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giovedì 12 settembre 2024

LEGGERI COME PELLEGRINI


IN CAMMINO VERSO LA PORTA SANTA

 Un pellegrinaggio verso la Porta Santa tra strade, catacombe e basiliche, per ripercorrere i passi dei primi cristiani che vissero a Roma duemila anni fa. È il nuovo libro di Alessandro Sortino Il Dio nuovo. Storia dei primi cristiani che portarono Gesù a Roma in uscita per Rizzoli (pagine 276, euro 18,50) e del quale proponiamo un estratto. la storia di come una piccola comunità di uomini e di donne ha conquistato senza armi il cuore dell’impero più potente dell’antichità, ma anche un cammino alla ricerca del cristianesimo delle origini.

-         di Alessandro Sortino - Stefania Casellato

  Avvicinarsi alla Porta Santa significa muoversi avanti nello spazio e indietro nel tempo. Ma prima di arrivare è necessario superare un labirinto: interiore ma non meno reale. Quando arrivò a Roma, Pietro era solo un pescatore alla guida di pochi Che significato ha la sua cattedra ora che la Chiesa è tornata minoritaria? Sei di fronte alla basilica di San Pietro. Davanti a te la Porta Santa. Oltre quella porta c’è la tomba del pescatore. Stai facendo la fila per attraversarla. Puoi compiere questo gesto da turista o da curioso. Oppure puoi farlo da pellegrino. Se è così, fermati, non entrare. Dante Alighieri ambientò la sua Divina Commedia, secondo l’interpretazione prevalente, nella Settimana Santa del 1300, l’anno del primo giubileo della storia. Si ritrovò in una selva oscura a metà della sua vita. Ma capì subito che per uscirne non poteva salire sul colle, perché tre fiere gli sbarravano la strada. Prima di salire doveva inabissarsi e farsi pellegrino all’inferno. Io ti propongo lo stesso. Prima di entrare nella Porta Santa voltati, dai le spalle alla basilica. Di fronte a te c’è un labirinto, fatto di strade che partono nel presente, si perdono nel passato e sbucano nel futuro. Quel labirinto è la città di Roma. Per attraversare la Porta Santa da pellegrino, per venir fuori dalla selva oscura e accettare il perdono, devi prima perderti lì dentro. Quando a Betlemme nasce Gesù, a Roma governa Ottaviano Augusto, il primo imperatore della storia. Gesù definirà gli ultimi del mondo “beati”, promettendo loro che saranno “i primi”. Ottaviano definiva sé stesso “primo tra i pari”, il primo tra i primi che comandano. Sessantaquattro anni dopo, Nerone – l’ultimo imperatore della dinastia di Ottaviano – farà ammazzare nel suo circo privato ai piedi del colle Vaticano Simone detto Pietro, il primo degli apostoli di Gesù.

 La civiltà in cui viviamo nasce da questo testacoda della storia fra ultimi e primi, attraverso una trama che si dipana tra due grandi capitali del mondo antico: Gerusalemme e Roma. Si tratta di una vicenda ricca di tradimenti, enigmi, assassinii, colpi di scena, perfetti ingredienti per una serie tv di successo. Io però ti offro di entrare in questa storia non come spettatore, ma in un’altra maniera: con un ruolo da testimone. Come? Accedendo a una narrazione in cui il protagonista del racconto e il narratore coincidono. Questa narrazione si chiama “pellegrinaggio”. Il pellegrino si mette in viaggio verso un luogo che un evento ha reso santo. Cammina in avanti nello spazio e indietro nel tempo. Il suo premio sta nell’ottenere un incontro che induca in lui un cambiamento: vuole rivivere nella propria esistenza quell’evento che ha cambiato la storia. Non a caso papa Francesco, indicendo il giubileo del 2025, ha scelto questo motto: “Pellegrini di speranza”. Anche questo libro che stai per leggere dunque è un pellegrinaggio, cioè un racconto fatto camminando. Viaggeremo in direzione del sepolcro degli apostoli, sovrapponendo i nostri passi a quelli dei pellegrini che a milioni hanno compiuto nei secoli lo stesso percorso. Passeremo anche noi attraverso la Porta Santa delle basiliche dedicate a san Pietro e san Paolo, per scoprire se insieme a quelle ossa, nelle loro tombe, la speranza è piantata o è seppellita. Pietro e Paolo. Per cominciare tolgo loro l’aureola. Se al tempo dell’impero romano ci fossero stati i giornali, questi due non sarebbero mai finiti in prima pagina: erano provinciali emigrati, spiantati e marginali, privi di mezzi propri, di religione ebraica ma considerati periferici pure dagli stessi ebrei. Uno, Pietro, in origine faceva il pescatore; l’altro, Paolo, il fabbricante di tende. Accanto a loro, le persone comuni che ne hanno ascoltato i racconti e si sono fatte battezzare nel nome di Cristo tramandando fino a noi le loro testimonianze e i loro gesti: maschi e femmine, patrizi e plebei, romani e stranieri, schiavi e uomini liberi, commercianti e imprenditori, politici e magistrati. Persone che si frequentavano, si riunivano e si sentivano parte della stessa comunità, a prescindere dal ceto sociale o dall’etnia di provenienza. Il cristianesimo dei primissimi tempi era così.

 La Chiesa dei primi cristiani è passata attraverso una serie incredibile di sconfitte e fallimenti, e la sua missione è stata portata avanti da persone che non sapevano affatto ciò che stavano facendo e l’hanno scoperto via via, sorprese a loro volta dagli eventi di cui erano protagoniste. Eppure, pensaci: tutte le autorità civili e religiose che governavano al tempo degli imperatori – cioè dal primo al quarto secolo dopo Cristo – sono state spazzate via. Da allora l’unica autorità ad aver resistito, l’unica figura superstite del tempo dei romani, è quella del vescovo di Roma. Di colui, cioè, che viene eletto “successore di Pietro”, erede del primo tra coloro che dalla Giudea il messia inviò nel mondo perché lo convertisse in suo nome. La domanda è questa: il suo trono, la cattedra del pescatore Pietro, è un relitto della storia, qualcosa che emerge dalla polvere del tempo come un antico reperto e che alla polvere tornerà come tutto il resto? Oppure è il segno spirituale e materiale di una realtà che abita sì il tempo, ma nutrita da radici che pescano la vita al di fuori di esso? E noi? Davvero crediamo che lo sia? La stessa Chiesa ci crede? Crede davvero di non essere in pericolo? Di non essere sul punto di estinguersi? Una comunità di persone chiamate ad abrogare il sacrificio su cui si regge il mondo, ma che questa cosa non la capiscono mai fino in fondo e a ogni generazione devono riscoprirla daccapo. Questa era la Chiesa di allora. Questa sta tornando a essere la Chiesa di oggi, via via che il mondo la spoglia di quel potere e di quella ricchezza che proprio l’impero romano le aveva attribuito, dopo averla perseguitata. Oggi, come nel primo secolo, si trova a essere minoritaria, diffamata, insultata e tradita dai suoi stessi membri, eppure in pellegrinaggio verso la tomba dei suoi fondatori, per ritrovare la speranza che loro hanno testimoniato. Per questo è interessante capire come tutto è cominciato. In quel passato c’è il nostro futuro. Anche se tornassimo in dodici, non sarebbe la fine.

www.avvenire.it 


martedì 5 settembre 2023

L'ETICA DEL VIANDANTE

 

L’umanesimo del dominio 

è un umanesimo senza futuro. 


L’Occidente ha due radici: il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana. Per quanto dischiudano orizzonti completamente diversi, entrambi descrivono un mondo dotato di ordine e stabilità. Ma noi viviamo nell’età della tecnica. 

È finito l’incanto del mondo tipico degli antichi. È finito anche il disincanto dei moderni, che ancora agivano secondo un orizzonte di senso e un fine. La tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non svela la verità: la tecnica funziona. 

L’etica, come forma dell’agire in vista di fini, celebra la sua impotenza. Il mondo è ora regolato dal fare come pura produzione di risultati. L’unica etica possibile, scrive Umberto Galimberti, è quella del viandante. A differenza del viaggiatore, il viandante non ha meta. Il suo percorso nomade, tutt’altro che un’anarchica erranza, si fa carico dell’assenza di uno scopo. 

Il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa, la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Cammina per non perdere le figure del paesaggio. E così scopre il vuoto della legge e il sonno della politica, ancora incuranti dell’unica condizione comune all’umanità: come l’Ulisse dantesco, tutti gli uomini sono uomini di frontiera. 

Oggi l’uomo sa di non essere al centro. L’etica del viandante si oppone all’etica antropologica del dominio della Terra. Denuncia il nostro modello di civiltà e mette in evidenza che la sua diffusione in tutto il pianeta equivale alla fine della biosfera. L’umanesimo del dominio è un umanesimo senza futuro. 

Il viandante percorre invece la terra senza possederla, perché sa che la vita appartiene alla natura. Così ci guida Galimberti: “L’etica del viandante avvia a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare, ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e incompiuta dimora”.

 

Commento di Davide D'Alessandro

 Ho letto in anteprima il bellissimo libro di Umberto Galimberti, forse il migliore dei suoi, L’etica del viandante, in uscita da Feltrinelli. Il viandante ricorda Georg Simmel, oggi viene e domani va, al contrario dello straniero, che oggi viene e domani resta. Al viandante, all’etica del viandante, Galimberti assegna l’ultima possibilità di vita all’interno di un universo tecnico, di un assoluto tecnico, che ha frantumato e dissolto ogni senso di stabilità, di normatività, di prevedibilità: “Consegnato al nomadismo, il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa: la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche questi scenari si sono fatti instabili, non più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma doni del paesaggio che ha reso il viandante senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo senza-confine”.

 È stato Emanuele Severino, maestro anche di Galimberti, a insegnarci che l’etica non può impedire alla tecnica, che può, di fare ciò che può. Ditelo a coloro che ancora si scaldano nel pronunciare le parole individuo, identità, libertà, cultura di massa, verità, ragione, ideologia, politica, democrazia, etica, natura, religione, storia, nazione, stato, che sono parole di un tempo che fu, parole dilaniate da un meccanismo non avente altro scopo che il proprio potenziamento, che “ha risolto l’agire dell’uomo, che è sempre stato orientato a uno scopo, in puro e semplice fare azioni descritte e prescritte dall’apparato tecnico del quale si ignorano gli scopi finali perché non percepibili o perché, là dove possono essere percepiti, non comportano alcuna responsabilità diretta di quanti operano nei singoli settori dell’apparato”.

 Galimberti, che si definisce uomo greco, ripercorre le radici occidentali, il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana, mostrando come sianoi caratterizzati da ordine e stabilità, descrive i passaggi fondamentali dell’incantamento e del disincantamento, della modernità, della post-modernità o dell’iper-modernità, approda a Nietzsche, che da profeta, aveva capito tutto prima che tutti gli altri se ne rendessero conto: “Io sono un viandante che sale su pei monti, diceva Zarathustra al suo cuore, io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo. E, quali siano i destini e le esperienze che io mi trovi a vivere, vi sarà sempre in essi un peregrinare e un salire sui monti: infine non si vive se non con sé stessi”.

 Un’altra creatura …creativa, Jiddu Krishnamurti, che amava definirsi “niente”, privo di ogni etichetta, ruolo, funzione e identificazione, libero dal conosciuto, per decenni è andato in giro per il mondo, ha tenuto discorsi raccolti in libri insuperabili, dov’è davvero possibile rintracciare il senso vero della libertà, dell’intelligenza, del vuoto e della pienezza senza pieno. Oggi anche Galimberti scrive che, per un’etica planetaria, cosmopolita, occorre rinunciare all’idea di Stato: “L’etica cosmopolita proibisce di uccidere, mentre l’etica dello Stato limita questa proibizione solo all’interno dei propri confini, sospendendola quando gli abitanti oltre confine sono percepiti come nemici. L’etica cosmopolita ritiene che i beni della terra sono a disposizione dell’intera umanità senza discriminazione, mentre l’etica dello Stato ne limita la disponibilità al rispetto della proprietà delimitata dai confini dello Stato”.

Quando Krishnamurti, morto nel 1986, sosteneva che la bandiera era soltanto uno straccetto di stoffa per farne il simbolo della divisione, del conflitto, della guerra, gli uomini di Stato, che sull’idea di Stato avevano costruito carriere e ricchezze, si voltavano dall’altra parte. Ora, nel 2023, anche Galimberti scrive che “se un tempo è stato deciso, se vuoi salvare la pace allora delega allo Stato una parte delle tue libertà, così ora, se vuoi salvare la vita dell’umanità, allora è necessario che le nazioni rinuncino a una parte dei loro interessi per salvare la Terra, accedendo a quella cultura ecologista che è alla base dell’etica planetaria”.

 Krishnamurti non è stato ascoltato e neppure Galimberti lo sarà. Le bandiere continueranno a sventolare e gli uomini, all’interno e all’esterno dei loro Stati, continueranno a fare le guerre. Soltanto pochi singoli continueranno a considerarsi viandanti, a vivere da viandanti, a osservare ciò che è e non ciò che dovrebbe essere, a vivere senza illusioni. Il futuro è adesso.

 Galimberti, L'etica del viandante, Feltrinelli editore, settembre 2023

Huffington Post 

 

BENEDETTO IL PELLEGRINO


LE BENEDIZIONI DEL PELLEGRINO

 

“Benedetto sei, pellegrino,

se scopri che il cammino ti apre gli occhi su ciò che non si vede.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se ciò che ti preoccupa non e’ arrivare, ma arrivare con gli altri.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se contempli il cammino e lo scopri pieno di nomi e di aurore.

 

Benedetto sei, pellegrino,

perché hai scoperto che il vero cammino comincia quando è finito.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se il tuo zaino si vuota di cose e il tuo cuore si riempie di emozioni.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se scopri che è meglio un passo indietro per aiutare qualcuno,

che cento in avanti senza vedere nulla.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se ti mancano le parole per ringraziare di tutto ciò che scopri, ad ogni svolta del cammino.

 

Benedetto sei pellegrino,

se cerchi la verità e fai del cammino la vita, e della vita un cammino, sempre cercando chi è davvero la Via, la Verità e la Vita!

 

Benedetto sei, pellegrino,

se sul cammino hai trovato te stesso, ed un tempo senza fretta per sentire ciò che ti dice il tuo cuore.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se scopri che il cammino è silenzio, che il silenzio è preghiera,

e la preghiera è incontro con il Padre che ti sta aspettando.”


giovedì 30 giugno 2022

PELLEGRINI DI SPERANZA

 

Il Giubileo 2025 per costruire un mondo migliore

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, interviene alla presentazione in Vaticano del logo del prossimo Anno Santo e sottolinea che le vicende più recenti invitano a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza. Monsignor Rino Fisichella: il 2023 dedicato al Concilio Vaticano II e il 2024 alla preghiera prepareranno i pellegrini

- Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Che il motto del Giubileo del 2025 - “Pellegrini di speranza” - possa diventare per il mondo un autentico contenuto da sperimentare. È l’auspicio del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin intervenuto questo pomeriggio nella Sala Regia del Palazzo Apostolico alla presentazione del logo ufficiale dell’anno santo. Il porporato evidenzia che le vicende di questi anni e di questi mesi recenti sembrano obbligare la Chiesa a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza, fondamento della vita cristiana insieme alle altre due virtù teologali - la fede e la carità -, che richiama tutti a essere responsabili costruttori di un mondo migliore. A tal proposito il cardinale segretario di Stato ricorda quanto scritto da Papa Francesco in vista dell’anno giubilare: “Dobbiamo (…) fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto”.

Il Giubileo 2025 evento di fede e di cultura

Ringraziando le autorità civili presenti, coinvolte nella responsabilità organizzativa del Giubileo, per la collaborazione offerta in varie forme in questa fase preparatoria, il cardinale Parolin evidenzia quanto necessaria e feconda sia la complementarietà per il bene di quanti si faranno pellegrini alla tomba di Pietro e Paolo per attraversare la porta santa, secondo l’antica tradizione giubilare. Per il porporato il Giubileo è una bella opportunità offerta in modo speciale alla città di Roma e all’Italia come momento qualificante per accogliere i milioni di turisti che giungeranno per vivere un evento di fede e di cultura.

Il logo e il suo significato teologico

Ad illustrare il logo del Giubileo del 2025 è monsignor Rino Fisichella. Si tratta di un'immagine con quattro figure stilizzate che indicano l’umanità proveniente dai quattro angoli della terra, l’una abbracciata all’altra, per indicare la solidarietà e la fratellanza che devono accomunare i popoli, con l’apri-fila aggrappato alla croce, segno della fede, che abbraccia anch’essa, e della speranza, che non può mai essere abbandonata. Le onde sottostanti sono mosse per indicare che il pellegrinaggio della vita non sempre si muove in acque tranquille. E per invitare alla speranza nelle vicende personali e quando gli eventi del mondo lo impongono con maggiore intensità, la parte inferiore della Croce si prolunga trasformandosi in un’ancora - metafora della speranza -, che si impone sul moto ondoso. Non è casuale la scelta cromatica per i personaggi: il rosso è l’amore, l’azione e la condivisione; il giallo/arancio è il colore del calore umano; il verde evoca la pace e l’equilibrio; l’azzurro/blu richiama la sicurezza e la protezione. Il nero/grigio della Croce/Ancora, rappresenta invece l’autorevolezza e l’aspetto interiore. L’intera raffigurazione mostra anche quanto il cammino del pellegrino non sia un fatto individuale, ma comunitario e dinamico che tende verso la Croce, anch’essa dinamica, nel suo curvarsi verso l’umanità come per andarle incontro e non lasciarla sola, ma offrendo la certezza della presenza e la sicurezza della speranza. Completa la raffigurazione, in verde, il motto del Giubileo 2025, Peregrinantes in Spem. Il logo, aggiunge monsignor Fisichella rappresenta “una bussola da seguire e un comune denominatore espressivo capace di permeare in modo trasversale tutti gli elementi che orbitano intorno alla celebrazione dell’evento Giubilare” ed esprime l’identità e il tema spirituale peculiare, racchiudendo il senso teologico intorno al quale si sviluppa e si realizza il Giubileo.

Il Concorso internazionale

L’immagine che identifica il Giubileo 2025 è frutto di un Concorso Internazionale, spiega ancora monsignor Rino Fisichella, al quale hanno partecipato studenti, studi grafici, istituti religiosi, professionisti e studiosi di arte che si sono dovuti confrontare con il tema del pellegrinaggio e della speranza. Sono giunte 294 proposte da 213 città e da 48 Paesi diversi. La fascia di età dei partecipanti è stata dai 6 agli 83 anni. Una Commissione ha valutato i lavori presentati secondo tre criteri: pastorale, perché il messaggio del Giubileo fosse facilmente intuibile; tecnico-grafico, che garantisse una buona fattura grafica per la riproducibilità; estetico, perché il disegno fosse ben fatto e accattivante. Quindi sono stati sottoposti al Papa tre progetti finali perché scegliesse quello che maggiormente lo colpiva. “La scelta non è stata facile neppure per lui - racconta il presule - dopo avere più volte osservato i progetti ed espresso il suo compiacimento, la scelta è caduta sulla proposta di Giacomo Travisani”.

L’ideatore

“Ho immaginato gente di ogni ‘colore’, nazionalità e cultura, spingersi dai quattro angoli della Terra e muoversi in rotta verso il futuro, gli altri, il mondo - dice emozionato Giacomo Trevisani -, come vele di una grande nave comune, spiegate grazie al vento della Speranza che è la croce di Cristo e Cristo stesso”. Nel “personificare” la Speranza ha pensato subito alla Croce: “La Speranza, mi sono detto, è nella Croce”. Quindi ha “immaginato il Papa, Pietro di oggi, guidare il popolo di Dio verso la mèta comune, abbracciando la Croce, che diviene un’ancora, quale saldo riferimento per l’umanità”, mentre il popolo si stringe a lui e anche a quell’ancora cui si stringono i pellegrini di ogni tempo. “Siamo ‘Pellegrini di Speranza” perché portiamo con noi le paure del prossimo nel desiderio di condividerle e farle nostre - conclude l’autore del logo del Giubileo del 2025 richiamando infine il motto - questo indicano le figure che si stringono tra loro guardando alla Croce come un’ancora di salvezza”.

I due anni di preparazione al Giubileo

Papa Francesco ha chiesto che i due anni precedenti il Giubileo siano focalizzati su due tematiche particolari. E così il 2023 sarà dedicato alla rivisitazione dei temi fondamentali delle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II di cui il prossimo 11 ottobre si celebrerà il 60° anniversario di apertura, “perché la Chiesa possa respirare di nuovo" quel "profondo e attuale insegnamento" che ha prodotto, precisa monsignor Fisichella. Sono in preparazione, a tal proposito, una serie di sussidi agili, “scritti con un linguaggio accattivante” per permettere a quanti non ne hanno memoria di incuriosirsi e di scoprirne “l’anelito innovatore che ha permesso alla Chiesa di entrare con consapevolezza nel terzo millennio della sua storia”. Il 2024, invece, sarà un anno dedicato alla preghiera. L’idea è quella di creare un contesto favorevole al Giubileo e di permettere ai pellegrini di prepararsi.

La tecnologia a servizio dell’anno santo

Per l’anno santo 2025 ci si avvarrà anche delle conquiste della scienza e della tecnica. “Si dovrà consentire a milioni di utenti di diventare pellegrini anche attraverso il digitale e muoversi per i cammini cogliendo la bellezza e la sacralità del momento” chiarisce monsignor Fisichella. Per questo motivo si vuole dar vita ad un flusso di notizie che mentre consente di fare memoria di secoli di storia, obbliga anche a rimanere radicati al presente. Dopo l’estate sarà disponibile il sito ufficiale del Giubileo con la relativa app, due strumenti per aiutare a vivere al meglio gli eventi proposti, facilitando l’esperienza spirituale e culturale della città di Roma. Il portale conterrà, dunque, oltre all’importante Carta del Pellegrino, notizie, cenni storici, informazioni pratiche, servizi e strumenti multimediali, in dieci lingue e con un alto livello di accessibilità per le persone disabili.

Gli eventi

Infine, monsignor Fichella illustra, secondo un primo schema, l’elenco dei Grandi eventi pensati per: famiglie, bambini, giovani, movimenti e associazioni, anziani, nonni, disabili, sport, malati e sanitari, università, mondo del lavoro, cori e corali, confraternite, sacerdoti, persone consacrate, cattolici orientali, catechisti, poveri, carcerati. Ma il calendario completo sarà pronto entro l’anno.

Vatican News

 

 

venerdì 25 marzo 2022

NON STANCHIAMOCI DI FARE IL BENE !


 «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a) questa è la premessa al messaggio quaresimale 2022 del Papa [1]. È una esortazione rivolta a tutti, ma che ha un particolare significato per gli educatori.

- di Giovanni Perrone

L’educazione è un cammino di ricerca e di speranza che ha come scopo la costruzione "del buono, del bello, del vero" (Papa Francesco): 

 Gesù stesso scelse di peregrinare per le strade di Israele per diffondere la buona novella. Nel cammino ci si arricchisce reciprocamente, perché si esercita l’arte dell’osservare, del dialogare, del riflettere, dell’interagire con i compagni di strada e con tutti coloro che si incontrano; arte del discernere e dello scegliere, dell’accogliere, del rischiare, dell’orientarsi e dell’orientare. Maestro e allievo sono una ricchezza, l’uno per l’altro, e insieme vanno verso la comune meta.

 Il cammino quaresimale che stiamo vivendo ci invita alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. Sono tre parole che ci insegnano molto (specialmente in questo periodo quaresimale) e ci aiutano a divenire migliori come persone, come cristiani, come educatori.

Mi soffermerò brevemente su queste parole, prestando attenzione alla loro valenza educativa, al fine di proporre alcune possibili piste operative per la rete associativa, per le comunità scolastiche e per i singoli docenti.

“La preghiera è il respiro della fede, è la sua espressione più propria. Come un grido che esce dal cuore di chi crede e si affida a Dio”.[2] San Domenico invitava a essere "Armati della preghiera anziché della spada, vestiti di umiltà invece che di belle vesti".

La preghiera è interazione, relazione, ascolto, contemplazione, scoperta del senso del limite; è un cammino dell’uomo che sa guardare lontano e in alto. Perciò è lode, gratitudine, ma anche richiesta di auto.

La dimensione relazionale è caratteristica dell’arte di educare: un mettersi in relazione per ascoltare e per dialogare. Non è il dialogo dell’oppressore, ma di colui che sa promuovere e valorizzare l’altro. E’, perciò, un dialogo arricchente e liberante, che esalta la dignità di ogni essere umano.

Oggi, purtroppo, anche nei percorsi educativi, c’è poco spazio per l’ascolto, per i silenzi contemplativi, per il senso del mistero, per la riflessione, per la ricerca comune. Siamo, infatti, frastornati da mille rumori, dai cellulari sempre accesi, dalle soventi inutili chiacchere dei talk show, ove prevale la voce del più forte o del più arrogante o del più appariscente. Purtroppo, quel che conta è farsi notare, meravigliare, abbagliare per disorientare e ingannare l’altro! Anche nei percorsi scolastici si è spesso tentati dal parlare molto, osservare poco, riflettere raramente. Si resta chiusi nelle aule, oppure la periodica uscita dall’edificio scolastico si riduce ad una estemporanea “alienazione”. Papa Francesco sovente ci invita ad uscire all’aperto per ascoltare, riflettere, interagire. operare.

Noam Chomsky diceva che “la manipolazione dei media fa più danni della bomba atomica, perché distrugge i cervelli”. Einstein evidenziava che “emozione, contemplazione e mistero sono il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. Papa Francesco nella “Laudato sì” ci invita ad avere una “sguardo contemplativo”. Allora, perché non ripensare al nostro modo di essere e fare scuola?

Perché non prendere esempio dallo stile di Cristo lungo i sentieri della Palestina?

Parlare di digiuno è oggi una cosa strana. C’è tanta gente che muore di fame e c’è chi muore per eccesso di cibo. Viviamo in una società che si contraddice continuamente. La pandemia ha, purtroppo, aggravato la situazione. I pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi e i molti poveri sono diventati più poveri. La mancanza del senso del limite fa diventare molti giovani, e anche adulti, vittime di sé stessi.

La Quaresima è tempo privilegiato di penitenza e di digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ci dice Papa Francesco[3], ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.

Il digiuno ci invita a praticare l’arte del discernimento, per scegliere quel che conta veramente, per dare priorità a ciò che ha valore, per selezionare il bene dal male, non solo fisico ma anche spirituale. L’esperienza del pellegrino e quella del deserto, vissuta dallo stesso Gesù, costringe a metter da parte tutto ciò che sovrabbonda e fa zavorra, per trovare quella leggerezza che favorisce il cammino e fa anche volare in alto.

Oggi è difficile, pure nelle istituzioni educative e nelle attività progettuali, fare selezione, essere essenziali. Eccesso di informazioni, saperi spesso frammentati, superficialità, sprazzi di notizie talora contrastanti, carenza di riflessività … provocano sovente appesantimenti, abbagliamenti e disorientamenti, anche valoriali.

Ecco, dunque, la necessità di rivedere i percorsi, gli stili e i tempi della formazione, di educarci ed educare all’essenzialità, di trovare (anche nel quotidiano) spazi di riflessione e di contemplazione, perché nel silenzio Dio parla.[4]

Papa Francesco, nel recente messaggio quaresimale[5] ci invita a praticare l’elemosina: “Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo. Durante questa Quaresima, pratichiamo l’elemosina donando con gioia. Dio «che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento» provvede per ciascuno di noi non solo affinché possiamo avere di che nutrirci, bensì affinché possiamo essere generosi nell’operare il bene verso gli altri. Se è vero che tutta la nostra vita è tempo per seminare il bene, approfittiamo in modo particolare di questa Quaresima per prenderci cura di chi ci è vicino, per farci prossimi a quei fratelli e a quelle sorelle che sono feriti sulla strada della vita. La Quaresima è tempo propizio per cercare, non trascurando chi è nel bisogno …… Mettiamo in pratica l’appello a operare il bene verso tutti, prendendoci il tempo per amare i più piccoli e indifesi, gli abbandonati e disprezzati, chi è discriminato ed emarginato” [6] .

Come educatori non ci limitiamo soltanto a donare qualcosa (il superfluo) a chi si trova nel bisogno. Siamo chiamati ad esercitare la “carità della competenza”, a trovare tempi e modi opportuni per aiutare i più fragili a far meglio, i più emarginati a superare le difficoltà di apprendimento, i più svantaggiati a realizzarsi pienamente, gli scoraggiati a ritrovare forza e coraggio. Questo è il tempo opportuno per incoraggiare ed educare ciascuno, specialmente chi può o ha di più, a farsi dono a coloro che hanno bisogno di sostegno nello studio o in altro, in maniera che il donarsi divenga stile di vita.

La carità è relazione, è scoperta dei beni relazionali, quei beni intangibili che generano la vita buona. “Il bene relazionale è l’effetto emergente di una relazione soggetto-soggetto, non soggetto-cosa[7]”. Esso si basa sul principio di reciprocità positiva. Le attuali terribili guerre guerra in Ucraina e in altre parti del mondo ci invitano ad essere “artigiani di pace” anzitutto nell’ambiente ove operiamo.

Quindi, Quaresima come tempo per riflettere sulle relazioni interne ed esterne delle nostre istituzioni (scuole, associazioni … ) e di coloro che vi fanno parte. Essa è anche tempo privilegiato per ridar forza alle pratiche e ai percorsi di gratuità. Abbiamo, infatti, un grande bisogno di gratuità e dono, per generare una nuova e duratura socialità. La gratuità segue l’imperativo dell’amore oblativo, un amore che non cerca la conquista dall’altro ma la gioia di farsi dono all’altro.

In tal modo l’educatore cristiano diviene testimone delle beatitudini; un testimone che non cerca di apparire e fare rumore per illudersi di essere, un artigiano di pace che, grazie al suo esempio e con la sua interazione coi colleghi, con l’aiuto dello Spirito, diviene guida sicura per coloro coi quali condivide il cammino ed è luce e sale per tutti. Ogni comunità di docenti cristiani diviene visibile e credibile comunità di fratelli animata dai valori del Vangelo, al servizio del prossimo; spazio di formazione continua e di elevata competenza.

In questo anno la Chiesa ci invita ad operare insieme sul Global Compact on Education [8]. Le parole del Santo Padre e il materiale preparato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica ci offrono ottimi spunti per riflettere sulle complesse problematiche educative odierne e per unire i nostri sforzi in “un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna”[9].

Anche noi siamo chiamati a fare del nostro meglio!

Martin Luther King diceva sovente: “Cercate ardentemente di scoprire che cosa siete chiamati a fare, e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate”.

Questo è il fraterno augurio che faccio a tutti noi, cari colleghi e amici.

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[2] Francesco, 6 maggio 2020

[3] Papa Francesco, 16 febbraio 2018

[4]  1Re 19,11-13

[5] Papa Francesco, Messaggio Quaresima 2022

[6] Enc. Fratelli tutti, 193

[7] P. Donati, Scoprire I beni relazionali, ed. Rubbettino, 2019, pag. 56

[8] Congregazione per l’Educazione cattolica, Educazione tra crisi e speranza, ed, Libreria Vaticana,2021

[9] Francesco, 12 settembre 2019

martedì 10 agosto 2021

SOUTH SUDAN - OLTRE LA VIOLENZA

 


Seminare speranza 

nel mezzo della violenza

È passato poco più di un mese da quando la vita del mio amico James è stata spezzata, l’ennesima vita stroncata dall’odio, dalla violenza e dalla vendetta in questo paese, il Sud Sudan, che anela e spera per una pace che sembra ancora tanto lontana dal realizzarsi. Mi trovavo nella mia capanna di sera, intorno alle 19:00, scrivendo una lettera, quando sento un colpo di pistola che sembra far tremare il suolo a poche decine di metri dalla chiesa. Subito ci rendiamo conto che qualcosa di molto brutto è accaduto e nel silenzio attendiamo di capire cosa è successo. Dopo circa un minuto sentiamo grida disperate specialmente di donne che piangono il loro figlio, caduto a terra in un mare di sangue. La gente continua a piangere e a gridare mentre il corpo di James, un giovane di 29 anni appena sposato con un figlio appena nato, viene avvolto in un lenzuolo e viene portato nella casa di suo padre dove secondo la tradizione viene immediatamente seppellito. Piove a dirotto questa notte, notte di lacrime e di angoscia.

Il giorno dopo le strade sono deserte e le poche persone che vanno al mercato camminano in silenzio, nessuno parla con un’altra persona, nessuno sa cosa accadrà adesso. Le scuole rimangono chiuse. La casa del padre di James viene circondata da soldati, per cercare di garantire sicurezza nell’area. Al mattino seguente vado a trovare il padre di James, John, nella sua casa, assieme ad un catechista. La casa è piena di donne che piangono e che tentano di consolarsi a vicenda. Il padre di James è a letto, sconsolato. James è l’unico figlio di John che lavorava, l’unico che poteva aiutare la famiglia a comprare il cibo e a mantenere la famiglia, adesso non c’è più. Cerchiamo di portare speranza nel mezzo della violenza con la ferma fede in quel Dio della Vita che è il solo che ci dà la forza di lottare e seminare pace nel mezzo della violenza.

I soldati mi chiedono di andare in un villaggio lì vicino perché la famiglia di James vuole preparare la vendetta, subito. La vendetta è una pratica davvero (troppo!) comune nella cultura dei Nuer, “Se ti viene fatto un torto e non ti vendichi non sei un uomo”, si dice da queste parti. Ascoltiamo questi familiari di James. Il loro cuore è un misto di tristezza e rabbia, sono armati fino ai denti. Mi colpisce davvero tanto vedere un giovane di 25 anni col rosario al collo e un fucile tra le mani: non credo che dimenticherò mai questo giovane. Uno zio di James dice che bisogna colpire un familiare dell’assassino immediatamente, a sangue freddo. Gli altri non sono d’accordo. Dicono che istruiranno i loro figli sin da bambini e che quando cresceranno uno di loro farà fuori uno dei figli di chi ha colpito James. Il desiderio di vendetta viene tramandato da una generazione all’altra. La fede in Gesù sembra essere offuscata dalla cultura della vendetta, il sangue della cultura sembra essere più forte dell’acqua del battesimo.

Noi predichiamo la pace, con tutto il cuore e con tutte le energie; quella pace che solo Gesù può darci. Al funerale di James grido alla gente il vangelo del perdono e della giustizia. Assolutamente no all’occhio per occhi e dente per dente! Mai farsi giustizia da sé, mai impugnare il fucile ed uccidere, ma dare spazio alle autorità locali affinché giustizia venga fatta. La vendetta non porta niente di buono, soltanto aumenta il dolore e la sofferenza. In questo paese che ha appena celebrato il suo 10° anniversario di indipendenza speriamo in un futuro migliore, per il bene della nostra gente, per una vita vera per i nostri giovani e bambini. Non siamo soli. Siamo convinti che Gesù di Nazaret è con noi, lotta con noi, e chiediamo che il suo Spirito trasformi e converta il cuore dei signori della guerra. Senza Gesù non sarebbe possibile vivere in questo contesto. Solo con Gesù un altro mondo è davvero possibile.


P. Mario Pellegrino, mccj