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giovedì 4 giugno 2026

IL BELLO DELLA FRAGILITA'

 

 “So che a volte è meglio rimanere così, nel proprio guscio, chiusi in se stessi. Perché basta uno sguardo per vacillare, basta che qualcuno tenda la mano perché immediatamente si avverta quanto si è fragili e vulnerabili, perché tutto crolli come una piramide di fiammiferi.”

Delphine de Vigan

-
di 
Alessandro D’Avenia


Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso.  

 Non racconto questa storia per fare dell’AI un mostro ma perché l’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech.  

 Nella recentissima enciclica di papa Leone, Magnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’AI la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’Amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.  

 La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dio-Amore ma nel dio-Macchina. Non è l’Amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni...  

 Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo». Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita.  

 Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’AI puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale l’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà. 

 L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-Vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni). 

 Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza». L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo). Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14). 

 Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n.118).  

 Anni fa intitolavo «L’arte di essere fragili» un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.

 Corriere della Sera

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mercoledì 25 febbraio 2026

FIOCCHI DI NEVE


 «Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne», questa frase all'inizio del capolavoro di Vasilij Grossman, Vita e Destino, mi ha sempre illuminato perché coglie la logica del creato.



Alessandro D’Avenia

 

 Mi è tornata in mente guardando le Olimpiadi invernali: tante vite riunite in quella microscopica cattedrale che è il fiocco di neve. Un miracolo architettonico che infatti affascinò Johannes Keplero che, mentre scopriva le leggi che regolano le enormi masse dei corpi celesti che abbiamo studiato a scuola, scriveva un saggio su un altro corpo celeste, ma microscopico. «De nive sexangula» (Sulla neve a sei angoli, 1611) è infatti un libretto maturato negli inverni praghesi e ispirato dalla domanda: perché i fiocchi di neve cadono in forma esagonale e a sei raggi? Per rispondere Keplero pose con secoli d'anticipo le basi della cristallografia (struttura della materia) e dell'impacchettamento delle sfere (congettura di Keplero). Due secoli dopo di lui fu un ragazzino del Vermont ad andare oltre, chiedendosi come mai, nonostante una struttura così stabile che fa sembrare i fiocchi di neve tutti uguali, non ce ne siano di fatto due identici: norma ed eccezione, schema e variazione, essenza ed esistenza. Come ciascuno di noi.

Il breve saggio di Keplero, in latino, univa fisica, matematica e filosofia, ed era una strenna natalizia (regali tra geni) per un amico matematico, quando le intelligenze non erano artificiali ma carnali e non separavano ciò che lo stupore tiene insieme: scienza, umanesimo e fede (Keplero era anche un teologo cristiano). Partendo dall'assunto che in natura nulla è casuale, perché «in principio era il logos» (Gv 1), cercava la causa della «logica» ferrea (la forma esagonale) dei fiocchi di neve, anche per la somiglianza con strutture simili in natura: alveari, melograni, minerali... 

Keplero, pur non conoscendo la struttura molecolare dell'acqua, aveva intuito che quella geometrica bellezza, la cui causa era ancora invisibile per motivi tecnologici, celasse una logica. E oggi infatti sappiamo che la struttura dell'acqua è una rete esagonale dovuta ai legami tra le molecole, un'impalcatura che le forze elettromagnetiche rendono stabile ed efficiente. 

Ci aspetteremmo allora fiocchi tutti uguali, invece da una sola forma di base hanno origine infiniti esiti, come un inesauribile tema musicale su cui la vita fa le sue variazioni. Infatti una micro-particella di pulviscolo atmosferico, organica (batteri, spore...) o inorganica (polvere), attira l'acqua che a certe temperature cambia di stato, la condensazione in caduta poi cresce attraversando ambienti diversi per temperatura, umidità, correnti e altre collisioni. Così la struttura esagonale di base si stratifica in combinazioni illimitate, tanto che è praticamente impossibile che due fiocchi, anche vicini, siano identici. 

Alla fine del 1800, quelle infinite configurazioni colpirono un quindicenne di una solitaria fattoria del Vermont, in America. Si chiamava Wilson Bentley e passava il tempo a osservare con un vecchio microscopio trovato in soffitta tutto quello che lo affascinava nei boschi attorno, per poi disegnarlo. Ciò che lo incuriosiva di più però cadeva dal cielo, i fiocchi di neve, ma si scioglievano troppo rapidamente per poterli osservare e disegnare: «Quando avevo diciassette anni, mia madre convinse mio padre a comprarmi macchina fotografica e microscopio, che ho poi unito nell’apparecchiatura che uso ancora oggi. Costarono, già allora, cento dollari! Mio padre detestava spendere tutto quel denaro per ciò che gli sembrava il ridicolo capriccio di un ragazzino. Ma mia madre riuscì a convincerlo, anche se lui non arrivò mai a credere che ne fosse valsa la pena. Lui e mio fratello maggiore hanno sempre pensato che stessi solo perdendo tempo, trafficando con i fiocchi di neve!» (D.C.Blanchard, The Snowflake Man). 

Studiandoli, disegnandoli, fotografandoli e catalogandoli in base alle condizioni di formazione, Wilson divenne non solo fotografo professionista in micro-grafie ma il pioniere della fisica delle nuvole. Il suo marchingegno capace di fotografare i fiocchi prima che si sciogliessero permise di fermare una bellezza tanto fugace quanto immortale, proprio perché irripetibile. Lo fece per tutta la vita «collezionando» migliaia di fiocchi. A conferma del detto chestertoniano che le persone si spengono non per mancanza di meraviglie, ma di meraviglia, Wilson raccontava così la sua folgorazione adolescenziale: «Fui rapito dal desiderio di mostrare alle persone qualcosa di quella bellezza e dall’ambizione di diventarne, in qualche modo, il custode». 

Una definizione perfetta di vocazione: bellezza ricevuta, da custodire e comunicare. 

E così si meritò il soprannome di Snowflake Man, titolo scritto anche sulla sua lapide. Poco prima di morire uscì il lavoro di una vita, Snow Crystals, con 2453 micro-grafie di fiocchi tutti diversi, una galleria che fa impallidire i nostri musei e ha ispirato scienziati, architetti, stilisti, gioiellieri, poeti, decoratori... perché come diceva Bentley: «I fiocchi di neve non ci raggiungono solo per rivelarci la bellezza di ciò che in natura è microscopico, ma per insegnarci che tutta la bellezza terrena è fugace. Però, benché quella della neve sia passeggera come i colori dell'autunno o del cielo serale, se passa è solo per tornare ancora». 

Le difficilissime evoluzioni del pattinaggio, le impossibili linee dello sci, le millimetriche strategie del curling, sono solo l'eco di «microscopici miracoli», come Bentley chiamava i fiocchi di neve. Aveva ragione Grossman, la vita è viva solo quando può essere unica: persino un silenzioso e fugace fiocco di neve non ha eguali. Un invisibile granello di pulviscolo vestito di infinite trame di cristalli celesti sussurra a chi, come Keplero e Wilson, sa ascoltare la sottile lingua del creato: a che punto sei della tua irripetibile discesa sulla Terra?

Alessandro D’Avenia «Collezionisti di neve»

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domenica 6 luglio 2025

UMANESIMO DELL'INCERTEZZA

 


 Per un umanesimo

 dell’incertezza,


 un sapere 


che non consola



In un’epoca di risposte rapide e manuali di benessere, una riflessione sulla perdita di valore della domanda come spazio del pensiero. Un invito a riscoprire un’intelligenza di attesa e complessità

- di Giovanni Scarafile 

Entrare oggi in una libreria, anche solo per ripararsi dalla pioggia o per ingannare l’attesa di un appuntamento, significa imbattersi in scaffali sempre più affollati di volumi che promettono benessere, equilibrio, chiarezza: manuali di crescita personale, ricettari dell’anima, guide rapide alla realizzazione di sé occupano ormai intere sezioni, come se l’esperienza dell’umano si lasciasse distillare in protocolli replicabili e in formule precostituite. Non si tratta più, in effetti, di orientare una vita nella sua singolarità irriducibile, ma di proporre percorsi di efficientamento psicologico, in cui le emozioni devono trovare una direzione, le fragilità una correzione, le domande una rapida archiviazione.

Questo stesso paradigma, se lo si osserva negli spazi digitali, assume tratti ancora più accentuati e talora grotteschi, moltiplicando contenuti motivazionali, tecniche di automiglioramento, percorsi di crescita rapida che si contendono l’attenzione di un pubblico sempre più dipendente dalla promessa — tanto rassicurante quanto illusoria — che tutto sia affrontabile e, soprattutto, superabile. Ma sotto questa superficie di immediatezza e chiarezza, che sembra offrire risposte pronte a ogni possibile incertezza, si avverte con crescente evidenza una tensione silenziosa, una stanchezza non detta, un’inquietudine che nessuna strategia sembra davvero dissipare: come se la sovrabbondanza di soluzioni producesse, paradossalmente, un nuovo tipo di solitudine, quella di chi ha perso familiarità con il tempo lungo dell’attesa.

Siamo divenuti — senza quasi rendercene conto — collezionisti di risposte, e intanto smarriamo, con una certa indifferenza, il gesto più originario e fecondo: il domandare. Ogni esitazione viene trattata come un ritardo da colmare, ogni incertezza come un’anomalia da correggere, ogni interrogazione come un momento transitorio da oltrepassare nel più breve tempo possibile. Eppure, non tutte le domande sono fatte per ricevere risposta; alcune esistono per restare aperte, per accompagnarci nel tempo e attraverso i mutamenti, per trasformarci nel modo in cui ci trasformano le attese più vere. Ma il nostro tempo, così intimamente legato al culto della prestazione, fatica a riconoscere che l’intelligenza non si misura solo nella rapidità della soluzione, bensì nella capacità di restare dentro una domanda senza cedere all’impazienza di chiudere.

Tuttavia, la resistenza a questo tipo di postura non è soltanto culturale o legata all’egemonia del paradigma tecnico-scientifico: essa affonda le radici in una forma più sottile di disagio, che rende sempre più difficile tollerare ciò che non produce immediatamente un risultato tangibile. Chi sceglie di non rispondere in fretta, chi si sottrae alla coazione a concludere, rischia oggi di essere percepito come indeciso, inefficiente, persino colpevole. Il pensatore stesso — colui che abita le domande — viene talvolta ridotto alla figura di un titubante cronico, di un soggetto incapace di azione, inchiodato a un’attitudine sterile. Così, si finisce per screditare non soltanto chi non ha ancora trovato una risposta, ma anche chi ritiene che non tutto debba essere immediatamente risolto.

In questa deriva, l’imperativo silenzioso ma pervasivo secondo cui ogni problema — sia esso esistenziale, relazionale o professionale — dovrebbe poter essere trattato come una disfunzione da correggere, trova la sua massima espressione nella colonizzazione tecnico-scientifica della soggettività. Anche le dimensioni più intime dell’esistenza, come la sofferenza, il desiderio, la perdita, vengono affrontate mediante strumenti di codifica e ottimizzazione, con l’effetto collaterale, tutt’altro che secondario, di ridurre la complessità dell’umano a un insieme di funzioni da regolare. Ma l’esistenza non è un software difettoso da aggiornare; essa si dà nell’opacità, nella discontinuità, nella possibilità di non coincidere mai pienamente con se stessi.

In questo scenario, è forse opportuno riconoscere che una certa responsabilità appartiene anche a chi fa ricerca e produce sapere: non è del tutto infondata l’impressione, largamente diffusa nell’immaginario collettivo, che gli studiosi parlino una lingua separata, spesso impenetrabile, come se la distanza dal vissuto fosse una garanzia di autorevolezza. È accaduto, talvolta, che il pensiero si chiudesse in forme di autoreferenzialità che hanno finito per rafforzare il sospetto che la riflessione sia una pratica astrusa, riservata a pochi iniziati. Anche per questo, forse, si è aperto lo spazio pubblico dei divulgatori-sanitari dell’anima, che si propongono come antidoto accessibile a ciò che viene percepito come un pensiero impraticabile. Ma la semplificazione, quando si fa sistematica, diventa impoverimento.

Abitare una domanda non equivale, perciò, a indulgere in un culto dell’indecisione o a glorificare l’inerzia, quanto piuttosto a riconoscere che alcune forme di sapere maturano nel tempo, che non tutto è traducibile in metodo, che la verità stessa non si manifesta se non nella forma dell’attesa, della parola esitante, della sospensione feconda. Difendere la possibilità della domanda significa allora anche difendere una temporalità altra, non scandita dal successo o dalla prestazione, ma da una misura interiore in cui le trasformazioni avvengono secondo un ritmo che non si lascia pianificare.

In questo senso, forse, ciò che occorre oggi non è tanto un nuovo sapere, quanto un nuovo modo di restare: un umanesimo dell’incertezza, che accolga il dubbio non come un vuoto da riempire, ma come un invito a pensare diversamente, a sentire diversamente, a lasciarsi attraversare da ciò che non si domina.

Qualche giorno fa, in una piccola libreria di provincia, ho visto una ragazza sui vent’anni restare ferma a lungo davanti a uno scaffale. Aveva i capelli tagliati corti e asimmetrici, un piercing sottile al naso. Teneva in mano un libro voluminoso, privo di titolo accattivante, senza promesse evidenti né copertina seduttiva. Non sembrava in cerca di una formula risolutiva, né appariva preoccupata di trovare conferme o consigli. Leggeva assorta, con un’espressione quasi di riconoscimento, come se quel libro stesse parlando una lingua che non sentiva da tempo. Mi sono avvicinato, con discrezione, mosso da una curiosità che non saprei spiegare: volevo capire cosa la tenesse lì, così immobile. Non era un manuale, non era un prontuario: era un saggio filosofico. Dopo qualche minuto, con un gesto quieto e quasi affettuoso, lo ha rimesso al suo posto, poi è uscita. Forse quella ragazza non cercava una soluzione: stava solo accompagnando una domanda, in silenzio, per non perderla del tutto.

 www.avvenire.it


 

 

giovedì 9 maggio 2024

MESSAGGIO ALL'EUROPA

 IL SENSO DELLO STARE INSIEME



-         di MATTEO MARIA ZUPPI
 e MARIANO CROCIATA

-          

Cara Unione Europea, darti del tu è inusuale, ma ci viene naturale perché siamo cresciuti con te. Sei una, sei “l’Europa”, eppure abbracci ben 27 Paesi, con 450 milioni di abitanti, che hanno scelto liberamente di mettersi insieme per formare l’Unione che sei diventata. Che meraviglia! Invece di litigare o ignorarsi, conoscersi e andare d’accordo! Lo sappiamo: non sempre è facile, ma quanto è decisivo, invece di alzare barriere e difese, cancellarle e collaborare. Tu sei la nostra casa, prima casa comune. In questa impariamo a vivere da “Fratelli Tutti”, come ha scritto un tuo figlio i cui genitori andarono fino alla “fine del mondo” per cercare futuro.

Nel cuore un desiderio

Ti scriviamo perché abbiamo nel cuore un desiderio: che si rafforzi ciò che rappresenti e ciò che sei, che tutti impariamo a sentirti vicina, amica e non distante o sconosciuta. Ne hai bisogno perché spesso si parla male di te e tanti si scordano quante cose importanti fai! Durante il Covid lo abbiamo visto: solo insieme possiamo affrontare le pandemie. Purtroppo, lo capiamo solo quando siamo sopraffatti dalle necessità, per poi dimenticarlo facilmente! Così, quando pensiamo che possiamo farcela da soli finiamo tutti contro tutti.

Dagli inizi ad oggi

Non possiamo dimenticare come prima di te, per secoli, abbiamo combattuto guerre senza fine e milioni di persone sono state uccise. Tutti i sogni di pace si sono infranti sugli scogli di guerre, le ultime quelle mondiali, che hanno portato immense distruzioni e morte. Proprio dalla tragedia della Seconda guerra mondiale – che ha toccato il male assoluto con la Shoah e la minaccia alla sopravvivenza dell’umanità intera con la bomba atomica – è nato il germe della comunità di Paesi sovrani che oggi è l’Unione Europea. C’è stato chi ha creduto che le nazioni non fossero destinate a combattersi, che dopo tanto odio si potesse imparare a vivere assieme. Tra quelli che ti hanno pensata e voluta non possiamo dimenticare Robert Schuman, francese, Konrad Adenauer, tedesco, e Alcide De Gasperi, italiano: animati dalla fede cristiana, essi hanno sentito la chiamata a creare qualcosa che rendesse impossibile il ritorno della guerra sul suolo europeo. Hanno pensato con intelligenza, ambizione e coraggio. Non sono mancati momenti difficili, ma la forza che viene dall’unità ha mostrato il valore del cammino intrapreso e la possibilità di correggere, aggiustare, intendersi.

La Comunità Europea venne concepita nel 1951 attorno al carbone e all’acciaio, materie allora indispensabili per fare la guerra, per prevenire ogni velleità di farne uso ancora una volta l’uno contro l’altro. In realtà quei tre grandi uomini, e tanti altri con loro, hanno cercato di più, e cioè la riconciliazione tra i popoli e la cancellazione degli odi e delle vendette.

Trovare qualcosa su cui lavorare insieme, anche solo sul piano economico, come dimostrano i Trattati firmati a Roma nel 1957, è stato l’inizio di un cammino che ha visto poco alla volta nuovi popoli entrare nella Comunità e, dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, il cambiamento del nome, nel 1992, in Unione Europea, e l’allargamento, nel 2004, ai Paesi dell’allora Patto di Varsavia, ben dieci in una volta. I problemi non sono mancati, ma quanto sono stati importanti la moneta unica e l’abbattimento delle barriere nazionali per la libera circolazione delle persone e delle merci! Ultimo, l’accordo sulla riforma con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009.

Il senso dello stare insieme

Cara Unione Europea, sei un organismo vivo, perciò forse viene il momento per nuove riforme istituzionali che ti rendano sempre più all’altezza delle sfide di oggi. Ma non puoi essere solo una burocrazia, pur necessaria per far funzionare organizzazioni così complesse come quella che sei diventata. Direttive e regolamenti da soli non fanno crescere la coesione. Serve un’anima! In questi anni abbiamo visto compiere passi avanti significativi, quando per esempio hai accompagnato alcuni Paesi a superare le crisi economiche, ma abbiamo anche dovuto registrare fasi di stallo e difficoltà. E queste crescono quando smarriamo il senso dello stare insieme, la visione del nostro futuro condiviso, o facciamo resistenza a capire che il destino è comune e che bisogna continuare a costruire un’Europa unita.

Il ritorno della guerra

Perciò, qualche volta ci chiediamo: Europa, dove sei? Che direzione vuoi prendere? Sono questi anche gli interrogativi del Papa: «Guardando con accorato affetto all’Europa, nello spirito di dialogo che la caratterizza, verrebbe da chiederle: verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo? E ancora, allargando il campo: quale rotta segui, Occidente? » ( Discorso, Lisbona, 2 agosto 2023).

In tutti questi anni siamo molto cambiati e facciamo fatica a capire e a tenere vivo lo spirito degli inizi. Dopo un così lungo periodo di pace abbiamo pensato che una guerra su territorio europeo sarebbe stata ormai impossibile. E invece gli ultimi due anni ci dicono che ciò che sembrava impensabile è tornato. Abbiamo bisogno di riprendere in mano il progetto dei padri fondatori e di costruire nuovi patti di pace se vogliamo che la guerra contro l’Ucraina finisca, e che finisca anche la guerra in corso in Medio Oriente, scoppiata a seguito dell’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro Israele, e con essa l’antisemitismo, mai sconfitto e ora riemergente. Lo dice così bene anche la nostra Costituzione italiana: è necessario combattere la guerra e ripudiarla per davvero!

Se non si ha cura della pace, rischia sempre di tornare la guerra. Lo diceva Robert Schuman nella sua Dichiarazione del 9 maggio 1950, che ha dato avvio al processo di integrazione europea: «L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra». Egli si riferiva al passato, ma le sue parole valgono anche oggi. L’unità va cercata come un compito sempre nuovo e urgente. Non dobbiamo aspettare l’esplosione di un altro conflitto per capirlo!

Il ruolo internazionale e la tentazione dei nazionalismi

Che ruolo giochi, Europa, nel mondo? Vogliamo che tu incida e porti la tua volontà di pace, gli strumenti della tua diplomazia, i tuoi valori. Risveglia la tua forza così da far sentire la tua voce, così da stabilire nuovi equilibri e relazioni internazionali. Le tue divisioni interne non ti permettono di assumere quel ruolo che dalla tua statura storica e culturale ci si aspetterebbe. Non vedi il rischio che le tue contrapposizioni intestine indeboliscano non solo il tuo peso internazionale ma anche la capacità di far fronte alle attese dei tuoi popoli?

Tanti pensano di potere usufruire dei benefici che tu hai indubbiamente portato, come se fossero scontati e niente possa comprometterli. La pandemia o le periodiche proteste, ultima quella degli agricoltori, ci procurano uno sgradevole risveglio. Capiamo che tanti vantaggi acquisiti potrebbero svanire. Il senso della necessità però non basta a spingere sempre e tutti a superare le divisioni. Alcuni vogliono far credere che isolandosi si starebbe meglio, quando invece qualunque dei tuoi Paesi, anche grande, si ridurrebbe fatalmente al proverbiale vaso di coccio tra vasi di ferro. Per stare insieme abbiamo bisogno di motivazioni condivise, di ideali comuni, di valori apprezzati e Non bastano convenienze economiche, poiché alla lunga devono essere percepite le ragioni dello stare insieme, le uniche capaci di far superare tensioni e contrasti che proprio gli interessi economici portano con sé nel loro fisiologico confrontarsi.

Ha detto Papa Francesco: « In questo frangente storico l’Europa è fondamentale. Perché essa, grazie alla sua storia, rappresenta la memoria dell’umanità ed è perciò chiamata a interpretare il ruolo che le corrisponde: quello di unire i distanti, di accogliere al suo interno i popoli e di non lasciare nessuno per sempre nemico. È dunque essenziale ritrovare l’anima europea » ( Discorso, Budapest, 28 aprile 2023).

Vorremmo che tutti sentissimo l’orgoglio di appartenerti, Europa. Oggi appare distante, a volte estraneo, tutto ciò che sta oltre i confini del proprio Paese. Eppure, le due appartenenze, quella nazionale e quella europea, si implicano a vicenda. La tua è stata fin dall’inizio l’Unione di Paesi liberi e sovrani che rinunciavano a parte della loro sovranità a favore di una, comune, più forte. Perciò non si tratta di sminuire l’identità e la libertà di alcuno, ma di conservare l’autonomia propria di ciascuno in un rapporto organico e leale con tutti gli altri.

Valori europei e fede cristiana

Le nostre idee e i nostri valori definiscono il tuo volto, cara Europa. Anche in questo la fede cristiana ha svolto un ruolo importante, tanto più che dal suo sentire è uscito il progetto e il disegno originario della tua Unione. Come cristiani continuiamo a viva responsabilità; e del resto troviamo in te tanta attenzione alla dignità della persona, che il Vangelo di Cristo ha seminato nei cuori e nella tua cultura. Soffriamo non poco, perciò, nel vedere che hai paura della vita, non la sai difendere e accogliere dal suo inizio alla sua fine, e non sempre incoraggi la crescita demografica.

«Penso – dice il Papa – a un’Europa che non sia ostaggio delle parti, diventando preda di populismi autoreferenziali, ma che nemmeno si trasformi in una realtà fluida, se non gassosa, in una sorta di sovra nazionalismo astratto, dimentico della vita dei popoli. […] Che bello invece costruire un’Europa centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siano politiche effettive per la natalità e la famiglia […], dove nazioni diverse siano una famiglia in cui si custodiscono la crescita e la singolarità di ciascuno» ( Discorso, Budapest, 28 aprile 2023).

Il tema dei migranti e le sue implicazioni

Cara Europa, tu non puoi guardare solo al tuo interno. Non si può vivere solo per stare bene, ma stare bene per aiutare il mondo, combattere l’ingiustizia, lottare contro le povertà. Ormai da decenni sei il punto di arrivo, il sogno di tante persone migranti che da diversi continenti cercano entro i tuoi confini una vita migliore. Tanti vogliono raggiungerti perché sono alla ricerca disperata di un futuro. E molti, con il loro lavoro, non ti aiutano forse già a prepararne uno migliore? Non si tratta di accogliere tutti, ma che nessuno perda la vita nei “viaggi della speranza” e tanti possano trovare ospitalità. Chi accoglie, genera vita! L’Italia è spesso lasciata sola, come se fosse un problema solo suo o di alcuni, ma non per questo deve chiudersi. Prima o poi impareremo che le responsabilità, comprese quelle verso i migranti, vanno condivise, per affrontare e risolvere problemi che in realtà sono di tutti. Tu rappresenti un punto di riferimento per i Paesi mediterranei e africani, un bacino immenso di popoli e di risorse nella prospettiva di un partenariato tra uguali. Compito essenziale perché in realtà un soggetto sovranazionale come l’Unione non può sussistere al di fuori di una reciprocità di relazioni internazionali che ne dicano il riconoscimento e il compito storico, e che promuovano il comune progresso sociale ed economico nel segno dell’amicizia e della fraternità.

Compiti e sfide

Cara Europa, è tempo di un nuovo grande rilancio del tuo cammino di Unione verso una integrazione sempre più piena, che guardi a un fisco europeo che sia il più possibile equo; a una politica estera autorevole; a una difesa comune che ti permetta di esercitare la tua responsabilità internazionale; a un processo di allargamento ai Paesi che ancora non ne fanno parte, garanzia di una forza sempre più proporzionata all’unità che raccogli ed esprimi. Le esigenze di innovazione economica e tecnica (pensiamo all’Intelligenza Artificiale), di sicurezza, di cura dell’ambiente e di custodia della “casa comune”, di salvaguardia del welfare e dei diritti individuali e sociali, sono alcune delle sfide che solo insieme potremo affrontare e superare. Non mancano purtroppo i pericoli, come quelli che vengono dalla disinformazione, che minaccia l’ordinato svolgimento della vita democratica e la stessa possibilità di una memoria e di una storia non falsate.

Insieme alle riforme istituzionali democraticamente adottate, c’è bisogno di far crescere un sentire comune, un apprezzamento condiviso dei valori che stanno alla base della nostra convivenza nell’Unione Europea. Ci vuole un nuovo senso della cittadinanza, un senso civico di respiro europeo, la coscienza dei popoli del continente di essere un unico grande popolo. Ne siamo convinti: è innanzitutto questo senso di comunità di cittadini e di popoli che ci chiedi di fare nostro, cara Europa.

Le prossime elezioni

Le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo e la nomina della Commissione Europea sono l’occasione propizia e irripetibile, da cogliere senza esitazione. Purtroppo, a farsi valere spesso sono le paure e il senso di insicurezza di fronte alle difficoltà. Anche questo andrebbe raccolto e ascoltato per mostrare come proprio tu sia lo strumento e il luogo per affrontare e vincere paure e minacce.

Facciamo appello, perciò, a tutti, candidati e cittadini, a cominciare dai sedicenni che per la prima volta in alcuni Paesi andranno a votare, perché sentano quanto sia importante compiere questo gesto civico di partecipazione alla vita e alla crescita dell’Unione. Non andare a votare non equivale a restare neutrali, ma assumersi una precisa responsabilità, quella di dare ad altri il potere di agire senza, se non addirittura contro, la nostra libertà. L’assenteismo ha l’effetto di accrescere la sfiducia, la diffidenza degli uni nei confronti degli altri, la perdita della possibilità di dare il proprio contributo alla vita sociale, e quindi la rinuncia ad avere capacità e titolo per rendere migliore lo stare insieme nell’Unione Europea.

L’augurio che ti facciamo, cara Unione Europea, è che questa tornata elettorale diventi davvero un’occasione di rilancio, un risveglio di entusiasmo per un cammino comune che contiene già, in sé e nella visione che proietta, un senso vivo di speranza e di impegno motivato e convinto da parte dei tuoi cittadini.

Un nuovo umanesimo europeo

Sogniamo perciò ancora con Papa Francesco: «Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, “un costante cammino di umanizzazione”, cui servono “memoria, coraggio, sana e umana utopia”» ( Discorso, Vaticano, 6 maggio 2016).

Desideriamo che tu incida, che porti gli strumenti della diplomazia. Risveglia la tua forza, fai sentire la tua voce, così da stabilire nuovi equilibri e relazioni internazionali

Il cardinale Matteo Zuppi

La fede ha svolto un ruolo importante, vediamo attenzione alla dignità della persona. Soffriamo nel vedere che hai paura della vita e non la sai accogliere dal suo inizio alla sua fine

Monsignor Mariano Crociata

www.avvenire.it

 

 

lunedì 27 novembre 2023

IL MIO MALESSERE, LA MIA BITCH

Così donne e uomini diventano merce di scambio

-  di Gianluca Zappa

Lo ricordo come fosse ieri. Erano gli ultimi anni del secolo scorso ed io ero un docente da poco entrato in ruolo. Una studentessa di primo anno mi fece una confidenza: “Lo sa professore? Il mio ragazzo è così geloso, che non mi lascia portare fuori il cane di sera”. “Lascialo – fu la mia risposta immediata – tanto questa relazione non dura!”. La ragazza reagì con un: “Professore, che me la tira?”, che si potrebbe tradurre: “Mi vuole male?”. Quattro anni dopo, più o meno, la stessa ragazza venne a confidarmi che quella relazione era finita. Come previsto. Ma erano altri tempi: nel secolo scorso non si rischiava ancora la vita. I dati dicono che i femminicidi in Italia sono numericamente cresciuti da dieci anni a questa parte. Ma non è questo il punto che mi interessa. È la reazione di quella ragazza, che viveva da schiava, magari anche soffrendo, ma non aveva maturato una coscienza tale da rischiare di cambiare quella condizione per una vita più libera e autonoma.

Oggi le ragazze che in classe mi informano su come vanno le cose nei rapporti tra i giovani, mi fanno capire che la situazione non è cambiata, anzi è divenuta più paradossale. “Se è geloso vuol dire che ci tiene a me!”, questa è la motivazione per cui una ragazza apprezza e quindi continua a vivere un rapporto che andrebbe chiuso il prima possibile. Ma non basta: ancor più stupefacente è il fenomeno per cui una ragazza definisce un ragazzo “il suo malessere”, che è una visione romantica di un rapporto sballato. Lui, il mio “malessere”, può prendermi e poi lasciarmi e poi rivenirmi a cercare e poi possedermi di nuovo e poi abbandonarmi. E questo è bello e romantico! Informatevi: la pensano proprio così! Poi ci sono quelle che, per dimostrare la propria fedeltà assoluta al proprio “malessere”, si sottopongono al controllo del loro cellulare, quel dispositivo custodito gelosamente con password e schermate di blocco perché non venga controllato dai genitori. Dai genitori no, dal proprio “malessere” sì. Vi sono ragazzi che definiscono la ragazza come la propria “bitch”, così, davanti a tutti, senza che la “bitch” reagisca con una scenata, chiedendo rispetto, il rispetto che si deve a una persona.

Scusate, sarà poco politically correct, ma a me sembra che oltre al “vergognarsi di essere uomo” bisognerebbe cominciare a mettere a tema il “vergognarsi di essere donna”. Vergognarsi, sì, di essere un femminicida, un violento, uno che definisce “bitch” la propria ragazza, un bullo che fa il forte e lo spavaldo e poi se lei lo lascia o palesa una propria volontà di autonomia, va in crisi e si mette a piangere e minaccia di suicidarsi. Ma vergognarsi anche di essere una che si lascia fare tutto, che vive attaccata ad un sogno romantico che in realtà è un vero incubo, che si lascia definire in modo offensivo senza un briciolo di dignità, di amor proprio, di autostima. Il femminicidio si verifica dentro una coppia. Bisogna lavorare sulla coppia.


La società piange lacrime di coccodrillo sulle proprie vittime. Cosa abbiamo insegnato ai giovani? Nelle scuole non si è parlato altro che di contraccezione. Era importante diffondere il più possibile lo slogan: “Fatelo come e con chi vi pare, ma fatelo sicuro!”. Bisognava invece riflettere sul “fatelo!”, sul quando e perché, sul senso profondo di un atto che riguarda il corpo e lo spirito, la dimensione fisica e quella interiore allo stesso tempo. Sarebbe stato un opportuno invito a sapersi conoscere ed autogestirsi, ma soprattutto a conoscere l’altro e a rispettarlo, a prendere il rapporto amoroso per quello che è: una cosa seria, grande, un lavoro su di sé insieme ad un altro, non lo sfruttamento reciproco di due solitudini. Ma una certa ideologia ha combattuto questo livello profondo di riflessione, lo ha deriso, lo ha considerato sorpassato e ha semplificato e rovinato tutto. Risultato? Un deserto per i ragazzi, senza più punti di riferimento, senza guide, senza responsabilità, con una libertà impazzita sulle mani, come inesperti che non hanno la patente, alla guida di una macchina di Formula Uno.

La famiglia sul banco degli imputati… Ma per favore! Ma chi ci crede più? Certi ragionamenti fanno arrossire quando vengono fatti da adulti, tanto sono lontani dalla realtà! La famiglia molto spesso non c’è proprio più, per vari motivi, e nel frattempo un’altra “famiglia”, ben più invasiva di quella del passato, si è imposta. Un tempo c’era il gruppo dei pari, quelli del muretto, il giro di amici. Gruppetti ristretti e facilmente identificabili. Oggi la famiglia vive sui social, ed è immensa, permeante, ti prende il cervello e l’anima, ti modifica, ti seduce, ti impone atteggiamenti e convinzioni assurde (come credete che si propaghino mode come quella del “malessere”?).

I social riempiono gli spazi, il tempo libero dei nostri giovani e noi, poveri illusi o ciechi, conosciamo solo la punta dell’iceberg.  La musica che i nostri giovani ascoltano, le canzoni di cui imparano a memoria i testi, che cantano, che ballano, non la conosce nessuno. Che robaccia quella trap, diciamo. Ma se la prendessimo un attimo in considerazione, se leggessimo certi testi, non potremmo che commentare: “Questa è roba da bestie!”. Bene, questa roba bestiale è la compagna normale dei ragazzi, quella che si sparano in cuffia di continuo.

Un esempio voglio farlo. C’è una canzone, Doc 3, che è stata un hit, a noi sconosciuto, neanche un anno fa. Ha ottenuto più di 130 milioni di visualizzazioni (!). Fate un sondaggio nel vostro piccolo e vedrete. La conoscono quasi tutti. Vi invito alla lettura integrale del testo. Io vi citerò solo alcune perle (evitando i passi più esplicitamente pornografici): “Non ce l’ho una tipa (Chiaro), fo-fotto un po’ con chi mi pare/ Ma soltanto un bitch per il Doc è molto limitante/ Si sa, sono un militante, del sesso libero sempre (Ah)/ Baby se sei dilettante, sappi che non è un problema/ Saprò esser delicato massaggiando gambe e schiena […]/ Baby vieni dal Doc/ Se ti annoi in quel locale/ Hai tanta voglia di giocare/ Un vestitino da strappare/ (Stase’) vieni dal Doc…”.

Sono venuto a conoscenza di questa robaccia quando ho scoperto che la conoscevano dei ragazzini di seconda media (!) e la cantavano non solo i maschietti, ma anche le femminucce (!). Ecco allora perché un ragazzetto chiama “bitch” la propria ragazza e perché questa lascia fare e accetta il suo “malessere”, accetta quel ruolo di “bitch”!

A questo punto la domanda è: ci sarà un cambiamento grazie all’educazione sessuale nelle scuole? O alle lezioni sulla Costituzione? O a quelle storiche sul femminismo e sul cammino di emancipazione della donna? O, per restare all’attualità, sulla storia del patriarcato? Ci credete davvero a queste cose che parlano unicamente al cervello? Molti ci credono convinti e dimostrano che c’è in giro un livello di astrazione nel mondo adulto da far paura. Chi ci salverà?

Occorre ripartire dalle fondamenta. Dalla conoscenza del proprio essere, del proprio “funzionamento”, dall’interesse per il proprio io. Occorre ripartire dal valore dell’altro, come occasione di conoscenza di sé. Occorre riprendere sul serio tutto quello che si è obliterato e prendere una posizione decisa nei confronti di chi propaga un disumanesimo di cui è pieno la cultura pervasiva e malata che i nostri ragazzi respirano e assorbono.

L’ideale sarebbe che divenisse affascinante e coinvolgente e compagno di cammino un modello di vivere non solo l’amore, ma tutta la vita, in modo più alto e diverso. Che insegni che amore è dono, rispetto, limite, sacrificio, lavoro su di sé per l’altro e con l’altro. Sarebbe già qualcosa se il mondo adulto imparasse a guardare davvero la realtà, smettendola con le semplificazioni che buttano tutto in caciara, e si facesse un bell’esame di coscienza, andando in cerca, nel grande deserto, di punti di luce che pure ci sono, anche se non adeguatamente valorizzati dai media e dal mainstream.

 

Il Sussidiario



sabato 16 settembre 2023

IL DIO SENZA UMANITA'

 

 

-         di Francesca Chiarenza

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«Dio, patria e famiglia»

In un’Europa sempre più scristianizzata, a difendere Dio, a quanto pare, è rimasta Giorgia Meloni. Lo ha fatto nel suo discorso al Demographic Summit di Budapest, dentro il museo delle Belle Arti, davanti a un dipinto di El Greco che, quasi simbolicamente, rappresentava l’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, l’ora forse più drammatica della sua esistenza terrena.

E drammatico è lo scenario che la premier italiana ha delineato: «Viviamo in un’era in cui tutto ciò che ci definisce è sotto attacco. Questo è pericoloso per la nostra identità nazionale, per la famiglia, per la nostra religione. Senza questa identità siamo solo dei numeri senza una consapevolezza, strumenti nelle mani di chi ci vuole usare». E ha evocato la necessità di una «grande battaglia» a favore delle famiglie. È stato a questo punto che ha parlato di Dio: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio, e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà».

Parole che riprendono, quasi alla lettera, lo slogan «Dio, patria e famiglia» , che del resto già in altre occasioni Meloni ha pubblicamente difeso dai sarcasmi dissacratori di una sinistra che lo ha sempre considerato un motto fascista.

 Il caso più clamoroso era stato quello della ex senatrice PD Monica Cincinnà che, in un corteo femminista del 2019 a Roma, aveva esibito un cartello con la scritta: «Dio-Patria-Famiglia: che vita de merda». Sta di fatto che oggi, a distanza di quattro anni, la Cirinnà non è più in Parlamento (non è stata rieletta), mentre Giorgia Meloni, in nome di quel motto, è diventata presidente del Consiglio.

 In realtà, anche se lo slogan ha avuto grande diffusione proprio nel ventennio fascista, Meloni ha sempre rivendicato il fatto che esso in realtà risale a Mazzini, che sicuramente non può essere identificato con un precursore del totalitarismo di destra. Però forse non sa – o ha dimenticato di precisare – che nel pensiero mazziniano la formula completa, contenuta nell’opera I doveri dell’uomo, del 1860, è: «Dio, Umanità, Patria e Famiglia». E l’omissione di uno di questi termini non è insignificante per l’interpretazione del significato degli altri.

 Il Dio della nostra identità nazionale

Questo vale già per il primo dei valori chiamati in causa, quello religioso. Di quale Dio parlasse la premier nel suo discorso di Budapest lo si evince da quello che ha detto: «Sono donna, sono madre, sono cristiana e nessuno me lo può togliere». È dunque il Dio della tradizione cristiana, più precisamente di quella cattolica, che la «grande battaglia», a cui saremmo chiamati a partecipare , deve «difendere». Contro chi?

 Sicuramente contro una deriva culturale che ne annulla ogni rilevanza nella vita sia pubblica che privata, riducendolo a un ricordo del passato. Ma, sganciato dal riferimento all’Umanità, il richiamo a questo Dio rischia di diventare una bandiera per giustificare anche la «difesa dei confini» contro i fedeli di altre religioni, anch’essi credenti in Dio, ma diverso da quello cattolico.

 Meloni, per la verità, ha sempre riconosciuto che non si può generalizzare – come fa Salvini – , estendendo a tutto l’Islam l’accusa di essere incompatibile con i nostri valori e la nostra civiltà. Ma, di fatto, i suoi interventi sono sempre stati volti a sottolineare la minaccia fisica – il terrorismo – , e soprattutto cultuale rappresentata da questa religione.

 Una minaccia che si collega a quella di una «sostituzione etnica» – e qui entrano in gioco i temi della patria e della famiglia – evocata nella primavera scorsa dal ministro Lollobrigida (cognato, fra l’altro, della premier e suo stretto collaboratore): «Non possiamo arrenderci», ha detto il ministro, «all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro».

 Il problema demografico è strettamente connesso, in questa prospettiva, a quello dell’identità nazionale, ed entrambi hanno come sfondo quello della identità religiosa. È la sostanza del discorso di Budapest: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio».

 La fallimentare battaglia per la “difesa dei confini”

Non si tratta di astratte formulazioni concettuali. La “dimenticanza” del termine che Mazzini premetteva a quelli “patria” e “famiglia” – “umanità” – ha fatto sì che, prima nel programma della destra italiana, poi nella sua azione di governo, uno dei punti centrali e caratterizzanti sia stato l’impegno per impedire l’arrivo in Italia dei migranti provenienti dai Paesi più poveri dell’Africa e dell’Asia, considerati alla stregua di “invasori”.

 Secondo questa linea non si tratta solo di gestire correttamente la loro redistribuzione in altre nazioni europee. Di fatto, il nostro governo non ha rispettato gli accordi che regolavano questi “ricollocamenti”, provocando, proprio in questi giorni, la reazione di Francia e Germania, che hanno chiuso le loro frontiere con l’Italia.

 Ma il punto è che l’esecutivo non ha mai creduto in una soluzione che comunque avrebbe reso possibile conciliare i nostri interessi nazionali con i persistere dei flussi migratori: «I ricollocamenti», ha detto a questo proposito la presidente del Consiglio ospite di Bruno Vespa, «sono una coperta di Linus: la questione è fermare gli arrivi in Italia».

 Su questo il governo Meloni ha impegnato a fondo la sua credibilità fin dal principio, anche con esiti fallimentari. Alla radice probabilmente sta una sostanziale incapacità di comprendere il fenomeno migratorio in tutta la sua drammatica gravità, cercandone un “colpevole” su cui scaricarne la responsabilità.

 Al tempo del governo Draghi il dito era stato puntato sul ministro dell’Interno, la Lamorgese, accusata di debolezza e di incapacità. Con la conseguente assicurazione che, se fosse stata premiata dal voto degli elettori, la Destra avrebbe immediatamente risolto il problema con una politica più adeguata. Ma anche dopo le elezioni, gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati.

 La colpa, allora, è stata data alle navi delle Ong, che avrebbero incoraggiato, con la loro presenza nel Mediterraneo, le partenze. Da qui il “decreto sicurezza”, volto a neutralizzare o almeno a limitare quanto più possibile, l’opera di soccorso di queste navi. Ma gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati.

 Dopo la tragedia di Cutro, il bersaglio sono diventati gli scafisti. Meloni in persona ha garantito che li avrebbe inseguiti «per tutto l’orbe terraqueo». Ma gli scafisti da tempo erano perseguiti, senza alcun esito, perché i veri organizzatori del traffico di esseri umani se ne stavano al sicuro nelle loro basi, protetti da governi compiacenti. Così gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati in modo esponenziale.

 A questo punto la premier ha rinnovato gli accordi che già esistevano con la Libia, fornendo nuovi soldi e nuova assistenza militare alla Guardia Libica, perché fermasse le partenze. Poi, coinvolgendo anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è recata in Tunisia, da cui proviene la maggior parte dei migranti, per stringere accordi col dittatore Sayed, sempre allo scopo di ottenere il blocco. Il risultato è stato immediato, ma opposto alle attese: gli sbarchi sono dilagati, raggiungendo livelli mai visti in passato.

 I giornali governativi in questi giorni sono alla ricerca dei nuovi colpevoli: alcuni indicano direttamente la Sinistra italiana ed europea, al cui complotto si dovrebbe il mancato rispetto da pare di Sayed degli accordi presi. Altri additano la Francia, ostile ad ogni ingerenza italiana in Tunisia.

 Non è il Dio cristiano

Non sembra sfiorare i nostri governanti e il loro entourage l’idea che, al di là dei fantomatici “colpevoli”, ci siano dei problemi reali, di cui sicuramente dei gruppi criminali possono anche approfittare, ma che hanno le loro radici in una catastrofe geopolitica che sta travagliando buona parte dell’Africa e alcune regioni dell’Asia, mettendo in condizioni disperate uomini e donne che si trovano costretti a cercare la salvezza, o almeno condizioni di vita migliori, fuggendo in Europa.

 È un vuoto di analisi, dovuto a un’ottica angustamente nazionalista, alla cui radice sta proprio l’omissione di quel termine “umanità” che Mazzini aveva posto come parte essenziale della sua visione e che poi, nella riedizione fascista dello slogan, era saltato. Quello che manca, nella politica migratoria del governo, è la visione di un genere umano che, a monte delle legittime identità nazionali, è accomunato da un legame che ne unisce i membri, di qualunque stirpe, di qualunque nazione o continente.

 Ma questo è anche il motivo per cui il Dio di Giorgia Meloni, checché lei ne dica, non è quello cristiano. Il Vangelo parla chiaro: quando hanno chiesto a Gesù quale era il comandamento più grande, la sua risposta ha unito in modo indissolubile l’amore incondizonato per Dio e quello per il prossimo. E, ad evitare ogni equivoco, ha portato ad esempio di “prossimo” uno straniero, visceralmente detestato dagli ebrei.

 Nel tempo della post-verità si può dire anche spudoratamente il contrario della realtà ed essere creduti, ma il fatto resta e tutta la tradizione della Chiesa – dai primi padri fino alla Fratelli tutti di papa Francesco – ribadisce che non si può amare Dio senza amare tutti gli altri esseri umani, anche i più lontani, come se stessi. È ovvio che ciò esige di essere declinato, in termini politici, secondo precise condizioni di fattibilità (nessuno, in realtà pensa di portare tutta l’Africa in Italia, come sostengono sarcasticamente i rappresentanti della Destra).

 Ma è chiaro che non ha nulla di evangelico l’atteggiamento di fondo che considera i poveri, bisognosi del nostro aiuto, dei nemici da respingere o da bloccare prima che partano, lasciando che se la sbrighino da soli con loro problemi.

 Perciò non è il Dio cristiano quello che la Meloni crede di dover difendere. Lui è il Dio dell’umanità, di tutti gli uomini. E il solo modo di difenderlo, ci dice il Vangelo, è di aiutare i deboli, gli affamati e gli esuli – «fui straniero e mi accoglieste» (Mt 25,35) – che bussano alla nostra porta. Non perché sono italiani, ma perché sono esseri umani come noi e nostri fratelli.

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