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sabato 3 settembre 2022

SCOPRENDOCI AMATI


 -Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.-

 + Dal Vangelo secondo Luca  - 

Lc 14,25-33

- In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

 Commento di p. Paolo Curtaz

Un po’ per convinzione, un po’ per abitudine, un po’ perché non si sa mai e, tutto sommato, il cristianesimo porta in sé una discreta dose di credibilità. E poi che tenero è Gesù. E un po’ ci hanno sempre insegnato così. E poi è comodo, in fondo.

È difficile pensare alle cose di Dio, come già fa notare l’autore del testo della Sapienza, unico libro della Bibbia che cerca di usare linguaggio e ragionamenti che occhieggino ai greci, i cittadini del mondo dell’epoca.

Difficile perché, immagine magnifica usata dall’autore alessandrino, il corpo appesantisce l’anima.

Quindi evviva se qualcuno ci fa il riassunto. Se altri hanno riflettuto prima di noi. Se non dobbiamo sbatterci troppo a cercare Dio e ci viene proposto già precotto e masticato. Evviva!

È simpatico Gesù. Poi guarisce, d’ogni tanto. E tutto sommato poco esigente, vuoi mettere col mese di digiuno (fatto seriamente) dei musulmani? Insomma, ci sta. Siamo cristiani. Abbastanza, insomma.

Poi.

Poi Gesù si volta verso la folla numerosa. E parla. Spiega cosa intende quanto dice di essere venuto a portare il fuoco sulla terra. Cosa significa diventare discepolo di uno come lui. Vabbè.

Di più

Seguire il fuoco significa incendiarsi d’amore. Seguire uno come lui, disposto a donarsi totalmente, a percorrere i quattro confini della terra per raccontare con le parole e con la vita chi è davvero Dio, significa voltare pagina, salire una vetta. Allora chiede, Gesù, osa. Chiede di essere amato di più.   Chiede di essere amato perché esiste l’amore, che tutti conosciamo, che è epifania divina, che è esperienza totalizzante e struggente di Dio riflesso nelle persone e nelle situazioni. Ed esiste un amore più grande, quello del dare vita. Quello che Gesù ci ha svelato. E che in lui possiamo sperimentare.

È esigente, sì, e finanche presuntuoso, il Signore. Ma perché può mantenere ciò che promette. Lui può amare di più. Può donare un amore più grande.

Più grande del più grande amore che abbiamo vissuto o che mai potremo sperimentare.

Chiede perché lui per primo dona.

Non c’è spazio per i tiepidi. O per i superficiali. O per i calcolatori. Niente bilancino per pesare quanto diamo per poter esigere da Dio in controparte, col Signore.

Ecco, qualcuno, fra i molti che lo seguono, abbassa lo sguardo, si ferma. Non scherziamo.

La propria croce

Seguire Gesù significa portare la propria croce. E qui ci rassicuriamo. Vittime come siamo di ogni disgrazia, silenziosi penitenti reietti, santi in pectore rassegnati a soffrire come Gesù ci chiede… Figli di una spiritualità crocefissa, autolesionista, piangente. Così felicemente fermi al Venerdì Santo che quasi ci scordiamo della Pasqua. Figli della croce più che del crocefisso risorto. Solo che non abbiamo capito nulla di quanto Gesù dice. Nulla. Nada. Nothing.

Ha appena parlato d’amore. Di un amore più grande. Da ricevere e da restituire. L’amore ha a che fare con la croce. Cioè col dono totale di sé.

Il primo a parlarne è Marco (Mc 8.34-35) quando, a Cafarnao, Gesù spiega in che modo sarà Messia. È disposto a morire pur di non rinnegare il volto del Padre. Pur di non cambiare idea. E così sarà. Allora chiede ai discepoli di essere disposti anch’essi a seguirlo in questo compito così impegnativo, anche a costo della propria morte.

Questa è la croce da prendere: la testimonianza del volto del Padre anche a costo della stessa vita. Seguire il fuoco, l’Amato significa avvicinarsi alla testimonianza radicale del dono di sé.

Quindi (e mi sgolo nel ripeterlo): Dio non manda le croci. Mai.

E, potendolo, Gesù stesso avrebbe volentieri evitato quella testimonianza definitiva e tragica. Noi ci diamo le croci, gli uni gli altri, con i nostri giri di testa, le nostre paranoie, i nostri vittimismi. La croce non è una disgrazia accolta che rende felice Dio. Dio non ama la sofferenza. Mai. Se la vita ci mette davanti ad una testimonianza di dolore, questi va superato, non idolatrato. Non alziamoci ogni mattina felici di carteggiare la croce pensando di rallegrare Dio!

Il nostro è un Dio felice che ci vuole felici. E che ci lascia liberi. E l’amore, donandosi, si scorda di sé, diventa sacrificio, cioè sacum facere, rende sacro qualcosa. Ti amo anche quando mi ignori o mi disprezzi, amo mio figlio neonato anche se non mi fa dormire. E quel biberon che preparo nel cuore della notte mi pesa, mi costa, ma lo faccio ugualmente, diventa un fare sacro.

Fatti due conti

Ecco, i patti sono chiari, evidenti. Fatti due conti. Una religiosità che si esaurisce in quattro buone parole, in qualche distratta celebrazione, in un atteggiamento religioso che si esaurisce alla prima difficoltà, non è il fuoco di cui parla Cristo.

Fatti due conti, perché seguire uno così significa ribaltare la vita, convertirsi sul serio o, almeno, desiderarlo. E questi tempi amari stanno setacciando i nostri cuori. Facendoci capire se stiamo seguendo la rissosa logica del mondo o la rivoluzione mite portata da Cristo. Siate realisti, chiedete l’Impossibile, come scriveva Camus. Osa Gesù, folle presuntuoso.

È bellissimo amare, essere riamati, avere degli affetti e godere delle gioie legittime. Eppure, lui è di più. Più della più grande gioia che abbiamo vissuto e che mai vivremo.

Cambiamenti

Così facendo la nostra vita, da ora, cambia di prospettiva. Mettere la ricerca del tutto, la ricerca di Dio al centro della nostra vita, ci fa divenire persone nuove. Ne sa qualcosa Filemone, simpatico cristiano delle origini, cui Paolo indirizza un biglietto di accompagnamento rimandandogli uno schiavo che si era rifugiato presso l’apostolo.

 Paolo invita Filemone ad uscire dalla logica di questo mondo, padrone-schiavo, per entrare nella logica del Regno, fratello-fratello. Paolo non lo sa, ma in questo piccolo biglietto pianta il seme che diventerà l’albero dell’abolizione della schiavitù.

Cerchiamo Dio, allora.

Non quello piccino delle nostre paure, dei nostri deliri, delle nostre ossessioni. Del buon senso, della religiosità popolare che non cambia la vita, quello che benedice le nostre idee. Quello magnifico del Signore Gesù. Più grande della più grande gioia che siamo in grado di vivere.

Scoprendoci amati.

 Cerco il tuo volto

sabato 25 settembre 2021

SE IL SALE DIVENTA INSIPIDO

 -

 - 26 settembre 2021 -

- Mc 9,38-50


- XXVI Domenica nell’anno


- Commento di Luciano Manicardi

- In quel tempo 38Giovanni disse: a Gesù «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi. 41 Chiunque, infatti, vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. 42Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. [ 44] 45E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. [ 46] 47E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, 48doveil loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 49 Ognuno, infatti, sarà salato con il fuoco. 50Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri»

Il brano evangelico di questa domenica si apre in modo improvviso presentando in primo piano sulla scena Giovanni che si rivolge a Gesù parlando alla prima persona plurale, dunque a nome del gruppo dei discepoli. Gesù ha appena tenuto il discorso sul farsi ultimo di tutti e servo di tutti da parte di chi volesse essere il primo nella comunità, ha appena parlato di accoglienza (Mc 9,35-37), e Giovanni, dando prova di quella che un esegeta ha chiamato “una sordità assordante”, esibisce come un vanto davanti a Gesù l’impresa di aver tentato con insistenza e ripetutamente di impedire a uno sconosciuto di cacciare dei demoni perché lo faceva nel nome di Gesù, ma non facendo parte del gruppo dei Dodici (Mc 9,38). I discepoli hanno appena ascoltato parole sull’accogliere e compiono gesti di esclusione e rifiuto. Giustificati, nelle parole di Giovanni, dal fatto che quest’uomo usurperebbe il nome di Gesù. Ma dalle parole di Giovanni emerge anche un’altra motivazione. Giovanni dice che quest’uomo “non ci seguiva” (Mc 9,38). Dove la sequela è intesa non solo in rapporto a Gesù, ma ai discepoli stessi. I quali mostrano così la pretesa di impadronirsi della comunità, di farla loro, di rendersene signori, di renderla una loro personale impresa. Rischio sempre presente nelle vite comunitarie da parte di chi sente di poter avanzare titoli di qualche tipo. Ma io penso che dietro alle parole di Giovanni ci sia anche un’altra motivazione. Non detta, anzi, indicibile, nascosta. I discepoli si sono appena rivelati incapaci di scacciare un demonio da un ragazzo posseduto da uno spirito muto e sordo (Mc 9,14-29; soprattutto la dichiarazione di impotenza del v. 28: “Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?”). E questo è avvenuto a loro che seguono Gesù e costituiscono la sua comunità. Ebbene, costoro adesso vedono che uno sconosciuto riesce là dove loro hanno fallito. Emerge la dinamica invidiosa, anch’essa una piaga tipica delle vite comunitarie e in genere delle vite associate. L’invidia è una passione sociale perché abbisogna sempre di altri o almeno di un altro. L’invidia si chiede: perché lui sì e io no? E vedendo l’impossibilità per sé di essere o di fare come l’altro, ecco che essa cerca di proibire all’altro di essere ciò che è o di fare ciò che fa. Se noi non siamo stati capaci di scacciare un demonio e costui, che nessuno sa chi sia, ci riesce, noi possiamo abbassare lui al nostro livello, possiamo impedirlo, possiamo dirgli che non può fare ciò che fa. L’invidia nasce sempre da un’impotenza. L’invidioso dice: restando me stesso, io voglio ciò che tu hai e che tu sei, e che hai e sei in virtù del fatto che tu sei tu e non me. Così, l’impotenza da cui scaturisce l’invidia diventa l’impossibile del suo scopo. All’origine dell’invidia vi è l’impotenza, come fine vi è un impossibile; il percorso non può che essere una sofferenza indicibile. L’invidioso, in verità, non accetta di essere ciò che è, rifiutando di accogliere i propri limiti. L’invidia vede nella riuscita dell’altro una diminuzione di sé; ciò che l’altro ha o è viene sentito come sottrazione a sé e come impossibilità di raggiungere lo stato in cui l’altro è installato. L’invidia poi si nutre anche di attrazione quasi irresistibile nei confronti dell’oggetto invidiato e verso cui si prova anche avversione e odio. Sì, in Giovanni sembrano emergere elementi significativi di un vissuto interiore di frustrazione e di invidia.

Ma Gesù stronca sul nascere questi sentimenti che nelle parole di Giovanni si rivestono di sentimenti pii verso Gesù, di difesa del suo santo nome, e di zelo e di rigore verso chi è fuori dal giro della comunità. In verità, dietro sembra esserci anche la pretesa di essere gli unici detentori di quel nome, di averne l’esclusiva e usarlo come un potere e un diritto. Del resto, è strano anche il modo in cui Giovanni si presenta a Gesù a dirgli ciò che lui e i discepoli facevano. Non gli chiede nulla, ma solo gli racconta un episodio: perché? Con quale scopo? La risposta di Gesù che proibisce di proibire, mostra che Gesù non si sente minimamente minacciato dalla presenza di un uomo che fa riferimento al suo nome per compiere il bene. Con la sua risposta, Gesù chiede ai discepoli di aver fiducia, di non aver paura. Per lui non è decisivo il criterio dell’appartenenza al gruppo dei Dodici per l’abilitazione a compiere il bene nel suo nome. È talmente aperta la sua concezione della comunità che arriva a dire che chi non è contro è per (Mc 9,40). La non opposizione è già vista da Gesù come aperto favore. Criterio posto da Gesù è il parlare bene o male di lui: “Chi nel mio nome compie il bene non può subito dopo parlare male di me” (cf. Mc 9,39). Dunque, questi non sarà un detrattore della via percorsa da Gesù, del cammino cristiano, un bestemmiatore del nome. Gesù mostra fiducia nella potenza del nome come forza benefica che agisce ben oltre i confini comunitari. Il nome ha una forza benedicente che influenza chi lo pronuncia, il quale non potrà, almeno subito, parlar male di Gesù. Così, con poche parole, Gesù capovolge la logica e lo sguardo dei discepoli, di Giovanni in specie: dal noi contro gli altri, si passa agli altri che, non essendo contro di noi, sono per noi. Di più. Gesù mostra i discepoli come beneficiari della bontà e dei gesti di carità degli altri (“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome …”: Mc 9,41). Insegnando così a cambiare sguardo: a vedere se stessi non come centro del mondo a cui gli altri si devono piegare, ma come destinatari del bene che altri fanno loro. Ecco, dunque, che Gesù presenta gli altri non come persone da cui guardarsi, ma come coloro che possono testimoniare l’amore e la gratuità di Cristo ai seguaci di Cristo stesso. Ciò che viene chiesto da Gesù è un mutamento dello sguardo. Passare dallo sguardo invidioso allo sguardo capace di gratuità e amore. Invidiare (in-videre) significa proprio guardare torvo, guardare di traverso, ma significa in profondità non vedere più correttamente né la realtà né gli altri né se stessi. Significa avere una visione alterata della realtà, dunque anche della comunità e della vita. Dal nostro testo emerge con forza una dimensione diappartenenza e identità del gruppo dei discepoli giocate in maniera esclusiva ed escludente. E affiora immediatamente, infatti, anche la dimensione dell’inimicizia: i discepoli, di fatto, vedono nell’esorcista sconosciuto, un nemico. Da punto di vista ermeneutico possiamo affermare che il rapporto chiesa-nemico si situa all’interno di una fondamentale polarità. Da un lato, se la chiesa vive la radicalità evangelica e lo spirito delle beatitudini, non può non conoscere persecuzioni e inimicizie a causa del Nome di Cristo; dall’altro, la stessa radicalità evangelica impedisce alla chiesa di fabbricarsi dei nemici, di entrare in regime di inimicizia con gli uomini non credenti o di dar nome di nemico ad “altri”, a categorie di persone o a gruppi umani che semplicemente sono segnati da diversità o estraneità. Sul problema dell’inimicizia la chiesa gioca la sua capacità di assumere e gestire, positivamente o meno, il problema dell’alterità e della differenza al proprio interno e di fronte a sé.

Il discorso sullo scandalo (Mc 9,42-48), che segue il dialogo di Gesù con Giovanni e i discepoli, di fatto indica il rischio per il gruppo dei discepoli, quindi per la chiesa stessa, di divenire scandalo e inciampo per altri. In particolare per “i piccoli che credono in me” (Mc 9,42) e che non sono i bambini, ma i credenti dalla fede debole, dalla fede semplice. Per evitare lo scandalo il cristiano ricordi che la Potenza e la Presenza del Signore non sono suo monopolio, ma sono suscitate dallo Spirito e noi, afferma il Vaticano II, “dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” (GS 22). L’espressione “nel modo che Dio conosce” dice che nemmeno la chiesa può pretendere questa conoscenza, pena il ridurre Dio a idolo e il divenire occasione di scandalo, cioè inciampo e ostacolo al cammino dell’uomo verso Dio. Certamente la prima accezione delle parole di Gesù sullo scandalo è comunitaria, e intravede la possibilità che un corpo comunitario si opacizzi al punto da non essere più trasparenza della presenza di Cristo. Ma tali parole hanno anche una valenza personale: occorre vigilare sul proprio agire (mani: Mc 9,43), sul proprio comportamento (piedi: Mc 9,45) e sulle proprie relazioni (occhi: Mc 9,47) per non divenire un ostacolo alla vocazione e al cammino di fede dell’altro.

Il discorso di Gesù, che si svolge sul registro del paradosso, afferma che occorre il coraggio della rinuncia a ciò che può ostacolare l’ingresso nel Regno, ingresso che avviene non a partire da un di più o da un pieno, ma da un vuoto, da una mancanza, da una povertà. Abbiamo qui l’esigenza di un’ascesi, di una lotta, di un duro combattimento contro le tendenze che portano l’uomo a un comportamento e una relazionalità antievangelici. Tagliare e cavare (lett. “gettare”) non sono disumane direttive da applicarsi letteralmente, ma indicazioni realistiche di una lotta da combattere ogni giorno per purificare il proprio cuore e vivere il vangelo con maggiore libertà. C’è un perdere la vita che è essenziale per trovarla in Cristo (cf. Mc 8,35).

Monastero di Bose


 

giovedì 24 dicembre 2020

ADULTESCENTI E ORFANANZA

L’importanza 

di essere padri 

per aiutare 

a diventare grandi

Un modello sbilanciato sulla soddisfazione e sul piacere personale non può favorire comportamenti responsabili e maturi.   Essere «adultescenti» condanna i giovani.

 Va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può emergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé». Ma questo si fa offrendo e chiedendo molto Ha ragione papa Francesco quando dice che c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi»

di LELLO PONTICELLI

 

Su questo giornale, a novembre, un gran pedagogista come Giuseppe Bertagna ha ricordato che le emergenze sanitaria ed economica a motivo della pandemia «sono paradossalmente meno gravi di quella pedagogica». E ha chiesto un “mea culpa” in generale degli adulti. Papa Francesco, nella recente lettera Patris corde specifica ancor più: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre... Anche nella Chiesa c’è bisogno di padri». Queste “provocazioni” inducono a riflettere e a segnalare alcune carenze che sembrano essere alla base della «orfananza» di tanti figli (papa Francesco), per offrire qualche spunto per una paternità più responsabile.

Primo: scarseggiano proposte educative che invitano i ragazzi a “puntare in alto”, a ribellarsi a una vita mediocre: sembra che stiamo educando «polli di allevamento » e non «aquile» (A. De Mello). Secondo: è venuta meno l’autorevolezza e la testimonianza da parte degli adulti, anzi, spesso c’è molto cattivo esempio. Troppi sono i padri assenti, complici, “mammi”, deboli modelli di identificazione, in famiglia come anche nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Terzo: mi pare carente la proposta di motivi e valori che appassionino il cuore e riempiano il vuoto che i giovani si portano dentro. Un vuoto, attenzione, che spesso dipende dalla mancanza di senso e non per forza da traumi psichici. Queste tre carenze mi pare stiano lasciando le giovani generazioni senza pathos – tanti, infatti, si rifugiano nell’apatia – e senza logos – tanti “sparano fuori” gli impulsi del momento ( acting-out), con poca capacità di decisioni ponderate e con scarso autocontrollo.

In epoca di pandemia, anche da voci laiche e con un vocabolario simile a un “quaresimale”, abbondano gli appelli ad avere comportamenti ispirati a sacrificio, rinuncia, prudenza, astinenza, capacità di resistenza-resilienza, essenzialità, rispetto per gli anziani, capacità

di “stringere la cinghia”, senso del dovere etc. Ma queste condotte non spuntano come i funghi, bensì esigono un vero e proprio allenamento e sono il frutto di uno stile educativo che da tempo sembra essere stato emarginato dalla cultura predominante: l’atteggiamento del lasciar correre ( laissez faire), rispetto a quello di una sana pro-vocazione, è di gran lunga il più adottato in tutti gli ambienti (forse perché più comodo?). Perché, allora, meravigliarsi di quanto è accaduto in estate o anche di recente, nonostante il numero dei contagi e dei morti? Pensate che nelle prossime festività andrà meglio? Lo spero, ma ne dubito! Certo, per l’educazione c’è bisogno di tempi lunghi, ma se il modello e lo stile educativo prevalente non vengono messi in discussione neanche con le provocazioni dell’attuale realtà, l’aumento di “adultescenti” è destinato a crescere e avremo sempre più generazioni con difficoltà nel far fronte alle prossime sfide.

Un modello educativo tutto sbilanciato sulla propria soddisfazione e sul piacere come può favorire comportamenti responsabili e maturi? Spesso ai ragazzi e ai giovani è stato fatto passare il messaggio che il divertimento è una priorità, quasi un obbligo ed è da “sfigati” non approfittarne. Allora perché mai dovrebbero saper rinunciare? Se non aiutiamo a capire che, per dirla con il saggio Qoelet, c’è un tempo per la gratificazione e uno per la frustrazione; un tempo per il “sì” e un tempo per il “no”; che il piacere deve fare i conti con il dovere; che il “tu” e il “nostro” chiedono che si metta da parte l’“io” e il “mio”; se non educhiamo a un sano senso di colpa e rimorso quando si fa qualcosa di male a danno degli altri o di se stessi, perché stracciarsi le vesti dinanzi alle scene che quotidianamente sono sotto i nostri occhi e che assai probabilmente si ripresenteranno durante le prossime festività natalizie?

Invece di criticarli, ai giovani va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può e- mergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé» (P. Vitz): ma questo si fa offrendo e chiedendo molto, proponendo valori forti e motivazioni fondate, dialogate e accompagnate da esemplarità discrete ma evidenti; altrimenti le critiche sono ipocrisia e moralismo. La pandemia offre agli educatori, soprattutto ai “padri”, tante sfide importanti su cui ingaggiare un confronto educativo: la sfida dei limiti, della routine e della noia, del silenzio e della solitudine, della deprivazione e delle asperità, delle sofferenze del lutto. Noi adulti, soprattutto noi “padri”, stiamo aiutando e accompagnando bambini, ragazzi, giovani a confrontarsi con tutto questo in maniera intelligente, proporzionata, ma senza giocare al risparmio, senza sostituirci alla loro fatica e senza anestetizzare il dolore che l’accompagna? Non è soprattutto su questo che la paternità deve uscire maggiormente allo scoperto nel suo ruolo insostituibile, che integra quello della maternità, senza scimmiottarlo né sostituirlo? Non ci sono ricette, ma non possiamo non farci queste domande. Sommessamente vorrei, poi, suggerire come interessanti obiettivi educativi anche in tempo di pandemia, quelli che un grande psicologo, Daniel Goleman, suggerisce per educare una solida «intelligenza emotiva» e che offrono non pochi elementi di convergenza con alcuni spunti della pedagogia delle cosiddette virtù cardinali: «...autocontrollo, entusiasmo e perseveranza, capacità di auto-motivarsi e tenere a freno un impulso; la capacità di leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona; di gestire senza scosse le relazioni con gli altri, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare... E queste capacità possono essere insegnate ai bambini! ». Non pensate che tutto questo esiga e susciti una paternità integrata e responsabile? Ha ragione papa Francesco: c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi». Soprattutto di non lasciarli orfani di padri.

 *Sacerdote e psicologo

www.avvenire.it

 

 


 

sabato 7 settembre 2019

CHI NON RINUNCIA ......

Una folla numerosa seguiva Gesù.

Lc 14, 25-33
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: "Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro".
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Commento di p. Paolo Curtaz

Una folla numerosa ...... ancora oggi, in teoria.
Un po’ per convinzione, un po’ per abitudine, un po’ perché non si sa mai e, tutto sommato, il cristianesimo porta in sé una discreta dose di credibilità. E poi che tenero è Gesù. E un po’ ci hanno sempre insegnato così. E poi è comodo, in fondo.
È difficile pensare alle cose di Dio, come già fa notare l’autore del testo della Sapienza, unico libro della Bibbia che cerca di usare linguaggio e ragionamenti che occhieggino ai greci, i cittadini del mondo dell’epoca.
Difficile perché, immagina magnifica usata dall’autore alessandrino, il corpo appesantisce l’anima.
Quindi evviva se qualcuno ci fa il riassunto. Se altri hanno riflettuto prima di noi. Se non dobbiamo sbatterci troppo a cercare Dio e ci viene proposto già precotto e masticato. Evviva!
È simpatico Gesù. Poi guarisce, d’ogni tanto. E tutto sommato poco esigente, vuoi mettere col mese di digiuno (fatto seriamente) dei musulmani?
Insomma, ci sta. Siamo cristiani. Abbastanza, inso
Poi.
Poi Gesù si volta verso la folla numerosa. E parla.
Spiega cosa intende quanto dice di essere venuto a portare il fuoco sulla terra.
Cosa significa diventare discepolo di uno come lui. Vabbè.

Di più.  Seguire il fuoco significa incendiarsi d’amore. Seguire uno come lui, disposto a donarsi totalmente, a percorrere i quattro confini della terra per raccontare con le parole e con la vita chi è davvero Dio, significa voltare pagina, salire una vetta. Allora chiede, Gesù, osa. Chiede di essere amato di più. Chiede di essere amato perché esiste l’amore, che tutti conosciamo, che è epifania divina, che è esperienza totalizzante e struggente di Dio riflesso nelle persone e nelle situazioni. Ed esiste un amore più grande, quello del dare vita. Quello che Gesù ci ha svelato. E che in lui possiamo sperimentare. È esigente, sì, e finanche presuntuoso, il Signore. Ma perché può mantenere ciò che promette.  Può amare di più. Un amore più grande. Più grande del più grande amore che abbiamo vissuto o che mai potremo sperimentare. Chiede perché lui per primo dona. Non c’è spazio per i tiepidi. O per i superficiali. O per i calcolatori. Niente bilancino per pesare quanto diamo per poter esigere da Dio in controparte, col Signore. Ecco, qualcuno, fra i molti che lo seguono, abbassa lo sguardo, si ferma. Non scherziamo.

La propria croce. Seguire Gesù significa portare la propria croce.  E qui ci rassicuriamo. Vittime come siamo di ogni disgrazia, silenziosi penitenti reietti, santi in pectore rassegnati a soffrire come Gesù ci chiede… Solo che non abbiamo capito nulla di quanti Gesù dice. Nulla. Nada. Nothing.  Ha appena parlato d’amore. Di un amore più grande. Da ricevere e da restituire.  L’amore ha a che fare con la croce. Cioè col dono totale di sé. Il primo a parlarne è Marco (Mc 8.34-35) quando, a Cafarnao, Gesù spiega in che modo sarà Messia. È disposto a morire pur di non rinnegare il volto del Padre. Pur di non cambiare idea. E così sarà.  Allora chiede ai discepoli di essere disposti anch’essi a seguirlo in questo compito così impegnativo, anche a costo della propria morte.  Questa è la croce da prendere: la testimonianza del volto del Padre anche a costo della stessa vita.  Seguire il fuoco, l’Amato significa avvicinarsi alla testimonianza radicale del dono di sé.  Quindi (e mi sgolo nel ripeterlo): Dio non manda le croci. Mai.  E, potendolo, Gesù stesso avrebbe volentieri evitato quella testimonianza definitiva e tragica.  Noi ci diamo le croci, gli uni gli altri, con i nostri giri di testa, le nostre paranoie, i nostri vittimismi. La croce non è una disgrazia accolta che rende felice Dio. Dio non ama la sofferenza. Mai.   E Gesù stesso, salendo sulla croce, è risorto.   Se la vita ci mette davanti ad una testimonianza di dolore, questi va superato, non idolatrato.  Non alziamoci ogni mattina felici di carteggiare la croce pensando di rallegrare Dio!

Fatti due conti. Ecco, i patti sono chiari, evidenti. Fatti due conti. Una religiosità che si esaurisce in quattro buone parole, in qualche distratta celebrazione, in un atteggiamento religioso che si esaurisce alla prima difficoltà, non è il fuoco di cui parla Cristo.  Fatti due conti, perché seguire uno così significa ribaltare la vita, convertirsi sul serio o, almeno, desiderarlo.  E questi tempi amari stanno setacciando i nostri cuori. Facendoci capire se stiamo seguendo la rissosa logica del mondo o la rivoluzione mite portata da Cristo.  Siate realisti, chiedete l’Impossibile, come scriveva Camus.  Osa Gesù, folle presuntuoso.  È bellissimo amare, essere riamati, avere degli affetti e godere delle gioie legittime.  Eppure lui è di più. Più della più grande gioia che abbiamo vissuto e che mai vivremo.

Cambiamenti. Così facendo la nostra vita, da ora, cambia di prospettiva.  Mettere la ricerca del tutto, la ricerca di Dio al centro della nostra vita, ci fa divenire persone nuove.  Ne sa qualcosa Filemone, simpatico cristiano delle origini, cui Paolo indirizza un biglietto di accompagnamento rimandandogli uno schiavo che si era rifugiato presso l’apostolo.  Paolo invita Filemone ad uscire dalla logica di questo mondo, padrone-schiavo, per entrare nella logica del Regno, fratello-fratello. Paolo non lo sa, ma in questo piccolo biglietto pianta il seme che diventerà l’albero dell’abolizione della schiavitù.

 Cerchiamo Dio, allora.  Non quello piccino delle nostre paure, dei nostri deliri, delle nostre ossessioni.  Del buon senso, della religiosità popolare che non cambia la vita, quello che benedice le nostre idee. Quello magnifico del Signore Gesù.
Più grande della più grande gioia che siamo in grado di vivere.





domenica 29 gennaio 2017

LA VIRTU' DELL'ESSENZIALITÀ'

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» 

          Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri – dei poveri in spirito – ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. 
          Riguardo ai beni, ai beni materiali, questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace. Più ho, più voglio; più ho, più voglio: questa è la consumazione vorace. E questo uccide l’anima. E l’uomo o la donna che fanno questo, che hanno questo atteggiamento “più ho, più voglio”, non sono felici e non arriveranno alla felicità. Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, docilità alla sua signoria: è Lui, il Signore, è Lui il Grande, non io sono grande perché ho tante cose! E’ Lui: Lui che ha voluto il mondo per tutti gli uomini e l’ha voluto perché gli uomini fossero felici.
       Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su se stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui.        Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane.         
     I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. 
       Questo vorrei sottolinearlo: privilegiare la condivisione al possesso. Sempre avere il cuore e le mani aperte (fa il gesto), non chiuse (fa il gesto). Quando il cuore è chiuso , è un cuore ristretto: neppure sa come amare. 
         Quando il cuore è aperto , va sulla strada dell’amore".
Papa Francesco - 29 gennaio 2017