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lunedì 24 novembre 2025

ARTIGIANI DI COMUNITA'

 


UNA SFIDA PER LE ASSOCIAZIONI

«Essere artigiani 

di amicizia,

 di fraternità, 

di relazioni autentiche »


«L’amicizia può veramente cambiare il mondo» 

perché «è una strada verso la pace».

Leone XIV

-        -         di MATTEO LIUT

-          Che lo vogliamo o no, siamo tutti intrinsecamente costruttori di comunità, ma non esiste un modo univoco di esserlo, come dimostra un certo stile oppositivo di fare gruppo oggi, che spesso definisce i perimetri dell’appartenenza guardando agli altri quasi come “nemici” da combattere. 

Ecco perché la Chiesa, con questo suo insistere sulla “sinodalità” – inteso come stile che esprime la fraternità mentre si percorre un cammino assieme – nel nostro tempo può avere un ruolo così determinante e profetico in tutti gli ambiti della società. Siamo, infatti, inevitabilmente tutti portatori di comunità e lo siamo dal momento in cui arriviamo ad abitare questo mondo fino a quando chiudiamo gli occhi per sempre: la nostra nascita genera comunità, crea legami, alimenta relazioni, convoca una famiglia; ma anche la nostra morte genera comunità, raduna amicizie e parentele, affida a chi resta una memoria condivisa. E così tutto quello che sta nel mezzo: generiamo comunità andando a scuola o al lavoro, scandendo con riti e celebrazioni i momenti di passaggio della nostra vita, usando gli strumenti della comunicazione digitale. E le scienze ci insegnano che anche la nostra base biologica e anatomica, come quella psichica e affettiva, è un’esperienza comunitaria, ovvero una dinamica collettiva dove ogni elemento funziona perché è in relazione con gli altri.

Siamo destinati alla comunità anche dentro il rapporto più intimo e apparentemente esclusivo tra due persone che si amano: gli innamorati sentono che il loro sentimento chiede loro di essere testimoni di bellezza e di non trattenere per sé ciò che si prova. È innegabile, quindi, che la comunità nell’esistenza umana esiste come qualcosa di connaturale e inevitabile.

Ma questo, appunto, non significa che sappiamo in modo naturale come si costruisce una comunità in grado di essere radice di futuro. Dove imparare a farlo, quindi? E dove imparare a orientare la nostra natura comunitaria verso un progetto più grande, che sappia rispondere alla nostra inesauribile sete di senso, al bisogno primario di essere amati?

Rimanere senza una mano che accompagna in questo cammino genera quello che il Papa ha descritto ieri nel suo discorso davanti ai vescovi italiani, riuniti ad Assisi per la loro 81ª Assemblea generale: «La solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro». Parole cui Leone XIV fa seguire l’invito a dare forma ciò a cui la Chiesa è chiamata «dalla Parola e dallo Spirito»: «Essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche». Espressioni in piena consonanza con quelle pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’introduzione all’Assemblea e nella conferenza stampa di chiusura. L’appello a essere costruttori di comunità non ha solo a che fare con la radice storica e teologica dell’agire della Chiesa nel tempo dell’umanità (Dio stesso è comunità, è Padre, Figlio e Spirito Santo e il mandato del Risorto è quello di fare di tutti gli esseri umani un’unica comunità battezzata, cioè, immersa, nella vita di Dio), ma è snodo fondamentale per continuare ad alimentare la vita della stessa della comunità dei credenti. 

Farsi compagni delle donne e degli uomini non per “indottrinarli” ma per camminare con loro nel viaggio di scoperta della radice infinita della loro stessa esistenza è il primo necessario compito ecclesiale. Ecco perché alimentare la sinodalità oggi è così “strategico” e Zuppi ha voluto chiedere risposte chiare, concrete e opportune al Cammino sinodale compiuto in questi anni dalla Chiesa italiana: è in questo stile che sta la profezia delle comunità ecclesiali. Dietro c’è la consapevolezza che contribuire a dare forma a una società più fraterna e solidale, a un’economia di comunione, a una politica della speranza che dà voce agli ultimi, è la condizione fondamentale per aiutare le persone a incontrare Dio. 

Sì, perché l’esperienza comunitaria, dentro la Chiesa, non è fine a se stessa, la compagine ecclesiale non è un partito, non è un club, un gruppo d’interesse, una rete sociale, che si alimenta della propria stessa identità, ma è uno strumento pensato per portare all’incontro con Cristo. 

Una relazione, questa sì, che è intima e personale e che motiva la responsabilità individuale nel mondo: i cristiani vivono in comunità ma non delegano al gruppo, sperimentano la condivisione ma si fanno carico in prima persona degli altri, agiscono insieme ma rispondono di sé stessi.

 La sinodalità, insomma, vissuta alla luce del Vangelo, forma cittadini adulti. E quindi società aperte al futuro.

 

www.avvenire.it

 

 

  

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giovedì 13 giugno 2024

SINODALITA' VISSSUTA

 

DICASTERO PER I LAICI, LA FAMIGLIA E LA VITA

Vaticano, 13 giugno 2024

La sinodalità, il nostro stare insieme e camminare insieme, non è mai fine a sé stessa ma va cercata e vissuta.

Incontro annuale con i Moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità (Aula Nuova del Sinodo, giovedì 13 giugno 2024, ore 11.00)

Introduzione di S.Em. il Cardinale Kevin Farrell

Un cordiale saluto a tutti voi, Moderatori e Delegati delle associazioni internazionali di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità.

1. Le ragioni del Sinodo

In questa giornata rifletteremo sul tema della sinodalità così da partecipare sempre meglio al cammino comune che la Chiesa sta percorrendo. È importante, perciò, comprendere e fare proprie le ragioni che hanno ispirato il Santo Padre nell’impegnare la Chiesa in un Sinodo sulla sinodalità.

Ne richiamo solo due:

 a. Anzitutto l’accento sulla sinodalità. In un recente incontro con l’Azione Cattolica, il Santo Padre ha affermato: «la cosa più importante di questo Sinodo è la sinodalità. Gli argomenti, i temi, sono per portare avanti questa espressione della Chiesa, che è sinodalità. Per questo c’è bisogno di uomini e donne sinodali, che sappiano dialogare, interloquire, cercare insieme» (Discorso all’Azione Cattolica Italiana, 25 aprile 2024). Il Sinodo non è stato voluto per trattare argomenti e temi specifici, né per introdurre 1 cambiamenti dottrinali o pastorali.

Al centro del Sinodo c’è la stessa sinodalità come modo di essere della Chiesa. Il Papa vorrebbe che fosse vissuta sempre di più e sempre meglio, perché è convinto che la sinodalità tocca l’essere stesso della Chiesa, prima ancora che il suo agire.  Un risultato bello di questo lungo Sinodo sarebbe quello di avere suscitato in tutti, pastori e fedeli, il desiderio della sinodalità. Che possano esserci nella Chiesa, come dice il Papa, uomini e donne sinodali che hanno, come modo normale di agire, l’abitudine al dialogo, all’ascolto reciproco, a ricercare insieme soluzioni ai problemi. 

b. Il secondo aspetto è il legame fra Sinodo e Concilio Vaticano II.

Il Santo Padre non considera la sinodalità come una novità introdotta nella Chiesa in questi anni. Si tratta, invece, di continuare quanto iniziato nel Concilio Vaticano II, al cui centro c’è la dottrina della Chiesa come Popolo di Dio, che ha valorizzato la comune dignità e missione di tutti i battezzati (cfr. LG 10, 13). Per questo il Sinodo sulla sinodalità cerca di “risvegliare” il Popolo di Dio, richiamandolo alla sua vocazione, così come il Concilio l’ha messa in luce. Si vuole coinvolgere il Popolo di Dio nel processo di discernimento della situazione attuale della Chiesa, coinvolgerlo nell’assumersi una nuova responsabilità ad ogni livello nella Chiesa, coinvolgerlo nel partecipare alla missione evangelizzatrice a servizio degli uomini di oggi.

2. La sinodalità e i movimenti

Questo ritorno al Concilio e la sua implementazione attraverso l’attuale Sinodo sono particolarmente importanti per voi qui presenti. Molti dei vostri movimenti sono frutto del Concilio. Perciò, per voi, vivere  l’attuale processo sinodale, significa tornare al Concilio e, al tempo stesso, alle origini della vostra storia. Inoltre, voi avete un compito importante nell’attuale processo sinodale e nel lavoro che si sta facendo per riscoprire il dialogo, l’ascolto, il discernimento comunitario, l’apostolato condiviso. Queste, infatti, sono dimensioni della sinodalità che voi già da tempo avete imparato a vivere. Siete stati aiutati in questo, dalla dimensione comunitaria che si vive all’interno delle vostre associazioni, per cui per voi è naturale confrontarsi, progettare insieme le attività di apostolato, dividersi fra tutti i compiti nella missione e fare anche una revisione comune per valutarne i frutti. Questa ricchezza di esperienza siete chiamati a condividere con la Chiesa e ad essere “fermento di sinodalità” nelle più vaste comunità ecclesiali dove vi trovate a vivere e a collaborare: la parrocchia, le diocesi, gli organismi ecclesiali nazionali o continentali.  Allo stesso tempo, riflettere più a fondo sulla costitutiva dimensione sinodale della Chiesa può essere di grande aiuto per voi laddove vi rendete conto che alcune vostre prassi non sono ancora vissute in modo pienamente sinodale.

Per questo rileggere alla luce della sinodalità la vostra vita ordinaria, le vostre strutture di governo e le vostre attività missionarie, sarà di grande beneficio anche per voi. Il cammino sinodale, per voi movimenti e associazioni, può essere molto utile per creare uno spirito di vicinanza, di comunione e di sincera collaborazione con i vostri pastori. Allo stesso modo, da parte dei pastori, il cammino sinodale può essere utile per conoscere meglio associazioni e movimenti, che in numerosi casi sono presenti da anni nelle loro diocesi, molto prima del loro arrivo. Anche i pastori, perciò, possono imparare a camminare insieme ai movimenti, a comprendere le loro specificità, i loro doni e la ricchezza di contenuti, di metodi, di forze vive missionarie che essi portano in diocesi.

3. Sinodalità e missione

Nel tema scelto per questo incontro si parla del legame fra sinodalità e missione e si dice che rappresenta una “sfida”: “La sfida della sinodalità per la missione”. È un legame che possiamo trovare già nei testi del Concilio. Nella Lumen Gentium, ad esempio si afferma che: «Il Popolo di Dio … è costituito da Cristo per la comunione di vita, di carità e di verità», questa è la sinodalità! «… ed è inviato a tutti gli uomini come luce del mondo e sale della terra» (LG 9), questa è la missione!

Vi invito a riflettere sull’origine e sulla natura di questo legame forte fra sinodalità e missione che si vive nei movimenti. Prenderne coscienza, metterlo bene a fuoco, vi aiuterà a viverlo meglio e soprattutto a non lasciare che si spenga.  Certo è che vivere la sinodalità in vista della missione rimane sempre una sfida. È facile infatti ritornare all’individualismo, ripiegarsi su di sé e abbandonare la sinodalità, la fede vissuta insieme, il cammino comune ecclesiale.

E così pure è facile perdere l’orientamento alla missione, perché può prevalere la nostra comodità personale e il quieto vivere (essere discepoli missionari è sempre scomodo!), può prevalere il conformismo alla mentalità del mondo, il timore, la rassegnazione, l’abitudine a quello che si è sempre fatto, etc. 

 Aggiungo un ultimo pensiero.

La sinodalità non si attua inserendo semplicemente alcuni laici, uomini e donne, nei “luoghi di potere” della Chiesa, oppure creando appositamente nuovi organismi per mostrare che i laici sono maggiormente coinvolti nei processi decisionali. Non si tratta nemmeno di riempire con i laici i vuoti delle parrocchie, delle diocesi, delle associazioni e movimenti. In questo modo si finirebbe per “clericalizzare” i laici, come il Papa spesso ci avverte. La sinodalità, e la comunione che essa promuove nella Chiesa, deve servire, invece, per camminare realmente insieme – laici e pastori, carismi e istituzioni ecclesiali – e trovare insieme la strada che lo Spirito ci indica per portare avanti, con nuovo slancio, la missione evangelizzatrice della Chiesa.

 In definitiva, come indica il titolo del nostro incontro, è importante che ci ricordiamo gli uni gli altri, che la sinodalità, il nostro stare insieme e camminare insieme, non è mai fine a sé stessa ma va cercata e vissuta perché, insieme, andiamo “fino ai confini della terra” (At 1,8), come Gesù ci ha detto, perché raggiungiamo quei nostri fratelli e sorelle che attendono la luce consolante del Vangelo.  Mi auguro che questa giornata di riflessione e di comunione ecclesiale sia di aiuto per tutti voi, per il vostro cammino, per la vostra missione.

 Grazie del vostro ascolto.


UNO STILE CONDIVISO

EN  - IT ]

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO ANNUALE CON I
MODERATORI DELLE ASSOCIAZIONI DI FEDELI,
DEI MOVIMENTI ECCLESIALI E DELLE NUOVE COMUNITÀ
PROMOSSO DAL DICASTERO PER I LAICI, LA FAMIGLIA E LA VITA


Aula del Sinodo
Giovedì, 13 giugno 2024

[Multimedia]

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Eminenza, cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti tutti!

Sono contento di incontrarvi, e colgo l’occasione per riflettere con voi sulla sinodalità, che avete scelto come tema della vostra giornata di incontro. Più volte ho ripetuto che il cammino sinodale richiede una conversione spirituale, perché senza un cambiamento interiore non si raggiungono risultati duraturi. Il mio desiderio, infatti, è che, dopo questo Sinodo, la sinodalità rimanga come modo di agire permanente nella Chiesa, a tutti i livelli, entrando nel cuore di tutti, pastori e fedeli, fino a diventare uno “stile ecclesiale” condiviso. Tutto ciò, però, richiede un cambiamento che deve avvenire in ognuno di noi, una vera e propria “conversione”.

È stato un cammino lungo. Pensate che il primo che ha visto che c’era bisogno della sinodalità nella Chiesa latina è stato San Paolo VI, quando dopo il Concilio ha creato il Segretariato per il Sinodo dei Vescovi. La Chiesa orientale aveva conservato la sinodalità, invece la Chiesa latina l’aveva persa. È stato San Paolo VI ad aprire questa via. E oggi, a quasi 60 anni, possiamo dire che la sinodalità è entrata nel modo di agire della Chiesa. La cosa più importante di questo Sinodo sulla sinodalità non è tanto trattare questo problema o quell’altro. La cosa più importante è il cammino  parrocchiale, diocesano e universale nella sinodalità.

E nell’ottica di questa conversione spirituale provo ora a indicare alcuni atteggiamenti, alcune “virtù sinodali”, che possiamo desumere dai tre annunci della Passione nel Vangelo di Marco (cfr 8,31; 9,31; 10,32-34): pensare secondo Diosuperare ogni chiusura e coltivare l’umiltà.

Primo: pensare secondo Dio. Dopo il primo annuncio della Passione, l’Evangelista ci riferisce che Pietro rimprovera Gesù. Proprio lui, che doveva essere di esempio e aiutare gli altri discepoli ad essere pienamente a servizio dell’opera del Maestro, si oppone ai piani di Dio, rifiutandone la passione e la morte. E Gesù gli dice: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,32).

Ecco il primo grande cambiamento interiore che ci viene chiesto: passare da un “pensiero solo umano” al “pensiero di Dio”. Nella Chiesa, prima di prendere ogni decisione, prima di iniziare ogni programma, ogni apostolato, ogni missione, dovremmo sempre chiederci: cosa vuole Dio da me, cosa vuole Dio da noi, in questo momento, in questa situazione? Quello che io ho in mente, quello che noi come gruppo abbiamo in mente, è veramente il “pensiero di Dio”? Ricordiamoci che il protagonista del cammino sinodale è lo Spirito Santo, non noi. Lui solo ci insegna ad ascoltare la voce di Dio, individualmente e come Chiesa.

Dio è sempre più grande delle nostre idee, è più grande della mentalità dominante, delle “mode ecclesiali” del momento, anche del carisma del nostro particolare gruppo o movimento. Perciò, non diamo mai per scontato di essere “sintonizzati” con Dio: cerchiamo piuttosto sempre di elevarci al di sopra di noi stessi per convertirci a pensare secondo Dio e non secondo gli uomini. Questa è la prima grande sfida. Pensare secondo Dio. Pensiamo a quel passo del Vangelo quando il Signore annuncia la Passione e Pietro si oppone. Cosa dice il Signore? “Tu non sei secondo Dio, tu non pensi secondo Dio”.

Secondo: superare ogni chiusura. Dopo il secondo annuncio della Passione, Giovanni si oppone a un uomo che praticava un esorcismo nel nome di Gesù, ma non era della cerchia dei discepoli: «Volevamo impedirglielo – afferma – perché non ci seguiva!» (Mc 9,38). Gesù non approva questo suo atteggiamento e gli dice: «Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,40); poi invita tutti gli Apostoli a vigilare piuttosto su sé stessi, per non essere occasione di scandalo per gli altri (cfr Mc 9,42-50).

Stiamo attenti per favore alla tentazione del “cerchio chiuso”. I Dodici erano stati scelti per essere il fondamento del nuovo popolo di Dio, aperto a tutte le nazioni della terra, ma gli Apostoli non colgono questo orizzonte grande: si ripiegano su sé stessi e sembrano voler difendere i doni ricevuti dal Maestro – guarire i malati, cacciare i demoni, annunciare il Regno (cfr Mc 2,14) – come se fossero dei privilegi.

E questa è una sfida anche per noi: non andare al di là di quello che pensa la nostra “cerchia”, essere convinti che quello che facciamo noi vada bene per tutti, difendere, magari senza rendersene conto, posizioni, prerogative o prestigio “del gruppo”. Oppure lasciarsi bloccare dalla paura di perdere il proprio senso di appartenenza e la propria identità, per il fatto di aprirsi ad altre persone e ad altri modi di pensare, senza riconoscere la diversità come una opportunità, e non una minaccia. Sono, questi, “recinti” nei quali tutti rischiamo di rimanere prigionieri. State attenti: il proprio gruppo, la propria spiritualità, sono realtà per aiutare a camminare con il Popolo di Dio, ma non sono privilegi, perché c’è il pericolo di finire imprigionati in questi recinti.

La sinodalità ci chiede invece di guardare oltre gli steccati con grandezza d’animo, per vedere la presenza di Dio e la sua azione anche in persone che non conosciamo, in modalità pastorali nuove, in ambiti di missione in cui non ci eravamo mai impegnati prima; ci chiede di lasciarci colpire, anche “ferire” dalla voce, dall’esperienza e dalla sofferenza degli altri: dei fratelli nella fede e di tutte le persone che ci stanno accanto. Aperti, cuore aperto.

Infine, terzo: coltivare l’umiltà. Dopo il terzo annuncio della Passione, Giacomo e Giovanni chiedono posti di onore accanto a Gesù, che invece risponde loro invitando tutti a considerare vera grandezza non l’essere servito, ma il servire, l’essere servitore di tutti, perché Lui stesso è venuto a fare così (cfr Mc 10,44-45).

Comprendiamo qui che la conversione spirituale deve partire dall’umiltà, che è la porta d’ingresso di tutte le virtù. A me fa tristezza quando trovo cristiani che si vantano: perché io sono prete da qui, o perché sono laici da là, perché io sono di questa istituzione… Questa è una cosa brutta. L’umiltà è la porta, è l’inizio. E anche questo ci spinge a interrogarci: ma io cosa cerco davvero nei rapporti con i miei fratelli di fede? Perché porto avanti certe iniziative nella Chiesa? E se ci accorgiamo che in qualche modo ha fatto breccia in noi un po’ di orgoglio, o di superbia, allora domandiamo la grazia di tornare a convertirci all’umiltà. Solo gli umili, infatti, compiono cose grandi nella Chiesa, perché chi è umile ha basi solide, fondate sull’amore di Dio, che non viene mai meno, e perciò non cerca altri riconoscimenti.

E anche questa tappa della conversione spirituale è fondamentale per edificare una Chiesa sinodale: solo la persona umile infatti valorizza gli altri, e ne accoglie il contributo, i consigli, la ricchezza interiore, facendo emergere non il proprio “io”, ma il “noi” della comunità. A me fa dolore quando troviamo cristiani…, in spagnolo diciamo “yo me mí conmigo para mí ”, “io me mi con me per me”. Questi cristiani “al centro”. È triste. È l’umile che difende la comunione nella Chiesa, evitando le spaccature, superando le tensioni, sapendo mettere da parte anche le proprie iniziative per contribuire a progetti condivisi, e questo perchè nel servire trova gioia e non frustrazione o rancore. Vivere la sinodalità, ad ogni livello, è davvero impossibile senza umiltà.

E voglio dire un’altra volta, sottolineare il ruolo dei movimenti ecclesiali. I movimenti ecclesiali sono per il servizio, non per noi stessi. È triste quando si sente che “io appartengo a questo, all’altro, all’altro”, come se fosse una cosa superiore. I movimenti ecclesiali sono per servire la Chiesa, non sono in sé stessi un messaggio, una centralità ecclesiale. Sono per servire.

Spero che questi pensieri vi siano utili per il vostro cammino, nelle vostre associazioni e movimenti, nelle relazioni con i Pastori e con tutte le realtà ecclesiali; e mi auguro che questo incontro e altri momenti simili vi aiutino a valorizzare i rispettivi carismi in una prospettiva ecclesiale, per dare il vostro generoso e prezioso contributo all’evangelizzazione, alla quale tutti noi siamo chiamati.

Sempre guardate questo: la mia appartenenza è al movimento ecclesiale, è all’associazione o è alla Chiesa? È nel mio movimento, nella mia associazione per la Chiesa, come uno “stadio” per aiutare la Chiesa. Ma i movimenti chiusi vanno cancellati, non sono ecclesiali.

Vi benedico, andate avanti! E, per favore, pregate per me. A favore!


Nelle foto: Il Santo Padre incontra l'Assistente Ecclesiastico e il Presidente dell'UMEC-WUCT, l'Arcivescovo Dollmann e il prof. De Groof

venerdì 26 aprile 2024

SINODALITA' e GERARCHIA


 Il teologo Coda:

 “Sinodalità 

e gerarchia 

non sono 

in competizione”



Parla il teologo che ha relazionato sulla sinodalità all’ultimo Consiglio dei Cardinali. L’importanza dell’ascolto. 

L’atto sovversivo di mettersi in ascolto di Cristo

-di Andrea Gagliarducci


Mettersi in ascolto prima di tutto. Comprendere che sinodalità e gerarchia non sono in competizione, ma due realtà che in qualche modo si compensano e si aiutano. Lavorare sulla collaborazione e sul dialogo, e non sulla polarizzazione. Il teologo Piero Coda spiega così il senso della Chiesa sinodale voluta da Papa Francesco.

Coda è stato uno dei relatori dell’ultimo Consiglio dei Cardinali, che si è tenuto lo scorso 15-16 aprile, e in particolare ha curato la sessione in cui si è riflettuto sul sinodo in corso insieme al Cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi. Ma monsignor Coda era anche il membro della sottocommissione della Commissione Teologica Internazionale che ha lavorato all’importante documento sulla sinodalità licenziato nel 2018, i cui temi sono stati poi sviluppati nell’attuale sessione del Sinodo.

In questa intervista con ACI Stampa, Monsignor Coda ha affrontato alcuni dei temi di cui si è discusso al Consiglio dei Cardinali.

Quali sono le priorità di una Chiesa sinodale e in che modo le ha descritte al Consiglio dei Cardinali?

La priorità o meglio la “conditio sine qua non” è l’ascolto di ciò che lo Spirito Santo oggi dice alla Chiesa. Per testimoniare e annunciare il Vangelo di Gesù a tutti, in tutti i contesti e in tutte le situazioni, in questo momento drammatico e sfidante della storia. La promozione della figura e della dinamica sinodale della Chiesa ha lo scopo di manifestarne e promuoverne in modo credibile e incisivo la missione. Va privilegiato ciò che risulta più efficace in ordine all’annuncio del Vangelo, trovando il coraggio di abbandonare ciò che si rivela meno utile o persino di ostacolo.

In che modo questo meccanismo aiuta?

È questa spinta missionaria a garantire che il processo sinodale non si risolva in un esercizio attraverso cui la Chiesa si guarda allo specchio e si preoccupa dei propri equilibri, ma si proietta con slancio e amore verso l’umanità nella responsabilità per la casa comune, chiedendo a ciascun membro del Popolo di Dio di offrire il proprio insostituibile contributo. Tenendo conto – con maggiore consapevolezza e determinazione di quanto si è fatto nella prima sessione della XVI assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, lo scorso ottobre – che l’impegno culturale, sociale, economico e politico è dimensione irrinunciabile della missione del popolo di Dio, nella prospettiva disegnata nel Vaticano II dalla Gaudium et spes e nel magistero sociale. In fondo, si tratta di assumere l’impegno che San Giovanni Paolo II ci ha indicato come decisivo, per la Chiesa, nell’affrontare il mare aperto del terzo millennio: “duc in altum, prendi il largo”, impegno a cui Benedetto XVI c’invitava descrivendo il ruolo dei cristiani nel mondo come “minoranza creativa”.

Il documento della Commissione Teologica Internazionale del 2018 chiedeva anche una riforma delle strutture della Chiesa. In che modo questa riforma può essere applicata alla Curia romana?

Il documento della CTI è un documento importante: non solo perché è il primo che offre un quadro approfondito e articolato del “chi è?” e del “come va?” una Chiesa sinodale, ma anche perché costituisce un punto di riferimento autorevole per il processo sinodale in atto, come è emerso da più voci durante la celebrazione della prima sessione. Circa la specifica domanda che mi pone c’è da sottolineare che nel capitolo terzo, dedicato alla “attuazione della sinodalità”, dopo aver descritto “la vocazione sinodale del popolo di Dio”, il documento esamina l’esercizio della sinodalità rispettivamente nelle singole Chiese particolari, nelle Chiese particolari a livello regionale e nella Chiesa universale. E ciò in conformità alla tradizione maturata lungo i secoli sino a giungere al Vaticano II.

Cosa viene proposto?

In tal modo viene proposta una recezione creativa di “ciò che è attualmente previsto dall’ordinamento canonico per evidenziarne il significato e le potenzialità e darvi nuovo impulso, discernendo al contempo le prospettive teologiche di un suo pertinente sviluppo” (n. 71). L’assemblea del Sinodo dei Vescovi, la cui seconda sessione sarà celebrata l’ottobre prossimo, si muove in questa direzione. Tenendo conto del fatto che, nel frattempo, sono state promulgate la Costituzione apostolica sul Sinodo dei Vescovi Episcopalis communio, nel 2018, e la Costituzione apostolica sulla riforma della Curia Romana Praedicate evangelium, nel 2022.

Città del Vaticano  (ACI Stampa).

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venerdì 5 gennaio 2024

SETTE PAROLE PER IL SINODO

Le domande per imparare a essere cristiani oggi

Con la guida profonda e sensibile di Pierangelo Sequeri  andiamo in cerca dei segnali che orientano la fede dentro la cultura di questo scorcio del nostro tempo nel quale vediamo prevalere fattori di incertezza che sembrano scoraggiare l’esperienza credente. Ogni domenica per otto settimane il celebre teologo milanese, da tempo firma cara ai lettori di Avvenire, ci condurrà alla scoperta della «fede dove non te l’aspetti» attraverso parole-guida offerte a tutti i «cercatori e trovatori».

 

-          di Stefano Jan

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L’intento di queste riflessioni è quello di illuminare i potenziali di lievitazione del seme cristiano nel nuovo contesto dell’epoca. Vasto programma, direte subito voi. E avete perfettamente ragione. Nondimeno, l’obiettivo può apparire scoraggiante, per la fede, solo se lo si concepisce appunto come una specie di programma mondiale di regìa culturale della storia dei popoli. Il cristianesimo, però, non è un programma di leadership o di governance del mondo. Lo è stato, naturalmente (a partire da Carlo Magno, non dall’imperatore Costantino), perlomeno nell’intenzione. L’impresa, come sappiamo, al netto delle superstizioni che ne hanno contraddetto l’ispirazione, ha pur generato una straordinaria avventura dell’Europa della filosofia e del diritto, dell’arte e della musica, della letteratura e della politica, della scienza e della tecnica. Nelle sue luci e nelle sue ombre, ha lasciato un’eredità non ancora del tutto consunta. Però il suo capitale non è più sufficiente a rilanciare il fervore di una creatività capace di aprire futuro per la storia dell’anima fra i popoli. La cosa che impressiona di più è il fatto che la frantumazione del legame sociale, e la crescita di aggressività isterica – individuale e collettiva – appaiono come effetti collaterali della nostra scoperta migliore: la dignità del singolo, la libertà dell’individuo, il rispetto della persona.

Come ha potuto accadere che la valorizzazione della dignità della singola persona, di cui andiamo così fieri, ci abbia condotti a un tale degrado delle relazioni comunitarie, al quale ci stiamo letteralmente rassegnando? Le nascite sono in calo, il desiderio è spento, dicono gli esperti. I poveri crescono, uno su mille ce la fa. La politica è appesa all’economia, l’economia alla tecnica, la tecnica non è appesa a niente: solo a sé stessa. Le stesse democrazie occidentali patiscono ora acutamente gli effetti sociali negativi della loro evoluzione individualistica e competitiva. Ciascuno è riconsegnato ai mezzi di cui dispone per conquistarsi il proprio riconoscimento. E, dunque, è abbandonato a sé stesso. Le generazioni adolescenti stanno interiorizzando questa angosciosa percezione con una rapidità che ancora ci sfugge.

La comunità cristiana, pur così disseminata di commoventi slanci di dedizione, non vede ancora una via nuova (o ne vede troppe). E quindi, cerca di fare quello che può con il linguaggio che ha e con le abitudini che sa. Però, ogni giorno che passa, scopre al suo interno debolezze troppo a lungo occultate, liti troppo furiosamente attizzate, omissioni troppo giulivamente trascurate. Cerco dunque di mettermi dalla parte del “noi” che corrisponde al cristiano comune di “oggi” (includendo anche il sacerdote, il religioso e la religiosa, in questo caso), il quale cerca di vivere il cristianesimo che c’è, nella cultura che c’è, al meglio che può. E cerco di farlo riaprendo l’autoreferenzialità di un gergo troppo ecclesiastico, con qualche parola-comune che possa restituire vitalità alle parole chiave della lingua cristiana.

In questo sforzo di immedesimazione mi lascio provocare dalla sollecitazione di papa Francesco a cercare una “sinodalità” ecclesiale che ritrovi l’allegria della fede che Gesù regala a chi non ha niente. Il tesoro è nel campo, certamente, ma bisogna scavare nei punti giusti: altrimenti uno si trova solo un campo pieno di buche, e si deprime. Intendo questa sinodalità – “camminare insieme” – come il riflesso e l’illuminazione credente della “complicità” umana e affettiva in cui si riconosce la sterminata maggioranza degli individui-massa che vengono illusi e disillusi dai signori della guerra, dai mercanti del tempio, dai politici della crescita, dai tecnici dell’innovazione, dai pubblicitari del progresso. Penso che dobbiamo dedicare più affetto ai milioni che, pur non coltivando nessuna ambizione di avere un ruolo “regale, profetico e sacerdotale”, per il quale si sentono umilmente impreparati, si riconoscono tuttavia amati da Dio e si sforzano di seguire Gesù. E non si sottraggono alla testimonianza di speranza e di amore che apprendono dal Vangelo di Gesù e ammirano nei suoi discepoli migliori.

Non è forse in questo modo che il cristianesimo mette il sapore di un sale non scipito nell’insipida zuppa della storia? Forse qualcuno è un po’ samaritano, qualcuno fin troppo pubblicano. E allora? Lo Spirito non è forse arrivato da Zaccheo, da Cornelio, dalla donna samaritana e dal centurione romano assai prima che arrivassimo noi? Imparare a cercare la fede anche dove non ci aspettiamo di trovarla – Gesù non faceva altro – è un esercizio che può rivelarsi salutare per la riscoperta della fede che abbiamo già trovato. I miei punti di osservazione sono sette parole, che adopero come il bastoncino del rabdomante: il futuro; le élites; i molti; l’intesa; l’onore; la prova; l’attesa. Vediamo cosa trovano.

La prima parola è il “ futuro”, che non è più quello di una volta. Insistendo sul tempo biblico-lineare del regno di Dio, siamo diventati inconsapevolmente debitori della pubblicità- progresso? Di fatto, del destino che accomuna gli umani dell’intera storia i nostri figli non sentono più neppure una parola. La prossima generazione super-tecnologica sarà forse più vicina al regno di Dio? La seconda parola è élite, argomento di grandi dispute socio-politiche, apparentemente. Il nostro tema sarà questo: la questione non è la mediazione delle élites – ecclesiastiche o laiche che siano –: il problema è la sostituzione, ossia il sequestro del cristiano impeccabile, e dell’umano realizzato in una comunità sempre più ristretta e selezionata dei salvati (perché perfettamente osservanti, o perché abbastanza ricchi, o perché meglio armati, dipende). E per i sommersi, pazienza.

La terza parola è i molti. Le società evolute, le chiese perfette, contengono le nuove moltitudini planetarie di individui, che non sono più di nessuna tribù, o le respingono? Sono allegramente inclusive e colorate o sempre più selettive e grigie? La quarta parola sarà l’intesa. Qui si ragionerà sul fiuto spirituale, ossia sulla sensibilità umana per la consolazione di una complicità appassionatamente solidale dell’umano che è comune: oltre le lingue, le etnìe, le politiche, le religioni. Fiuto scoraggiato, fiuto pervertito, fiuto lietamente ritrovato e condiviso. La quinta parola è l’onore. L’ipotesi di partenza è questa: l’avvilimento e l’umiliazione dell’altro è la madre di tutti i delitti. L’umiliazione e l’avvilimento di Dio, che falsifica la sua complicità con l’umano, lo ferisce nell’onore. Peccato contro lo Spirito, a Dio insopportabile (proprio come la mortificazione del prossimo).

La sesta parola è la prova. L’iniziazione alla vita è iniziazione alla giustizia dell’amore: passa attraverso la prova, vive la cognizione del dolore. Lasciare solo l’altro, in questa iniziazione, è la malattia mortale della comunità umana: il giudizio e la salvezza di Dio si decidono qui. La settima parola sarà attesa. Il compimento dell’avventura umana con «la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», secondo la bella espressione del Credo liturgico (più bella di tutti i nostri ispidi trattati teologici su morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso), significa che Gesù desidera che tutti e tutte abbiano la possibilità di partecipare alla vita di un mondo realmente riconciliato dalle sue ferite e onorato per le sue lacrime (della quali, troppo spesso, siamo responsabili).

Fino ad allora, non lasceremo indietro nessuno per sopravvivere meglio, e non faremo sacrifici umani per assicurarci una razza superiore. E non malediremo la vita come se fossimo gli unici a patirne le ingiustizie. Meno retorica e più umiltà, nel condividere l’attesa di riscatto che accomuna gli umani e non si estingue con la morte, non ci faranno che bene. La fede va chiesta a Dio gentilmente, per tutti. E dove meno te l’aspetti, sarà trovata.​

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 30 aprile 2021

AGIRE DA CATTOLICI IN ITALIA

Francesco all’Azione Cattolica: vi ispiri la vita della gente, non le idee più di moda

Il Papa ha ricevuto in Vaticano il Consiglio dell’associazione laicale: “Vi affido soprattutto chi è stato più colpito dalla pandemia e chi rischia di pagarne il prezzo più alto. Lo stile sia quello del dialogo e della "sinodalità", senza cadere nella "schiavitù degli organigrammi"

 


-         Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

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Quale è il compito di una realtà come l’Azione Cattolica Italiana, in modo particolare in un tempo come quello che stiamo vivendo? Incontrando in Vaticano i membri del Consiglio nazionale di questa associazione di laici impegnata a vivere l’esperienza della fede, Papa Francesco sviluppa la propria riflessione attraverso tre parole: azione, cattolica e italiana.

Azione

La parola “azione”, osserva Francesco, pone prima di tutto un interrogativo cruciale. Di chi è l’azione? “Il Vangelo - afferma il Papa - ci assicura che l’agire appartiene al Signore: è Lui che ne ha l’esclusiva, camminando in incognito nella storia che abitiamo”.

Ricordare che l’azione appartiene al Signore permette però di non perdere mai di vista che è lo Spirito la sorgente della missione: la sua presenza è causa – e non effetto – della missione. Permette di tenere sempre ben presente che «la nostra capacità viene da Dio» (2 Cor 3,5); che la storia è guidata dall’amore del Signore e noi ne siamo co-protagonisti. Anche i vostri programmi, pertanto, si propongono di ritrovare e annunciare nella storia i segni della bontà del Signore. La pandemia ha mandato all’aria tanti progetti, ha chiesto a ciascuno di confrontarsi con l’imprevisto. Accogliere l’imprevisto, invece che ignorarlo o respingerlo, significa restare docili allo Spirito e, soprattutto, fedeli alla vita degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Si deve anche “essere molto attenti - fa notare il Papa - a non cadere nell’illusione del funzionalismo”. “E’ triste vedere quante organizzazioni sono cadute nel tranello degli organigrammi”. “State attenti a non cadere nella schiavitù degli organigrammi”. Quello che porta avanti “il Regno di Dio è la docilità allo Spirito, è lo Spirito”. Quali caratteristiche - chiede poi il Pontefice - deve avere l’azione, l’opera dell’Azione Cattolica? Prima di tutto la gratuità perché “la spinta missionaria non si colloca nella logica della conquista ma in quella del dono”. Una seconda caratteristica è quella dell’umiltà, della mitezza: "Sono le chiavi per vivere il servizio, non per occupare spazi ma per avviare processi”.

Cattolica

Cosa significa la parola cattolica? Questo termine, sottolinea Francesco, dice “che la missione della Chiesa non ha confini”. “Essere “con tutti e per tutti (cfr Evangelii gaudium, 273) non significa ‘diluire’ la missione, ‘annacquarla’, ma tenerla ben legata alla vita concreta”.

La parola “cattolica” si può dunque tradurre con l’espressione “farsi prossimo”, perché è universale, “farsi prossimo”, ma di tutti. Il tempo della pandemia, che ha chiesto e tuttora domanda di accettare forme di distanziamento, ha reso ancora più evidente il valore della vicinanza fraterna: tra le persone, tra le generazioni, tra i territori. Essere associazione è proprio un modo per esprimere questo desiderio di vivere e di credere insieme. Attraverso il vostro essere associazione, oggi testimoniate che la distanza non può mai diventare indifferenza, non può mai tradursi in estraneità.

Non si deve guardare da un’altra parte, cedere all’indifferenza, alla freddezza. “È ancora diffusa - afferma poi il Papa - la tentazione di pensare che la promozione del laicato, davanti a tante necessità ecclesiali, passi per un maggiore coinvolgimento dei laici nelle ‘cose dei preti’. Con il rischio che si finisca per clericalizzare i laici”. “Ma voi, per essere valorizzati, non avete bisogno di diventare qualcosa di diverso da quello che siete per il Battesimo. La vostra laicità è ricchezza per la cattolicità della Chiesa”. L’Azione Cattolica, aggiunge il Pontefice, è chiamata in particolare “a portare un contributo originale alla realizzazione di una nuova ecologia integrale”. “La grande sofferenza umana e sociale generata dalla pandemia rischia di diventare catastrofe educativa ed emergenza economica”. Cosa possiamo imparare – chiede allora il Santo Padre - da questo tempo e da questa sofferenza? L’esortazione del Papa è quella di mettersi “in ascolto di questo tempo”.

Vi affido soprattutto chi è stato più colpito dalla pandemia e chi rischia di pagarne il prezzo più alto: i piccoli, i giovani, gli anziani, quanti hanno sperimentato la fragilità e la solitudine. E non dimentichiamo che la vostra esperienza associativa è “cattolica” perché coinvolge ragazzi, giovani, adulti, anziani, studenti, lavoratori: un’esperienza di popolo. La cattolicità è proprio l’esperienza del santo popolo fedele di Dio: non perdete mai il carattere popolare! In questo senso, di essere popolo di Dio.

Italiana

Il terzo termine indicato da Francesco è “italiana”. Si intreccia con la storia dell’Associazione, “inserita nella storia italiana” che aiuta la Chiesa in Italia “ad essere generatrice di speranza” per tutto il Paese. “Una Chiesa del dialogo - spiega Francesco - è una Chiesa sinodale, che si pone insieme in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra”. La sinodalità, sottolinea il Santo Padre, “non è un Parlamento”, “non è cercare una maggioranza”. “Non può esistere sinodalità senza lo Spirito”. “Quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare”.

In questo senso la vostra Associazione costituisce una “palestra” di sinodalità, e questa vostra attitudine è stata e potrà continuare ad essere un’importante risorsa per la Chiesa italiana, che si sta interrogando su come maturare questo stile in tutti i suoi livelli. Dialogo, discussione, ricerche, ma con lo Spirito Santo. Il vostro contributo più prezioso potrà giungere, ancora una volta, dalla vostra laicità, che è un antidoto all’autoreferenzialità.

Fare sinodo non è guardarsi allo specchio, “è camminare insieme dietro al Signore e verso la gente sotto la guida dello Spirito Santo”. “Laicità è anche un antidoto all’astrattezza: un percorso sinodale deve condurre a fare delle scelte” partendo dalla realtà “non dalle tre-quattro idee alla moda” o che “sono uscite nella discussione”. Riferendosi infine ai lavori dell’Assemblea dell’Azione Cattolica, Papa Francesco esprime un auspicio: “Possa contribuire a far maturare la consapevolezza che, nella Chiesa, la voce dei laici non deve essere ascoltata “per concessione”, ma per convinzione, perché tutto il popolo di Dio è “infallibile in credendo”. Benedico di cuore voi e tutte le vostre associazioni territoriali”.

 

Vatican News 

sabato 6 febbraio 2021

UN SINODO IN AIUTO ALLA DEMOCRAZIA?


 Un invito

 che è una richiesta


 -         di Giuseppe Savagnone*

       

Scarsa eco hanno avuto, sui mezzi di comunicazione e nell’opinione pubblica- assorbiti dal “tormentone” della crisi di governo – le parole di papa Francesco, il 30 gennaio scorso, ai partecipanti all’Incontro promosso dall’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza episcopale italiana: «Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi».

In realtà, più che un invito, quella del papa sembra una precisa richiesta, rivolta alla Chiesa italiana in un momento in cui essa appare tramortita non solo dal Covid, ma dalla difficoltà di trovare forme di inserimento efficaci nella crisi culturale, sociale e politica della nostra società. E, in effetti, c’è un nesso profondo tra il richiamo del pontefice e questa crisi, di cui la pandemia ha solo evidenziato – non determinato – la gravità.

Uno scenario di frammentazione e di violenza

Siamo davanti allo scenario di un Paese che ha visto progressivamente dissolversi i legami di amicizia sociale e di solidarietà, ben prima che per la preoccupazione del contagio, per il dilagare di stati d’animo incontrollati di rabbia, di paura e di odio, peraltro alimentati e strumentalizzati dalle forze politiche, che li orientano cinicamente per i loro scopi.

Rispecchia perfettamente la situazione italiana il quadro tracciato da papa Francesco nella sua ultima enciclica: «Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare. Con varie modalità si nega ad altri il diritto di esistere e di pensare, e a tale scopo si ricorre alla strategia di ridicolizzarli, di insinuare sospetti su di loro, di accerchiarli. Non si accoglie la loro parte di verità, i loro valori, e in questo modo la società si impoverisce e si riduce alla prepotenza del più forte. La politica così non è più una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace. In questo gioco meschino delle squalificazioni, il dibattito viene manipolato per mantenerlo allo stato di controversia e contrapposizione» (Fratelli tutti, n.15).

Crisi sulle teste dei cittadini…

Si capisce, perciò, perché, malgrado la sbandierata pretesa del populismo di dar vita a forme più dirette di coinvolgimento della gente nella gestione della cosa pubblica, da alcuni anni nel nostro Paese siamo testimoni attoniti di improvvise crisi di governo che si verificano senza che i cittadini possano neppure capirne le ragioni e che si svolgono sulle loro teste, oltre che sulla loro pelle.

… Costretti, ogni volta, ad aspettare un “messia”

Si capisce anche perché, invece di poter contare sull’impegno solidale delle diverse componenti partitiche, il Paese sia costretto a sperare nella sospensione delle logiche dei partiti e nell’avvento di un deus ex machina che dall’alto scenda a salvarli dal caos che quelli hanno determinato. E buon per noi che ci siano un presidente della Repubblica come Mattarella, in grado di evocare questo prodigio, e una persona seria come Draghi, degno sicuramente di incarnare correttamente questo ruolo quasi messianico.

Ma resta il quadro disastroso entro cui queste figure dignitose sono costrette a operare e che neppure loro possono cambiare alla radice.

L’idea del Sinodo e il rapporto tra cattolici e politica

Ebbene, non è un caso che proprio in questo contesto papa Francesco chiami i cattolici italiani a celebrare un Sinodo. Lo aveva già fatto, implicitamente, nel discorso tenuto al convegno delle Chiese d’Italia, a Firenze, nel 2015, quando, dopo aver osservato che «le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere», aveva detto ai convenuti: «Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme».

L’appello era però rimasto senza risposta. A riprenderlo era stato un uomo molto vicino al pontefice, il gesuita Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, in un articolo del febbraio del 2019 e proprio in rapporto ai problemi della società italiana.

La domanda da cui partiva padre Spadaro era: «Come possono i cristiani contribuire a una sana democrazia e a un governo veramente popolare della nostra Italia?» Perché, sottolineava l’autore, citando le parole di papa Francesco al Convegno di Firenze, «i credenti sono cittadini».

I nemici del cristianesimo e della democrazia

Ora, secondo l’articolo, ad essere in gioco non è solo la politica, ma anche la proposta religiosa della Chiesa, perché i nemici della democrazia sono gli stessi che stanno sempre più allontanando il popolo italiano dalla sua tradizione cattolica: «La paura, l’ostilità, il sentirsi minacciati, la frattura dei legami sociali e la perdita del senso di fratellanza umana e di solidarietà. Nella società sta venendo meno la fiducia: nei medici, negli insegnanti, nei politici, negli intellettuali, nei giornalisti, negli uomini del sacro…».

Il discorso di Mattarella

Padre Spadaro concludeva riferendosi al discorso di fine anno 2018 del presidente Mattarella: «Possiamo riconoscere il nostro compito oggi come discepoli di Cristo impegnati nelle tensioni della nostra moderna democrazia in due punti evidenziati dal Presidente: da una parte, contrastare le “tendenze alla regressione della storia”; dall’altra, fare la nostra parte per costruire il Paese come “comunità di vita”, curando le ferite dei legami spezzati e della fiducia tradita. E questo potrà avvenire solamente grazie a un largo coinvolgimento del popolo di Dio, in un processo sinodale non ristretto né alle élites del pensiero cattolico né ai contesti (specifici e importanti) di formazione».

Il Sinodo come “cammino comune”

Nella tradizione cristiana, infatti, il concetto di «Sinodo» – che significa “cammino comune”– comporta che persone della più diversa estrazione – laici e presbiteri, pastori e fedeli, uomini e donne, intellettuali persone di scarsa istruzione – si riuniscano, in un clima di fraternità, per mettere a confronto i loro differenti punti di vista e le loro differenti esperienze, in vista di una visione “sinfonica” dei problemi e delle possibili soluzioni. Dove ciò che conta non è solo l’esito di questo processo, ma lo stesso processo che la sinodalità implica.

Un silenzio inquietante

In realtà di questo stile sinodale nelle nostre Chiese c’è ancora scarsa traccia. E questo spiega probabilmente perché l’invito rivolto allora dal pontefice sia caduto nel vuoto – anche dopo l’articolo di Spadaro e dopo esser stato ripreso dallo stesso Francesco, in un discorso all’Assemblea della CEI, nel maggio 2019 –, con la sola eccezione di qualche vescovo, come quello di Rieti, Domenico Pompili, quello di Palermo, Corrado Lorefice, e quello di Modena, Erio Castellucci.

C’è da temere che questo silenzio inquietante sia dovuto a una carenza di creatività e di entusiasmo dei cattolici italiani, che rende problematica la prospettiva di un’avventura innovatrice come sarebbe quella sinodale che spiega, tra l’altro, la loro difficoltà attuale di avere un ruolo incisivo nella crisi della politica e della società italiane.

Proprio per questo, però, il papa chiede il Sinodo, nella convinzione che esso costringerebbe i cattolici a un rinnovamento da cui deriverebbe anche una ben più dinamica e creativa presenza nella città terrena. Era l’ipotesi avanzata da Antonio Spadaro: «L’esercizio della sinodalità e quello della democrazia sono cose diverse come metodo. Ma si può facilmente cogliere quanto sia importante la sinodalità nella Chiesa per discernere le forme dell’impegno democratico dei cristiani affinché essi siano – come ci chiedeva Francesco alla fine del suo discorso di Firenze – “costruttori dell’Italia”».

La città terrena può ancora contare sulle risorse spirituali dei cattolici?

Ora il papa ritorna, con tutta la sua autorità, sulla proposta di un Sinodo, ignorata in questi cinque anni (una sola perplessità: perché non parlarne direttamente, in privato, col presidente della CEI?). Non è facile prevedere se avrà la meglio la sua volontà di cambiare le cose o la forza d’inerzia che sembra dominare il clima ecclesiale del nostro Paese.

In realtà un Sinodo dei cattolici italiani sarebbe un’occasione di rinnovamento delle comunità cristiane che andrebbe molto al di là delle sue ricadute sulla crisi sociale e politica del nostro Paese. Ma, in quanto quest’ultima ne rivela una spirituale più profonda e mette in discussione aspetti decisivi del messaggio cristiano, come la fraternità, il collegamento tra il futuro della Chiesa e quello della democrazia non è peregrino.

In un recente passato la vitalità del mondo cattolico ha costituito per la politica un riserva spirituale ed etica fondamentale. Si pensi ad uomini come De Gasperi, La Pira, Dossetti e al ruolo svolto dall’associazionismo cattolico per formare i quadri della Democrazia cristiana nel dopoguerra. La domanda è se la città terrena può ancora sperare di fruire delle risorse spirituali della comunità cristiana. La risposta dipende da noi.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu