sabato 5 settembre 2026

PEDAGOGIA DELLA CORREZIONE

 

Il metodo oltranzista

 della riconciliazione

 comincia con la correzione 

e culmina nella preghiera



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXIII domenica del tempo ordinario (anno A)

EZ 33,1.7-9; Sal 94/95; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Nell’odierna pagina evangelica è illustrata una vera e propria pedagogia della correzione, che via via si dimostra anche un metodo di riconciliazione fraterna. La prima – la correzione – è finalizzata alla seconda – alla riconciliazione – e, anzi, ne costituisce la premessa. A sua volta, la riconciliazione esprime appieno la finalità autentica della correzione. La quale, se rimane fine a se stessa, irreggimentata dentro il rigido schematismo delle “regole”, rimane un inconcludente e – anzi – controproducente esercizio di autorità.

Gesù, dunque, addita ai discepoli la “via da percorrere” – questo significa, secondo il suo etimo greco, la parola “metodo” – per mettere la vita della comunità al riparo da ciò che la può svilire e mortificare dal suo di dentro: le reciproche incomprensioni, le liti intestine, la prevaricazione degli uni sugli altri, lo scisma doloroso e la disgregazione finale.

Per evitare tutto ciò, il Maestro di Nazareth insegna un metodo “a oltranza”: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te (ossia: se sbaglierà nei tuoi confronti, dato che qui la voce verbale greca è hamartánein, sbagliare appunto, lasciarsi allucinare, prendere un abbaglio), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà (qui la voce verbale greca è akoúein), avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà (di nuovo akoúein), prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà (stavolta la voce verbale è parakoúein, che significa fraintendere: se poi fraintenderà) costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà (di nuovo parakoúein) neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».

La correzione non è una manovra facile. A ostacolarne il buon esito è il rischio del fraintendimento. Chi compie una “colpa” contro il fratello, in realtà ne sta fraintendendo le azioni e le intenzioni: sta prendendo un abbaglio, non per cattiveria, ma per un deficit di chiarezza, nel suo modo di vedere le cose, ma probabilmente anche nelle cose stesse, per come sono poste in essere attorno a lui. Pertanto, nell’ammonire chi sbaglia, occorre estrema chiarezza. Innanzitutto, la chiarezza delle intenzioni, del perché si rivolge a qualcuno un ammonimento. Quindi, anche la chiarezza delle espressioni, dei modi, delle parole con cui si formula l’ammonimento. Se non si pone attenzione a tutto questo, la correzione non ha successo, non raggiunge il suo scopo, giacché tale scopo – cioè la riconciliazione – resta incomprensibile a chi viene ammonito e – più a monte – incompreso da chi ammonisce. La postura della correzione dev’essere la più dialogica possibile. Essa non deve imporsi, ma proporsi. Non è il fine, ma uno strumento. Non è un’ingiunzione, bensì un chiarimento. Per riuscire efficace, dev’essere motivata in nuce, intrinsecamente, dalla speranza della riconciliazione.

Con lucido realismo Gesù mette in conto queste difficoltà e le segnala ai suoi amici. Il metodo può incepparsi a ogni piè sospinto. Il Maestro, tuttavia, incoraggia i discepoli a non demordere dal loro impegno di costruire la riconciliazione. La quale si prospetta come la pace da conquistare sconfiggendo la guerra e il corredo di errori che l’hanno causata: le presupposizioni, le presunzioni, i pretesti, i risentimenti. Non bisogna arrendersi mai, suggerisce Gesù a Pietro e agli altri suoi compagni. Nemmeno allorché la persona che ha sbagliato (che ha preso l’abbaglio), imperterrita, rifiuta ogni chiarimento e ogni tentativo di dialogo, sottraendosi al confronto personale e alla verifica comunitaria, così isolandosi prima ancora di essere isolato. Persino in questa estrema eventualità non ci si deve rassegnare al fallimento. La via della riconciliazione non deve rimanere sbarrata. Perché non è detto che chi resta isolato (scomunicato) abbia torto, o tutto il torto. Tra le righe del brano matteano si può ravvisare, difatti, non solo la possibilità di non riuscire – da parte dell’uno – a recepire nessun chiarimento, ma pure il pericolo di non riuscire – da parte degli altri – a offrire alcun effettivo chiarimento.

L’oltranzismo di Gesù non è dovuto a una marcata attitudine diplomatica. Egli non è un negoziatore. Quando qualcuno gli chiede di dirimere una questione d’eredità tra due fratelli, risponde che non spetta a lui fare da giudice o da arbitro in mezzo agli uomini (cf. Lc 12,14). Egli, piuttosto, viene per obbedire alla volontà di Dio Padre suo e per annunciare tale volontà: «Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18,14). Questo versetto è immediatamente precedente ai versetti riportati nella pagina evangelica che oggi ascoltiamo nella liturgia della Parola. Esso dichiara il vero motivo per cui nella comunità ecclesiale ci si deve impegnare a oltranza per chiarire come stanno le cose e per realizzare la riconciliazione: non è semplicemente per vivere in serenità tutti assieme – volemose bene, si direbbe in romanesco –, ma per fare la paterna volontà di Dio, che consiste nel riscattare dall’errore tutti, ma proprio tutti, senza lasciare nello smarrimento nessuno. Non a caso, nei versetti ancora precedenti, l’evangelista riferisce brevemente la parabola della pecorella smarrita da recuperare a ogni costo: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18,12-13).

È, nondimeno, il motivo per cui riecheggia in questa pagina la consegna fatta da Gesù a Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo: «In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». Il contesto pedagogico, in cui questo avvertimento viene ripreso, ne chiarisce il senso più profondo ed esigente: il ruolo degli apostoli non ha un’indole poliziesca, il loro compito non è di fare i gendarmi nella comunità credente, essi non devono presiedere un supremo tribunale, ma escogitare – con inesauribile creatività pastorale – ogni possibile accorgimento per favorire la comunione e per rompere le catene che ci impediscono di correre gli uni incontro agli altri. Infatti, se è pur vero che a perdersi è la persona che sbaglia, è altrettanto vero che l’intera comunità, e ognuno in essa, ha la responsabilità ineludibile di far di tutto per ritrovare chi s’è smarrito.

C’è qui l’eco di ciò che il Signore ordina a Ezechiele nella prima lettura di questa domenica. Il profeta ha l’obbligo di avvertire gli altri del pericolo mortale che corrono se non vivono secondo la volontà di Dio: ne va della loro redenzione, che è la missione impegnandosi per la quale anche il profeta sperimenta la sua personale salvezza. E c’è il riverbero della seconda lettura, lì dove Paolo – scrivendo ai Romani – spiega che la legge di Dio (la sua santa volontà, potremmo in questo caso intendere) si compie davvero nell’amore vicendevole (agápē si legge nel testo greco). Perché la carità rende capaci di interpretare correttamente le regole e le norme, di rintracciare in esse il loro senso salvifico, dentro e – se necessario – finanche oltre la loro lettera. Paolo, giustamente, annota a tal proposito: «Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai [la moglie o le cose altrui], e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso». I comandamenti che vietano ogni frattura della coesione comunitaria si traducono, in positivo, nella spinta ad amare il prossimo come sé stessi. Come a dire che la riconciliazione serve a tutti: a chi sbaglia, per non restare isolato, e a chi è colpito dal suo errore, per non rimanerne incurabilmente ferito.

Dio solo sa quanto difficile sia per noi riuscire ad applicare questo metodo. Affidato ai nostri sforzi, esso potrà mille volte risultare inefficace. Ma il percorso additato dal Maestro ai suoi discepoli culmina in un approdo infallibile, che è l’appoggio di Dio Padre: «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». L’oltranzismo di Gesù, a questo punto, si rivela con evidenza tutt’altro che meramente diplomatico: è, semmai, orante. La preghiera interviene come punta di diamante del metodo della riconciliazione: se la correzione è la prima – pur sempre incerta – mossa da fare, l’invocazione dell’aiuto del Signore è certamente la mossa vincente. Per questo la pace è, in definitiva, dono di Dio.

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