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mercoledì 13 agosto 2025

LA PAROLA E LA VERGOGNA


Le guerre ci ammutoliscono: 

cercano di far passare noi come stupidi, 

opponendo alla sterilità del nostro dire disarmato 

l’efficacia della violenza. 

La preghiera restituisce forza alla parola.



  Pierangelo Sequeri 

Facciamo macchine sempre più intelligenti e guerre sempre più stupide. 

(Non è un’attenuante, è un’aggravante: l’orrore, che si legittima senza vergogna, insulta anche la mente umana). La devastazione programmata – il campo di battaglia sono direttamente le case e le chiese, le scuole e gli ospedali – fa impressione, se pensiamo alla boria dei nostri proclami di civiltà e progresso. Sono guerre orribili, pogrom civili più che scontri militari, pulsioni di puro annientamento, le cui argomentazioni si nascondono dietro il pretesto – fasullo – di vantaggi territoriali, politici, economici, strategici. 

Questo pretesto, che porta in campo spiegazioni alle quali i libri di scuola ci hanno abituato, è in realtà sempre più fasullo, a uso dell’Onu e dei media. Il grado di evoluzione e di diffusione delle possibilità di convivenza, di cooperazione, di nutrimento, di istruzione e di cura, infatti, sono ora di portata planetaria. E la loro distribuzione non conflittuale è – forse per la prima volta – realmente possibile. (Persino l’intelligenza artificiale – combinatoriamente utile e sentimentalmente ottusa com’è – troverebbe soluzioni soddisfacenti, senza passare attraverso la distruzione totale di interi popoli e di interi habitat). Il “nemico”, in questi chiari di luna, è sempre più ciecamente individuato in qualcuno – una religione, una popolazione, un insediamento umano – che non dovrebbe “esistere”. 

Questa pulsione è un effetto senza causa, una fede senza ragione. Come fai ad argomentare la sua necessità? Come fai a cercare una morale nell’olocausto che essa predica? 

 Messe a confronto con l’enormità dello sviluppo e della distribuzione dell’intelligenza umana – di cui la nostra epoca si vanta! – le guerre portano oggi in campo anche l’ammutolimento della parola. (La stessa diplomazia, guardate come arranca). In altri termini, le guerre odierne cercano sempre più di far passare noi come stupidi, opponendo alla sterilità della parola disarmata l’efficacia della violenza armata. 

 È così che siamo rimasti senza parole. L’indecenza e la vergogna della brutalità sono scese in campo e dilagano, approfittando di un clima favorevole. Quale clima? Quello che anche da noi, dove la guerra è al momento sospesa, insegna ai nostri ragazzi a farsi valere con ogni mezzo. L’obiettivo dell’accrescimento illimitato della potenza arriva a giustificare l’abbattimento dell’altro che lo ostacola. E la vendetta di chi è oggetto di questa prevaricazione è fatalmente sospinta ad apprenderne la logica. 

Dunque, la nostra accorata preghiera per la pace, che il presidente della Cei, il cardinale Zuppi, ripropone con forza, dovrà stressare la misericordia di Dio come la vedova importuna del Vangelo. E che cosa chiede, anzitutto? Chiede maggiore determinazione nei confronti della violenza che sbeffeggia e ammutolisce la parola. 

 La reazione della preghiera sta in primo luogo nella restituzione della forza alla parola. Dio può farlo. Senza parole con cui parlarsi, del resto, cosa faranno le generazioni che sopravvivono a queste guerre brutali e stupide? 

Come cresceranno insieme generazioni umane tra le quali sta soltanto il silenzio di parole della convivenza in cui sono stati resi sordi, ciechi, muti? 

La preghiera ci dà la forza di dirle adesso, e di dire già ora, insieme con loro, le parole che ristabiliscono i legami degli affetti di cui gli umani – tutti – vogliono vivere. Troveremo il coraggio di dirle e di farle dire a tutti coloro che non vogliono semplicemente farsi inghiottire dall’ottusità della logica dell’annientamento? Dovremo fare miracoli coi sordi, i ciechi i muti, come Gesù. E va bene, se ci assiste, faremo anche quelli. 

 Il secondo tratto della nostra preghiera porterà i segni e le parole della vergogna, che accetteremo di condividere e di portare con i più vulnerabili alla odiosa ottusità della guerra. «Signore, noi siamo impressionati della mancanza di vergogna che la guerra di odio riesce a esibire, come se fosse un vanto di identità, una forza d’animo, una prova di coraggio. Ci vergogniamo di non essere stati abbastanza pronti a smascherare la vergogna di questa esibita impudenza. Ci vergogniamo del fatto che il genere umano al quale tutti apparteniamo si aggrappi a discorsi di auto-celebrazione così stupidi e a pulsioni così vergognose. Un’immensa misericordia è necessaria, per far scoprire agli uomini e alle donne di questo tempo la loro vergognosa nudità, bisognosa della tua protezione» (Gn 3, 21). 

 Il cristianesimo, che in molti luoghi conosce a sua volta la brutalità delle deprivazioni e delle persecuzioni, sarà lievito anche in questo. La nostra preghiera per la pace, ormai, dovrà avere, come fattore visibile di testimonianza che l’accompagna, un generoso gemellaggio istituzionale con le comunità cristiane ferite del pianeta. Da cambiare la faccia della Chiesa. Ne dovrà venire uno scuotimento salutare anche per il resto del mondo, che è tentato di mettersi in salvo per proprio conto.

 Avvenire

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lunedì 20 maggio 2024

FANATISMO e CORAGGIO


 Lo Spirito Santo ti dà il coraggio che tu e i tuoi non pensavate di avere, ma non crea fanatici dello scontro con chi è diverso. Lo Spirito Santo crea l’armonia della Chiesa, ma ci salva dal pericolo di diventare replicanti.

 

-        di  Pierangelo Sequeri

 

Proviamo a tirare una riga dritta, che vada a collegare un po’ ruvidamente gli spunti che sono venuti dal papa a Verona, per questa Pentecoste. La guerra non è figlia del coraggio: è figlia del fanatismo. In tutte le sue forme, micro-sociali o macro-geografiche, la scelta dell’aggressione violenta cerca di coprire la vergogna di non avere pretese confessabili e argomentabili.

Il fanatico è un codardo in preda all’esaltazione: cerca di chiuderti la bocca, prima che tu possa chiamare in causa la sua coscienza. Non possiamo certo dire che, in questo momento, non ci sia bisogno di una scossa di disincanto a questo riguardo.

 Tra fanatismo e coraggio lo spessore si è fatto sottile: praticamente inesistente. Per fortuna che la modernità doveva essere l’età della ragione. In realtà, dimentichi dello Spirito, abbiamo finito per scoprire anche un fanatismo della ragione, che non ha niente da invidiare a quello della religione che già conoscevamo. Uno dei rischi più incombenti della cosiddetta IA (“intelligenza artificiale”) è proprio il fatto che essa rappresenta, virtualmente, il modello perfetto di una ragione fanatica (ossia, quella che non vuole sentire altre ragioni se non le sue).

 Il politicamente corretto, l’ossessione woke, la cancel culture, la manipolazione gender, hanno cura di presentarsi come frutti avanzati del “coraggio illuministico” di una psiche che non tollera il “ragionevole contraddittorio”: e perciò giustifica a priori il suo silenziamento, il suo annientamento, la sua eliminazione. Coraggio del pensiero progressivo o codardia della coda di paglia? Ecco un motivo urgente per aprire con forza un varco generoso alla ricomposizione di una civiltà dello Spirito. Dove sapienza del cuore e affezione dell’altro non si separano mai dalle ragioni del vero. E fino a che si tengono insieme, viene scongiurato il pericolo che qualcuna delle tre debba venire sacrificata.

 Lo Spirito infatti è di tempra forte e di manualità fine nella gestione dei contrari: capace di attraversarli senza scandalizzarsi, individuando di volta in volta la postura necessaria alla loro giusta collocazione. Si tratta, a volte, di ammorbidire ciò che è rigido, altre volte di rinforzare ciò che appare cedevole. A volte si tratta di scaldare ciò che è freddo, e altre volte di raffreddare ciò che va in ebollizione.

 La comunità cristiana, in questo momento esatto, deve apprendere di nuovo questa capacità dialettica dello Spirito, riportandola vigorosamente al proprio interno: «Lo Spirito Santo – dice il Papa – è il protagonista della nostra vita». Negli ultimi anni questa evidenza è più che sbiadita. Bisogna decisamente vergognarsi – riconoscere ed espiare – per il grado di fanatismo che è cresciuto dentro la grande comunità ecclesiale. E per dirla proprio tutta, in un mondo dove l’algoritmo socializza l’odio in una misura finora sconosciuta, prorompendo poi nella vita reale in forme ingovernabili, il nuovo inizio dell’evangelizzazione sarà proprio l’azione di uomini e donne coraggiosi che fanno vedere i luoghi in cui lo Spirito è già arrivato (e nessuno gli ha dato retta).

 La Pentecoste spalanca porte e finestre. Gli Apostoli incominciano a parlare, resi coraggiosi e profondi – e al tempo stesso lievi e lieti – dallo Spirito. Prima sorpresa. Ma i loro interlocutori sono stati già dotati dallo Spirito di auricolari speciali, che rendono comprensibile il vangelo nella propria lingua. Seconda sorpresa. La porosità delle culture è infinitamente maggiore – grazie allo Spirito – di quanto i professoroni delle differenze (che i teologi rischiano di imitare) non ci abbiano inculcato finora. Naturalmente, la cosa marcia se dici qualcosa: se fai discorsi che generano storia e cultura, se abiti lo spazio dei tuoi interlocutori e accetti di argomentare di verità: e non soltanto di reclutare aderenti e militanti.

 Dobbiamo forse istituire un premio speciale per ogni comunità cristiana che proclama apertamente di prendere distanza dal fanatismo delle appartenenze e delle tradizioni, per ritrovare il coraggio lieto e roccioso della “conversazione nello Spirito”? La sinodalità punta in questa direzione, a volerla sviluppare: un coraggio della fede che si dedica appassionatamente alla ricerca di tutti i Cornelio (Atti 10) che hanno ricevuto lo Spirito, senza che ancora nessuno glielo abbia confermato, e vanno a ingrossare l’immensa moltitudine di coloro che considerano il giudizio di Dio una questione d’onore. Perché credono nel loro cuore – grazie allo Spirito – che Dio ama senza fare «eccezione di persona». Lo Spirito questo fa, nella storia che rimane prima della venuta del Signore.

 

www.avvenire.it




 

venerdì 5 gennaio 2024

SETTE PAROLE PER IL SINODO

Le domande per imparare a essere cristiani oggi

Con la guida profonda e sensibile di Pierangelo Sequeri  andiamo in cerca dei segnali che orientano la fede dentro la cultura di questo scorcio del nostro tempo nel quale vediamo prevalere fattori di incertezza che sembrano scoraggiare l’esperienza credente. Ogni domenica per otto settimane il celebre teologo milanese, da tempo firma cara ai lettori di Avvenire, ci condurrà alla scoperta della «fede dove non te l’aspetti» attraverso parole-guida offerte a tutti i «cercatori e trovatori».

 

-          di Stefano Jan

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L’intento di queste riflessioni è quello di illuminare i potenziali di lievitazione del seme cristiano nel nuovo contesto dell’epoca. Vasto programma, direte subito voi. E avete perfettamente ragione. Nondimeno, l’obiettivo può apparire scoraggiante, per la fede, solo se lo si concepisce appunto come una specie di programma mondiale di regìa culturale della storia dei popoli. Il cristianesimo, però, non è un programma di leadership o di governance del mondo. Lo è stato, naturalmente (a partire da Carlo Magno, non dall’imperatore Costantino), perlomeno nell’intenzione. L’impresa, come sappiamo, al netto delle superstizioni che ne hanno contraddetto l’ispirazione, ha pur generato una straordinaria avventura dell’Europa della filosofia e del diritto, dell’arte e della musica, della letteratura e della politica, della scienza e della tecnica. Nelle sue luci e nelle sue ombre, ha lasciato un’eredità non ancora del tutto consunta. Però il suo capitale non è più sufficiente a rilanciare il fervore di una creatività capace di aprire futuro per la storia dell’anima fra i popoli. La cosa che impressiona di più è il fatto che la frantumazione del legame sociale, e la crescita di aggressività isterica – individuale e collettiva – appaiono come effetti collaterali della nostra scoperta migliore: la dignità del singolo, la libertà dell’individuo, il rispetto della persona.

Come ha potuto accadere che la valorizzazione della dignità della singola persona, di cui andiamo così fieri, ci abbia condotti a un tale degrado delle relazioni comunitarie, al quale ci stiamo letteralmente rassegnando? Le nascite sono in calo, il desiderio è spento, dicono gli esperti. I poveri crescono, uno su mille ce la fa. La politica è appesa all’economia, l’economia alla tecnica, la tecnica non è appesa a niente: solo a sé stessa. Le stesse democrazie occidentali patiscono ora acutamente gli effetti sociali negativi della loro evoluzione individualistica e competitiva. Ciascuno è riconsegnato ai mezzi di cui dispone per conquistarsi il proprio riconoscimento. E, dunque, è abbandonato a sé stesso. Le generazioni adolescenti stanno interiorizzando questa angosciosa percezione con una rapidità che ancora ci sfugge.

La comunità cristiana, pur così disseminata di commoventi slanci di dedizione, non vede ancora una via nuova (o ne vede troppe). E quindi, cerca di fare quello che può con il linguaggio che ha e con le abitudini che sa. Però, ogni giorno che passa, scopre al suo interno debolezze troppo a lungo occultate, liti troppo furiosamente attizzate, omissioni troppo giulivamente trascurate. Cerco dunque di mettermi dalla parte del “noi” che corrisponde al cristiano comune di “oggi” (includendo anche il sacerdote, il religioso e la religiosa, in questo caso), il quale cerca di vivere il cristianesimo che c’è, nella cultura che c’è, al meglio che può. E cerco di farlo riaprendo l’autoreferenzialità di un gergo troppo ecclesiastico, con qualche parola-comune che possa restituire vitalità alle parole chiave della lingua cristiana.

In questo sforzo di immedesimazione mi lascio provocare dalla sollecitazione di papa Francesco a cercare una “sinodalità” ecclesiale che ritrovi l’allegria della fede che Gesù regala a chi non ha niente. Il tesoro è nel campo, certamente, ma bisogna scavare nei punti giusti: altrimenti uno si trova solo un campo pieno di buche, e si deprime. Intendo questa sinodalità – “camminare insieme” – come il riflesso e l’illuminazione credente della “complicità” umana e affettiva in cui si riconosce la sterminata maggioranza degli individui-massa che vengono illusi e disillusi dai signori della guerra, dai mercanti del tempio, dai politici della crescita, dai tecnici dell’innovazione, dai pubblicitari del progresso. Penso che dobbiamo dedicare più affetto ai milioni che, pur non coltivando nessuna ambizione di avere un ruolo “regale, profetico e sacerdotale”, per il quale si sentono umilmente impreparati, si riconoscono tuttavia amati da Dio e si sforzano di seguire Gesù. E non si sottraggono alla testimonianza di speranza e di amore che apprendono dal Vangelo di Gesù e ammirano nei suoi discepoli migliori.

Non è forse in questo modo che il cristianesimo mette il sapore di un sale non scipito nell’insipida zuppa della storia? Forse qualcuno è un po’ samaritano, qualcuno fin troppo pubblicano. E allora? Lo Spirito non è forse arrivato da Zaccheo, da Cornelio, dalla donna samaritana e dal centurione romano assai prima che arrivassimo noi? Imparare a cercare la fede anche dove non ci aspettiamo di trovarla – Gesù non faceva altro – è un esercizio che può rivelarsi salutare per la riscoperta della fede che abbiamo già trovato. I miei punti di osservazione sono sette parole, che adopero come il bastoncino del rabdomante: il futuro; le élites; i molti; l’intesa; l’onore; la prova; l’attesa. Vediamo cosa trovano.

La prima parola è il “ futuro”, che non è più quello di una volta. Insistendo sul tempo biblico-lineare del regno di Dio, siamo diventati inconsapevolmente debitori della pubblicità- progresso? Di fatto, del destino che accomuna gli umani dell’intera storia i nostri figli non sentono più neppure una parola. La prossima generazione super-tecnologica sarà forse più vicina al regno di Dio? La seconda parola è élite, argomento di grandi dispute socio-politiche, apparentemente. Il nostro tema sarà questo: la questione non è la mediazione delle élites – ecclesiastiche o laiche che siano –: il problema è la sostituzione, ossia il sequestro del cristiano impeccabile, e dell’umano realizzato in una comunità sempre più ristretta e selezionata dei salvati (perché perfettamente osservanti, o perché abbastanza ricchi, o perché meglio armati, dipende). E per i sommersi, pazienza.

La terza parola è i molti. Le società evolute, le chiese perfette, contengono le nuove moltitudini planetarie di individui, che non sono più di nessuna tribù, o le respingono? Sono allegramente inclusive e colorate o sempre più selettive e grigie? La quarta parola sarà l’intesa. Qui si ragionerà sul fiuto spirituale, ossia sulla sensibilità umana per la consolazione di una complicità appassionatamente solidale dell’umano che è comune: oltre le lingue, le etnìe, le politiche, le religioni. Fiuto scoraggiato, fiuto pervertito, fiuto lietamente ritrovato e condiviso. La quinta parola è l’onore. L’ipotesi di partenza è questa: l’avvilimento e l’umiliazione dell’altro è la madre di tutti i delitti. L’umiliazione e l’avvilimento di Dio, che falsifica la sua complicità con l’umano, lo ferisce nell’onore. Peccato contro lo Spirito, a Dio insopportabile (proprio come la mortificazione del prossimo).

La sesta parola è la prova. L’iniziazione alla vita è iniziazione alla giustizia dell’amore: passa attraverso la prova, vive la cognizione del dolore. Lasciare solo l’altro, in questa iniziazione, è la malattia mortale della comunità umana: il giudizio e la salvezza di Dio si decidono qui. La settima parola sarà attesa. Il compimento dell’avventura umana con «la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», secondo la bella espressione del Credo liturgico (più bella di tutti i nostri ispidi trattati teologici su morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso), significa che Gesù desidera che tutti e tutte abbiano la possibilità di partecipare alla vita di un mondo realmente riconciliato dalle sue ferite e onorato per le sue lacrime (della quali, troppo spesso, siamo responsabili).

Fino ad allora, non lasceremo indietro nessuno per sopravvivere meglio, e non faremo sacrifici umani per assicurarci una razza superiore. E non malediremo la vita come se fossimo gli unici a patirne le ingiustizie. Meno retorica e più umiltà, nel condividere l’attesa di riscatto che accomuna gli umani e non si estingue con la morte, non ci faranno che bene. La fede va chiesta a Dio gentilmente, per tutti. E dove meno te l’aspetti, sarà trovata.​

 

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