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venerdì 4 settembre 2026

L'ALBERO DI CILIEGIO

 


“Quando smetterai di cercare di aggiustare te stesso e interverrai sulle condizioni intorno a te, finalmente crescerai fino a diventare la persona che hai sempre saputo di essere.”

Un libro per imparare a volersi bene e riprendere in mano la propria vita


Sette semplici passi per cambiare la tua vita e imparare a fiorire

Senti che non stai esprimendo tutto il tuo potenziale?

Hai provato tecniche per migliorare la produttività e libri di auto-aiuto, scoprendo però che nulla funziona davvero nel tempo?

Esiste un altro modo per generare un cambiamento reale e duraturo. E per scoprirlo basta ispirarsi alla saggezza della natura.

Quando sono andati a convivere, Rich e Rox Pink hanno trovato nel giardino della loro casa un albero di ciliegio che non riusciva a fiorire, ma non hanno pensato neanche per un momento che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’albero.

Si sono messi a studiare il suolo, il clima, i segni di parassiti, le piante circostanti, e hanno scoperto una verità potente: la trasformazione non nasce dall’impegnarsi di più.

Nasce dal cambiare le condizioni che modellano la tua vita.

Quando il tuo ambiente ti sostiene, crescere e fiorire diventa inevitabile.

I sette semplici passi di questo libro ti mostreranno come ricostruire la tua vita partendo dalle radici, grazie alla guida preziosa di due persone che lo hanno fatto per primi.


La teoria dell'albero di ciliegio

Rich Pink Rox Pink

New Compton Editori

mercoledì 22 luglio 2026

LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

Alzogliocchiversoilcielo

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domenica 5 luglio 2026

CAMBIARE IL MONDO



“Se vuoi muovere il mondo 
attorno a te, 

devi prima muovere te stesso”

-di Sara Bellanza

Hai mai pensato che il desiderio di cambiare il mondo possa nascondere qualcosa di più profondo? Spesso si immagina il cambiamento come un’azione rivolta all’esterno, verso ciò che non funziona o andrebbe corretto. Eppure, non tutto dipende da ciò che accade fuori: molto dipende da come lo si interpreta. Due persone possono vivere la stessa situazione e vederla in modo opposto. È qui che si apre una domanda decisiva, già al centro del pensiero di Socrate: prima di cambiare ciò che si vede, vale la pena chiedersi chi sta guardando. Quindi, cosa devi fare prima: cambiare il mondo o te stesso?

Cos’è davvero il cambiamento?

Socrate diceva: “Chi vuol muovere il mondo, prima muova se stesso.”

Queste parole portano con sé una tensione antica quanto l’uomo: il desiderio di cambiare la realtà senza attraversare il lavoro, spesso scomodo, della trasformazione interiore.

Agire sul mondo affascina perché promette risultati immediati e visibili, mentre il lavoro su di sé resta lento, silenzioso e quasi sempre invisibile e maledettamente faticoso. Eppure, è proprio in questa dimensione nascosta che si decide la qualità di ogni cambiamento. Ogni azione verso l’esterno nasce da una radice interna che raramente viene messa in discussione. Spesso si tende a credere che ciò che non funziona dipenda dagli altri, dalle circostanze o dal contesto, senza considerare che il modo stesso in cui si interpreta la realtà è già una costruzione interiore.

Socrate ha mostrato con forza questa distanza tra apparenza e verità, indicando nel dubbio e nella domanda il vero inizio del pensiero. Il suo insegnamento non offre risposte, ma incrina certezze, obbligando chi ascolta a confrontarsi con ciò che dà per scontato. L’idea di “muovere il mondo” perde così la sua immediatezza e si capovolge: prima ancora dell’azione esterna, c’è uno sguardo che va educato, reso più onesto, meno automatico. Il mondo non si presenta mai in modo neutro, ma filtrato da ciò che si è.

Quando lo sguardo si rivolge all’interiorità, emerge una resistenza invisibile, ma fatta di automatismi che proteggono l’immagine di sé. Cosa accade quando questa immagine viene messa in discussione? Perché è così difficile accettare di non coincidere del tutto con ciò che si crede di essere?

Muovere se stessi significa attraversare questa resistenza e rinunciare all’idea di stabilità. Quando si dice “sono fatto così”, spesso si sta solo evitando di cambiare.

Se una persona si convince di essere “timida”, quella convinzione inizia anche a influenzare il modo in cui si muove nel mondo. A scuola evita di intervenire, nelle conversazioni si trattiene, nelle occasioni in cui potrebbe esporsi sceglie di restare in disparte non perché manchino le idee, ma perché si è già formata un’immagine di sé che precede l’azione. Col tempo, quella rinuncia ripetuta diventa abitudine, e l’abitudine si trasforma in identità.

A quel punto non è più solo una sensazione iniziale: è un modo di stare nelle situazioni che si auto-conferma. Quando arriva un’occasione diversa, la risposta sembra già scritta: “non fa per me”, “non sono capace”. È proprio qui che il pensiero di Socrate acquista tutta la sua forza: se non si cambia il modo in cui si guarda se stessi, difficilmente cambierà anche il mondo che si ha davanti.

Il ritorno a Sé come punto di partenza

Quando si smette di pensare il mondo come qualcosa da affrontare o correggere, cambia anche il modo di viverlo. Non appare più come uno scenario separato, ma come uno spazio che prende forma insieme allo sguardo di chi lo attraversa. Le situazioni non arrivano “da fuori” in modo neutro: acquistano significato nel momento in cui vengono interpretate.

Alla fine, non c’è una separazione netta tra interno ed esterno: ciò che si vive fuori porta sempre con sé la traccia di ciò che si è dentro. Si deve cambiare il modo in cui si costruisce il senso delle cose prima ancora di agire. Anche ciò che sembra spontaneo – una scelta, una reazione, un lavoro – nasce da un insieme di letture interiori che spesso restano invisibili.

Sai che penso? Che Socrate aveva ragione. Nessuno può sperare di cambiare il mondo senza aver prima avuto il coraggio di cambiare se stesso. Magari non si riuscirà a trasformare l’umanità, né a risolvere i grandi problemi del nostro tempo. Ma se anche una sola persona, grazie al proprio esempio, riuscirà a migliorare un frammento della realtà che la circonda, allora quel cambiamento interiore avrà già iniziato a muovere il mondo. Perché ogni grande trasformazione, in fondo, nasce sempre da un essere umano che ha deciso di partire da sé.

Leggi anche: Dialogo tra filosofi: vive meglio chi prende la vita alla leggera o chi si fa domande? Socrate Vs Platone

LifeStyle

 

venerdì 3 luglio 2026

CAMBIAMENTO

 


Cambiamento:

 parola giusta

 per noi



Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, 

per capire cosa ci rivelano del nostro mondo


I giovani, la nave di Teseo e ChatGPT

Per gli adulti cambiare è una promessa o una minaccia; per i ragazzi è l’esperienza quotidiana attraverso cui prendono forma cercando se stessi.

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI

La parola cambiamento compare spesso nei discorsi degli adulti. La utilizziamo per parlare della società, della tecnologia, della politica, del lavoro, la invochiamo come una promessa oppure la temiamo come una minaccia. Talvolta la trasformiamo addirittura in un valore assoluto. Le ragazze e i ragazzi che hanno scritto questa definizione, invece, la riportano dentro l’esperienza concreta del vivere. «È la parola giusta per noi», scrivono. In poche parole stanno definendo se stessi. Il cambiamento rappresenta una delle esperienze più tipiche della condizione giovanile, tanto da costituirne quasi il tratto distintivo. Essere giovani significa effettivamente attraversare trasformazioni continue, svegliarsi ogni giorno e scoprire che qualcosa è diverso, nel proprio corpo come nei propri pensieri. E anche negli altri. P er un adulto l’identità tende a coincidere con una certa stabilità. Abbiamo una storia, una professione, un carattere relativamente consolidato; possiamo fare affidamento su elementi che tendono a permanere nel tempo. Per una ragazza o un ragazzo l’identità si presenta invece come un percorso e ciò che conta è il divenire. 

Accade però il paradosso che per cambiare occorre conservare qualcosa di sé. È una questione antica: già Plutarco raccontava che gli Ateniesi conservarono per secoli la nave di Teseo sostituendone, una dopo l’altra, le tavole che il tempo deteriorava. Alla fine dell’imbarcazione originaria non rimase più nulla. Era ancora la stessa nave? Da allora questa domanda, che riguarda anche ciascuno di noi, è rimasta viva. Crescere significa cambiare profondamente, sostituire idee, abitudini, desideri, modi di guardare il mondo. Eppure continuiamo a riconoscerci come la stessa persona. L’identità potrebbe consistere proprio nel custodire un filo di continuità attraverso tutti i cambiamenti. Ogni trasformazione autentica richiede di tenere insieme trasformazione e permanenza. Si aggiungono esperienze, si correggono errori, si acquisiscono competenze, si modificano convinzioni e abitudini, mentre continua a esserci un soggetto che cerca e mantiene la sua unità. Il cambiamento può risultare faticoso proprio perché richiede di integrare il nuovo nella propria storia senza perdere il legame con la persona che si è stati fino a quel momento.

Crescere, ci dicono i ragazzi, significa restare in una condizione di continua revisione di sé. Il corpo cambia. Cambiano i gusti, le amicizie, le domande, le idee sul mondo. Cambia il rapporto con i genitori e quello con gli insegnanti. Cambia anche il modo di guardare se stessi. Ed è un lavoro veramente impegnativo, che può trascinarsi dietro paure, incertezze e angosce; dovremmo ricordarcene noi che ci siamo già passati. Qui emerge una lucida consapevolezza, significativa per chi vive in una cultura che celebra continuamente il cambiamento, l’innovazione, la trasformazione, la reinvenzione, l’aggiornamento, tanto che cambiare sembra coincidere automaticamente con migliorare. I ragazzi mostrano una percezione più articolata della questione, indicano che ogni cambiamento comporta un costo. È un richiamo utile anche per noi adulti, spesso tentati di trasformare il cambiamento in un valore assoluto. Le trasformazioni, invece, chiedono sempre di essere valutate nei loro effetti e nelle loro conseguenze, ma anche, e forse soprattutto, nelle loro origini. La domanda decisiva non è infatti se si cambia, perché il cambiamento accade comunque, a ogni età, ma come?

È un po’ come quando impostiamo un navigatore. Il fatto che l’automobile si muova non dice ancora nulla sulla bontà ed efficacia del nostro viaggio. Possiamo percorrere centinaia di chilometri e allontanarci dalla meta, se abbiamo sbagliato destinazione. Il movimento, da solo, non basta. Ciò che conta è la direzione. Si può infatti cambiare in meglio o in peggio. Si può, ad esempio, diventare più capaci di stare con gli altri o più chiusi e più soli. È un punto di prudenza che meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito contemporaneo in cui spesso ci ritroviamo a celebrare la novità per il solo fatto che è nuova. Il cambiamento, preso in sé, non possiede alcun valore morale. Diventa interessante quando si comprende da dove origina, dove conduce e quali effetti produce sulla vita delle persone. C’è poi un ultimo aspetto che merita attenzione: dopo aver parlato di se stessi, le ragazze e i ragazzi allargano improvvisamente lo sguardo al mondo. Citano infatti l’Intelligenza artificiale e il cambiamento che essa sta producendo nel modo di studiare. 

In questo passaggio brevissimo mostrano la consapevolezza di quanto la loro crescita personale si intrecci con una trasformazione storica e sociale più ampia. L’esempio scelto è particolarmente interessante perché riguarda proprio la conoscenza dato che l’Intelligenza artificiale modifica il modo di studiare, di cercare informazioni, di produrre contenuti, di apprendere. Colpisce soprattutto quel riferimento al loro “amato” ChatGPT. È difficile non leggere nelle virgolette una sottile ironia, accompagnata forse anche una certa ambivalenza. Che siano consapevoli di quanto l’Intelligenza artificiale sia insieme una possibilità e una questione aperta? Essa infatti pone una serie di nuove domande rispetto al significato dello studio, al valore della fatica, al ruolo della memoria e alla costruzione personale del sapere. Sta a noi adulti aiutarli a formulare sempre meglio questo giudizio, uscendo dalla cristallizzazione della spaccatura fra tecno-entusiasti e tecno-apoca-littici. Chi governa questi strumenti? Chi decide come funzionano? Chi possiede gli algoritmi, i dati e le infrastrutture che rendono possibile l’Intelligenza artificiale?

Nella recente enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV richiama, fra le altre cose, proprio il rischio di una crescente concentrazione di potere nelle mani di pochi soggetti privati capaci di influenzare in profondità la vita collettiva. Questa riflessione dialoga sorprendentemente con il tema del cambiamento. Ogni innovazione modifica infatti oltre ciò che facciamo, anche i rapporti di forza, le possibilità di accesso al sapere, le forme della partecipazione sociale e della libertà. I ragazzi qui non formulano alcun giudizio definitivo, non celebrano l’intelligenza artificiale come una rivoluzione salvifica e non la descrivono nemmeno come una minaccia assoluta. La registrano come un fatto già entrato nella loro esperienza quotidiana e capace di modificare abitudini consolidate, senza rinunciare a quella sfumatura affettuosamente ironica racchiusa nell’aggettivo “amato”. 

Anche il cambiamento tecnologico, dunque, conferma l’intuizione che attraversa tutta la definizione. La questione decisiva è il giudizio che siamo capaci di esercitare su di esso. Ecco che cosa i ragazzi ci stanno dicendo: il cambiamento è una condizione inevitabile della vita, cui nessuno può sottrarsi, ma la vera questione riguarda la sua direzione. Occorre sempre chiederci dove stiamo andando, che cosa stiamo diventando, quale beneficio stiamo ricavando dalle trasformazioni che favoriamo o semplicemente subiamo. In fondo crescere e progredire implica dare una direzione al cambiamento. E dovremmo essere grati a loro, che sperimentandolo ogni giorno, più di tutti ce lo ricordano.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avvenire.it

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martedì 29 aprile 2025

LA FORZA DEL VOLONTARIATO


Presentata 

la ricerca "NOI+"


Presentata a Roma l'indagine Caritas he ha coinvolto quasi diecimila ragazzi e ragazze in tutta Italia. 

Don Pagniello: “Animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità”

 

Francesco Ricupero - Città del Vaticano

 “I volontari non solo sono spesso capaci di operare bene, ma sono anche consapevoli di ciò che può far crescere la società in umanità e nella prospettiva del bene comune”: è quanto ha affermato, lunedì mattina, don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana nel corso della presentazione della ricerca sulle competenze dei volontari italiani nata dall’indagine “NOI+. Valorizza te stesso, valorizzi il volontariato” promossa da Forum Terzo Settore e Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre. All’evento ha preso parte, tra gli altri, il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci.

Agenti di cambiamento

Tra gli aspetti che sono emersi dalla ricerca, il volontariato viene considerato innanzitutto una pratica di solidarietà ma, per chi ne fa esperienza, è anche un luogo di formazione, crescita personale e apprendimento costante. I volontari percepiscono di essere agenti di cambiamento e ritengono che la loro attività abbia un impatto rilevante sia sulla realtà circostante che su sé stessi. “Dare piena attuazione alle normative che promuovono lo sviluppo del servizio volontario – ha aggiunto don Pagniello - va a beneficio di tutti, a cominciare dalle pubbliche istituzioni più vicine ai cittadini”.

Coinvolti diecimila volontari

L’indagine NOI+, che ha coinvolto circa diecimila volontari in tutta Italia, ha rilevato che la motivazione principale che spinge a fare volontariato è quella di offrire un contributo alla comunità (87,6 per cento) ma, soprattutto tra i più giovani, assume particolare importanza la possibilità di sviluppare i propri punti di forza e l’opportunità di arricchimento professionale. Oltre la metà dei volontari ritiene che il proprio impegno abbia un forte impatto nel modificare la realtà e più del 75 per cento afferma che fare volontariato ha cambiato profondamente il proprio modo di pensare. Inoltre, lo studio si è concentrato sull’impatto formativo del volontariato, mettendo in luce come l’impegno solidale favorisca lo sviluppo delle cosiddette “soft skills”, come le competenze personali, sociali e civiche: oltre il 50 per cento degli intervistati le mette in campo sempre o spesso durante la propria attività volontaria.

A sostegno delle comunità

La gran parte dei volontari italiani svolge, durante l’impegno solidale, svariate competenze trasversali, come la capacità di collaborare, gestire le proprie emozioni e i conflitti, sviluppare pensiero critico, apprendere lungo tutte le fasi della vita, affrontare i cambiamenti. “Dalla ricerca – prosegue il direttore di Caritas Italiana - emerge come i volontari siano animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità”. Si tratta di un dato assai confortante in un momento storico segnato dall’individualismo e dall’indifferenza. “I volontari e le volontarie, sono anche consapevoli di dare con il loro impegno un contributo efficace al cambiamento in meglio della società nel suo complesso. Un cambiamento che parte dalla loro stessa crescita personale. Anche questo – conclude Pagniello - ci parla del volontariato, e dei volontari, come una delle risorse più preziose del nostro Paese”.

 Vatican News



mercoledì 11 settembre 2024

CAMBIAMENTO o SPERANZA?

U
na speranza fondata, con cui vivere con più ottimismo e serenità il tempo che ci è dato
.

- di Vito Mancuso

 È possibile in questo mondo di cui avvertiamo il continuo e destabilizzante cambiamento coltivare la speranza? In particolare la speranza che qualcosa non cambi, ma rimanga stabile e divenga il punto di appoggio dell’esistenza? A questa domanda rispondo di sì, e lo faccio sulla base di due argomentazioni, la prima basata sulla logica, la seconda sull’etica.

Dal punto di vista logico l’affermazione “tutto cambia” o è falsa o è vera. Se è falsa, allora in realtà qualcosa non cambia; se è vera, allora la frase “tutto cambia” sarà sempre tale da dire la verità e quindi non cambierà. In entrambi i casi dire “tutto cambia” dimostra il non-cambiamento di qualcosa. Il che attesta la possibilità della nostra mente di raggiungere una dimensione non soggetta al cambiamento, di partecipare cioè a una dimensione più alta, priva di mutamento, tale da schiudere eterne verità. È quanto sperimentato anche da musicisti (Bach, Mozart, Beethoven) e da scienziati (Bohr, Heisenberg, Schrödinger). Da violinista dilettante qual era Einstein sintetizzò in sé le due dimensioni, e di lui si racconta che una sera del 1929 a Berlino, al termine di un concerto del grande virtuoso Yehudi Menhuin, si recò nel camerino e gli disse: “Ora io so che c’è un Dio in cielo”. Non per questo Einstein si convertì al Dio biblico, visto che rimase sempre dell’idea di Spinoza che identifica Dio e Natura (Deus sive Natura), ma è chiaro che grazie alla musica ebbe un’esperienza di trascendenza, ovvero di una dimensione dell’essere non soggetto al cambiamento …

 La seconda argomentazione a favore della speranza si basa sull’etica. Quando infatti in questo mondo, dove tutto si muove secondo necessità e tutti agiscono secondo istinto o secondo calcolo, l’essere umano si mostra ciononostante capace del bene più puro, si ha, allora, un fenomeno inatteso, inconcepibile, eppure reale, che mostra alla ragione l’esistenza di un’altra dimensione, non basata sul calcolo e sulla volontà di potenza, ma su un desiderio di armonia e di bene che apre a sua volta alla trascendenza. Fu seguendo questa via che Kant trovò il fondamento per la rifondazione della speranza: “La legge morale mi rivela una vita indipendente dalla animalità e anche da tutto il mondo sensibile”. Parlare di una vita che è indipendente dalla animalità e dal mondo sensibile significa parlare di un’altra vita, di una vita altra, del tutto diversa rispetto alla vita che conosciamo che è vita animale e sensibile: significa cioè parlare della trascendenza. Per questo Kant dichiarò nella Critica della ragion pura: “Io avrò fede nell’esistenza di Dio e in una vita futura, e ho la certezza che nulla potrà mai indebolire questa fede, perché in tal caso verrebbero scalzati quei principi morali cui non posso rinunciare senza apparire spregevole ai miei stessi occhi”. Il che significa: o il fenomeno morale è falso, oppure, se è vero, apre un’altra via. E forse, un’altra vita. E che sia falso oppure vero, dipende solo “da te”.

 I due concetti in gioco di cambiamento e di speranza sono visti solitamente in contrapposizione. Siccome tutto cambia, si dice, allora non c’è speranza che qualcosa possa permanere, e quindi quella dimensione dell’essere non soggetta al tempo che è l’eterno non esiste. Io penso però che, dal punto di vista sia logico sia etico, vi sia la possibilità di affermare che proprio perché in questo mondo tutto cambia, noi, quando diventiamo capaci di ragionamenti e di atti non soggetti al cambiamento, dimostriamo di appartenere con una parte di noi (con la mente e il cuore, ovvero l’anima) a un’altra dimensione dell’essere. Non si tratterà mai di un’attestazione incontrovertibile come il sapere assoluto cui aspirava Hegel. Ma si tratterà comunque di una speranza fondata, con cui vivere con più ottimismo e serenità il tempo che ci è dato.

 Il che peraltro non riguarda solo i credenti. Ernst Bloch, filosofo marxista dissidente e scettico quanto a fede religiosa, intitolò il suo capolavoro Il principio speranza e vi scrisse: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Che cosa ci aspettiamo? E che cosa ci aspetta? Molti si sentono soltanto confusi. Il terreno vacilla, e non sanno perché e per che cosa. Una condizione d'angoscia, la loro, che diviene paura se assume più precisi contorni”. Continuava: “L'importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all'aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L'effetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli”. Theodor Adorno, uno dei fondatori della scuola di Francoforte, musicologo oltre che filosofo, ribadisce così nei Minima moralia: “Alla fine la speranza, come si sottrae, negandola, alla realtà, è la sola figura in cui si manifesta la verità. Senza speranza l’idea della verità sarebbe difficilmente concepibile”. Tutto cambia, quindi c’è speranza.

 Vito Mancuso, Corriere della Sera edizione Toscana 5 settembre 2024

 

 

sabato 25 giugno 2022

FAI IL PRIMO PASSO


La metafora 

della montagna

L’essere umano ha sempre trovato la Natura di grande ispirazione, motivo per cui viene spontaneo vedere nella montagna un elemento naturale che rappresenta una perfetta metafora della vita. Io, però, la vedo diversamente.

La montagna non rappresenta la nostra vita ma il cambiamento che vogliamo mettere in atto. Riuscire a raggiungerne la cima significa completare il cambiamento. Iniziare la discesa sull’altro versante significa iniziare la nostra nuova vita.

Quando vogliamo realizzare un grande cambiamento di vita, ci troviamo ai piedi della montagna.Essa rappresenta tutti gli ostacoli e le difficoltà che dobbiamo affrontare, tutto ciò che potrebbe andare storto. Ma non solo: rappresenta anche l’opposto della nostra comfort zone.

Infatti, noi siamo su una strada asfaltata e dritta, sicura e senza pericoli. La montagna, invece, è misteriosa, impervia e difficile da scalare.

Però la montagna ci affascina e sappiamo che l’unico modo per realizzarci davvero è smettere di percorrere quella strada dritta e senza rischi e svoltare verso la montagna. Lassù ci sentiremo completi e quando vedremo cosa si trova dall’altra parte, sapremo di aver preso la decisione giusta.

Concentrarsi solo sulla cima significa fallire in partenza. Di fronte alla montagna del cambiamento, la maggior parte delle persone si pone con un atteggiamento ben preciso: si fa ossessionare dalla cima.

Così diventa naturale auto-convincersi dell’impossibilità di scalarla: guardala, la cima, è lontanissima e per raggiungerla devi prendere molti rischi e faticare per giorni, settimane, mesi o forse anni.

Devi impegnarti ogni singolo giorno e farlo diventare il tuo obiettivo di vita, senza nemmeno sapere quanto tempo ci metteresti ad arrivare lassù.

Sai per certo che è un’impresa durissima.. Se hai questo atteggiamento scalare la montagna diventa effettivamente impossibile. Per due motivi.

Perché non riesci a cambiare: sei impaziente. Il primo motivo è che vuoi avere tutto subito.

Guardi la cima e pensi a tutto il tempo e le energie che ci vorranno per raggiungerla.

Sei stato abituato da questa società consumistica ad avere tutto ciò che desideri nel giro di poche ore, basta un click ormai. Per scalare questa montagna, invece, devi essere paziente.

Tu non vuoi aspettare, vuoi ottenere immediatamente ciò che desideri. Se non è possibile, allora ti dici che potrebbe non valerne la pena.

Alla fine rinunci perché nessuno ti ha spiegato che ciò che conta davvero nella vita richiede tempo, impegno ed energie. Non ci sono scorciatoie per la felicità.

Non riuscirai mai a scalare la montagna se non accetti che non puoi in poco tempo. Il cambiamento richiede tanto tempo, non può mai essere immediato.

Proprio per questo motivo sono pochi quelli che riescono a cambiare. Basta guardare la cima! Fai il primo passo

Il secondo motivo per cui la maggior parte delle persone non riesce a effettuare quel grande cambiamento di vita riguarda l’atteggiamento.

Il modo in cui ti approcci è determinante per aumentare le tue possibilità di successo. Se ti concentri solo sulla cima della montagna, senti che non ce la farai mai. Perché è lontanissima e richiede uno sforzo enorme.

Non riesci a trovare le motivazioni, parti già sconfitto. Non hai la forza di iniziare perché la mole di lavoro ti sembra insostenibile.

La soluzione, in questo caso, è abbassare lo sguardo. Proprio così: smettere di guardare la cima e concentrarsi sui propri piedi. Poi, molto semplicemente, fare il primo passo. Quel primo passo ha un’importanza fondamentale, di cui però pochi si rendono conto.

La maggior parte delle persone sottovaluta fortemente questo piccolo gesto, perché pensa solo alla difficoltà dell’obiettivo finale.

Si concentra sulla cima della montagna e così si fanno prendere da paure di ogni tipo. Se invece ti concentri solo sul primo passo… quello è facile!

È un piccolo passo, appunto. Eppure, se ogni giorno fai dieci piccoli passi, dopo dieci giorni ne avrai fatti cento e dopo cento giorni ne avrai fatti mille.

Sai cosa succede quando invece ti concentri solo sulla cima? Ti scoraggi, ti arrendi e dopo 1000 giorni… ti ritrovi ad aver fatto zero passi. Sei esattamente dov’eri prima.

Cosa ti insegna la metafora della montagna? La metafora della montagna spiega in modo teorico come si approccia un grande cambiamento. Ma come ogni metafora, le sue applicazioni sono concrete.

Vuoi dimagrire e rimetterti in forma? *  Guardare la cima significa pensare: “Ma come diavolo farò a perdere 10kg?”

*  Fare il primo passo significa cucinare in modo più salutare fin dalla cena di stasera.

Vuoi lasciare il lavoro che odi e diventare un nomade digitale?

*  Guardare la cima significa pensare: “Non so fare niente in ambito digitale, non ho la minima idea di come muovermi e ci sono troppe cose da imparare.

Avrei dovuto iniziare prima, ora è troppo tardi”.

*  Fare il primo passo significa scrivere su un foglio cosa sei capace di fare, cosa sei disposto ad imparare, quali sono i lavori che ti piacerebbe fare e quali sono le figure professionali per cui c’è molta richiesta.

Vuoi imparare l’inglese?

*  Guardare la cima significa credere di essere ormai troppo vecchi e di non avere più una mente sufficientemente reattiva per impararlo velocemente.

*  Fare il primo passo significa aprire YouTube, cercare “lezioni di inglese gratuite” e poi guardare il primo video.

Un video al giorno, ogni giorno.

Vuoi fare il tuo primo viaggio in solitaria?

*  Guardare la cima significa pensare di non essere abbastanza, concentrarsi su tutto ciò che potrebbe andare storto e visualizzarsi mentre si torna a casa con la coda tra le gambe e ancora più insicuri di prima.

*  Fare il primo passo significa uscire di casa da soli un sabato sera e camminare per le strade della propria città come se fosse una destinazione da esplorare. Fare il secondo passo significa trascorrere un’intera giornata in solitaria da qualche parte.

Fare il terzo passo significa fare un weekend in solitaria in una città europea.

Prima o poi arriverà anche il passo che ti porterà a partire con un biglietto di sola andata per Bangkok.

Non importa quale sia il grande cambiamento che vorresti mettere in atto.

L’importante è smettere di commettere i due errori che ti impediscono di cambiare vita:

*  essere impaziente;

*  farti ossessionare dall’obiettivo finale e restare paralizzato.

Smettila di guardare la cima e concentrarti sul primo passo.

Un piccolo passo è alla portata di chiunque e ti assicuro che mille piccoli passi ti possono portare ovunque tu voglia.

 Gianluca Gotto “Le coordinate della felicità”

 

giovedì 7 gennaio 2021

ANNO NUOVO. INCIAMPARE IN UNA STELLA


«Inciampare in una stella», 

l’augurio per il nuovo anno

 di padre Ermes Ronchi

"Maria legge il passaggio al nuovo anno alla luce della fede e ci invita ad accorgerci che «c'è dell'oro in questo tempo strano".

 di Lauro Paoletto

«Inciampare in una stella, come i re magi e poi smarrirsi nel pulviscolo magico del deserto». È l’augurio di padre Ermes Ronchi per questo nuovo anno appena iniziato. Incontriamo il frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria al convento di S. Maria del Cengio a Isola Vicentina per farci aiutare a scrutare l’anno che sta iniziando e lui, richiamando un verso di fra Davide Montagna ci rimanda alla stella che «può essere una persona, un libro, una poesia, un amore, gli occhi di un bambino. Una stella per avere tanta luce quanto ne basta al primo passo. E ce ne sono tante stelle in giro. Camminiamo su gioielli – ci dice – senza accorgercene. E poi la luce si rinnova a ogni passo perché non siamo soli. Con noi c’è Dio».

Ma partiamo da questo incredibile Ventiventi. Padre Ermes ci dia tre immagini che, per lei, sintetizzano l’anno che si è appena concluso.

«Papa Francesco da solo in piazza San Pietro venerdì 27 marzo, in quella piazza deserta, sotto la pioggia, che va via a tu per tu con il crocifisso per pregare per il mondo. Era solo, ma c’eravamo tutti. A me è sembrato quello, in un certo senso, un punto zero della Storia.

La seconda è la bellezza degli occhi delle persone dietro le mascherine. Ci si può riconoscere con gli occhi, ci si può parlare con gli occhi, ci si può abbracciare con gli occhi. L’ultima è da dire sottovoce pensando a chi ha molto sofferto. La dico con un verso di una poesia di Mariangela Gualtieri: “C’è dell’oro in questo tempo strano”. E allora a me piace andare alla ricerca di qualche pepita».

Ci confida qualcuna delle pepite che ha trovato?

«Prima di tutto il linguaggio della cura. Noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura.

Poi il non implodere dentro alle cose. Rischiamo di implodere per l’accumulo di cose e invece, come ci dice il profeta Isaia, dobbiamo alzare il capo e guardare. È questo un tempo che ha delle crepe, ma è attraverso le crepe che entra la luce. Attraverso le crepe ci parla di luce questo tempo desolante e desolato».

A livello comunitario questi dodici mesi che cosa ci dicono?

«Ci dicono che la salute dei più forti dipende dalla salute dei più deboli, cioè dalla cura dell’anello debole. È un rovesciamento paradossale. Abbiamo riscoperto la vita partendo dalla fragilità, non dall’esaltazione del vivere per il vivere e basta, ma dalla riscoperta di cosa è vita e di cosa non lo è. Questa attenzione me la rivelano soprattutto i più deboli. Proteggendo l’anello debole proteggiamo tutti. Questo è un grande insegnamento.

Secondo lei lo abbiamo capito?

«Io credo di sì. Nessuno si salva da solo. Nessuno è forte da solo. Noi siamo più forti se proteggiamo i deboli. Questo vuol dire rimettere la persona al centro, qualsiasi persona».

Lei ha avuto paura del questo virus?

«No. Non ho avuto paura. Ho cercato di tradurre la paura, che comunque fa capolino, in prudenza e in cura. Abbiamo sentito la vita assediata dal virus, assediata ma non espugnata. Non ho paura per il covid. Ho paura per ciò che ha causato questa pandemia. Questo sì mi fa paura: l’aggressione dell’uomo all’ecosistema. Tutti i virus sono di origine animale. Noi abbiamo bruciato la casa degli animali, l’abbiamo avvelenata. Quella è l’autostrada attraverso la quale i virus arrivano fino a noi. Mi fa paura questo atteggiamento suicidario dell’uomo che persevera ad aggredire la terra. Mi sembra che possiamo fare un comandamento che non c’è: “Ama la terra, come ami te stesso. Amala come l’ama Dio».

La pandemia come ci ha cambiati?

«Penso che non è un virus che cambia il cuore delle persone. Il covid può venire e andarsene senza che questo davvero ci cambi. I veri cambiamenti non sono indotti da un fattore esterno. I veri cambiamenti sono quelli che escono dall’anima. Neanche la paura ci cambia. La paura paralizza, non libera dal male che c’è in noi. La vita non avanza per divieti o Dpcm. Solo una passione positiva, la cura, un desiderio fanno avanzare la vita. La vita avanza per innamoramenti. Affrettiamoci ad amare. Le persone se ne vanno così in fretta. Non perdiamo tempo».

Tutto questo porterà a dei cambiamenti strutturali?

«Io penso di sì. Immaginare di chiudersi nella propria regione, nella propria provincia, nel proprio comune, nella propria camera per trovare la salvezza in queste situazioni in cui il mondo è sottosopra e brucia è come essere in una nave che affonda e ti chiudi nella tua cabina pensando di salvarti. Ma se la nave affonda, vai sotto anche tu. Siamo tutti sulla stessa barca. Questa percezione c’è, come sentimento strutturale. E infatti non si è mai visto tanto denaro promesso come per questo Recovery plan. C’è una strutturale crescita della corresponsabilità. Per questo sono fiducioso. Questa è una delle cose che segnerà il futuro. Quanto è accaduto porterà alla percezione che tutto si tiene, tutto è correlato. Non possiamo vivere sani in un mondo malato. Questa è una percezione diffusa e determinante per il futuro. Noi che ci credevamo i signori del creato abbiamo scoperto che dobbiamo stringere i fili dell’empatia e della solidarietà»

La Chiesa in questo che ruolo può avere?

«Questo tempo è l’occasione per fare un balzo indietro di duemila anni e riscoprire la domus ecclesiae, cioè la Chiesa nella casa. Fare un gesto religioso insieme, attorno alla tavola che è il primo altare. Il cristianesimo comincia nella casa non nella chiesa. Bisogna riscoprire questo».

Perché le parrocchie non danno questo input preciso?

«Lo Spirito Santo non ti spinge ad andare in chiesa, ma a diventare Chiesa. Gli ebrei hanno salvato la loro religione con la liturgia domestica».

Su cosa deve puntare la Chiesa?

«I tre vettori per il futuro della chiesa sono la Parola di Dio e la carità. Il terzo vettore che io vedo è la contemplazione, cioè la capacità di fermarsi, di inginocchiarsi davanti alle cose, di scoprire la bellezza delle cose, di stare a tu per tu con Dio. Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà. O sarà un uomo che spezza il pane o non sarà».

E ciascuno di noi come deve affrontare il futuro prossimo?

 «”Affrettiamoci ad amare” direbbe il poeta polacco Jan Twardowski».


da LA VOCE DEI BERICI



martedì 20 ottobre 2020

LA FORZA DELLA GENTILEZZA

In tempi di conflittualità estrema e populismi, ecco la pratica rivoluzionaria che trasforma le relazioni umane:

 la strada tracciata dal papa nell’enciclica “Fratelli tutti”.

 La riflessione di Carofiglio nel suo “breviario” e la lezione di Quartapelle e Pisapia ai bambini

 

GIUSEPPE MATARAZZO

 

Per papa Francesco è una «rivoluzione». Di più, un «miracolo». «La gentilezza – scrive il Santo Padre nell’enciclica Fratelli tutti – è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici». Una «pratica» – aggiunge il Pontefice – che «trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti». Vale per tutto, dalla cultura alla politica. Quest’ultima in particolare viene invece utilizzata spesso e «in molti Paesi» per «esasperare, esacerbare e polarizzare. Con varie modalità si nega ad altri il diritto di esistere e di pensare. Non si accoglie la loro parte di verità, i loro valori, e in questo modo si impoverisce e si riduce alla prepotenza del più forte. La politica così non è più sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace». La «rivoluzione» della gentilezza, dunque per costruire una società migliore. Per essere «Fratelli tutti», secondo lo stile e la testimonianza di san Francesco.

Nel tempo dei populismi e della politica gridata, di partiti senza storia e memoria, poveri di leader, senza testimoni veramente autentici e animati da ideali forti, con posizioni che durano lo spazio e il tempo di un tweet, ecco che la sfida diventa ancora più alta. Non è più questione di destra o di sinistra o di centro. Ma riguarda tutti. Si gioca su terreni diffusi e con alternative diverse. Si può scegliere la via dello scontro perenne, dei toni esasperati, della piazza reale o mediatica che sia, delle strumentalizzazioni e dell’opportunismo più sfacciato. Oppure si può scegliere la strada del dialogo e della dialettica costruttiva. Della gentilezza e del coraggio. Su questi temi riflette Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato ed ex senatore del Pd, che, mettendo da parte gli avvincenti thriller legali con le vicende dell’avvocato Guido Guerrieri (l’ultimo romanzo, La misura del tempo, è entrato nella sestina del Premio Strega quest’anno), nel suo “Breviario di politica e altre cose”, intitolato Della gentilezza e del coraggio (Feltrinelli, pagine 120, euro 14,00) solca proprio questa strada. Lo fa in maniera laica e in una declinazione che nasce dallo studio e la pratica delle arti marziali, dal jujutsu («il segreto del combattimento è nella non–resistenza, nella cedevolezza»). Ma l’obiettivo e il senso sono tuttavia gli stessi: «La gentilezza come metodo per affrontare e risolvere i conflitti e strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane», scrive l’autore. La gentilezza, sostenuta dal coraggio: «Essenziale virtù civile e veicolo di cambiamento. La capacità di porre e di porsi domande – la capacità di dubitare – come nucleo del pensiero critico e dunque della cittadinanza». Dote fondamentale per distinguere i cittadini dai sudditi.

«La pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario – spiega Carofiglio –, significa accettarlo, ridurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile progresso e non un evento di distruzione». La gentilezza di cui parla lo scrittore barese non corrisponde alla «buona educazione, al garbo, alle buone maniere». Tutte doti «gradevoli» ma che «non definiscono il senso profondo, il significato etico e politico» del termine: «La gentilezza è il più potente strumento per disinnescare le semplificazioni che portano all’autoritarismo e alla violenza», uno «dei possibili antidoti al dominio della tecnica, grave malattia della modernità». Come la sostituzione degli esseri umani con gli algoritmi, togliendo loro la possibilità e la capacità di «scegliere e decidere». Anche la gentilezza è una scelta. Una scelta coraggiosa. Perché per praticarla «dobbiamo superare la paura, vincere la rabbia, a volte superare la disperazione. Dare senso. Essere umani».


La gentilezza per ridare senso alla politica. Un’arte nobile, antica, fondamentale per la costruzione sociale che purtroppo viene esercitata spesso in maniera sporca, corrotta e cattiva. E allora fanno bene l’ex sindaco di Milano e ora europarlamentare Giuliano Pisapia e la deputata Lia Quartapelle, entrambi Pd, a puntare sui più piccoli per avviare il «cambiamento». Nel loro saggio La politica raccontata ai ragazzi (DeAgostini, pagine 192, euro 12,90) spiegano «perché può essere bella, perché puoi farla anche tu!». Perché la politica riguarda tutto e tutti, e tutti possono diventare politici e fare politica, nei modi più diversi. Non solo e non necessariamente ricoprendo una carica pubblica. Pisapia e Quartapelle citano per esempio l’impegno e la storia della giovane attivista pachistana e premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai: «Il suo impegno ha cambiato la vita di molte persone». «Ci sono azioni che facciamo tutti i giorni, ma che a un certo punto, per una persona, in un certo momento possono fare la differenza, in alcuni casi persino cambiare la Storia: fare una passeggiata in giardino, salire sull’autobus e sedersi vicino al finestrino, preoccuparsi del costo dei libri di scuola», scrivono riprendendo le storie di Tom Moore, di Rosa Parks o di Golda Meir. «Ogni momento è unico, ogni momento è giusto per darti da fare per un cambiamento. Dipende solo da te».

Con gentilezza e coraggio, possiamo senz’altro aggiungere. Come insegna il giovane August Pullman, detto Auggie, lo straordinario protagonista del best– seller di R. J. Palacio Wonder (Giunti) divenuto anche un emozionante film diretto da Stephen Chbosky. Nato con una tremenda deformazione facciale, la sindrome di Treacher–Collins, Auggie si trova ad affrontare con coraggio il mondo della scuola e la sfida dell’accettazione e dell’amicizia: dopo le difficoltà iniziali, la sua gentilezza e il suo grande cuore alla fine trascineranno tutti, cambieranno i compagni e le relazioni. Sarà sua la medaglia Henry Ward Beecher e la standing ovation della scuola: «Siate gentili, perché tutti combattono una battaglia dura. E se vuoi davvero vedere come sono le persone, non devi fare altro che… guardare». La gentilezza, ecco come si può cambiare la politica. E il mondo.

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