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domenica 19 ottobre 2025

WCNSF - L'ABBANDONO

 


A Gaza 5 lettere

 sul braccio dicono

 se un bimbo 

ha perso tutto


L'acronimo Wcnsf segnala se un bambino ferito è sopravvissuto senza familiari. Unicef: sono 2.596 i piccoli rimasti senza entrambi i genitori, sono saltate tutte le reti di aiuto per l'infanzia

-di Riccardo Michelucci

 Appena cinque lettere. Un acronimo scarno, ma agghiacciante: Wcnsf (Wounded Child, No Surviving Family, ovvero “Bambino ferito, nessun familiare sopravvissuto”). Da alcuni mesi, a Gaza, gli operatori sanitari hanno cominciato a scriverlo sulle braccia degli orfani palestinesi per segnalare che sono sopravvissuti ai bombardamenti ma hanno perso tutto: genitori, fratelli, parenti. Non hanno più alcun familiare in vita. È un’etichetta di disperazione, un codice d’identità necessario a non perderli nel flusso continuo dei feriti e degli sfollati. Un segno sul braccio che nasce dal bisogno di ricordare chi sono, perché non c’è più nessuno che possa farlo per loro.

Secondo i dati Unicef aggiornati all’inizio di settembre, 2.596 bambini hanno perso entrambi i genitori mentre altri 53.724 sono rimasti orfani del padre o della madre. Ma dietro alla fredda contabilità delle cifre ci sono storie come quella di Wesam, tre anni, che il 13 agosto stava dormendo con i genitori, i nonni e il fratellino quando la loro casa di famiglia a Gaza City è stata bombardata. Wesam è l’unica sopravvissuta ma ha riportato gravi ferite alla gamba e all’addome, oltre a lesioni al fegato e a un rene. L’Unicef ha dichiarato che la bambina dovrebbe essere evacuata con urgenza all’estero per ricevere cure avanzate che le consentano di salvare la gamba sinistra dall’amputazione.

Gli operatori sanitari hanno sempre più difficoltà a fornire cure per le ferite fisiche dei bambini e con il crollo di gran parte delle istituzioni sociali, solo piccole reti comunitarie e gruppi umanitari continuano a prendersi cura dei bambini orfani o cercano di rintracciare eventuali parenti sopravvissuti. L’Ong britannica War Child è una delle poche organizzazioni umanitarie ancora presenti sul campo che ricevono chiamate dalle cliniche d’emergenza riguardo ai casi Wcnsf. I suoi assistenti sociali perlustrano i campi di sfollati alla ricerca di bambini non accompagnati e cercano di affidarli ad adulti disposti a prendersene cura. Ma è estremamente difficile trovare famiglie in grado di accogliere bambini in un contesto di grave carenza alimentare, e trasportare un bambino ferito è molto costoso.

«Questo è il primo scenario bellico che ha richiesto la creazione di un simile acronimo», ha spiegato Kieran King, responsabile di War Child. «Persino in Siria o Afghanistan, c’era quasi sempre qualcuno che si prendeva cura dei bambini. Qui, invece, non c’è più nessuno». Radeh, 13 anni, ha visto morire la madre davanti ai suoi occhi, colpita da un cecchino. Il padre era già morto. Da allora è silenziosa, schiva, tormentata da incubi e dolori allo stomaco. Vive in uno dei pochi centri sostenuti da War Child, dove riceve supporto psicologico. Il danno mentale inflitto a questa generazione di bambini a Gaza è incalcolabile.

Soffre di incubi e insonnia anche Alma Jaarour, 12 anni, estratta viva alcuni mesi fa dalle macerie della sua casa. È l’unica superstite della sua famiglia. Nel bombardamento israeliano che ha distrutto il loro isolato a Gaza City ha perso i genitori e i fratelli, insieme a decine di altri parenti che si erano rifugiati insieme in un palazzo di cinque piani.

 Tra quel che resta delle rovine della Striscia, sono sempre più numerosi i ragazzini che rovistano tra i rifiuti alla ricerca di cibo o si ammassano nei punti di distribuzione degli aiuti, sfidando il rischio costante della ripresa dei bombardamenti.

E mentre il mondo spera nella tenuta del cessate il fuoco e discute di corridoi umanitari, nelle cliniche da campo si accumulano le cartelle mediche con quella scritta: Wcnsf.

Avvenire - Mondo

Immagine : Un bimbo palestinese appena nato all'ospedale di Khan Younis / Reuters

 

 

giovedì 24 dicembre 2020

ADULTESCENTI E ORFANANZA

L’importanza 

di essere padri 

per aiutare 

a diventare grandi

Un modello sbilanciato sulla soddisfazione e sul piacere personale non può favorire comportamenti responsabili e maturi.   Essere «adultescenti» condanna i giovani.

 Va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può emergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé». Ma questo si fa offrendo e chiedendo molto Ha ragione papa Francesco quando dice che c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi»

di LELLO PONTICELLI

 

Su questo giornale, a novembre, un gran pedagogista come Giuseppe Bertagna ha ricordato che le emergenze sanitaria ed economica a motivo della pandemia «sono paradossalmente meno gravi di quella pedagogica». E ha chiesto un “mea culpa” in generale degli adulti. Papa Francesco, nella recente lettera Patris corde specifica ancor più: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre... Anche nella Chiesa c’è bisogno di padri». Queste “provocazioni” inducono a riflettere e a segnalare alcune carenze che sembrano essere alla base della «orfananza» di tanti figli (papa Francesco), per offrire qualche spunto per una paternità più responsabile.

Primo: scarseggiano proposte educative che invitano i ragazzi a “puntare in alto”, a ribellarsi a una vita mediocre: sembra che stiamo educando «polli di allevamento » e non «aquile» (A. De Mello). Secondo: è venuta meno l’autorevolezza e la testimonianza da parte degli adulti, anzi, spesso c’è molto cattivo esempio. Troppi sono i padri assenti, complici, “mammi”, deboli modelli di identificazione, in famiglia come anche nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Terzo: mi pare carente la proposta di motivi e valori che appassionino il cuore e riempiano il vuoto che i giovani si portano dentro. Un vuoto, attenzione, che spesso dipende dalla mancanza di senso e non per forza da traumi psichici. Queste tre carenze mi pare stiano lasciando le giovani generazioni senza pathos – tanti, infatti, si rifugiano nell’apatia – e senza logos – tanti “sparano fuori” gli impulsi del momento ( acting-out), con poca capacità di decisioni ponderate e con scarso autocontrollo.

In epoca di pandemia, anche da voci laiche e con un vocabolario simile a un “quaresimale”, abbondano gli appelli ad avere comportamenti ispirati a sacrificio, rinuncia, prudenza, astinenza, capacità di resistenza-resilienza, essenzialità, rispetto per gli anziani, capacità

di “stringere la cinghia”, senso del dovere etc. Ma queste condotte non spuntano come i funghi, bensì esigono un vero e proprio allenamento e sono il frutto di uno stile educativo che da tempo sembra essere stato emarginato dalla cultura predominante: l’atteggiamento del lasciar correre ( laissez faire), rispetto a quello di una sana pro-vocazione, è di gran lunga il più adottato in tutti gli ambienti (forse perché più comodo?). Perché, allora, meravigliarsi di quanto è accaduto in estate o anche di recente, nonostante il numero dei contagi e dei morti? Pensate che nelle prossime festività andrà meglio? Lo spero, ma ne dubito! Certo, per l’educazione c’è bisogno di tempi lunghi, ma se il modello e lo stile educativo prevalente non vengono messi in discussione neanche con le provocazioni dell’attuale realtà, l’aumento di “adultescenti” è destinato a crescere e avremo sempre più generazioni con difficoltà nel far fronte alle prossime sfide.

Un modello educativo tutto sbilanciato sulla propria soddisfazione e sul piacere come può favorire comportamenti responsabili e maturi? Spesso ai ragazzi e ai giovani è stato fatto passare il messaggio che il divertimento è una priorità, quasi un obbligo ed è da “sfigati” non approfittarne. Allora perché mai dovrebbero saper rinunciare? Se non aiutiamo a capire che, per dirla con il saggio Qoelet, c’è un tempo per la gratificazione e uno per la frustrazione; un tempo per il “sì” e un tempo per il “no”; che il piacere deve fare i conti con il dovere; che il “tu” e il “nostro” chiedono che si metta da parte l’“io” e il “mio”; se non educhiamo a un sano senso di colpa e rimorso quando si fa qualcosa di male a danno degli altri o di se stessi, perché stracciarsi le vesti dinanzi alle scene che quotidianamente sono sotto i nostri occhi e che assai probabilmente si ripresenteranno durante le prossime festività natalizie?

Invece di criticarli, ai giovani va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può e- mergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé» (P. Vitz): ma questo si fa offrendo e chiedendo molto, proponendo valori forti e motivazioni fondate, dialogate e accompagnate da esemplarità discrete ma evidenti; altrimenti le critiche sono ipocrisia e moralismo. La pandemia offre agli educatori, soprattutto ai “padri”, tante sfide importanti su cui ingaggiare un confronto educativo: la sfida dei limiti, della routine e della noia, del silenzio e della solitudine, della deprivazione e delle asperità, delle sofferenze del lutto. Noi adulti, soprattutto noi “padri”, stiamo aiutando e accompagnando bambini, ragazzi, giovani a confrontarsi con tutto questo in maniera intelligente, proporzionata, ma senza giocare al risparmio, senza sostituirci alla loro fatica e senza anestetizzare il dolore che l’accompagna? Non è soprattutto su questo che la paternità deve uscire maggiormente allo scoperto nel suo ruolo insostituibile, che integra quello della maternità, senza scimmiottarlo né sostituirlo? Non ci sono ricette, ma non possiamo non farci queste domande. Sommessamente vorrei, poi, suggerire come interessanti obiettivi educativi anche in tempo di pandemia, quelli che un grande psicologo, Daniel Goleman, suggerisce per educare una solida «intelligenza emotiva» e che offrono non pochi elementi di convergenza con alcuni spunti della pedagogia delle cosiddette virtù cardinali: «...autocontrollo, entusiasmo e perseveranza, capacità di auto-motivarsi e tenere a freno un impulso; la capacità di leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona; di gestire senza scosse le relazioni con gli altri, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare... E queste capacità possono essere insegnate ai bambini! ». Non pensate che tutto questo esiga e susciti una paternità integrata e responsabile? Ha ragione papa Francesco: c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi». Soprattutto di non lasciarli orfani di padri.

 *Sacerdote e psicologo

www.avvenire.it