avvelena, e non solo negli Stati Uniti.

Da questo punto di vista, appare appropriato il commento del nostro ministro degli Esteri, Tajani: «La violenza verbale e la criminalizzazione del pensiero altrui possono accendere lugubri pensieri in menti malate che, all’insegna dell’odio, possono compiere gesti criminali come quelli che hanno provocato morte del blogger americano Charlie Kirk. Chi la pensa diversamente da noi non è mai un nemico, ma un avversario con cui confrontarsi».

Kirk è stato ucciso mentre dialogava con gli studenti di un campus universitario, proseguendo la missione a cui si era consacrato con grande successo, che era di rimettere in discussione la cultura “woke” dominante, spesso in forme intolleranti, nelle università americane. Era un uomo vicinissimo a Donald Trump, e costituiva quasi una “cinghia di trasmissione” tra il Tycoon e il mondo giovanile.

Ma questo non giustifica le accuse isteriche che sono state immediatamente rivolte alla sinistra da politici e giornalisti della destra. Come quelle urlate a Capitol Hill, ai democratici presenti, dalla deputata repubblicana Anna Paulina Luna, secondo cui «sono stati loro a causare tutto questo». Altri sono andati ancora oltre. Jesse Watters, conduttore di Fox News (emittente molto vicina a Trump), ha dichiarato: «Vendicheremo la morte di Charlie nel modo in cui lui avrebbe voluto». E il giornalista Matt Forney si è spinto fino a scrivere: «È tempo di una repressione totale contro la sinistra. Ogni politico democratico deve essere arrestato e il partito va bandito».

In realtà gli esponenti democratici sono stati unanimi nel condannare l’omicidio. «Non c’è posto nel nostro Paese per questo tipo di violenza. Deve cessare immediatamente», ha dichiarato l’ex presidente democratico Joe Biden su X. E sulla stessa linea si sono pronunziati tutti gli altri leader dell’opposizione.

Ma chi non è sembrato tenerne conto è stato soprattutto Trump. Il presidente ha definito Kirk una «vittima delle retorica della sinistra radicale», che «da anni paragona meravigliosi americani come Charlie ai peggiori criminali della storia», creando un clima d’odio: «Questa retorica è direttamente responsabile per il terrorismo che stiamo vedendo nel Paese e deve cessare ora».

Trump ha anche chiamato in causa la libertà di pensiero e di espressione: «La violenza e l’omicidio», ha detto, «sono le tragiche conseguenze della demonizzazione di coloro con cui non si è d’accordo», ha detto, accusando ancora una volta la «sinistra radicale» di incitare all’odio e al caos.

Non si può evitare l’impressione che il capo della Casa Bianca stia approfittando dell’uccisione di Kirk per ribadire e potenziare la sua politica di militarizzazione del paese, già in atto con il dispiegamento della Guardia nazionale nelle principali città americane, per lo più amministrate dai democratici. Una politica giustificata dal presidente come necessaria a contrastare un preteso aumento della criminalità, smentito però nettamente dalle statistiche, che parlano, invece, di una sua riduzione.

Peraltro Trump, richiamando precedenti casi di violenza politica, non ha detto una parola proprio sul più grave e recente di questi episodi, quello dell’assassinio, nello scorso giugno, di Melissa Hortman, figura di spicco del partito democratico in Minnesota, ritrovata uccisa con suo marito nella loro abitazione.

Secondo le prime indagini, un uomo armato, travestito da agente di polizia, avrebbe compiuto quello che il governatore del Minnesota Tim Walz ha definito «un omicidio politico deliberato», che però ha avuto sui media e nell’opinione pubblica una risonanza immensamente inferiore a quello di Kirk e ora non è stato neppure menzionato nella ricostruzione di Trump.

La gratitudine a Dio dell’on. Bignami

Anche in Italia – paese ormai strettamente legato agli Stati Uniti dalla sintonia fra Trump e la nostra presidente del Consiglio – l’assassinio di Kirk ha scatenato una  campagna di demonizzazione degli esponenti della sinistra. Il capogruppo di FdI,  Galeazzo Bignami, in questa occasione, li ha definiti «impregnati di odio, livore, rancore. Ringrazio Dio di non avermi creato come loro».

«Morto a destra, festa a sinistra», è il titolo di «Libero» sull’accaduto. In prima pagina il quotidiano riporta anche un’immagine, apparsa sui social, in cui Kirk è rappresentato a testa in giù, con sovrimpressa l’indicazione «-1». E «Il Giornale», sotto il titolo «Uccisa la libertà di parola», mette: «La sinistra giustifica l’assassino. Meloni: non ci intimidiscono».

In realtà, i commenti della sinistra politica sono stati unanimemente di netta condanna. Valga per tutti quello di Elly Schlein: «L’uccisione di Charlie Kirk è drammatica e scioccante. In una democrazia non può e non deve trovare alcuno spazio la violenza politica, che va sempre condannata in modo netto a prescindere dalle idee di chi colpisce».

Il principale bersaglio delle accuse della destra, però, sono stati gli intellettuali, in particolare Roberto Saviano, che ha accostato l’assassinio di Charlie Kirk all’incendio del Reichstag, nel 1933, strumentalizzato da Hitler di proclamare lo stato di emergenza e reprimere i diritti civili, aprendo la strada alla dittatura nazista. Preoccupazione legittima, alla luce di quanto prima abbiamo visto.

«Ma» – ha subito sottolineato lo scrittore – «le parole sono parole e la violenza è violenza (…) Non esistono omicidi che difendono idee: il sangue versato indebolisce sempre la democrazia». Precisazione che, in verità, smentisce inequivocabilmente la tesi di una sua compiacente connivenza con l’accaduto. Con buona pace di Meloni, a quanto pare nessuno vuole intimidirla.

Anzi, se di violenza si deve parlare…

Ritorna la domanda: ma è davvero la sinistra – o, almeno, solo la sinistra – ad essere responsabile del clima di violenza che ha reso la democrazia-simbolo dell’Occidente «una polveriera» – secondo la definizione di Robert Pape, professore di scienze politiche all’Università di Chicago – , portandola a quella che Newt Gingrich, ex speaker repubblicano della Camera, ha chiamato una «guerra civile culturale»?

Forse, se si parla di violenza, bisognerebbe tenere conto del ruolo che nei suoi effetti, spesso drammatici, ha il libero commercio delle armi, sancito dal Secondo emendamento della Costituzione americana, fortemente voluto dalle industrie belliche e sostenuto a spada tratta dai repubblicani contro la “sinistra” democratica.

Non può non impressionare, a questo proposito, che lo stesso Charlie Kirk abbia sostenuto, poco tempo prima della sua uccisione, che «alcune morti causate dalle armi da fuoco sono un costo accettabile da pagare per poter mantenere il Secondo emendamento».

Ma soprattutto è inevitabile confrontare le parole di Trump, riguardo alla violenza del linguaggio e alla demonizzazione degli avversari politici, con il suo stile abituale. A cominciare dal minaccioso avvertimento lanciato, già prima della sua rielezione, il 17 marzo 2024, dal palco dell’Ohio: «Se perdo, sarà un bagno di sangue».

Per proseguire con le promesse di vendetta e punizione dei suoi “nemici”,  più volte ripetute durante le ultime settimane della campagna elettorale, col giuramento di estirpare «il nemico interno», precisando che avrebbe persino usato l’esercito per dare la caccia ai suoi avversari politici.

E ha mantenuto la parola. Abbiamo appena detto dell’uso sproporzionato e allarmate dell’esercito. Ma è tutto il comportamento del nuovo presidente che conferma le sue minacce.

«Stiamo certamente assistendo a un’ondata di vendette da parte di Trump che non avevamo mai visto prima» ha constatato un osservatore. Andando ben al di là del fisiologico uso dello Spoils system, ha epurato il governo federale e l’esercito, ha tagliato i fondi a università, media, istituzioni culturali e persino squadre sportive. Ha insultato pubblicamente il suo immediato precessore, Biden e, a luglio, in un post sul suo social «Truth», ha condiviso un video generato dall’intelligenza artificiale, in cui era rappresentato l’altro presidente democratico, Barack Obama, ammanettato da agenti dell’FBI e trascinato fuori dallo Studio Ovale.

Per non parlare della promessa campagna di «deportazione» di undici milioni di latinos immigrati (in gran parte, peraltro, ormai inseriti nella società americana), fatti oggetto di una vera e propria caccia all’uomo strada per strada, di cui il Tycoon ha ogni tanto voluto dare prova postando compiaciuto le immagini di gruppi di loro in catene e in ginocchio.

La crisi più profonda

A questa causa Charlie Kirk ha consacrato senza riserve le sue grandi doti di intellettuale e di comunicatore, sostenendone efficacemente le ragioni in innumerevoli dibattiti. E sposando, così, anche le scelte del presidente americano in politica estera, a cominciare dal sostegno incondizionato a Israele in quello che ormai molti, anche ebrei israeliani, definiscono un genocidio.  

Da qui le addolorate condoglianze del premier Netanyahu, che ha dichiarato: «Charlie Kirk è stato assassinato per aver detto la verità e difeso la libertà. Un amico coraggioso di Israele, ha combattuto le menzogne e si è eretto a difesa della civiltà giudeo-cristiana». Condoglianze a cui si è unito il ministro estremista Ben Gvir, che ha commentato: «La collusione tra la sinistra globale e l’Islam radicale è il più grande pericolo per l’umanità oggi».

Forse è proprio in questi ultimi riferimenti la chiave ultima per capire la posizione di Charlie Kirk. Come ha sottolineato Antonio Socci, su «Libero», in un editoriale dal titolo «La lezione cristiana del trumpiano ucciso», Kirk era «un devoto cristiano evangelico». È noto che le sette evangeliche sono tra le principali sostenitrici di Trump, che vedono in lui la sola alternativa alla cultura “woke”, sostenuta da molti democratici, e alla crescente influenza dell’islam attraverso i movimenti migratori. Anche molti cattolici – emblematico il caso del vicepresidente Vance – si sono schierati dalla sua parte.

Non è un caso che i due successi elettorali di Trump siano stati ottenuti rispettivamente nei confronti di Hillary Clinton e di Kamala Harris, entrambe esplicite e accanite sostenitrici della liberalizzazione totale dell’aborto, in linea con la cultura assolutizzata dei diritti e in radicale contrasto con la visione cristiana della persona. 

Purtroppo, per quanto lontana sia dal vangelo la visione individualista e libertaria   della sinistra, nulla può autorizzare a definire quella di Kirk, per usare le parole di Socci, una «lezione cristiana». Come non lo è quella dei politici che anche in Italia amano sventolare il vangelo ed esibire la loro adesione alla prospettiva cattolica.

Interrogato dai giornalisti, alla vigilia delle ultime elezioni americane, su quale dei due candidati preferisse, papa Francesco ha risposto semplicemente: «Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quello che uccide i bambini». Senza parlare delle povere vittime di Gaza…

L’assassinio di Charlie Kirk, per la sua violenza, è certamente il sintomo allarmante di una crisi della civiltà e della democrazia dell’Occidente. Ma forse ancora più grave, perché più profondo e meno percepito dall’opinione pubblica e dagli osservatori, è il ridursi di destra e sinistra – negli Stati Uniti e da noi  – a questa perversa alternativa, che esclude non solo il vangelo, ma la nostra stessa umanità.

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mercoledì 30 luglio 2025

L'OCCIDENTE ....

MA L'OCCIDENTE NON E' TRUMP 

E NEMMENO NETANYAHU


By Giuseppe Savagnone 

A mani alzate

Nella tempesta di polemiche che hanno fatto seguito al contestato accordo tra la Von der Leyen e Trump sui dazi, la sola a dirsi relativamente soddisfatta, pur con delle riserve, è stata Giorgia Meloni. «Giudico positivamente», ha detto, «il fatto che si sia raggiunto un accordo. Ho sempre pensato e continuo a pensare che un’escalation commerciale tra Europa e Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze imprevedibili e potenzialmente devastanti». 

La premier italiana ha ragione di rivendicare la propria coerenza. Era stata lei a battersi – insieme al cancelliere tedesco Mertz e in netto contrasto con il presidente francese Macron – per evitare ad ogni costo uno scontro con gli Stati Uniti e accettare il dialogo alle condizioni imposte da Donald Trump.

Da qui la totale rinunzia da parte dell’Europa ad ogni contromisura in risposta ai pesantissimi dazi del 50% entrati in vigore dal 4 giugno su acciaio e alluminio. Da qui, alla fine di giugno, la decisione dei paesi europei aderenti al G7 di esonerare unilateralmente e ingiustificatamente le potenti multinazionali statunitensi  dalla tassa minima globale per le Big Tech, privandosi di quella che tutti gli osservatori consideravano la più forte arma di pressione sull’economia americana.

L’Europa si è dunque presentata all’incontro con il presidente americano con le mani alzate, come evidenzia, simbolicamente, che la presidente della Commissione europea abbia accettato di recarsi nella tenuta privata, del Tycoon, piuttosto che in un luogo istituzionale super partes come sarebbe stato nella logica di una diplomazia paritaria. 

Una strategia fortemente criticata da esperti come il Nobel Joseph Stiglitz, che, in base ai precedenti conflitti commerciali di Trump con altri paesi, come la Cina, aveva piuttosto consigliato una linea dura, l’unica in grado di smontare le pretese irragionevoli e arroganti del presidente americano. 

Gli avvertimenti non sono stati ascoltati, la linea della Meloni ha prevalso, e il risultato è stato quello che il premier francese François Bayrou ha definito «un giorno buio» per l’Europa che, a suo avviso, «decide di sottomettersi» agli Stati Uniti. 

Con una formula più pittoresca, il presidente ungherese Orbán ha commentato: «Donald Trump non ha raggiunto un accordo con Ursula von der Leyen, ma piuttosto si è mangiato la presidente della Commissione europea a colazione».

Da qui una reazione quasi unanime che ha trovato voce nei titoli di prima pagina dei giornali del 29 luglio, che parlavano di «Rivolta contro i dazi»  («Repubblica»),  di «Rivolta dazi. Italia isolata» («La Stampa»), di «UE in ginocchio: “Giorno buio”.  Flop Meloni» («Domani»).

Una difesa dell’Occidente

Sul fronte opposto, «La Verità», che pure parla di «resa sui dazi», ne scarica tutta la responsabilità sull’Europa, lasciando in ombra il ruolo della premier italiana nel determinarne la linea in questa occasione. 

Ma la voce forse più significativa è stata quella del direttore di «Libero», Mario Sechi, già portavoce della presidente del Consiglio e spesso in profonda sintonia  con lei, nel suo editoriale, intitolato «Quell’Occidente che odia l’Occidente».

Sechi associa strettamente le proteste contro gli Stati Uniti per la loro politica sui dazi a quelle nei confronti di Israele: per la guerra a Gaza. «La “chiamata” delle sinistre al boicottaggio dei prodotti israeliani e di quelli americani è esemplare per tracciare la mappa dell’Occidente che odia l’Occidente, svelare la cattiva coscienza delle presunte classi colte, che agitano l’arma dell’irrazionale e accendono la fabbrica del caos. L’antiamericanismo e l’antisemitismo sono sempre più le facce della stessa medaglia».

Secondo il direttore di «Libero», insomma, il problema dei dazi va visto in un contesto più ampio, in cui è in gioco l’unità dell’Occidente, di cui l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa è il pilastro. 

Parole che hanno un riscontro, peraltro, nei reiterati appelli di Giorgia Meloni a lavorare per «rendere di nuovo grande l’Occidente». Lo ha detto incontrando Trump nella sua visita a Washington in aprile, ricevendone in risposta, per la verità, solo un laconico «Possiamo farlo». L’ha ripetuto in altre occasioni. Quasi a far dimenticare che lo slogan del presidente americano è invece «Rendere di nuovo grande l’America» e che proprio in nome di esso egli ha rotto un fronte politico ed economico che univa le due sponde dell’Atlantico e che costituiva, appunto, l’Occidente. 

Si capiscono, in questo contesto, gli sforzi della nostra premier per proporsi come costruttrice di ponti tra queste due sponde. Sforzi che, al di là di immediate risonanze mediatiche – come nell’incontro di aprile della Meloni, con Trump, ricco di sorrisi e di complimenti scambiati da molti per una intesa effettiva – sono stati sistematicamente frustrati dall’assoluta indifferenza del presidente americano nei confronti degli interessi europei.

E si capiscono anche i toni rassicuranti che fin dall’inizio della presidenza Trump la nostra premier ha usato nei suoi confronti. Così, quando ha detto di volersi annettere, anche con la forza, la Groenlandia, togliendola alla Danimarca, e il canale di Panama, la Meloni ha definito questa inaudita minaccia, che ha lasciato sbalordite le diplomazie e l’opinione pubblica mondiale, «un modo energico per dire che gli Stati Uniti non rimarranno a guardare di fronte alla previsione che altri grandi player globali muovano in zone di interesse strategiche per gli Stati Uniti e, aggiungo io, per l’Occidente». 

Con un tentativo, fin da allora, di sottolineare la coincidenza della causa degli Stati Uniti con quella dell’Occidente. Ma trascurando il particolare che dell’Occidente, anzi della NATO – che ne rappresenta l’espressione militare – fa parte anche la Danimarca, il paese minacciato di aggressione, a cui non è andata nemmeno una parola di solidarietà.

E quando Trump, lo scorso giugno, ha imposto ai paesi della NATO un aumento delle spese militari al 5% del loro PIL, la nostra presidente del Consiglio, che aveva sempre indicato come soglia massima il 2%, è stata pienamente d’accordo:  «Sono impegni sostenibili», ha scandito.

«Lo voglio ribadire: per l’Italia questa spesa è necessaria per rafforzare la nostra difesa, per rafforzare la nostra sicurezza in un contesto che lo necessita, ma in una dimensione che ci consente di assumere questi impegni sapendo già che non distoglieremo neanche un euro dalle altre priorità del governo a difesa e a tutela degli italiani».

Anche se non ha chiarito da dove si prenderanno i soldi. Perché è vero che l’1,5% di questo totale potrà riguardare spese per la sicurezza nazionale in senso lato: cybersicurezza, centrali elettriche e reti di telecomunicazione terrestri e satellitari, infrastrutture strategiche di mobilità militare come ferrovie, strade, ponti, porti e aeroporti. Ma per il rimanente 3,5% da investire in spese militari in senso tradizionale, si dovranno trovare 700 miliardi.

Una necessità ineluttabile? A smentirlo è il fatto – segnalato da tutti gli osservatori – che il premier spagnolo Sanchez si è rifiutato di piegarsi alle pressioni di Trump, senza lasciarsi intimorire dalle minacce di rappresaglie economiche.

Sulla stessa linea è l’allineamento dell’Italia alle posizioni di Trump nei confronti della guerra condotta da Israele nella Striscia di Gaza. Di fronte allo stupefacente  progetto di trasformare un territorio, da secoli appartenente ai palestinesi, in un resort tutistico di lusso gestito dagli Stati Uniti, deportando gli abitanti attuali in paesi vicino, come l’Egitto e la Giordania, il nostro ministro degli Esteri si è limitato a far presente l’irrealizzabilità dell’idea per la indisponibilità dei due paesi in questione, ricordando che l’Italia è stata sempre favorevole alla soluzione dei “due  Stati” prevista dall’originaria risoluzione dell’ONU del 1947.

 Purtroppo, già in passato, quando, il 10 maggio 2024, nell’Assemblea delle Nazioni Unite è stata messa ai voti una risoluzione – approvata da 143 paesi, tra cui  Francia e Spagna – per il riconoscimento della Palestina come qualificata a diventare membro a pieno titolo dell’ONU, l’Italia si è astenuta: «Riteniamo» ha detto in quella occasione il nostro rappresentante, «che tale obiettivo debba essere raggiunto attraverso negoziati diretti tra le parti». Non facendo cenno al particolare che il governo di Netanyahu esclude assolutamente la possibilità di uno Stato palestinese. 

E adesso, che il presidente Macron ha annunciato l’intenzione della Francia di riconoscere lo Stato palestinese – come già hanno fatto altri 148 paesi, tra cui, per citare solo alcuni di quelli europei, la Spagna, l’Irlanda, la Svezia, la Norvegia, la Polonia, lo Stato della Città del Vaticano – la nostra premier, in linea ancora una volta con gli Stati Uniti, ha definito questo riconoscimento «prematuro», attirandosi la risposta del cardinale Parolin, Segretario di Stato del Vaticano: «Prematuro riconoscere lo Stato di Palestina? Per noi è la soluzione».

Ma già quando Trump aveva colpito con sanzioni la corte Penale Internazionale, rea di aver emesso un mandato di cattura nei confronti di Netanyahu e del suo ministro della guerra, per «crimini contro l’umanità», il governo italiano era stato l’unico di quelli dell’Europa occidentale a rifiutare di firmare un lettera di protesta e di solidarietà alla Corte.

È difficile, davanti a questa storia, di cui la vicenda dei dazi è solo l’ultimo atto, evitare l’impressione che Giorgia Meloni rifiuti di prendere atto che l’Occidente non esiste più, dopo la svolta di Trump, e che la sua ostinata volontà di rilanciarlo si risolve in concreto in un appoggio incondizionato alla folle volontà di potenza del presidente degli Stati Uniti.

Da qui i continui moniti ad evitare una spaccatura tra le due sponde dell’Atlantico che è già avvenuta per scelta di quest’ultimo, e, nel caso dei dazio, a non provocare una guerra commerciale che in realtà era già in corso, scatenata dall’altra parte. 

Da qui anche la condivisione della complicità di Trump nel genocidio perpetrato a Gaza (ma anche in Cisgiordania) da Netanyahu e il mantenimento, nei fatti, dell’appoggio a Israele, pur mascherandolo con qualche frase di disapprovazione ufficiale per placare il malessere dell’opinione pubblica italiana.

Ma, con buona pace del direttore di «Libero», l’Occidente non è l’America di Trump e tanto meno l’Israele di Netanyahu. E la sola speranza di ridare vita alla sua migliore tradizione è di non dimenticare mai che essa è fondata su valori antitetici a quelli della violenza e della sopraffazione, di cui questi tristi personaggi sono l’incarnazione.

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giovedì 8 maggio 2025

UN GRANDE OCCIDENTE

 

Rifare di nuovo grande l’Occidente 
con Trump e Meloni?

-         di Giuseppe Savagnone  

Un progetto ambizioso

«Il mio obiettivo» – ha detto Giorgia Meloni al presidente americano Trump, durante la sua visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile – «è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà» .

L’idea non è nuova: «Rendiamo di nuovo grande l’Occidente!», aveva già scritto, a novembre, in un post su Instagram, un altro leader della destra, Matteo Salvini, anche lui fervido ammiratore di Trump e convinto che solo insieme a lui e puntando sulla sua politica sia possibile realizzare questo ambizioso progetto.

A breve distanza di tempo, il 3 maggio, il noto storico e opinionista Galli della Loggia, sul «Corriere della Sera», ha pubblicato un editoriale dal titolo «La rinascita contestata dell’idea di Occidente». Nessun riferimento alle parole della Meloni, anzi il pensiero dell’autore è palesemente rivolto alle polemiche suscitate dalle «Nuove Indicazioni Nazionali» – recentemente emanate dal ministero della Pubblica Istruzione e del Merito e da lui coordinate nella sottosezione storica – in cui la superiorità dell’Occidente sulle altre culture viene decisamente affermata.

Ma la continuità con il discorso della nostra premier, al di là delle intenzioni, è oggettiva ed evidente. Anche Galli, infatti, parla non di un’area geografica, ma di una civiltà. Ed è riferendosi ad essa che, a suo avviso, «oggi ritorna prepotentemente sulla scena la categoria di Occidente».

La svalutazione dell’identità occidentale

Anche se, osserva lo storico, «alla parte dura e pura del pensiero progressista e a un certo cattolicesimo l’Occidente non piace». Di esso si parla solo per denunziarne «le malefatte», le prevaricazioni passate nei confronti degli altri popoli e delle altre culture, misconoscendo la ricchezza e la fecondità dei valori che esso ha elaborato e proposto. E cita, come esempio di questa peculiarità positiva, la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino».

Da questa rimozione del nostro patrimonio valoriale deriva, a suo avviso, lo smarrimento della nostra identità, in questo momento storico. «Mi chiedo», scrive Galli, «fino a che punto i progressisti si rendano conto che su questo terreno si gioca una partita che, ben prima ancora di riguardare il nostro rapporto con gli altri (…), riguarda invece direttamente noi stessi. Perché in realtà la questione del passato riguarda il legame sociale che tiene insieme la collettività (…), la base del consenso delle nostre democrazie».

C’è molto di vero in queste parole. Emblematico, anche se non se ne parla nell’articolo, l’acceso dibattito, nel  2004, sulla opportunità di inserire, nel preambolo della Costituzione europea un riferimento alle «radici cristiane dell’Europa», che evidenziò l’allergia di tanti “progressisti” nei confronti non solo del riconoscimento di un dato storico innegabile, ma anche di qualsiasi valorizzazione del patrimonio di valori umani che nel cristianesimo è implicito.

Quanto fosse difficile riempire questo vuoto lo dimostra il fatto che non è stato finora riempito. Con il risultato che oggi tutti vediamo: un’Europa incapace di andare oltre l’unificazione economica, perché priva di qualunque motivazione ideale che, in nome di un bene comune condiviso, possa giustificare il superamento degli egoismi nazionalistici.

Senza dire che, anche all’interno dei singoli paesi, la scristianizzazione dilagante ha dato luogo a una trionfante cultura individualistica, che dissolve le forme comunitarie e riproduce nelle relazioni tra le persone  la logica del mercato capitalistico, fondata sul do ut des e sulla libertà di rescissione dei contratti: «Stiamo insieme finché stiamo bene insieme». L’economia anche qui ha sostituito l’etica.

Il problema dei diritti umani

Ciò che balza agli occhi, però, nel discorso di Galli della Loggia, è il suo silenzio sulla prospettiva di rilancio dell’Occidente ricorrente, come si è visto, da parte degli esponenti della destra italiana e formulata pochi giorni prima dalla nostra premier, a cui – che egli lo volesse o no – il suo articolo fornisce un autorevole puntello culturale. Tanto più che, attribuendo univocamente ai “progressisti” la responsabilità di avere offuscato questa idea, egli ha implicitamente avallato la  sua rivendicazione  da parte delle destre.

Ma – ferma restando la tendenza di una diffusa cultura a svalutare la categoria dell’Occidente – , davvero sono loro a poterlo «rendere di nuovo grande»? E’  proprio l’esempio della «Dichiarazione dei diritti» come emblema della civiltà occidentale  a fornire  una risposta chiara e netta in senso negativo.

Perché ciò che accomuna Meloni e Trump – un tandem ormai consacrato da un rapporto di sintonia che entrambi hanno definito «privilegiato» – è precisamente l’esplicita subordinazione  del rispetto dei diritti umani agli interessi dei rispettivi Stati. La loro logica sovranista comporta che questo obiettivo sia primario rispetto a qualunque principio morale  e giuridico, rendendoli entrambi  sordi ad ogni appello  etico-religioso – come quelli loro rivolti da papa Francesco – e insofferenti di fronte ai limiti posti dalla magistratura, sia nei rispettivi paesi che a livello internazionale.

Il banco di prova più evidente è quello delle politiche migratorie. Alla «difesa dei confini» Meloni ha dato fin dall’inizio del suo governo un ruolo centrale, rendendo sempre più difficile l’opera di salvataggio in mare dei migranti da parte delle navi delle ONG e finanziando i campi di concentramento in paesi noncuranti dei diritti umani,  come la Libia e la Tunisia, dove essi sono oggetto di ogni sorta di violenze.

In questa logica ha varato il progetto di campi di detenzione in Albania, fallimentare sul piano funzionale ed economico, ma perfettamente riuscito sul piano dell’immagine, come modello per un’Europa che cerca di mascherare i suoi vuoti e la sua fragilità alzando barriere verso l’esterno.

Su scala ben più grande, Trump sta perseguendo la stessa linea. Frontiere blindate per i poveri e più di undici milioni di persone travolte dalla «più grande operazione di deportazione di massa della storia». Anche qui con violenze inaudite, tra cui il trasferimento in catene nella prigione di El Salvador (soprannominata «il carcere più pericoloso del mondo») di persone accusate – ma senza alcun processo! – di far parte di una banda criminale.

Entrambi i leader fanno di questa politica, contraria ai più elementari diritti umani, un fiore all’occhiello, da ostentare con fierezza di fronte ai loro elettori, vantandosi così di rispettare le loro promesse di fare gli interessi dei propri connazionali, all’insegna di slogan come «Prima gli italiani!» e «First America!» .

La divisione dei poteri e il rispetto della legge

Da qui anche la difficoltà del duo Trump-Meloni, di rispettare un altro principio fondamentale della civiltà occidentale, quello per cui il potere è limitato dal diritto e chi lo esercita deve fare i conti con organi di controllo che non dipendono dalla sua giurisdizione.

È la grande conquista della separazione dei poteri, che ha reso possibile l’instaurazione dello Stato di diritto, in cui la legge prevale sulla forza.

Basta leggere i giornali per sapere che lo scontro con la magistratura caratterizza la storia del governo di destra italiano fin dai suoi primi passi e si è riprodotto identico negli Stati Uniti dopo l’avvento di Trump.

Dove ciò che colpisce sono lo stupore e l’indignazione dei rispettivi leader e del loro entourage di fronte a sentenze che contrastano i loro progetti e che essi avvertono sinceramente come un inaccettabile sabotaggio.

L’avversione nei confronti della magistratura ha accomunato Trump e Meloni anche a livello internazionale. Il problema di fondo è, stato ancora una volta, il rispetto dei diritti umani, in nome dei quali la Corte Penale Internazionale – davanti all’embargo israeliano che ha privato dei mezzi di sopravvivenza due milioni di palestinesi, per la maggior parte donne e bambini –  nel novembre 2024 ha condannato  il premier israeliano Netanyahu per «crimini contro l’umanità».

Una sentenza che ha provocato da parte di Trump, alleato strettissimo di Netanyahu, sanzioni nei confronti della Corte. E, quando l’ONU e l’Unione Europea hanno protestato ufficialmente per questo attacco a un organo giudiziario istituito per garantire il diritto internazionale, il governo italiano si è rifiutato di unirsi alla protesta, dando così il proprio avallo a presidente americano e, implicitamente, al premier israeliano.

I nemici dell’Occidente

No, i nemici dell’Occidente non sono solo i “progressisti” di cui parla Galli della Loggia. Ancora più pericolosi sono coloro che oggi – sull’onda della deriva che sta portando gli elettori, su entrambe le sponde dell’Atlantico, ad appoggiare politiche miopemente nazionaliste (fino al ritorno di forme di nazismo, in Germania) – pretendono di ridefinire la civiltà occidentale secondo princìpi che sono agli antipodi della sua storia, ispirata, piaccia o no ai “progressisti”, dalla visione cristiana del primato della persona e della fraternità senza confini.

Non sono Donald Trump né Giorgia Meloni (per non parlare di Savini) che possono restituire all’Occidente la sua anima. Meno che meno quella cristiana.

Anche le loro ostentate professioni di cristianesimo – Trump ha istituito per la prima volta un Ufficio della fede, guidato da una telepredicatrice; Meloni continua a proclamarsi cristiana e si detta guidata dai consigli di papa Francesco; Salvini si è presentato ai comizi con vangelo e rosario in mano – hanno avuto solo l’effetto di evidenziare ulteriormente che i loro progetti, misconoscendo la dignità delle persone, non hanno nulla a che vedere con il Dio cristiano, che si è fatto uomo ed è presente in ogni essere umano .

Per rendere di nuovo grande l’Occidente occorre una rivoluzione culturale e spirituale che, sia o no ispirata esplicitamente al vangelo, ne raccolga l’idea che gli uomini e le donne sono sacri e devono essere rispettati quali che siano la loro nazione,  la loro razza, la loro cultura.

È il contrario di ciò che i partiti sovranisti oggi trionfanti affermano quando esaltano l’Occidente. Quanto a noi, anche se non possiamo fermarli, abbiamo il diritto e il dovere di ricordare che quello di cui parlano è solo una tragica caricatura.

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