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venerdì 18 settembre 2026

IO SONO NESSUNO










Andrea Maggi

Giunti , 2026

 

Descrizione

Andrea ha 13 anni, è sensibile, solitario e si è appena trasferito in una grande città con la madre dopo aver lasciato il piccolo paese di mare in cui è cresciuto.

Del padre, morto quando era ancora in fasce, non conserva alcun ricordo.

Durante il trasloco, ruba di nascosto un cassetto dalla scrivania della madre e scopre al suo interno un manoscritto inedito scritto proprio dal padre: un romanzo sull’Odissea.

Andrea si riconosce subito in quelle pagine, perché la nuova scuola è un campo di battaglia, i bulli lo prendono di mira e la solitudine sembra inghiottirlo. 

Finché un incontro straordinario cambia tutto…

Dettagli

  • Editore:Giunti Editore
  • Collana:NARRATIVA TEENS
  • Copertina:Cartonato con sovraccoperta
  • Pagine:304
  • Dimensioni:13.0 x 18.0 cm
  • Data di pubblicazione:15 settembre 2026
  • ISBN:9791223208564
  • Fascia di età:Età: a partire dai 14 anni (giovani adulti)

giovedì 23 luglio 2026

L'ODISSEA E L'EDUCAZIONE

 


Tremila anni dopo,

 l’Odissea 

ci parla ancora 

di educazione


Una rilettura pedagogica dell'Odissea di Christopher Nolan vista dalla prospettiva di Telemaco, il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. Perché gli adolescenti di oggi somigliano molto a Telemaco: non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal è una splendida notizia.

di Dafne Guida 

Tremila anni dopo, l’Odissea ci parla ancora di educazione. E quella di Nolan ancor di più. Sono uscita dal cinema pensando a Telemaco. Non a Ulisse, non alle sirene, non ai 250 milioni di dollari spesi per la produzione. Penso agli occhi di Telemaco quando riconosce il padre dalla carezza ad Argo morente, il cane che lo aspetta vent’anni e che muore nell’istante in cui lo riconosce. È lo sguardo di chi desidera un testimone che lo accompagni, ed è questo il momento più bello del film: Ulisse visto con gli occhi del figlio. Il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. 

Massimo Recalcati ha dato un nome a questa figura, “il complesso di Telemaco”: il figlio che non vuole abbattere il padre come Edipo, che non si specchia in se stesso come Narciso, ma che attende qualcuno che torni a testimoniare una legge, una giustizia, un ordine possibile. Nel mio lavoro incontro tanti Telemaco. Adolescenti che non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal mi sembra una splendida notizia. 

Poi c’è il modo in cui questo film è stato fatto e qui devo dichiarare la mia parzialità. Chi come me si è formata alla scuola pedagogica di Riccardo Massa, porta addosso un’idea precisa: l’educazione è un’esperienza vissuta e incarnata, è materialità, è attraversamento concreto di un campo. Non simulazione. Nolan ha girato mari veri, luoghi veri, corpi veri davanti alla macchina da presa, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette mondi già pronti, fantasie prototipate che nessuna mano ha mai toccato davvero. Non è una questione di nostalgia tecnica: è una scelta che dice qualcosa a chiunque educhi. La realtà esiste e resiste. E proprio perché resiste, forma. 

Elogio della curiosità 

Poi c’è la curiosità. Ulisse vuole ascoltare il canto delle Sirene quando ogni marinaio prudente si tappa le orecchie, e si fa legare all’albero della nave pur di sentirlo. Vuole entrare nella grotta del Ciclope per vedere chi la abita. Nei nostri servizi educativi vedo questa spinta ogni giorno: in una bambina ferma da dieci minuti davanti a un formicaio in giardino, come in un adolescente che pone “la” domanda che gli adulti evitano. La curiosità è il motore di ogni apprendimento e il primo compito di chi educa è non spegnerla. Lo scrivo con una certa urgenza, perché conosco la tentazione opposta: quella di anticipare le risposte, di riempire ogni silenzio, di proteggere i ragazzi persino dalle loro domande. 

La tentazione dell’hubris 

Ulisse, però, ci mostra anche il rovescio. La curiosità senza misura ha un nome antico, hubris, la tracotanza, che per i greci era la colpa più grave, quella che attira l’ira degli dèi e allunga il viaggio di altri dieci anni. Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, consegna al suo Ulisse l’«orazion picciola» («fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza»), versi che generazioni di insegnanti hanno letto in classe come un inno alla conoscenza. Ecco un nodo su cui finisco spesso per tornare: la conoscenza che non riconosce alcun limite smette di essere formazione. Educare alla curiosità significa tenere insieme le due cose: alimentare il desiderio di conoscere e insegnare che il limite non è il nemico della conoscenza, ma ne è, in qualche modo, la forma. 

Umano troppo umano 

L’Ulisse di Nolan è umano, troppo umano. Un reduce lacerato dai rimorsi, che porta addosso le colpe di Troia e che per tornare a casa deve imparare l’arte più difficile: rinunciare al controllo. Qualcuno lo ha rimproverato al film, come se l’eroe ne uscisse rimpicciolito. Io credo il contrario, e lo credo per mestiere. Un eroe invulnerabile non insegna nulla, si ammira e basta. Un uomo che sbaglia, che ha paura, che elabora un trauma mentre naviga, quello sì che somiglia agli adulti veri, quelli che i ragazzi hanno accanto. L’educazione non ha bisogno di modelli perfetti: ha bisogno di storie in cui riconoscersi e di adulti che restino credibili anche dopo aver sbagliato. 

Scegliere la vita 

E Ulisse certamente sbaglia, ma dopo aver sbagliato ritorna sui suoi passi. Calipso gli offre l’immortalità: giovinezza eterna, un’isola senza tempo, una dea come compagna. Lui rifiuta. Sceglie Penelope, che è mortale e invecchia, e lo ammette senza girarci intorno davanti alla stessa Calipso: la mia sposa è inferiore a te per aspetto e statura, eppure io tengo il punto e scelgo di tornare. Ulisse non sceglie la donna più bella, sceglie la vita che finisce. Sull’isola di Calipso non accade nulla perché nulla è in gioco: ogni giorno è identico al precedente e nessuna scelta ha veramente un peso. La vita mortale, invece, ha una trama. Ha ferite che segnano, figli che crescono, un letto scavato nel tronco d’ulivo che non si sposta. Chi educa lavora esattamente su questo crinale: consegnare a qualcuno una vita finita e dirgli che proprio per questo vale. 

 

Qui il poema mi riporta al presente, ai colloqui con i genitori, alle nostre équipe. Le tecnologie generative promettono a modo loro un’isola di Calipso: un presente infinito, mondi senza attrito, la possibilità di non perdere mai nulla. Ai nostri adolescenti viene offerta ogni giorno una piccola immortalità digitale. Il compito pedagogico è quello di Ulisse sulla spiaggia di Ogigia: insegnare a preferire Itaca. Con i suoi pretendenti, le sue attese, il tuo cane vecchio che muore dopo averti riconosciuto. 

Per questo il metodo di Nolan è già contenuto. Quando tutto si genera con un clic, scegliere di costruire, allestire, aspettare la luce giusta è un atto di resistenza educativa. Nei nostri nidi lo chiamiamo con parole più semplici: il tempo lungo delle cose reali, la fatica del fare, le mani in pasta, la pedagogia della lumaca. 

Alcune colleghe hanno portato i figli a vedere il film. Bambini piccoli, tre ore di poema omerico, la previsione condivisa era di uscire dalla sala a metà proiezione. Mi hanno raccontato il contrario: bambini attenti fino alla fine e loro impegnate per tutto il tempo a rispondere a un fuoco continuo di domande sussurrate nel buio. «Chi è il gigante?», «Perché le sirene hanno le gambe e non la coda?», «Quando torna a casa?». Ci ho pensato a lungo. Una storia funziona quando genera domande, e quei bambini stavano facendo esattamente ciò che il poema chiede a chi lo ascolta da tremila anni: interrogare gli adulti accanto per capire il mondo. Come Telemaco, del resto. 

Non si arriva mai 

L’Odissea è una storia, e le storie sono il primo dispositivo pedagogico che l’umanità abbia costruito. Raccontarla a un bambino o a un adolescente significa consegnargli una mappa per le sue tempeste. Lo facciamo da tremila anni e funziona ancora. Nessun algoritmo ha prodotto niente di paragonabile, e sospetto che il motivo sia proprio quello che Ulisse spiega a Calipso: le storie nascono dalla vita che finisce. 

Ulisse, dopo vent’anni, torna a Itaca tormentato dagli anni di guerra e dal ricordo degli amici che non è riuscito a seppellire con onore. Ma a Itaca non trova la fine del viaggio: trova un altro inizio. Ha rifiutato l’eternità per avere una storia, e le storie non si chiudono: si consegnano ad altri. Chi educa lo sa. Non si arriva mai, si continua a partire. E si parte meglio se qualcuno, prima, ci ha raccontato bene la sua storia. 

Fonte: Vita 

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giovedì 24 ottobre 2024

PREDA DELLE SIRENE

 


In occasione dell’uscita del film Parthenope di Paolo Sorrentino, Sette del Corriere mi ha chiesto di raccontare chi erano le Sirene, dato che Parthenope, si narra fosse una di loro.

 

-        di Alessandro D’Avenia

 

La vita è un’odissea, diciamo, perché l’Odissea è l’unica opera che ha la dignità di sinonimo della vita stessa. E non perché il poema assomigli alla vita, ma il contrario: la vita cerca di assomigliare all’Odissea, un viaggio con biglietto di solo ritorno in cui nella prima metà l’eroe deve liberarsi sia della guerra a cui non avrebbe voluto partecipare, sia del mare, elemento liquido e pericoloso, il divenire, lo scorrere del tempo, tutto ciò che porta alla morte; e nella seconda metà deve provare a conquistare la terra ferma, ciò che non è soggetto al corrompersi di tutte le cose, ma resta “fermo”, vincendo il tempo e quindi la morte. Se questo è vero, come ho cercato di narrare in Resisti, cuore – L’Odissea e l’arte di essere mortali, allora tutti noi incontreremo prima o poi e più volte le Sirene. 

 Appollaiate, in attesa

Non è un caso che una delle avventure del poema che tutti ricordano è quella delle Sirene, appollaiate su un’isola in attesa. “Appollaiate” in senso stretto perché a differenza di un immaginario posteriore a Omero, definitivamente consacrato negli ultimi due secoli da Andersen e Disney, le Sirene sono rapaci con il solo volto femminile. Niente di eroticamente seducente come siamo abituati a immaginare: la loro pericolosità è tutta nella voce e in ciò che promette. In una società come quella omerica in cui la donna è subalterna all’uomo, che delle donne agiscano da sole, non siano integrate nel sistema e abbiano un proprio messaggio privato le rende pericolosissime. Non è un caso che la tradizione successiva abbia identificato una di esse in Parthenope, nome che significa “dal volto di vergine”, ragazza che appartiene a un mondo selvaggio e da controllare, non ancora funzionale alla comunità. 

 Che cosa ci fanno allora questi avvoltoi canori in mezzo al mare e perché dovrebbero catturare Ulisse, che si è fatto legare all’albero della nave e ha reso sordi i suoi compagni con la cera nelle orecchie? Le Sirene sono controfigura delle Muse. Quando Ulisse si avvicina alla loro isola il mare precipita nel silenzio e la loro promessa suona così: «Noi sappiamo tutto ciò che accade sulla terra», una frase che nella tradizione letteraria viene pronunciata solo dalle Muse, essendo figlie di Zeus, colui che stabilisce i limiti del mondo, le cose così come devono essere e rimanere, e Memoria, colei che custodisce la vita che non muore. E questo connubio comporta una filiazione, la Musa, onniscienza che ispira e dà energia attraverso la bellezza, manifestazione della vita che non tramonta mai. Per questo i poeti epici chiedevano alla Musa ispirazione o addirittura il canto: «Cantami, o Musa, dell’uomo multiforme». E non è un caso che la Musa sia sempre donna, anche in altre culture, perché l’uomo non può dare la vita, se non per procura. 

 La seduzione della bellezza

La bellezza, che è generare vita che non muore, in questo mondo è allora pericolosa, perché può diventare mera seduzione. Le Sirene sono infatti, a differenza delle Muse, figlie di divinità primordiali del mare, e qualsiasi sia il significato originario del loro nome (attrarre, splendere, incatenare, suonare…) è certo che, come il mare per il mondo omerico, sono un pericolo mortale. Le Sirene fanno professione di sapere tutto come le Muse, cosa che in una cultura orale significa conoscere la verità. A chi si ferma ad ascoltarle promettono il mondo intero, il tempo intero. Ma è incantesimo, non canto. E aggiungono che possono cantare proprio le vicende dell’eroe (nel mito c’è già l’algoritmo delle piattaforme che canta per noi tutto quello che vogliamo e proprio quello che ci piace): «Noi sappiamo tutto ciò che accadde a Troia». 

 Strano concerto e strana seduzione per uno che ha passato 10 anni a combattere una guerra a cui non voleva partecipare e da altri 10 tenta di tornare a casa. Che seduzione è sentirsi raccontare esattamente ciò che ha vissuto e da cui sta fuggendo? Le Sirene stanno promettendo a Ulisse l’immortalità: se l’eroe è entrato nel canto epico, che in un mondo del tutto orale è la verità, la vita memorabile, la vita che non muore, allora Ulisse è già diventato immortale. La seduzione è quella di essere eterni, di non poter più morire, ma si tratta solo di un’illusione a cui resistere: legarsi all’albero della nave per non essere legati dal nulla. Tutto il viaggio di Ulisse si scontra col grande incantesimo che ci impedisce di fiorire: la paura della morte e quindi la fame di immortalità. Ma Ulisse porta avanti un’altra ipotesi: l’immortalità non è “isolata”, in mezzo al mare, non è un incantesimo, ma è terraferma, è Itaca. È nella vita reale e mortale, scelta e vissuta sino in fondo, che si trova la via per l’immortalità: il divenire non si vince perdendosi dentro ad esso, in mare, ma facendo emergere la terraferma dal mare. 

 Sfracellarsi sugli scogli

Chi ascolta le Sirene dimentica ogni cosa e va a sfracellarsi contro gli scogli su cui sono appollaiate, un’isola non cosparsa da fiori, come pare a distanza, ma dalle ossa di uomini naufragati e divorati da questi avvoltoi canori. Un incantesimo che invece di dare la vita la toglie, a differenza del canto delle Muse che ispira la vita. I Greci sapevano che la bellezza è un’aporia senza soluzione: ci sono le Sirene e ci sono le Muse, e l’uomo ne subisce il fascino senza scampo. Se Ulisse riesce a salvarsi non è per merito suo, ma di un’altra donna, Circe, che appartiene allo stesso mondo magico di donne isolate e pericolose, che gli svela come vincere l’incantesimo. C’è quindi una magia che seduce, lega e uccide: paradisi artificiali, sostanze senza sostanza. A questo inganno che diventa disinganno ci si può sottrarre solo facendosi sordi o legandosi. C’è però anche una magia che incanta senza ingannare, quella delle Muse. Sta a noi scegliere. 

 Narrazioni successive all’Odissea ci dicono che le Sirene, incontrate e superate da Ulisse proprio nei pressi del golfo di Napoli, si suicidarono e il corpo di una di loro, Parthenope, venne depositato dal mare alla foce del fiume Sebeto, dove sorgerà la città omonima, poi ribattezzata “Città nuova”, Neapolis, Napoli, dove è ricordata dalla statua pisciforme in piazza Sannazzaro, a Mergellina. Se la città sorge sul corpo di una Sirena ha allora fondamenta di incanto e di morte. Purtroppo, dietro a miti di città fondate su corpi femminili, si nascondono spesso storie di sacrifici di vittime innocenti, poi divinizzate. Parthenope è tutto questo: creatura divina del mare e del divenire, voce che incanta e promette un’impossibile immortalità («vedi Napoli e poi muori» non nasconde forse questa ambigua promessa?), vergine che si sottrae al controllo dell’uomo che vuole dominarla, corpo esanime che dà vita a una città fatta di tormento ed estasi.

Però se la vita è un’odissea a noi forse è concesso, come al suo eroe, di ascoltarne l’incanto, la promessa, il miracolo, senza impazzire e morirne, e proseguire verso casa. Chissà. 

 Alzogliocchiversoilcielo

 

sabato 24 agosto 2024

IL LADRO E IL LIBRO

 

   


  Uno strano episodio 

di cronaca nera


-       di Giuseppe Savagnone*

In mezzo alle notizie da prima pagina che riempiono le pagine dei quotidiani in questi giorni, ne è apparsa una che non riguarda le sorti del mondo o lo scontro tra i partiti nel nostro paese, ma che colpisce per la sua stranezza: a Roma un ladro trentottenne, penetrato in un appartamento del signorile quartiere Prati, avendo trovato sul comodino della camera da letto un libro che parlava dell’«Iliade», si seduto e ha cominciato a leggerlo, rimanendone così preso da non rendersi contro dell’arrivo del proprietario, che ha chiamato la polizia e l’ha fatto arrestare.

Siamo davanti a un comportamento che spontaneamente definiremmo “folle”. Eppure ci sono in questo episodio di cronaca, curioso ma apparentemente insignificante, degli aspetti che stimolano la riflessione.

Il ladro non è stato attirato da una delle innumerevoli trasmissioni centrate sulle ricette di cucina che ormai quotidianamente vengono propinate dalle nostre televisioni. Né scorreva i messaggi e le news sul suo smartphone. Questa è già la notizia: leggeva un libro.

La crisi dei libri

Le statistiche ci informano che la percentuale di italiani dai sei anni in su che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno, e non per ragioni strettamente scolastiche o lavorative, è pari al 39,3% della popolazione. Oltre il 60% delle persone non leggono neppure un libro all’anno.

E la crisi coinvolge, in maniera gravissima, anche i quotidiani e le riviste. Anche per la semplice informazione ormai ci si rivolge al proprio computer o al proprio smartphone, dove i testi scritti sono ridotti all’essenziale e sono fatti per essere scorsi in fretta. Di qualità letteraria neanche a parlarne.

Anche a scuola, con l’alibi di una motivazione più che legittima – l’introduzione alle nuove tecniche comunicative – , si è progressivamente assistito al declino del rapporto con il cartaceo. Con l’inevitabile contrazione dei tempi di lettura, a favore di quelli dedicati alla navigazione su Internet, al  “copia e incolla” di materiali funzionali alla propria ricerca del momento, nella migliore delle ipotesi alla loro rielaborazione.

Qualcuno, affezionato a ciò che la scuola era una volta, denuncia la fine dell’idea stessa di “studio”. Ma anche se si riconosce quanto di positivo c’è in questo nuovo approccio, più dinamico e creativo, è inevitabile la domanda sulla capacità del nostro sistema scolastico di sollecitare  negli alunni un atteggiamento di reale ascolto e di pacata riflessione a partire da un testo scritto.

Lo confermano le prove Invalsi del 2024, da cui risulta che solo il 62% dei ragazzi e delle ragazze che frequentano la scuola secondaria superiore è in grado di capire  in modo almeno sufficiente quello che legge. Poco più della metà.

Non c’è da stupirsi che anche il linguaggio della gente, soprattutto quello delle nuove generazioni, si impoverisca e si imbarbarisca sempre di più. L’esperienza della lettura, oltre ad essere gratificante, era fondamentale per l’arricchimento del proprio vocabolario e l’affinamento del proprio stile espressivo, sia orale che scritto.

L’importanza della tradizione

Ma, ritornando al ladro, è significativo non solo che si sia rivelato meno allergico alla lettura di una gran parte degli italiani, ma anche vedere che cosa lo ha attratto.

Il libro in questione è «Gli dei alle sei: L’Iliade all’ora dell’Aperitivo» dello scrittore e poeta Giovanni Nucci, il quale da tempo si dedica alla ripresentazione in termini attuali, accessibili al lettore di oggi, delle grandi opere della mitologia greca  (prima che dell’«Iliade», aveva fatto  un’analoga “traduzione” dell’«Odissea»), e più in generale delle figure (Francesco d’Assisi) e dei testi (racconti dell’Antico e del Nuovo Testamento) che hanno segnato la nostra tradizione culturale.

«Gli dei alle sei» si pone su questa linea. Il libro, ha detto l’autore, al giornalista che gliene chiedeva il contenuto, «cerca di spiegare l’ “Iliade” soprattutto dal punto di vista degli dei, in termini divulgativi. È un saggio abbastanza accessibile e che sottolinea l’attualità del poema omerico. L’Iliade inizia con una pandemia e prosegue con una guerra devastante. Le ricorda qualcosa?»

Sulla qualità di questi tentativi valga la testimonianza di Conchita De Gregorio: «Ogni volta che rileggo il modo in cui Giovanni Nucci ha riscritto l’“Odissea”, penso che davvero non ci siano storie più belle di queste e che nessuno le abbia tradotte con più grazia e acume e profonda saggezza».

Il ladro del quartiere Prati non si è fatto sedurre, dunque, da un qualunque raccontino, ma da un’opera che ha la pretesa di introdurre allo spirito del mondo classico, riportando il lettore alle radici della civiltà occidentale.

Oggi, nella più generale crisi della lettura, è particolarmente accentuata quella che riguarda i testi del passato. Nella scuola è ormai sempre più forte la tendenza a sostituire i classici con opere più gradite alla sensibilità odierna. Soprattutto Dante e Manzoni, celebrati dalla critica fuori dell’Italia, nella nostra scuola vengono  spesso sopportati come un’eredità sgradita e tremendamente noiosa.

Per non dire della ricorrente protesta per il tempo “perduto”, nelle scuole italiane, a studiare lingue e le civiltà antiche e sottratto all’acquisizione di competenze molto più spendibili sul mercato del lavoro (lingue, informatica….). Logica conseguenza di una diffusa cultura che educa fin da piccoli a identificare ciò che è importante con ciò che è utile, dimenticando che utile è per definizione quello che non vale per se stesso, ma in funzione di altro, e che, spinto alle sue inevitabili conseguenze,  l’utilitarismo svuota l’esistenza umana di ogni rapporto con ciò che è importante.

Non si può negare che, per quanto riguarda la scuola, alla base di questo tendenziale rifiuto del passato c’è l’incapacità di molti professori di evidenziare il rapporto tra le espressioni letterarie delle culture che stanno alle nostre spalle e le esigenze, i problemi, le prospettive del mondo in cui oggi viviamo.

Si dimentica spesso che  il senso della tradizione non è la conservazione del passato, ma la sua importanza per la lettura del nostro presente e per la progettazione del nostro futuro. Così accade che gli studenti, anche i più volenterosi, non colgano il rapporto tra ciò che la scuola propone loro nei suoi programmi e la loro esistenza reale, passando così da cinque ore di cultura senza vita della mattina a quelle di vita senza cultura il pomeriggio e la sera.

Non sappiamo che studi abbia fatto il ladro del quartiere Prati, ma il “colpo di fulmine” che lo ha spinto a immergersi nella lettura del grande poema omerico fa pensare alla scoperta di qualcosa per lui nuovo. «Quel testo mi aveva appassionato», ha detto a chi lo stava arrestando.

Il declino dell’Occidente come perdita delle radici

Quello che è certo è che l’evidente declino dell’Occidente ha a che fare con la crisi culturale, prima ancora che con quella economica, su cui tanto si insiste. Più grave della crescita delle esportazioni cinesi, più grave del costituirsi di un’area che raccoglie i paesi del Sud globale (BRICS) in contrasto con quelli del G7 (in prevalenza occidentali), è lo smarrimento sempre più accentuato delle radici  – quella greca, quella latina, quella cristiana – da cui il mondo occidentale aveva tratto la propria forza.

Anche per i singoli, è vero che noi siamo la nostra memoria. Solo grazie ad essa noi custodiamo una storia che, di per sé, non esiste più. Ogni fatto, ogni gesto, dal punto di vista puramente fisico cade nel nulla nel momento stesso in cui è compiuto. Solo il ricordo lo mantiene nell’esistenza, dentro di noi, e ci permette di vivere la continuità del nostro essere noi stessi. E proprio per questo è la memoria a costituire la base per la progettazione di ciò che vogliamo diventare e fare, a partire a ciò che siamo stati e siamo.

Ma per questo bisogna sapersi fermare a raccogliere i frammenti di vita che possono aiutarci a essere e a restare noi stessi. Un buon libro può servire a questo.

Nella nostra società la logica del “fare” e del “produrre” – espressa dal trionfo incontrollato della tecnica – ha sempre più coinvolto uomini e donne in una corsa frenetica. Da questo punto di vista, la storia del ladro, che si siede con calma a leggere invece di fare il colpo e fuggire, è paradossale e spiazzante. Qualcuno vi vedrà una conferma che facciamo bene a correre. È sicuramente più “utile”. Ma, al là degli inconvenienti che il non farlo ha avuto nel caso concreto, siamo sicuri che non aver mai il tempo per fermarsi stia facendo bene alla nostra salute fisica, psicologica e spirituale?

L’indebolimento dell’identità e il dominio della tecnica

Senza dire che, proprio per questo indebolimento progressivo della nostra identità, siamo portati ad affidarci alle macchine che ci sostituiscono. La denuncia dei rischi dell’Intelligenza Artificiale costituisce solo l’ultimo grido d’allarme, ampiamente inascoltato, di fronte a un mondo in cui non ci si deve più chiedere che cosa  stiamo facendo della tecnica, ma che cosa la tecnica sta facendo di noi.

Anche da questo punto di vista il ladro del quartiere Prati è andato controcorrente. I tantissimi film americani che raccontano di audaci e clamorose rapine mostrano come per esse siano utilizzate ormai tecnologie sofisticatissime.

Quella di cui parliamo ricorda invece il famoso film di Monicelli «I soliti ignoti», che racconta di una banda di ladri scalcinati i quali, dopo un travagliato percorso, invece che raggiungere la cassaforte del Banco dei Pegni, si ritrovano alla fine in una cucina, dove non resta loro altro da fare che mangiare con gusto una buona minestra di pasta e ceci.

Il ladro del mancato furto di Roma non si è fermato a mangiare, ma a leggere. Scherzando, si potrebbe dire che forse per questo nel suo caso la vicenda è finita ancora peggio, con l’arresto. La cultura è rischiosa… Eppure, forse vorremmo che un pizzico della sua “follia” si comunicasse a questa società che, così razionale nell’uso dei mezzi – l’ utile – , sembra aver perduto la capacità di guardare i fini –  l’importante. Che, tutto sommato, è la forma di pazzia peggiore.

*Scrittore ed Editorialista – Pastorale della Cultura, Arcidiocesi Palermo

www.tuttavoia.eu 

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