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sabato 11 luglio 2026

REMIGRAZIONE

 


REMIGRAZIONE

 SENZA 

FUTURO

 

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     di LEONARDO BECCHETTI

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Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.

Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri.

 

Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti.

Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.

 

La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema?

Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.

 

La sicurezza

Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.

Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humani-tas, si fa promotrice. 

La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.


www.avvenire.it

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venerdì 30 agosto 2024

IN DIALOGO PER UN SENSO

VOCATI 

alla

 GENERATIVITA'




 -         di LEONARDO BECCHETTI

 L’estate è un tempo prezioso di pausa dalla routine lavorativa e contemplazione della natura che ci porta a riflettere su ciò che è essenziale nella nostra vita («Se non siamo alla ricerca dell’essenziale allora cosa cerchiamo?», il bel titolo del Meeting di Rimini). Da un altro bellissimo evento “in cammino”, quello della Route degli scout adulti italiani, arriva un messaggio sintetico ma fondamentale per la nostra comunità, spesso afflitta in tanti, troppi suoi membri da povertà di senso e depressione, oltre che difficoltà economiche. La felicità esiste ma si conquista... con i piedi. Ovvero senza mettersi in cammino è impossibile da raggiungere. Sono tutti messaggi coerenti con quanto la frontiera delle scienze sociali e l’economia civile oggi raccontano e hanno imparato dell’essere umano. Siamo cercatori di senso del vivere, bisognosi di riconoscimento e affamati di relazioni. Nasciamo da un dono genitoriale che ci spinge a ricambiare verso altri e siamo dunque vocati alla generatività. I dati sugli individui in tutto il mondo confermano che queste tre variabili (senso del vivere, qualità della vita di relazioni, generatività) sono i tre capisaldi di una vita felice, soddisfacente e ricca di senso.

Ma il ritorno alle nostre occupazioni farà scontrare molti di noi con la dura realtà del fatto che gli ingranaggi sociali (vere e proprie “strutture di peccato” o semplicemente percorsi che l’ingegno delle generazioni passate non è riuscito a costruire migliori) ci allontanano da questa meta e rendono spesso i nostri cammini di vita vie povere di senso. La domanda “generativa” fondamentale alla ripresa delle attività diventa dunque questa: come orientare la rotta nella direzione giusta superando gli ostacoli che abbiamo davanti?

E come indicare vie di soluzione personale e politica per i membri delle nostre comunità sulle grandi sfide che ci aspettano (pace, transizione ecologica, intelligenza artificiale e lavoro, demografia)? Ripartiamo in Italia forti di un metodo e di alcuni capisaldi già collaudati. Abbiamo un ricco e ammirevole percorso di riflessione scandito dai festival, reti virtuose di società civile al lavoro, know how che nasce dalle esperienze sul campo di buone pratiche che si è incontrato e consolidato in una visione/spartito e in un paradigma “relazional/personalista” che colma un vuoto nella cultura contemporanea. L’obiettivo è quello di dialogare in modo sempre più fecondo su questi temi con la classe politica e con pezzi del Paese disperati, isolati e alla deriva. Per farlo, non possiamo che partire laddove troviamo le persone, ovvero da risposte ai problemi di oggi in grado di incarnare quella visione: dalla lotta alla povertà e alle diseguaglianze, dalle politiche socialmente sostenibili sulla transizione ecologica, alle strategie di de-escalation per i conflitti, alla distribuzione equa dei benefici dell’innovazione dell’intelligenza artificiale, alle risposte in sanità di fronte a una domanda che, in una popolazione che invecchia e con anni non in buona salute che aumentano, rischia di diventare progressivamente infinita.

 Il dibattito di questi giorni sullo ius scholae è un esempio di come questo possa avvenire fuori da risse ideologiche portando avanti il progresso civile nel Paese. La demografia manda in crisi la vitalità del mercato del lavoro, la tenuta dei sistemi previdenziali e pensionistici. Ma in soccorso possono e devono arrivare più giovani stranieri con meccanismi di selezione che premino coloro che con la loro vita testimoniano volontà d’investimento ed integrazione ed aspirazione a migliorare le loro opportunità nel nostro Paese. Le due parole chiave che possono tenerci sul sentiero giusto sono partecipazione e generatività. La prima non è solo condizione necessaria personale per una vita ricca, ma anche condizione necessaria sociale per una democrazia in salute. La seconda è quella che nelle edizioni passate del Festival Nazionale dell’Economia Civile, in collaborazione con “Avvenire”, abbiamo trasformato in indicatore di benessere in grado di offrire mappe di misurazione della capacità delle province italiane di creare condizioni per la fioritura di vita delle persone.

 Quante vie nuove di generatività riusciremo a creare e quante delle esistenti ad allargare? Perché è velleitario descrivere mondi ideali senza indicare in che modo concretamente dai labirinti in cui ci troviamo è possibile muovere verso di esse. L’itinerario dei grandi eventi festival prosegue e serve proprio per attivare risposte di comunità e reti mettendo in moto processi creano condizioni favorevoli per l’emersione di soluzioni non già precostituite durante il cammino. Anche la verità e il progresso civile (come la felicità) si conquistano con i piedi.

www.avvenire.it 

venerdì 11 marzo 2022

BUONI, BELLI, GLOBALIZZATI

La pace è uno stile

 che sorge dal cuore


Non è più il tempo di una fede acritica nel progresso. Ce lo dice la guerra, lo hanno detto gli ultimi due secoli e questi primi decenni di millennio lo confermano: affinché il mondo che verrà sia davvero auspicabile è necessario, insieme, l’evolvere nel bene dell’uomo interiore Riflessione sul filo della Quaresima.  Il nostro incedere verso un futuro migliore, in cui essere “buoni, belli e globalizzati”, impatta sui drammi che la natura e la storia di volta in volta ripropongono uguali

«La polvere, il sangue, le mosche, l’odore / per strada e fra i campi la gente che muore / e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è / e tu, tu la chiami guerra e non ti chiedi perché» (F. De André, “Terzo intermezzo”, dall’album Tutti morimmo a stento, 1968). Abbiamo iniziato la santa Quaresima (mercoledì 2 marzo nel rito romano, domenica 6 in quello ambrosiano) col suggestivo rito delle ceneri. A ciascuno di noi, mentre il celebrante ci cospargeva il capo di cenere, veniva ricordato: Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris, «Ricordati uomo che sei polvere e in polvere ritornerai». La cenere del culto si è posta come segno di fronte alla polvere e alla cenere che le immagini televisive hanno proiettato sui nostri schermi nei reportage dall’Ucraina. Case distrutte, famiglie lacerate e divise, persone massacrate, la chiamiamo guerra e non ci chiediamo perché e vorremmo non conoscerla né sperimentarla.

Non ancora abbiamo dimenticato la fila di camion militari coi morti a causa del Covid e le numerose persone che ci hanno lasciato per la pandemia. Essa, come la guerra, rivolge il suo monito a noi mortali, ricordandoci il nostro essere polvere e cenere. Abbiamo fatto di tutto per uscirne: l’impegno degli addetti alla sanità, la febbrile e feconda attività di ricerca, la scelta di accettare il vaccino onde arginare l’ondata di dolore e di morte e cercare di sconfiggerla. Ma, proprio mentre cominciavamo a tirare un sospiro di sollievo, ecco di nuovo lo stesso monito da una catastrofe che non è naturale, ma decisa e perseguita dalla volontà umana. Come ha detto papa Francesco nell’Angelus della I domenica di Quaresima: non chiamiamola con l’eufemismo «operazione militare», si chiama «guerra», con tutto il tragico che tale parola significa e racchiude. Alla pietas dei camion militari del bergamasco è subentrata la violenza dei cingolati e dei meccanismi di morte nei cieli e per le strade dell’Ucraina.

L’immane potenza del negativo

Di fronte all’irrompere di quella che G. F. W. Hegel chiamava l’«immane potenza del negativo» non abbiamo a che fare soltanto con la condizione umana e la sua caducità, ma con lo stesso essere dell’uomo, che si scopre fragile, mortale, finito, ma in questa autocoscienza della morte sta anche la sua grandezza. Miseria e nobiltà: «un tutto davanti al nulla, un nulla di fronte al tutto» (Blaise Pascal). Questa «corda tesa fra l’angelo e la bestia» (ancora Pascal), con tutta la sua paradossale esistenza, l’uomo, è chiamata alla lotta, al conflitto, alla guerra, ma contro la bestia che è in lui stesso e che lo spinge a compiere azioni efferate e violente verso gli altri. Uno dei sensi del percorso quaresimale risiede proprio nella lotta contro il peccato che alberga in noi, onde sconfiggere le bestie che tendiamo a essere.

Ma di più, insieme alla coscienza della nostra radicale infermità e mortalità, dovremmo imparare da questi veri e propri “segni dei tempi” a relativizzare il mito dei tempi moderni: l’idea di progresso, alla luce dell’insegnamento della dialettica dell’Illuminismo, di un acuto pensatore come Gennaro Sasso ( Tramonto di un mito. L’idea di “progresso” fra Ottocento e Novecento, il Mulino, Bologna 1984) e di papa Benedetto XVI, nell’enciclica Spe Salvi (2007): «Già nel XIX secolo - scriveva il Papa - esisteva una critica alla fede nel progresso. Nel XX secolo, Theodor W. Adorno ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba. Ora, questo è, di fatto, un lato del progresso che non si deve mascherare.

L’ambiguità del progresso

Detto altrimenti: si rende evidente l’ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male, possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male. Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore (cf Ef 3,16; 2Cor 4,16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo» (corsivo mio). Le vicende umane non seguono un andamento lineare per il quale il futuro è sempre necessariamente migliore del presente e del passato: così pensava l’uomo moderno, nel suo incedere «col bel ramo di palma in mano», secondo i primi versi del poema di F. Schiller Die Künster, ai quali Franz Rosenzweig, nella sua Urzelle opponeva proprio la figura dell’«io polvere e cenere», che si erge dai relitti del mondo moderno, rivendicando la propria radicale «unicità». A sorprendere il pensatore ebreo non è tanto il fatto che quest’uomo post-moderno faccia ancora filosofia, ma che egli sia ancora qui e ora, urlando la propria paura di fronte alla sofferenza e alla morte: Individuum ineffabile triumphans. E questo perché, parafrasando John Donne, ogni morte di uomo ci diminuisce, in quanto partecipiamo dell’umanità e la campana a morto suona sempre per ciascuno di noi.

Un futuro migliore

Il nostro incedere verso un futuro migliore, nel quale avremmo dovuto essere tutti “buoni, belli e globalizzati”, laddove negli anni ‘60 desideravamo essere tutti “buoni, belli e comuni-sti”, viene bruscamente interrotto dalle tragedie che la natura e la storia di volta in volta ripropongono. Trovare il coraggio di uscirne e superarle spetta alla nostra capacità di conoscenza e al nostro orientamento al bene: scienza ed etica, prospettive alle quali la fede in particolare cristiana deve guidarci. Perché non imparare la lezione della pandemia, che abbiamo affrontato e contrastato con la nostra preghiera, la nostra solidarietà, il nostro impegno nella ricerca e nel servizio verso i più fragili e non porre immediatamente fine a questa assurda (il papa l’ha definita «folle») guerra? No! La guerra non è, come voleva Hegel, l’«astuzia della ragione», ma la sua pazzia e se di astuzia si tratta, è quella del serpente che da sempre rema contro l’alleanza fra Dio e l’umanità e fra noi dividendoci diabolicamente gli uni dagli altri.

Ci è stato anche detto che la pace nasce dentro ciascuno di noi. Certamente la denuncia delle ingiustizie (e le guerre sono sempre e comunque ingiuste) deve essere perseguita profeticamente e in Russia molti lo hanno fatto e lo stanno facendo anche a costo della loro libertà, ma essa va accompagnata dalla fatica quaresimale del lavoro su noi stessi e dalla vigilanza anche sul nostro linguaggio e sul nostro stile, che sia da “operatori di pace”, ossia secondo il Vangelo.

www.avvenire.it

 

sabato 15 dicembre 2018

CAMBIARE. UNA PAROLA MAGICA?

Progresso tecno-scientifico e consapevolezza

di Lorenzo Caselli *
Non v’è ambito della vita sociale che non sia percorso da grandi cambiamenti. Grandi cambiamenti, certo. Ma per quali fini? In nome di quale progetto? Per questi interrogativi non sempre esistono risposte adeguate e convincenti. Da ciò discendono paure, incertezze, difficoltà. La scienza è oggi una forza direttamente e immediatamente produttiva, potenzialmente in grado di trasformarsi in tecnologia, prodotto, organizzazione, sistema sociale. Il tutto secondo dinamiche autopropulsive e multidirezionali che creano, a loro volta, opportunità per l’ulteriore progredire della scienza e delle sue applicazioni secondo modalità non sempre prevedibili e programmabili.
Sorge però un grosso rischio. Quello di una sorta di neoscientismo secondo cui il progresso scientifico viene percepito e vissuto come il vero, unico, grande processo senza soggetti (tutt’al più questi rimangono sullo sfondo) e quindi, in definitiva, senza etica. Alcuni fatti spingono in tale direzione. Si pensi soltanto alla crescente dipendenza di ogni attività umana da supporti e mezzi tecnici (nel campo della medicina, dell’istruzione, della comunicazione, ecc.); alla crescente mediazione tecnica nei rapporti interpersonali (mediazione che si realizza attraverso piattaforme e algoritmi); alla organizzazione sistemico-complessa del produrre, del consumare, del vivere. Si tratta di sistemi nel cui ambito i soggetti talvolta finiscono con il diventare oggetti, appendici di nuove 'catene di montaggio' invisibili e imprendibili. Soggetti che sempre più appaiono sottomessi all’avvenimento scientifico-tecnologico (si pensi alla sua spettacolarizzazione); spossessati del reale, ovvero senza alcuna capacità di presa rispetto a una situazione che non si comprende; progressivamente privati dell’esperienza spazio-temporale. Spazio e tempo vengono diluiti nella 'fiction' fino a far perdere la memoria del passato e il gusto per la scommessa del futuro.
L’uomo d’oggi si presenta ricco di strumenti, ma povero di fini e di valori. Questa inversione tra mezzi e fini caratterizza – a ben vedere – le moderne forme di alienazione nell’ambito delle quali l’uomo perde il senso profondo di sé in rapporto agli altri uomini e alla natura. Si priva cioè della possibilità di una 'buona vita'. Cosa fare allora? Sui terreni della scienza e della tecnologia occorre riacquistare in progettualità, responsabilità, partecipazione riscoprendo i legami con l’etica, la cultura, la politica. Occorre un’escalation di consapevolezza. Consapevolezza che stanno radicalmente cambiando i nostri modi di vivere; di rapporto con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente. Consapevolezza che il mondo diventa sempre più interdipendente. Consapevolezza di problemi e di sfide inedite cui occorre far fronte nella prospettiva di un bene comune globale, di tutti e di ciascuno. Il sapere non può che essere al servizio dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo. Potremmo parlare, a questo proposito, di costitutiva umanità dell’agire scientifico e delle sua applicazioni. Tale costitutiva umanità va colta ed esplicitata in tutte le sue dimensioni etiche, politiche, culturali. Ne consegue che la crescita degli strumenti e dei mezzi (poco importa se raffinati e sofisticati) non può essere contrabbandata per crescita umana tout court; che la ragione tecnocratica ed efficentistica non può annullare la ragione umanistica; che la modernità non può esaurirsi in un mero assemblaggio di innovazioni tecnico-scientifiche trainate dalla sola domanda di mercato. Il mondo dei valori, l’uomo nella sua totalità non possono essere messi tra parentesi.
Il sapere scientifico-tecnologico e le sue potenzialità, la comunicazione con i suoi connotati di interdipendenza planetaria, ma anche la paura di processi incontrollabili e incommensurabili in termini di rischio collegato alla fragilità dei sistemi complessi, quasi per assurdo, uniscono in comunità la globalità degli uomini. Qui sta il punto di forza su cui far leva per capovolgere situazioni dominate da ingiustizia ed esclusione che non possono più essere accettate al livello di giudizio della comunità globale. È in quest’ottica che occorre ripensare il senso della ricerca scientifica e tecnologica cogliendone altresì i legami con la gestione dell’economia, con il fare politica, con il fare cultura.
* Professore emerito Università di Genova
da www.Avvenire.it  


mercoledì 13 giugno 2018

GIOVANI, AFFAMATI DI VITA AUTENTICA

Papa Francesco:

" .....  Iniziamo oggi un nuovo itinerario di catechesi sul tema dei comandamenti. I comandamenti della legge di Dio. Per introdurlo prendiamo spunto dal brano appena ascoltato: l’incontro fra Gesù e un uomo - è un giovane - che, in ginocchio, gli chiede come poter ereditare la vita eterna (cfr Mc 10,17-21). E in quella domanda c’è la sfida di ogni esistenza, anche la nostra: il desiderio di una vita piena, infinita. Ma come fare per arrivarci? Quale sentiero percorrere? Vivere per davvero, vivere un’esistenza nobile… Quanti giovani cercano di “vivere” e poi si distruggono andando dietro a cose effimere.
Alcuni pensano che sia meglio spegnere questo impulso - l’impulso di vivere - perché pericoloso. Vorrei dire, specialmente ai giovani: il nostro peggior nemico non sono i problemi concreti, per quanto seri e drammatici: il pericolo più grande della vita è un cattivo spirito di adattamento che non è mitezza o umiltà, ma mediocritàpusillanimità.[1] Un giovane mediocre è un giovane con futuro o no? No! Rimane lì, non cresce, non avrà successo. La mediocrità o la pusillanimità. Quei giovani che hanno paura di tutto: “No, io sono così …”. Questi giovani non andranno avanti. Mitezza, forza e niente pusillanimità, niente mediocrità. Il Beato Pier Giorgio Frassati – che era un giovane - diceva che bisogna vivere, non vivacchiare.[2] I mediocri vivacchiano. Vivere con la forza della vita. Bisogna chiedere al Padre celeste per i giovani di oggi il dono della sana inquietudine. Ma, a casa, nelle vostre case, in ogni famiglia, quando si vede un giovane che è seduto tutta la giornata, a volte mamma e papà pensano: “Ma questo è malato, ha qualcosa”, e lo portano dal medico. La vita del giovane è andare avanti, essere inquieto, la sana inquietudine, la capacità di non accontentarsi di una vita senza bellezza, senza colore. Se i giovani non saranno affamati di vita autentica, mi domando, dove andrà l’umanità? Dove andrà l’umanità con giovani quieti e non inquieti?
La domanda di quell’uomo del Vangelo che abbiamo sentito è dentro ognuno di noi: come si trova la vita, la vita in abbondanza, la felicità? Gesù risponde: «Tu conosci i comandamenti» (v. 19), e cita una parte del Decalogo. È un processo pedagogico, con cui Gesù vuole guidare ad un luogo preciso; infatti è già chiaro, dalla sua domanda, che quell’uomo non ha la vita piena, cerca di più è inquieto. Che cosa deve dunque capire? Dice: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza» (v. 20).
Come si passa dalla giovinezza alla maturità? Quando si inizia ad accettare i propri limiti. Si diventa adulti quando ci si relativizza e si prende coscienza di “quello che manca” (cfr v. 21). Quest’uomo è costretto a riconoscere che tutto quello che può “fare” non supera un “tetto”, non va oltre un margine.
Com’è bello essere uomini e donne! Com’è preziosa la nostra esistenza! Eppure c’è una verità che nella storia degli ultimi secoli l’uomo ha spesso rifiutato, con tragiche conseguenze: la verità dei suoi limiti.
Gesù, nel Vangelo, dice qualcosa che ci può aiutare: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Il Signore Gesù regala il compimento, è venuto per questo. Quell’uomo doveva arrivare sulla soglia di un salto, dove si apre la possibilità di smettere di vivere di sé stessi, delle proprie opere, dei propri beni e – proprio perché manca la vita piena – lasciare tutto per seguire il Signore.[3] A ben vedere, nell’invito finale di Gesù – immenso, meraviglioso – non c’è la proposta della povertà, ma della ricchezza, quella vera: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (v. 21).
Chi, potendo scegliere fra un originale e una copia, sceglierebbe la copia? Ecco la sfida: trovare l’originale della vita, non la copia. Gesù non offre surrogati, ma vita vera, amore vero, ricchezza vera! Come potranno i giovani seguirci nella fede se non ci vedono scegliere l’originale, se ci vedono assuefatti alle mezze misure? È brutto trovare cristiani di mezza misura, cristiani – mi permetto la parola – “nani”; crescono fino ad una certa statura e poi no; cristiani con il cuore rimpicciolito, chiuso. È brutto trovare questo. Ci vuole l’esempio di qualcuno che mi invita a un “oltre”, a un “di più”, a crescere un po’. Sant’Ignazio lo chiamava il “magis”, «il fuoco, il fervore dell’azione, che scuote gli assonnati».[4]
La strada di quel che manca passa per quel che c’è. Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ma per dare compimento. Dobbiamo partire dalla realtà per fare il salto in “quel che manca”. Dobbiamo scrutare l’ordinario per aprirci allo straordinario..... "

Leggi: GIOVANI


martedì 25 aprile 2017

25 aprile - FARE MEMORIA PER COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE


Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese:
oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo

martedì 20 gennaio 2015

IL PROGRESSO PER L'UOMO o L'UOMO PER IL PROGRESSO?

C’E’ PROGRESSO E PROGRESSO!

La modernità lo lega alla storia e lo vede in continua crescita.
 Quello autentico è riferito 
al genere umano e alle singole persone
riguardo a tutto ciò che in esse è da rispettare e da promuovere


La nozione di progresso è entrata a far parte del senso comune da un paio di secoli, come frutto della cultura illuministica e, in senso lato, della modernità. Ciò dipende dal fatto che non si tratta di una nozione semplicemente descrittiva, ma che comporta anche un implicito, ma indispensabile giudizio di valore. Ossia, il progresso non è un semplice cambiamento, bensì un cambiamento verso il meglio e quindi implica un incremento di valore. Pertanto un giudizio di progresso dipende dal valore che si prende in considerazione.
Ma c’è di più. L’idea di progresso investe un orizzonte temporale abbastanza vasto, e in certi casi può addirittura riguardare l’intero corso della storia umana, e proprio qui si coglie la profonda svolta rappresentata dalla modernità. La cultura occidentale infatti (come del resto la grande maggioranza delle culture) considerava lo stato iniziale del mondo e dell’umanità come uno stato di perfezione e felicità (mito dell’età dell’oro, mito dell’Eden, e simili) e la storia successiva veniva vista come un’inarrestabile decadenza.
Di qui la tradizionale ammirazione per gli 'antichi' e l’invito periodicamente risorgente a 'tornare alle origini'.
Fin dal Rinascimento, invece, la modernità si presenta con l’orgoglio di essere superiore agli antichi (magari addolcendo il giudizio con l’affermazione che noi vediamo più lontano di loro perché siamo come nani sulle spalle di giganti). Sta di fatto che, da allora, siamo tutti convinti che la storia 'va avanti' non solo nel senso di cambiare, ma anche di progredire. Tutto sommato, questa rimane ancora la mentalità corrente: oggi è diffusa l’idea che il progresso consista nella scoperta o produzione del nuovo, ma si tratta .......
Leggi: PROGRESSO?