Visualizzazione post con etichetta senso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta senso. Mostra tutti i post

lunedì 20 ottobre 2025

CHIAMATI ALLA GIOIA




 La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra per la gioia

 



Alessandro D’Avenia

 

«Sono contenta, perché gli insegnanti hanno tutti la vocazione». Così ha risposto una studentessa a cui avevo chiesto come stesse vivendo l'inizio delle superiori. Ha poi dettagliato: «Appassionati, capaci di spiegare e interessati a noi». 

Senza saperlo aveva descritto i tre fondamenti della didattica, senza uno solo dei quali non si dà scuola: conoscere e amare ciò che si insegna (preparazione), a chi lo si insegna (relazione) e il modo in cui insegnarlo proprio a chi lo si insegna (comunicazione). Non vale solo per l'insegnamento, lo si può dire per tutte le vocazioni: «salvano il mondo», se a «salvare» diamo il significato originario, rendere qualcosa unito e compiuto (vivo), e per «mondo» intendiamo le cose e le persone che cadono nel raggio d'azione della nostra specifica chiamata (mondo, dal greco kosmos, ordine e bellezza, in italiano è anche un aggettivo che significa infatti pulito, bello, ordinato, il contrario di immondo, immondizia). Ogni vocazione fa più mondo il mondo, «monda» il reale, cioè trasforma la paura e il caos in opera d'arte. La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra, personale e sociale, per la gioia: chi non vive la propria vocazione si sente insoddisfatto e presto o tardi va in crisi, e una comunità si regge sulla circolazione dei beni generati dalle singole vocazioni. Ma siamo sicuri di averla tutti? 

 Vocare

L'origine della parola vocazione la dobbiamo alla matrice giudaico-cristiana, infatti nella Genesi c'è un Dio che crea chiamando («Dio disse: “Sia la luce” e la luce fu») alla vita. Non plasma le cose, come nelle cosmogonie di altre religioni che privilegiano il modellare il mondo, ma le dice, e il fare è inglobato nel dire: le cose non sono solo cose ma sono parole. Ogni stella, pianta, animale, uomo è una parola della vita per chi sa ascoltare. 

«Vocare» significa infatti chiamare, «vocazione» è quindi scoprire la parola che ogni cosa e persona ha da dire al mondo e senza la quale la vita diventa muta. In più l'uomo, essendo «a immagine e somiglianza» del Dio che crea chiamando, ne ha la stessa essenza: è, se vuole, un con-creatore o pro-creatore, cioè non solo è chiamato a essere se stesso come le cose, ma può chiamare lui stesso alla vita altre cose e persone. 

E non finisce qui: come il Dio che alla fine della creazione «gioisce» della bellezza fatta, anche noi siamo chiamati a «goderci» la vita fatta da noi. Più c'è creazione più c'è vita più c'è gioia, come dice il filosofo Bergson, introducendo al posto di Dio un più generico e immanente concetto di «natura»: «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell'uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d'informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia... ovunque c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia» (L'energia spirituale).

 Una chiamata per tutti

Questa «chiamata» è per tutti e ciascuno: non c'è uomo che non abbia vocazione a fare altra vita con la propria, c'è solo chi pensa di non poterlo o volerlo fare, rinunciando, biblicamente, al divino in sé, o, alla Bergson, all'umano compiuto. Quindi la vocazione è l'ambito creativo grazie al quale la vita aumenta in e attorno a noi. Chi non cerca e vive la propria vocazione tende ad appropriarsi di quella altrui, o invidiandola, o simulandola, o distruggendola: de-crea, provoca diminuzioni di vita e di gioia, meno mondo e più immondizia. 

La gioia

Educare è in fondo educare alla gioia, perché è aiutare altri a trovare la vocazione, come narra la scrittrice Natalia Ginzburg in Le piccole virtù: «Se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita, se abbiamo continuato attraverso gli anni ad amarla, a servirla con passione, possiamo tener lontano dal nostro cuore, nell’amore ai nostri figli, il senso della proprietà. Se invece una vocazione non l’abbiamo, o se l’abbiamo abbandonata e tradita, per cinismo o per paura di vivere, allora ci aggrappiamo ai figli come un naufrago al tronco dell’albero, pretendiamo da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato, che siano quali noi li vogliamo, che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato; finiamo col chiedere a loro tutto quanto può darci soltanto la nostra vocazione stessa: vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se, per averli una volta procreati, potessimo continuare a procrearli lungo la vita intera. 

Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita». 

La vocazione non coincide con la professione, il mestiere o il ruolo, che ne sono un'auspicabile manifestazione se il fare esprime il creare (dare vita) secondo la propria irripetibile voce. Per questo possiamo, anzi dobbiamo, coltivarla anche in altro modo: Gaugin faceva l'agente di cambio, Dickinson la casalinga, Einstein il tecnico all'ufficio brevetti, Kafka l'assicuratore, Čechov il medico, Vivian Maier la tata. Dal «fare» noi giustamente ci aspettiamo una conferma del nostro «essere», ma la vocazione, se non abbiamo la sorte di svolgere un lavoro coerente con la chiamata, sa prescindere anche dall'approvazione. 

Avere senso

Il senso viene prima del consenso che non è sicuro né necessario, ma se facciamo dipendere il senso dal consenso, faremo cose «senza senso», senza vita e senza gioia. Far coincidere vocazione e successo è infantile: è il bambino che vuole essere costantemente guardato e approvato in ciò che fa perché la sua identità dipende ancora in tutto e per tutto dallo sguardo dei genitori (e oggi più sono guardato più esisto: follower, share, like...). 

Quando mi chiedono, nel piccolo della mia esperienza, come vivo quello che oggi definiamo «successo», rispondo: «Non sono felice perché ho successo, ho successo perché sono felice, e il successo è un di più, infatti la parola stessa indica qualcosa di cui non ho il controllo: “è successo!”, invece la gioia è uno stato, ha a che fare con l'essere, avviene anche se nessuno vede». Van Gogh non smise di dipingere anche se i suoi quadri non si vendevano, perché dipingere era la sua salvezza. Leopardi delle sue poesie diceva: «Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi è... contemplare da sé, compiacendosene, di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui» (Zibaldone). Gioire di fare una cosa bella al mondo, riconosciuta o meno dagli altri, questa è la vocazione, come il Dio che, dopo la creazione, riposa non nell'applauso ma nella bellezza del creato, come noi dopo una faticosa giornata di vita (non solo di lavoro) ben fatta. 

 Generare

La vocazione è quindi lo spazio-tempo di un fare in cui troviamo senso, gioia e generiamo altra vita, a prescindere dal consenso immediato. Non esistono persone senza vocazione, esistono persone che nell'infanzia e nell'adolescenza sono state represse e convinte di non averla o usate per realizzare quella di altri, persone che ne hanno inseguita una che non era la loro perché così facevano tutti, o persone che hanno rinunciato a cercarla per mancanza di mezzi (materiali o culturali), paura o pigrizia. Ma quelle che la vivono le riconosci subito, come è capitato alla studentessa, perché amano la vita e ne creano altra con la propria. Quelle persone sono come parole di carne: «Sia la vita, e la vita fu». 

 La vita è sì scomponibile in «data» (i dati), ma è prima di tutto «data» a chi si fa trovare.

 Anche solo in una passeggiata...

 Corriere della Sera

 

 

venerdì 17 ottobre 2025

SPAESATI

 


“È l’età della tecnica

che ha cancellato

 storia

 e memoria”

 

 

 

 

 

 


Viviamo in uno spaesamento etico e politico dove passato e futuro non hanno più senso. Un nuovo commento all’articolo di Baricco

 

- di Umberto Galimberti

 Alessandro Baricco ha posto su Repubblica una domanda fondamentale. È davvero finito il Novecento? Siamo davvero entrati in un’epoca nuova? La sua risposta è sì. Il Novecento è ormai un “animale morente”, ma subito aggiunge che non c’è niente di più pericoloso di un animale morente. Credere infatti che la guerra sia una soluzione, che la sofferenza e la morte dei civili è un prezzo tutto sommato accettabile, che imperialismo e colonialismo sono ancora in atto e da perseguire sia pure in altre forme, che nazionalismo e culto dei confini sono valori irrinunciabili, questi sono tutti tratti tipici della cultura novecentesca: le zampate dell’animale morente. Eppure qualcosa di nuovo si annuncia se solo consideriamo che i massacri di Gaza, la carestia indotta e la fame usata come arma di guerra hanno portato in piazza i giovani che non hanno conosciuto il Novecento e che, da nativi digitali, appartengono a una cultura che abbatte confini e territori facendo perdere la loro consistenza e, con essa, la ragione delle guerre del Novecento.

Io penso che la novità del nuovo secolo porti alla sua massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento dopo la fine della guerra mondiale. Questa novità si chiama “Spaesamento”, e consiste nell’assoluta impossibilità di reperire un senso del tempo, di un’epoca e perfino della propria vita. Una condizione che l’umanità occidentale, a quanto ne sappiamo, non ha mai vissuto. I Greci, infatti, avevano come orizzonte di senso la “Natura” che al dire di Eraclito è quello «sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece. Sempre è stata, è, e sarà». Contemplando la natura l’uomo può trarre le leggi per governarla e per costruire una città secondo natura e una conduzione della vita secondo natura.

La tradizione giudaico-cristiana, seconda radice dell’Occidente, ha come orizzonte di senso la “Parola di Dio” che iscrive il tempo in un disegno di salvezza. E quando il tempo è iscritto in un disegno nasce la “storia” che prevede il passato come male (peccato originale), il presente come redenzione e il futuro come salvezza. La scienza pensa allo stesso modo: il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Cristianesimo laicizzato. Anche Marx può essere considerato un cristiano dal momento che pensa che il passato sia ingiustizia sociale, il presente chiede di far esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro giustizia sulla terra. Anche Freud, che scrive un libro contro la religione (L’avvenire di un’illusione) pensa che traumi, nevrosi e psicosi abbiano la loro origine nel passato (l’infanzia), nel presente terapia e nel futuro guarigione. Tutto è cristiano in Occidente, perché il cristianesimo non è solo una religione, ma una cultura, un modo di pensare proiettato nel futuro, capace di portare rimedi ai mali del presente.

Nel Seicento con la nascita del metodo scientifico si inaugura l’età moderna che pone come orizzonte di senso la “Ragione” che si deve emancipare dalle superstizioni, dalla religione, dalle opinioni diffuse ma non fondate, fino all’invito di Kant, in epoca illuminista: “sapere aude”: abbi il coraggio di pervenire al sapere con gli strumenti della ragione. Il motto dell’età moderna è «chi pensa bene fa il bene», ma come ci ricorda Miguel Benasayag, «il nazismo ha dimostrato che si può pensare in maniera eccellente anche il male».

Fine dell’età moderna e nascita dell’età post-moderna che io chiamo “età della tecnica”, perché è proprio nella seconda metà del Novecento che la tecnica conferma quel teorema di Hegel secondo il quale quando un fenomeno aumenta quantitativamente non abbiamo solo un aumento quantitativo di quel fenomeno, ma anche un radicale mutamento qualitativo del paesaggio. Un terremoto di due gradi della scala Mercalli forse neppure lo avvertiamo, mentre un aumento quantitativo dell’intensità del terremoto trasforma qualitativamente il paesaggio in un cumulo di macerie.

Oggi la tecnica, per effetto del suo aumento quantitativo, non è più un “mezzo” a disposizione dell’uomo come comunemente si crede, ma è un “mondo”, e il concetto di “mezzo” è radicalmente diverso dal concetto di “mondo”. Quando la tecnica era modesta, l’uomo si poneva dei fini e andava alla ricerca dei mezzi tecnici per realizzarli. Oggi, per effetto del suo aumento quantitativo, la tecnica non è più un “mezzo”, ma è il primo “fine” da raggiungere e perfezionare, perché tutti gli scopi che gli uomini possono proporsi non sono raggiungibili se non attraverso la mediazione tecnica. In questo modo la tecnica si sostituisce all’uomo perché l’uomo può scegliere i suoi fini solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili.

Parlo di “spaesamento” generato dall’età della tecnica perché la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica “funziona”, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario, occorre rivedere alla radice i concetti umanistici di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutriva l’età pre-tecnologica e che ora dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici.

La tecnica non visualizza la natura come nostra dimora, ma come materia prima da usare, come dice Heidegger, fino all’usura. O come diceva un secolo fa Max Weber: questo consumo incontrollato continuerà «finché non avremo consumato l’ultimo quintale di carbon fossile». Nell’età della tecnica l’etica diventapat-etica, perché come fa a impedire alla tecnica che può, di non fare ciò che può? Può invocare o ritardare di qualche tempo l’applicazione delle scoperte tecniche, ma in nessun modo impedirle.

La politica che Platone chiamava “tecnica regia” perché, mentre le tecniche sanno come si fanno le cose, la politica decide se e perché si devono fare, nell’età della tecnica non è più il luogo della decisione. La politica per decidere guarda l’economia, la quale a sua volta non è l’ultima istanza della decisione, perché per i suoi investimenti guarda le novità tecnologiche, per cui l’istanza decisionale passa alla tecnica, la quale, come abbiamo visto, non ha scopi. Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzschediceva della volontà di potenza: «Cosa vuole la volontà di potenza? Vuole sé stessa». Cosa vuole la tecnica? Vuole unicamente il suo auto-potenziamento.

La tecnica ha reso, e sempre di più renderà, l’uomo “a-storico”, perché la storia è una narrazione dove gli accadimenti sono iscritti in una trama di senso, mentre, rispetto alla memoria storica, la memoria tecnica è solo “procedurale” e quindi traduce il passato nell’insignificanza del “superato” e accorda al futuro il semplice significato di perfezionamento delle sue procedure. I Greci, che avevano inaugurato l’etica del limite («chi conosce il suo limite non teme il Destino») avevano incatenato Prometeoche aveva portato la tecnica agli uomini rendendoli, come scriveEschilo, «da indifesi e muti in padroni delle loro menti». Noi invece, come dice giustamente Gadamer, l’abbiamo “scatenato”. E se per gli antichi l’imprevedibile che metteva angoscia era imputabile a un difetto di conoscenze, oggi per noi dipende dall’eccesso delle nostre capacità di fare enormemente superiore alle nostre capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. E così ci muoviamo come a mosca cieca.

Questa condizione di spaesamento è stata preparata nella seconda metà del Novecento se è vero che Günther Anders, un allievo ebreo di Heidegger che, per sfuggire alle persecuzioni naziste si era trasferito in America, dove andò a lavorare alla Ford per guadagnarsi il pane, negli anni Quaranta scriveva al suo maestro: «Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere. Io qui alla Ford sono il pastore delle macchine, e le posso assicurare che nel rapporto uomo-macchina, la guida è già passata alla macchina».

Questa è la ragione per cui, coerentemente, Günther Anders nel 1956 pubblicherà su questo tema il primo volume intitolato L’uomo è antiquato a cui seguirà il secondo volume nel 1963, mentre il suo maestro Heidegger nel 1966, nell’intervista rilasciata allo Spiegel dirà: «Non c’è bisogno della bomba atomica per sradicare l’uomo dalla Terra. Lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui l’uomo oggi vive». Queste date che abbiamo riportato ci dicono che il primo secolo del nuovo millennio non ha fatto altro che portare alla massima espressione quello che era stato preparato nella seconda metà del Novecento.

 Alzogliocchiversoilcielo

 La Repubblica

Immagine


 

mercoledì 21 maggio 2025

NUTRIRE LA VOGLIA DI STUDIARE


 Nutrire la voglia 
di studiare 

per favorire l’equità

 

La voglia di studiare, di imparare e fare meglio non è certo un patrimonio che resta stabile nel tempo. È piuttosto un bagaglio che occorre nutrire e la scuola ha un ruolo cruciale per accrescerlo valorizzando le occasioni di successo, un traguardo spesso più difficile da raggiungere per i ragazzi e le ragazze con maggiori svantaggi. Per uno scopo così alto la valutazione è senza dubbio uno strumento prezioso.

Lavorare a favore dell’equità significa anche stimolare in tutti i ragazzi la motivazione di cui hanno bisogno per affrontare l’impegno di formarsi.

Chi studia e impara davvero ci riesce perché ne ha voglia, perché prova gusto a fare qualcosa in cui ha fiducia di poter riuscire.

Si costruisce così un circuito virtuoso che favorisce il successo e sostiene la motivazione. Quando una cosa ci riesce, infatti, siamo spronati ad andare avanti e a investire sforzi anche in sfide difficili. Al contrario, quando si inizia a sperimentare l’insuccesso e magari questo si ripete perché poggia su uno svantaggio esistente già in partenza, la motivazione a fare per apprendere si perde più facilmente.

Dare senso, una carta vincente

La scuola è il primo posto in cui un allievo si confronta con le sue competenze cognitive, sociali e relazionali. Se già dall’inizio del percorso formativo si sentirà adeguato ad affrontare compiti sfidanti costruirà verso l’impegno che l’apprendere comporta un atteggiamento positivo, che molto probabilmente porterà con sé anche in altre situazioni della sua vita, nel presente e nel futuro.

Se la scuola invece è percepita come un ambiente faticoso, che dà poche soddisfazioni, è facile che il ragazzo entri in un’ottica di “lavoro in economia”; questo lo porterà a cercare di sopravvivere al compito di apprendere facendo il minimo indispensabile per evitare le conseguenze più spiacevoli, come la bocciatura.

Comincerà quindi a rendere meno di quanto è nelle sue possibilità, intraprendendo un percorso che potrebbe anche portarlo ad abbandonare la scuola prima del tempo.

Del resto, è noto da tempo che la motivazione è strettamente legata al rendimento scolastico e che i ragazzi imparano molto più facilmente quando sono interessati a ciò che apprendono, soprattutto perché capiscono l’utilità e l’applicabilità di ciò che gli viene chiesto di imparare.

Non c’è dubbio infatti che, per dare senso a quello che apprendono, gli allievi di ogni grado di scolarità devono poter stabilire collegamenti tra ciò che fanno in aula e l’esperienza fuori dalla scuola.

È questa una strategia didattica certamente applicata da un numero considerevole di docenti, come testimoniano i dati dell’Indagine TIMSS (Trend in International Mathematics and Science Study) della IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), nell’ambito del quale è stato chiesto agli insegnanti quanto spesso collegano le lezioni alla quotidianità dei ragazzi.

Le risposte dei docenti – per il TIMSS sono insegnanti di Matematica – rivelano che gli esempi di vita reale sono molto spesso utilizzati durante le lezioni. Gli insegnanti di matematica del 51,5% degli studenti di quarta primaria nell’UE hanno indicato che collegano quasi ogni lezione alla vita quotidiana degli studenti; il 30,9% ha riferito di farlo in circa la metà delle lezioni. Il 17,6% degli studenti di quarta primaria dell’UE riceve esempi di vita reale solo durante alcune lezioni. Quasi nessun insegnante ha detto di non mettere mai in relazione le lezioni con la vita degli studenti.

Costruire condizioni di successo

Proprio perché la motivazione è così legata alla percezione sia della significatività di quello che si sta facendo sia all’esperienza di successo o insuccesso che si vive da studenti, osservare la scuola attraverso dati valutativi validi e attendibili – come accade con le Rilevazioni nazionali e internazionali alle quali il Nostro Paese partecipa – è uno strumento chiave per sostenere lo sforzo di equità e inclusività che il sistema formativo compie nei confronti di ogni allievo.

Identificare le esigenze di apprendimento della popolazione scolastica è infatti il primo passo verso lo sviluppo di itinerari formativi capaci di costruire condizioni di successo fin dall’inizio del percorso formativo per ogni allievo, anche per coloro che provengono da situazioni di svantaggio, dovute a cause diverse. Le circostanze personali e sociali, infatti, non dovrebbero essere un ostacolo al successo scolastico.

L’obiettivo non è solo che l’allievo raggiunga un determinato risultato, ma anche che costruisca un rapporto positivo con l’apprendimento, dove ogni risultato positivo aumenta la sua motivazione a continuare.

Perché ciò accada, trasformando in realtà concreta un’istanza educativa di innegabile valore, occorre creare un ambiente dove ogni bambino o ragazzo abbia la possibilità di affrontare sfide per lui raggiungibili con il giusto supporto, fatto di feedback costruttivi e di riconoscimento dei progressi compiuti, fattori cruciali perché un giovane impari a credere nelle proprie possibilità e sia disponibile a fare la fatica di apprendere.

 

Approfondimenti

 

INVALSI

 

 

lunedì 27 gennaio 2025

DIAMO SENSO ALLA VITA

 


Sui social basta 

col “qui e ora”, 

diamo senso alla vita


Il Giubileo della speranza ci invita a ripensare il modo in cui usiamo gli strumenti digitali. La rete può diventare uno spazio di costruzione e non più solo di consumo. Proviamoci sul serio.

 - di Roberto Ravagnani*

Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è dominata dalla velocità e dall’immediatezza. I social network, in particolare, sono diventati il luogo in cui si consuma gran parte dell’informazione quotidiana, con contenuti che spesso si esauriscono nell’istante, senza offrire prospettive a lungo termine. In questo contesto, il Giubileo della Speranza si presenta come una sfida e un’opportunità: ci invita a guardare oltre l’attimo presente e a comunicare in modo più autentico, capace di ispirare e aprire orizzonti di futuro.

Tanti contenuti online sono superficiali e fini a se stessi. Intrattengono, ma non provocano, informano, ma non interrogano. Scorriamo immagini e parole che catturano l’attenzione per pochi secondi, lasciandoci però con un senso di vuoto.

Il rischio è rimanere schiacciati sul presente, incapaci di pensare a ciò che verrà.

La speranza, invece, è una forza che spinge avanti, che invita a costruire un domani migliore. Comunicare speranza significa uscire dalla logica del “qui e ora” e promuovere una narrazione capace di dare senso e direzione alla vita.

Il Giubileo della Speranza è un’occasione per ripensare il modo in cui usiamo gli strumenti digitali.

La rete può diventare uno spazio di costruzione e non solo di consumo, un luogo in cui condividere non solo emozioni passeggere, ma valori che resistano nel tempo.

La speranza cristiana, infatti, non è un’illusione o un semplice ottimismo, ma una certezza che spinge ad agire, a mettersi in gioco per il bene comune.

È una sfida che riguarda tutti: influencer, comunicatori, giornalisti, educatori, preti e semplici utenti.

Papa Francesco ci ricorda che “non si può vivere senza speranza” e che questa va alimentata anche nella comunicazione.

Oggi più che mai c’è bisogno di parole che incoraggiano, di racconti che ispirano, di messaggi che aprono strade nuove.

E allora diamoci da fare, anche virtualmente, anche se i social a volte ci sembrano circostanze - come direbbe San Paolo - “inopportune”, anche se ci costa scomodarci e andare al di là di quello che abbiamo sempre fatto. Possiamo riuscirci, perché la speranze ce ne dà la forza.

Dobbiamo provarci, perché il mondo ne ha bisogno .I giovani, in particolare. Per loro i social rappresentano non solo un mezzo di svago, ma un vero e proprio strumento di costruzione dell’identità.

Ecco perché la Chiesa proprio sui social è chiamata a offrire narrazioni che vadano oltre l’apparenza e il successo immediato, aiutando le nuove generazioni a scoprire il valore della progettualità e della fiducia nel futuro.

Non si tratta di riempire le piattaforme digitali di contenuti religiosi in senso stretto, ma di portare nel mondo della comunicazione la visione cristiana della vita, capace di suscitare domande, di aprire alla ricerca, di ispirare cambiamento.

In un mondo segnato da incertezze, la speranza può diventare il filo conduttore di una comunicazione che non si limiti a descrivere il presente, ma che aiuti a costruire il futuro.

E la Chiesa, noi cristiani, giochiamo un ruolo chiave in questo. Speriamo di credere davvero nella speranza che professiamo perché, se quest'anno la prendiamo sul serio, allora ne vedremo delle belle!

 www.avvenire.it

*Top executive con estesa esperienza internazionale, è Partner di key2people dal 2020, dove, nell’ambito della Practice Advisory sta sviluppando progetti di riorganizzazione, change management, ridisegno dei processi HR e new ways of working. Inoltre è Board Member per IIC Partners, uno dei maggiori network di Executive Search a livello globale.

Immagine

 

 

mercoledì 15 gennaio 2025

SONO ESAURITO


DIVENTARE CHI? 




 

-         -di Alessandro D’Avenia

 «Sono esaurito». «Ho bisogno di staccare la spina». «Devo ricaricarmi». Espressioni d’uso quotidiano che tradiscono la fatica di pensarsi macchine con un corpo-hardware e una coscienza-software («ci aggiorniamo», «non siamo compatibili», «interfacciamoci»).

È la neolingua tecnologica: abbiamo affidato alle macchine l’umanissimo sogno di non morire, perché l’umano, così com’è, sembra una versione superata del vivere. Infatti «ultima generazione» non indica più i nuovi nati, ma i nuovi telefoni o pc. Eppure, noi non stacchiamo la spina, riposiamo come i campi per dare frutto; non ci ricarichiamo, noi rinforziamo i legami con la vita come l’albero con la terra e la luce; non ci esauriamo come batterie, ma come sorgenti d’acqua. Barattando il discorso naturale con quello artificiale, abbiamo scelto: macchina ti dici, macchina diventi. Ma funzionare è il nostro destino? Il frullatore frulla, la lavatrice lava, il calcolatore calcola. E l’umano come «umana»? Sente e sa di essere vivo perché sente e sa che morirà: siamo un limite aperto, libero, creativo; siamo tempo incarnato, respiro e desiderio, sangue e sogno, destino e destinazione. Eppure, invidiamo alla macchina il contrario: non sentire né sapere di sé, non dover scegliere né morire. Funzionare ci rende più sicuri, ma non felici, perché «umanare» non è funzionare, ma diventare. Diventare chi? 

La felicità

Ogni cultura immagina la felicità in una forma compiuta dell’umano, per questo tutte hanno la loro «formazione»: il metodo educativo per avere quella «forma». Una cultura che punta alla forma-macchina fa, per esempio, una scuola-macchina, dove si eseguono «programmi» su memorie da riempire di dati. La didattica (dal greco indicare: ciò che è vero, giusto, bello) diventa «didatica» (fornire dati), la formazione formattazione (a tutti gli stessi dati). Lo ha reso palese il confinamento: abbiamo creduto di far scuola mantenendo intatti ore e programmi ma attraverso lo schermo, perché formare è in-formare memorie (soft-disk) senza corpo. Non c’erano vite ma programmi da eseguire, e infatti le vite sono rimaste ferite. 

L’uomo del futuro

Già nel 1958 la filosofa Hannah Arendt aveva colto la deriva: «Quest’uomo del futuro, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove, che desidera scambiare con qualcosa che lui stesso abbia fatto» (Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana). Al «diventare ciò che siamo» dei Greci (sei portatore di un destino) e patrimonio di molte altre culture, preferiamo «l’essere programmati»: è più sicuro e alleggerisce il peso della libertà. Però prima o poi ci rompiamo come telefoni che, a forza di «ultimi aggiornamenti», non reggono più il «programma» divenuto troppo «pesante». 

 Crediamo di dover cambiare hardware, invece è solo una salutare crisi di senso, che la macchina non ha: chi sono? Chi sto diventando? Non è un caso che in ambito educativo non abbiamo mai avuto così tante informazioni (manuali ed esperti) ma così tanta difficoltà a educare. Come mai? Perché non bastano i dati, l’umano non è programma ma origine, non è protocollo ma relazione, la «forma» non si «carica» in base a quello che il mondo si aspetta dal nostro curriculum, come nella famosa scena di Matrix in cui il protagonista, sospeso nel bianco come un hardware vergine, viene «aggiornato». In noi la forma si «scopre», «coltiva» e «compie»: essere «in forma» non riguarda solo il corpo, ma la vita tutta. 

 Scriveva il poeta greco Pindaro già nel VI sec. a.C. «Diventa ciò che sei, avendolo appreso» cioè, come ricordava il dio Apollo a chi visitava il suo tempio, su una facciata «Conosci te stesso» (sei un uomo), sull’altra «Nulla di troppo» (rimani uomo). Servono i dati, ma non bastano. 

 Ci serve un’ipotesi diversa al «pensati macchina», abbiamo bisogno di abbracciare la condizione umana così «come ci è stata data», dice Arendt, in generale e in originale: la vita non è «data» (dati) ma «data» (donata), non si programma, si scopre. Omero lo dice senza mezzi termini, perché per dire «uomo» dice «mortale», cioè «fatto di morte», come legnoso è fatto di legno. Gli dèi greci sono infatti uguali agli uomini tranne in un aspetto: sono immortali. Ed è la «forma» divina il fine della «formazione» greca. 

 Il mortale (soggetto al tempo) aspira all’immortale (vince il tempo), al non soggetto alla morte. Infatti, quella cultura ha indagato la natura delle cose per cogliere ciò che non muta, inventando ciò che non muore come i templi e i teatri, la geometria e la medicina, la filosofia e la democrazia... All’uomo greco, mortale che cerca l’immortale, la cultura giudaico-cristiana suggerisce un orizzonte più ampio. L’uomo è sì mortale «Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?» (Mt 6,27) chiede Cristo, che abbraccia questa condizione morendo anche lui, ma rivela che l’uomo è di più: è figlio, figlio del Dio della vita e della cura della vita, «anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete» (Lc 12,7). Non è fatto di morte ma di filiazione. La forma piena dell’umano non è diventare immortale, ma figlio: «A quanti l’hanno accolto (il Figlio) ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). 

Essere figlio

Essere figlio significa sentirsi voluti nella vita ora e sempre: non mi sono dato la vita e questo mi mette in condizione di scoprire se la vita viene dal nulla o da un amore che mi vuole esistente, ora e dopo la morte. La relazione con questo amore è via per la forma umana più compiuta. Non si tratta quindi di diventare immortali, privilegio di pochi, ma «filiali», possibile a tutti: rafforzare l’appartenenza alla vita e unire gli uomini. È infatti in ambito cristiano che nascono idee come la redistribuzione dei beni in eccesso, i Monti di pietà (il piccolo credito senza usura), gli ospedali, le università... 

 La cultura greca «forma» l’uomo-immortale, che accetta drammaticamente la condizione mortale (come narrano epos e tragedia) e cerca di raggiungere il divino, perché solo ciò che è divino non muore. La cultura cristiana «forma» l’uomo-figlio, che accetta redazionalmente la vita ed è chiamato a moltiplicarla con i propri talenti in favore degli altri. È divino ciò che diventa figlio e rende fratelli. 

 L’uomo-potenza

La cultura oggi dominante «forma» l’uomo-potenza, lo spinge a funzionare, a programmarsi, ad avere successo. Il corpo è un hardware e la coscienza un software (la cosiddetta intelligenza artificiale non è l’evoluzione del computer ma la nostra, ciò che noi vogliamo diventare: pensiero meccanico che risolve problemi in pochissimo tempo, ma è inconsapevole di sé). È divino chi si libera dai limiti, chi funziona meglio e non si pone più inutili domande di senso. La «formazione» greca dice «diventa ciò che sei, costi quel che costi, c’è un destino»; la cristiana «ricevi ciò che sei, sei un dono per te e per il mondo, c’è una chiamata»; quella contemporanea «funziona meglio che puoi, sarai al sicuro, c’è un programma». Di conseguenza per la cultura greca la forma-modello dell’umano è l’eroe, Achille; per quella cristiana il figlio, Cristo; per quella moderna il risultato, IA. 

 Da domani un noto social eliminerà i filtri bellezza perché garantiscono risultati, ma ci costano patologie: dismorfofobia, dipendenza, depressione... Noi diventiamo, ma chi vogliamo diventare lo scegliamo noi: eroi, figli o risultati? Che cosa ci rende più felici? Cerco la risposta mentre cammino con chi amo nel bosco innevato, la luce filtra tra gli alberi contratti nel silenzio invernale illuminando a tratti la strada che conduce al rifugio dove potremo scaldarci, riposare, mangiare, parlare piano, confidarci gioie e dolori. 

Ringrazio Dio. E la memoria di tutto questo non mi servirà a risolvere nessun problema, ma a sapere che sono vivo e da vivo un giorno morirò. Continuerò a servirmi delle macchine e della loro potenza, senza mai invidiare la loro incoscienza. 

 

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

mercoledì 11 dicembre 2024

ADOLESCENTI. CHI SONO?

 Li conosciamo davvero?

A Roma in una giornata

 di studio educatori ed esperti 

hanno indagato

 la complessità del mondo giovanile. 

Per costruire insieme il futuro

-          -         di ALBERTO GASTALDI

-          «Stare di fronte a loro senza paura di vederli per quello che sono, senza paura d’essere a volte delusi, senza paura di andarli a incontrare là dove sono».

Don Giacomo Pompei, direttore dell’Ufficio per la pastorale della scuola della diocesi di Macerata, vede una priorità nell’azione pastorale accanto ai giovani: conoscerli nella loro realtà, mettendo da parte i pregiudizi o gli schemi preconfezionati, superando gli aspetti problematici per aprirsi allo stupore della novità. Don Giacomo, come aiutante di studio alla Cei, ha infatti partecipato nei giorni scorsi a Roma al seminario “Come mi conosci?”, un momento di ricerca e riflessione sulla realtà giovanile, organizzato dall’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile. Una collaborazione preziosa per comprendere meglio il mondo dei giovani e costruire insieme nuove prospettive. Uno sguardo appassionato che è arrivato attraverso un confronto con i contributi di una decina di ricercatori in diverse materie (sociologia, pedagogia, psicologia, teologia pastorale).

In questa direzione è interessante un’indicazione che è emersa durante un intervento. «Nei ragazzi e nelle ragazze del nostro paese, secondo la ricerca European values studies, è forte la dimensione della ricerca di senso e anche il tentativo di andare un po’ al di là di se stessi. È un dato molto importante - commenta Vera Lomazzi, docente di sociologia generale all’ università di Bergamo - perché lo vediamo in tante dimensioni valoriali, non solo nella dimensione religiosa ma anche nella famiglia, nel lavoro e nell’impegno nella solidarietà». Questa indicazione interpella gli educatori ad assumere uno slancio rinnovato: «Credo sia importante cogliere questa forte richiesta di guida - commenta Lomazzi - che c’è dietro alla ricerca di senso che emerge. Oltre a essere testimoni credibili nei propri ruoli all’interno della comunità, chi educa è fondamentale che proponga esperienze in cui sentirsi riconosciuti come persona, protagonista non solo del proprio futuro ma che attivamente può contribuire al futuro collettivo». La docente lombarda prova a ipotizzare delle direzioni: «Penso in particolare a esperienze concrete di coinvolgimento, informale, su temi significativi per i giovani, come la pace, l’ambiente, la sostenibilità sociale e la lotta alle disuguaglianze, ma anche sperimentare questa attribuzione di senso in forme più strutturate come nelle esperienze di inserimento lavorativo e formazione professionale». Un percorso che inevitabilmente richiede alla comunità educante il coraggio di mettersi in discussione per poter comprendere i giovani con categorie spesso inedite.

«Si può partire dall’offrire più spazio e più tempo ai ragazzi per dare loro parola, far esporre le loro idee, i loro progetti - aggiunge Cecilia Costa, docente di sociologia dei processi culturali all’università di Roma Tre - perché li vediamo spesso bloccati nell’esprimersi. Possono così prendere consapevolezza delle loro potenzialità e assumersi delle responsabiltà». Costa vede nei giovani una carica creativa che si può concretizzare in tante direzioni. « Agli adulti è chiesto - prosegue di offrire loro dei contenuti sostanziosi che siano dei riferimenti certi nei loro percorsi, altrimenti in questa società così frammentata il rischio è che i giovani si perdano. Regna una cultura dell’eterno presente che non aiuta a costruire dei progetti. Si agisce sulla contingenza, in base al sentire, ai bisogni immediati». Giovani ripiegati «di fronte a continue ansie da prestazione - dice don Pompei - però non possiamo fermarci lì. Occorre vederli pieni di promesse. Queste promesse ci impegnano e ci danno il senso della nostra responsabilità» «Spesso - afferma Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università - guardando ai giovani ci fermiamo ai sintomi delle tante manifestazioni di disagio, di dipendenza digitale e invece siamo chiamati ad andare oltre per cercare di intervenire sulle cause, che sono, ad esempio, la solitudine, la mancanza di trascendenza e l’assenza di adulti che siano guide e maestri». Con questo desiderio di fermarsi per pensare e ascoltare la complessità giovanile è stata individuata la collaborazione «tra l’Ufficio della scuola, dell’università e dell’insegnamento della religione - afferma Diaco - che sono luoghi in cui giochiamo fuori casa, nei quali la Chiesa si trova in altri ambienti, in altri contesti e il servizio della pastorale giovanile che a volte magari viene identificato con l’attività interna della Chiesa per i giovani e con i giovani. Possiamo mostrare sempre di più come questi due approcci siano complementari e si debbano integrare per lavorare sempre di più insieme a favore del bene dei giovani».

Aggiunge don Riccardo Pincerato, direttore del Servizio nazionale di pastorale giovanile: «Un seminario che mette insieme più voci, che non per forza sono concordanti, che possono avere anche delle differenze, ci può aiutare a continuare a sognare, a continuare a costruire strade per le nuove generazioni. “Come mi conosci”, scelto come titolo della giornata, rimane allora una domanda aperta e rimane una possibilità che vogliamo offrirci come Chiesa nei nostri territori per continuare a stare in dialogo con la realtà».

Il Servizio nazionale durante l’anno sta offrendo alcune proposte di formazione. Le diocesi sono interpellate a mettersi in movimento. «Serve iniziare a studiare - afferma don Pompei - è fondamentale che anche nelle nostre diocesi si attivino percorsi di ricerca, lasciandosi accompagnare in attività di studio, di riflessione, senza aver paura di perdere tempo o di farsi prendere dalla frenesia dell’organizzare. Coinvolgere persone esperte che ci mettano il cuore, che si impegnino a conoscere la realtà delle nuove generazioni. Direi che forse la ricaduta più grande che possiamo prendere dall’occasione offerta è quella di attivare nelle esperienze locali dei percorsi di ricerca per accompagnare la vita dei giovani».

 

www.avvenire.it

Immagine


 

venerdì 30 agosto 2024

IN DIALOGO PER UN SENSO

VOCATI 

alla

 GENERATIVITA'




 -         di LEONARDO BECCHETTI

 L’estate è un tempo prezioso di pausa dalla routine lavorativa e contemplazione della natura che ci porta a riflettere su ciò che è essenziale nella nostra vita («Se non siamo alla ricerca dell’essenziale allora cosa cerchiamo?», il bel titolo del Meeting di Rimini). Da un altro bellissimo evento “in cammino”, quello della Route degli scout adulti italiani, arriva un messaggio sintetico ma fondamentale per la nostra comunità, spesso afflitta in tanti, troppi suoi membri da povertà di senso e depressione, oltre che difficoltà economiche. La felicità esiste ma si conquista... con i piedi. Ovvero senza mettersi in cammino è impossibile da raggiungere. Sono tutti messaggi coerenti con quanto la frontiera delle scienze sociali e l’economia civile oggi raccontano e hanno imparato dell’essere umano. Siamo cercatori di senso del vivere, bisognosi di riconoscimento e affamati di relazioni. Nasciamo da un dono genitoriale che ci spinge a ricambiare verso altri e siamo dunque vocati alla generatività. I dati sugli individui in tutto il mondo confermano che queste tre variabili (senso del vivere, qualità della vita di relazioni, generatività) sono i tre capisaldi di una vita felice, soddisfacente e ricca di senso.

Ma il ritorno alle nostre occupazioni farà scontrare molti di noi con la dura realtà del fatto che gli ingranaggi sociali (vere e proprie “strutture di peccato” o semplicemente percorsi che l’ingegno delle generazioni passate non è riuscito a costruire migliori) ci allontanano da questa meta e rendono spesso i nostri cammini di vita vie povere di senso. La domanda “generativa” fondamentale alla ripresa delle attività diventa dunque questa: come orientare la rotta nella direzione giusta superando gli ostacoli che abbiamo davanti?

E come indicare vie di soluzione personale e politica per i membri delle nostre comunità sulle grandi sfide che ci aspettano (pace, transizione ecologica, intelligenza artificiale e lavoro, demografia)? Ripartiamo in Italia forti di un metodo e di alcuni capisaldi già collaudati. Abbiamo un ricco e ammirevole percorso di riflessione scandito dai festival, reti virtuose di società civile al lavoro, know how che nasce dalle esperienze sul campo di buone pratiche che si è incontrato e consolidato in una visione/spartito e in un paradigma “relazional/personalista” che colma un vuoto nella cultura contemporanea. L’obiettivo è quello di dialogare in modo sempre più fecondo su questi temi con la classe politica e con pezzi del Paese disperati, isolati e alla deriva. Per farlo, non possiamo che partire laddove troviamo le persone, ovvero da risposte ai problemi di oggi in grado di incarnare quella visione: dalla lotta alla povertà e alle diseguaglianze, dalle politiche socialmente sostenibili sulla transizione ecologica, alle strategie di de-escalation per i conflitti, alla distribuzione equa dei benefici dell’innovazione dell’intelligenza artificiale, alle risposte in sanità di fronte a una domanda che, in una popolazione che invecchia e con anni non in buona salute che aumentano, rischia di diventare progressivamente infinita.

 Il dibattito di questi giorni sullo ius scholae è un esempio di come questo possa avvenire fuori da risse ideologiche portando avanti il progresso civile nel Paese. La demografia manda in crisi la vitalità del mercato del lavoro, la tenuta dei sistemi previdenziali e pensionistici. Ma in soccorso possono e devono arrivare più giovani stranieri con meccanismi di selezione che premino coloro che con la loro vita testimoniano volontà d’investimento ed integrazione ed aspirazione a migliorare le loro opportunità nel nostro Paese. Le due parole chiave che possono tenerci sul sentiero giusto sono partecipazione e generatività. La prima non è solo condizione necessaria personale per una vita ricca, ma anche condizione necessaria sociale per una democrazia in salute. La seconda è quella che nelle edizioni passate del Festival Nazionale dell’Economia Civile, in collaborazione con “Avvenire”, abbiamo trasformato in indicatore di benessere in grado di offrire mappe di misurazione della capacità delle province italiane di creare condizioni per la fioritura di vita delle persone.

 Quante vie nuove di generatività riusciremo a creare e quante delle esistenti ad allargare? Perché è velleitario descrivere mondi ideali senza indicare in che modo concretamente dai labirinti in cui ci troviamo è possibile muovere verso di esse. L’itinerario dei grandi eventi festival prosegue e serve proprio per attivare risposte di comunità e reti mettendo in moto processi creano condizioni favorevoli per l’emersione di soluzioni non già precostituite durante il cammino. Anche la verità e il progresso civile (come la felicità) si conquistano con i piedi.

www.avvenire.it 

martedì 28 maggio 2024

UN SENSO ALLA VITA

 

«Essere giovani oggi è tremendo, perché sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare e che vada in chiesa». 



Così il cantautore Niccolò Moriconi, in arte Ultimo (suo di diritto questo banco), nella recente intervista.


-          di Alessandro D’Avenia

 

Per i giovani di cui parla il ventottenne romano che riempie gli stadi, le grandi narrazioni, un tempo capaci di unire e mettere in moto, non hanno più energia. Politica e religione non danno più senso e non fanno più comunità, sono relitti a cui si aggrappa chi ci è cresciuto dentro. «Siamo stufi — dice Ultimo — di questa spaccatura tra destra e sinistra. Immagini che effetto avrebbe un politico che dicesse: non scelgo né la destra né la sinistra. Scelgo l’alto».

 Disimpegno giovanile? Non credo: per rimanere in musica, già Gaber nel 1994 chiudeva con un «basta!» la canzone Destra-Sinistra, ridotte da tempo a etichette, ma sperava nostalgicamente: «L’ideologia/ Malgrado tutto credo ancora che ci sia/ È la passione, l’ossessione della tua diversità/ Che al momento dove è andata non si sa». E le chiese? «Un conto è credere in un dio, in un’entità, nelle energie; io credo nelle energie, che Jung chiamava sincronicità: come incontrare la persona giusta al momento giusto. Un altro conto è credere nella Chiesa».

 Che cosa è «l’alto» indicato da Ultimo? E quali «energie» sono più affidabili della Chiesa?

 Alto, dal latino alo, nutrire, è chi è cresciuto, stessa radice di alimento, ciò che nutre, e di alunno, chi deve esser nutrito per raggiungere la sua altezza. La cultura dominante, di cui la politica è manifestazione, non fa più crescere. Le manca, dieta inadeguata, sostanza: il senso della vita. Una cultura alta non fa morire di fame chi è in cerca di senso. Invece politica, religione, libri, serie, musica, tv, podcast, social... sono spesso solo aperitivi, solleticano la fame, ma lasciano a stomaco vuoto. Un pensiero «spritz e noccioline» non soddisfa il perché e per chi val la pena vivere, cioè come si affronta e si vince la morte. Mancano narrazioni «alte», visioni di mondo ricche di sostanza, capaci di dare energia all’ordinario facendolo diventare straordinario.

 Vasco, nel 2004, lo cantava già stancamente in Un senso: «Voglio trovare un senso a questa vita/ anche se questa vita un senso non ce l’ha.// Sai che cosa penso?/ Che se non ha un senso/ Domani arriverà/ Domani arriverà lo stesso»; e Ultimo, riecheggiandone i versi, di questa speranza senza sostanza certifica la fine: «I giovani sono anestetizzati. Fermi. Aspettano un domani che non arriva e non arriverà... Noi proviamo a dare un senso alle cose. Ma la realtà non è sensata. La realtà è tremenda. È schifosa. Guerra, paura, sottomissione, chiusura: stai attento a quello, non fare quell’altro. Per questo ci costruiamo un altrove».

 Il cantautore stufo di catene evoca un luogo. Se prima era una direzione, l’alto, ora è un rifugio privato: «bere un buon vino con i miei amici, guardare una serie con la mia fidanzata, le canzoni. Non è scappare dal mondo. È guardarlo con gli occhi dell’altrove. Da ragazzo l’altrove era il parchetto di San Basilio». Non è spento il desiderio di appartenere e di comunità, ma è per lo più un rimpianto: i metri quadri in cui un bambino trovava tutto.

 Oggi l’altrove sembra non essere più «pubblico» come un parco, ma «privato», un orticello, in cui almeno ci sono legami buoni. Pensiamo alle imminenti elezioni europee. Coinvolgono i giovani, che Europei lo sono solo per qualche euro in tasca? Che narrazione e quindi che energia ha l’Europa per la loro vita? Che senso ha un sistema in cui nella quasi totalità dei partiti viene poi eletto chi non hai scelto? Perché quindi votare l’inappartenenza? E le chiese? Esaurite, meglio rivolgersi ad altre energie depositarie del sacro senza cui l’uomo non può vivere. Nelle chiese spesso trovi il Dio della terza età, barbuto e barboso, moralistico, individualistico e sentimentale, non un Amore forte che mi viene incontro e parla a me, che mi tira fuori dall’io isolato e mi dà energia per amare, cioè per godere la vita con gli altri.

 Del primo Nietzsche aveva certificato la morte (cioè che non fosse più fonte di senso) già nel 1885 in Così parlò Zarathustra, definendo l’arrivo dell’ultimo (il cantautore qui non c’entra) uomo, di massa: «Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo. La terra sarà diventata piccola e su di essa saltellerà l’ultimo uomo, che tutto rimpicciolisce. La sua genia è indistruttibile, come la pulce di terra; campa più a lungo di tutti. “Noi abbiamo inventato la felicita” — dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio. Si continua a lavorare, perché il lavoro intrattiene. Ma ci si dà cura che l’intrattenimento non sia troppo impegnativo. Nessun pastore e un sol gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé in manicomio. Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute. “Noi abbiamo inventato la felicità” — dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio». Il filosofo aveva intuito l’esaurirsi dell’energia creativa in un mondo in cui la felicità diventa una quieta e piacevole disperazione, e il denaro per le vogliuzze una fede.

 Questa è la vita tremenda da cui Ultimo cerca l’uscita (in alto) o la fuga (altrove). E in questo desiderio di liberazione o evasione si identificano moltitudini d’orecchie e di cuori: «Sono vero. Onesto. Trasparente al cento per cento. Non scrivo canzoni per farne un successo, ma per tirare fuori quello che ho dentro. Quando canto, io ci credo. E la gente capisce quando una cosa è vera. Le persone si aggrappano a me, alle mie parole». I concerti sono eventi comunitari, per due ore si appartiene a qualcosa di meno asfissiante del proprio io, prigioniero di rabbia e malinconia, disprezzo e anestesia, perché la cultura dominante non nutre ma affama. Ci resta della musica leggerissima, adatta ai passi del ballo delle incertezze contro la noia total, per rimanere nel credo sanremese. Per Nietzsche gli ultimi uomini sono coloro che hanno rinunciato all’amore, al desiderio, alla speranza. Dov’è l’amore che mi vuole esistente e non viene meno? Dov’è l’infinito all’altezza del mio desiderio? E l’altrove che può unirci e in cui sperare?

 Domande che mezzo secolo fa l’adolescente Camilla Unwin pose a J.R.R.Tolkien così: «Qual è lo scopo della vita?». Il 20 maggio 1969, l’autore più letto del XX secolo e visto del XXI, le rispose con una lettera in cui le diceva che «non viviamo, non possiamo vivere, in isolamento, abbiamo un legame con tutte le altre cose, sempre più stretto fino a quello unico con la nostra specie» e aggiungeva che da questi legami, che la settimana scorsa chiamavo di «co-nascenza», derivava lo scopo della vita: sviluppare i propri talenti senza sprecarli o abusarne; non ferire il prossimo e non interferire nel suo sviluppo, anzi essere disposti al sacrificio di sé per amore; accrescere la conoscenza di un universo inesauribile e soprattutto di Dio, fonte di tutti i legami, bellezze e misteri.

 Le nuove generazioni, ieri come oggi, hanno fame di questa sostanza che fa crescere e partecipare al banchetto della vita. Sta a noi prepararla e offrirla, sta a loro cercarla, e scegliere tra la rimpicciolita felicità di massa degli ultimi uomini, «le sostanze», o una vita più bella, grande e gioiosa, «di sostanza», degli uomini nuovi. Qui e ora, al banco Ultimo.

 Alzogliocchiversoilcielo

Immagine