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sabato 28 marzo 2026

LA COSA PIU' BELLA

 


Domenica

 delle Palme




Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù (...).  Mt 26,14 – 27,66

 Mt 26,14 – 27,66

Commento di p. Ermes Ronchi

Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.

La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).

Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.

Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna.

 Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. 

Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.

Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.

Che cosa l’ha conquistato? Che cosa ha visto? L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire. Ha visto sulla collina un altro modo di essere uomini. Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore.

Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo.

 La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo. 

E a Pasqua il Risorto mi assicura che un amore così non può andare perduto.

Santa Maria del Sengio

 

giovedì 11 gennaio 2024

SACRIFICIO, IMPEGNO, DISCIPLINA

C’È UN DIZIONARIO 

DA RIABILITARE

Le dinamiche educative mostrano un ripensamento opportuno


 -        di LELLO PONTICELLI*

 

Sono tra i tanti che avevano apprezzato la testimonianza del padre di Giulia Cecchettin, come pure la riflessione offerta nel giorno del funerale della figlia. Con lo strazio nel cuore e con una compostezza affettuosa e disarmante, papà Gino ha coraggiosamente richiamato valori e contenuti su cui tutti dovremmo confrontarci. Come si ricorderà, nel passaggio rivolto ai genitori, ha chiesto di insegnare «ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno»; di aiutarli «anche ad accettare le sconfitte».

 Mi ha colpito il riferimento alla parola sacrificio, da molti considerata desueta o, addirittura, censurata. E ho pensato che non è l’unica ad aver avuto questa sorte nell’ambito della “vulgata educativa”. Ci sono anche dovere, obbligo, divieto, disciplina, controllo, rinuncia, e altre ancora, insieme alla monosillaba “no” che molti, di recente, hanno avvertito l’esigenza di rilanciare come necessaria.

 Allora chiedo: abbiamo riflettuto abbastanza sulle conseguenze che la rimozione di queste parole ha sulla dinamica educativa? Se sono state usate male o abusate, è razionale “buttare l’acqua sporca con il bambino”? La parola “autorità”, ad esempio, è stata connotata in senso negativo, come se favorisse automaticamente l’autoritarismo. Questo ha contribuito a una deresponsabilizzazione negli adulti che, in teoria, dispongono di autorità per favorire la crescita di bambini e ragazzi loro affidati. Se la parola “dovere” viene estromessa, per cui le cose si fanno quando portano piacere e mai perché “si deve”, si può immaginare un vero percorso di maturità?

 Anni fa, Rita Levi Montalcini esprimeva la necessità di scrivere una carta dei doveri analogamente alla carta dei diritti: con facilità ci si dimentica che quando non si osservano i doveri si penalizzano certamente i diritti altrui.

Da tempo nell’educazione va di moda il non obbligare mai. Siamo sicuri che sia giusto? Non ci sono forse degli “obblighi” di coscienza, come pure nell’amicizia, nell’amore, nella responsabilità educativa, cui allenarsi? Il “vietato vietare”, ormai dato per scontato, non aiuta a discernere tra i divieti utili, opportuni, necessari ai fini educativi e quelli che non lo sono, o sono posti da chi non ha legittimità morale né giuridica. Che dire, poi, della parola “disciplina”? Anch’essa sembra sottoposta a troppo facili stroncature. Ratzinger, da fine intellettuale, fece notare che “disciplina” viene da “discepolo” e questo, in casa cristiana, ha un sapore tutto evangelico. Così in ambito laico: non v’è sport, pratica scientifica o altro importante percorso che non esiga disciplina.

Anche l’autodisciplina, importante obiettivo educativo, passa attraverso l’etero-disciplina. Una pedagogia degna di questo nome non deve in alcuni momenti esercitare con amore e fermezza la funzione della vigilanza e del controllo? Si acquisisce forse la maturità senza imparare l’autocontrollo in emozioni, impulsi, bisogni? È appunto una disciplina da apprendere in certe fasi dello sviluppo, in cui esercitarsi attraverso il dar conto a un’autorità che legittimamente incoraggia, vigila, corregge... Insomma: le parole non sono mai neutre, né innocenti. Sono simboli, hanno significato oggettivo, razionale e conscio, da un lato, soggettivo dall’altro: possono essere accolte o respinte per la valenza affettiva che hanno, talvolta inconsapevolmente, o addirittura distorte, rimosse, perché evocano ferite e traumi. L’impressione è che la “censura” di un certo vocabolario in ambito educativo – quello evocato, ovviamente, è solo una parte – sia frutto anche di una diffusa regressione a modalità di pensiero poco razionale, se non primitivo, e dell’abbassamento del senso critico.

Di qui la necessità di una riconciliazione con la propria storia personale e collettiva, come di un più serrato e sereno confronto culturale, affinché ci si desti dal “sonno della ragione”.

 Grazie ancora, dunque, al papà di Giulia che dalla cattedra del dolore ha suggerito, tra sacrifici e sconfitte, un rinnovato impegno, senza rimuovere dall’alfabeto educativo certe parole scomode, ma importanti.

 *Sacerdote e psicologo

 www.avvenire.it  

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venerdì 10 giugno 2022

LA DINAMICA DEI VALORI

SAPERE SCEGLIERE 

- Dal “come” al “perché”- 

Valore e sacrificio -

 Quali valori?

La sfida del presente

Educare oggi non è più, se mai lo è stato, il semplice completamento di percorsi già organizzati da altre agenzie formative come la scuola, la Chiesa o la famiglia.

L’evoluzione della macchina produttiva, le immigrazioni, i conflitti sempre più gravi e destabilizzanti, il rapporto delle realtà nazionali con le strutture regionali o sovranazionali hanno corroso gran parte delle consolidate prospettive esistenziali, quelle prospettive che animavano e sorreggevano l’attività educativa. Nell’incertezza di nuovi orizzonti, molto si è contestato, abbandonato o perso.

I profondi cambiamenti della famiglia, il ridursi della presenza religiosa nella società e l’orientamento professionalizzante dell’iter scolastico (sempre più precoce) ci pongono oggi di fronte a una domanda di formazione profonda e strutturale.

Oggi, come educatori, dobbiamo accettare la sfida di un’educazione che cerchi di essere completa: un cammino che miri allo sviluppo di una piena umanità.

Dal “come” al “perché”

Se l’educazione è un cammino, i valori rappresentano la bussola e il propellente. Come in ogni cammino, è possibile “gironzolare”, “andare senza meta” o perdersi. C’è un fascino nell’”andare senza meta”, si possono fare insperate scoperte, ma si può anche sprecare tanto tempo.

SCEGLIERE

Ben più grave è perdersi: se la sorte è benigna, si è corso un grosso rischio; se non lo è, si smarrisce ogni direzione e si rischia la sopravvivenza.

Anche l’educazione può “gironzolare”, facendo attività d’intrattenimento e di svago. A volte queste attività possono rivelarsi educative, ma è un caso fortuito, isolato e, alla fine, inconcludente. Ma l’educazione può anche perdersi, generando disperazione o malvagità.

È il rischio di ogni attività educativa, perché l’uomo, non essendo semplicemente soggetto all’istinto, agisce secondo modelli acquisiti.

Questo fatto, banale e notissimo, viene troppo spesso sottovalutato. Non esiste uno stato “naturale”, una condizione “indifferente” che l’uomo possieda a prescindere da qualsiasi esperienza formativa.

Per ogni generazione, per ogni epoca c’è, letteralmente, il rischio dell’imbarbarimento.

E’ per questo che l’educazione non può limitarsi a integrare. Riproporre i modelli che sembrano naturali, sorvolando o dimenticando la loro origine culturale, può essere un fatto necessario, ma è completamente esposto alla regressione.

Preoccuparsi del “come”, tralasciando i “perché”, insistere sulle abilità, ignorando gli scopi, significa fare dell’addestramento e non dell’educazione. E l’addestramento si disinteressa della consapevolezza e strumentalizza la responsabilità.

Il cammino di crescita, invece, autentico e con speranze di efficacia, ha bisogno di “perché”. Chi lo compie, se vuole conoscere questi “perché”, per comprenderli a fondo, per modificarli, per assumerli come guida, deve esercitare critica e discernimento.

Questi “perché”, come è evidente, sono i valori. Ma la loro conoscenza, anche se frutto di critica e discernimento, non emancipa dalla tentazione predicatoria, dal “mettersi a posto la coscienza”, sventolando i “valori”, per coprire i propri interessi, la sete di popolarità, il discredito sugli avversari o, semplicemente, il proprio o l’altrui immobilismo.

Valore e sacrificio

I nostri valori possono uscire dall’ipocrisia predicatoria solo fondendosi con il sacrificio.

L’uomo non è infinito, non è dotato di ubiquità. Quando si pone in cammino, abbandona ciò che gli era accanto, per raggiungere dell’altro. Sacrifica qualcosa, per ottenere qualcos’altro, più importante, più significativo… comunque “più”, e questo “più” è appunto il riconoscimento di un valore. Sacrificio e valore debbono sempre rimanere legati, perché solo il sacrificio rende autentico il valore. Ciò accade perché il valore, se è valore, fa “muovere”, spinge verso un cambiamento, verso una conversione. Tutto questo, implicando un abbandono o un superamento, richiede sacrificio. In questo cammino, però, c’è molta gioia, molto entusiasmo, perché il “più”, se è vero, se è profondamente capito, se non è imposto, mette le ali ai piedi, affascina, cattura e trasforma lo sforzo in serena e allegra fatica.

Nasce così una gerarchia di valori, un criterio per dare delle priorità, per escludere delle possibili mete. Per questo l’idea di sacrificio oggi, per molti, è fuori moda.

Dove l’infantilismo impera, dove si desidera tutto senza voler nulla, dove i capricci zampillano dai sogni di onnipotenza, non c’è spazio per accettare i propri limiti e per riconoscere la bontà di ciò che inevitabilmente si lascia con lo scopo di raggiungere la più grande bontà di ciò che si cerca.

L’abbinamento valore-sacrificio è, dunque, necessario, ma è ben lungi dall’essere sufficiente. È potente, ma, proprio per questo, è assai pericoloso, come tutte le cose profondamente umane.

Quali valori? La saggezza (il discernimento): un giudicare adulto. Il sacrificio va sempre guardato con sospetto. I cimiteri di guerra sono pieni di defunti che hanno sacrificato la loro vita al suono delle fanfare. Interi popoli hanno creduto, obbedito e combattuto, immolandosi per dei “valori” che a loro sembravano sacri.

Le buone intenzioni possono forse giustificare davanti a Dio, ma certo non davanti all’umanità. Lo sviluppo delle capacità umane rende oggi possibile, e quindi obbligatorio, il passaggio dall’etica della convinzione alla più severa etica della responsabilità. Forse nel passato non era possibile pretendere l’assunzione di responsabilità per gli effetti delle proprie azioni, forse una buona intenzione poteva scusare realizzazioni disastrose, ma le capacità di

previsione attuali non consentono più indulgenze simili.  Il male è sempre stato “qualcosa di bene” messo nel posto sbagliato.

Sbagliare la gerarchia dei valori significa immolare ed immolarsi assurdamente, operando contro se stessi e contro l’umanità.

La saggezza (discernimento) è l’unico antidoto per evitare che “i valori” si rivoltino contro l’uomo e lo “sottopongano” a degli idoli, capaci di richiedere il sacrificio della sua natura e della sua dignità.

Ma la saggezza è un metodo, non un contenuto; è la capacità di un uomo, non il deposito di una biblioteca.

SCEGLIERE

La saggezza è quella modalità adulta, mai interamente posseduta, che svela il senso dell’umana maturità e che si fonda sulla capacità di giudizio.

La capacità di giudizio nasce dal sapere, ma non è il sapere - né quello tecnico-scientifico, rigorosamente consequenziale nella sua astrattezza,

né quello sapienziale, frutto della contemplazione e della comprensione del Vero. Conoscenza e sapienza sono i presupposti del giudizio e ne determinano, per buona parte, la qualità, ma se ne distinguono, perché la capacità di giudicare è, per sua natura,

un’applicazione. Nel costruire un giudizio, infatti, noi usiamo due “saperi”

e generiamo un accadimento. Da un lato, facciamo appello alla nostra cultura, nel senso più vasto del termine (tutto quello che abbiamo letto, sentito, studiato, vissuto); dall’altro, impegniamo la nostra capacità percettiva, per riuscire a cogliere la situazione, ’oggetto, le persone che ci stanno di fronte e che, qui ed ora, richiedono il nostro giudizio. Alla fine, c’è, appunto, la compromissione, che è sempre un fatto.

Questa natura del giudicare - concreta, pratica, applicativa - comporta una serie di conseguenze di grande rilievo per l’attività educativa.

Troppo spesso si confondono le teorie o le ipotesi con i giudizi. La confusione è giustificata, perché, lo ripetiamo, il sapere è ciò che qualifica il giudizio

e lo distingue dall’arbitrio, dall’”istintualità”, dall’obbedienza. Ma giudicare non è fare un’ipotesi o enunciare un principio; giudicare è compiere un passo in più, un passo decisivo, che ci trasferisce di colpo dal regno del reversibile a quello dell’irreversibilità: la diagnosi fatta, la sentenza emessa, la strategia scelta, l’epiteto attribuito potranno forse essere corretti, sospesi o ritrattati, ma non sono più ipotesi, sono, irreversibilmente, dei fatti.

Giudicare è quindi scegliere, prendendo delle responsabilità.

Per questo il giudizio non può mai essere solo il frutto di un “sapere”, esso è anche e sempre il manifestarsi di un “essere”. Per questo giudicando male non solo si sbaglia, ma, inevitabilmente, si tradisce.

Le passioni, le speranze, i ricordi, le teorie, l’ignoranza, la distrazione: tutto interviene nel momento delicato e fuggevole del giudizio, tutto l’uomo e tutta la storia, in una dialettica che sfugge ad ogni schema.

Non è il diritto che giudica, ma il giudice; non è l’economia che produce, ma l’imprenditore; non la docimologia che valuta, ma l’insegnante.

È insegnabile la saggezza? Certamente no. Si possono e si debbono creare le condizioni perché tale “valore” si conquisti e si eserciti; si possono denunciare le manipolazioni e combattere gli ostacoli, ma esiste un confine strutturale, oltre il quale non è possibile spingersi.

Al di là di questo limite si generano solo effetti contrari. E il limite è dato dal fondamento della saggezza, cioè dalla capacità di giudicare.

Giudicare, infatti, è sempre e strutturalmente giudicare da sé, cioè per proprio conto, ossia personalmente. Arduo passaggio che tutti, e non solo i giovani, rivendicano a gran voce e che molti, o quasi, evitano con gran cura. Arduo passaggio che richiede vasta cultura, fiducia di sé, comprensione degli altri, pazienza meditativa e pronta capacità decisionale.

Arduo passaggio che però conduce all’autentica fedeltà alla gerarchia dei valori.

 Gian Maria Zanoni

RS SERVIRE


 

sabato 20 marzo 2021

NOI SIAMO FRUTTO DI QUEL DONO


Se il chicco di grano 

caduto in terra muore,

 produce molto frutto.

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,20-33

 In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 Il commento al Vangelo di domenica 21 Marzo 2021 – Anno B, a cura di Paolo Curtaz.

 Gesù sa che il suo modo di parlare di Dio non può essere tollerato, visto che non è stato possibile ricondurlo a normalità. Non sa cosa accadrà. Sa solo che è pronto ad andare fino in fondo. A non cedere.

Morirà, piuttosto che rinnegare il volto del Padre. Allora parla di fecondità. Di seme che deve morire per portare frutto. La gloria, la presenza di Dio, la shekinah, si manifesterà in Gesù, quando donerà definitivamente la sua vita. Il cuore dell’annuncio di Gesù non è la morte, ma il portare frutto. Ci sono gesti che apparentemente sono un fallimento ma che, invece, sono gravidi di vita e di futuro. Come la croce che non è un grande dolore, ma un grande dono di sé.

Donare la vita

Gesù parla di odiare questa vita per conservarla per l’eternità. Brutta traduzione. Gesù sta dicendo che esiste una vita più intensa nascosta in questa nostra vita. Una vita che è riflesso dell’Eterno. Una vita che si manifesta quando finalmente entriamo nella logica del dono, del servizio. Servi della felicità altrui. Servi come Filippo e Andrea che portano i greci ad incontrare Gesù.

Non è facile donare la vita. Non è facile diventare dono. In perenne bilico fra un narcisismo innalzato a regola di vita e un servilismo strisciante vestito da umiltà, donare la vita è una lotta continua, un equilibrio difficile che solo alla luce dello Spirito Santo possiamo realizzare.

E che Gesù realizza come mai nessuno prima di lui. Libero. Senza rancore. Senza rabbia. Senza pianti. Senza recriminazioni. Libero di donare senza aspettarsi nulla in cambio. 

Questo significa seguire il Nazareno, questo significa diventare discepoli.

Turbamento

Ma non è una scelta semplice, quella del dono. Né eroica. Né devota. È sangue e fango. È paura e tentennamento. Gesù è turbato, e lo dice. E vorrebbe non arrivare fino a questo punto, fino al marcire in terra. Tentenna, parla ad alta voce, vorrebbe essere salvato dalla tenebra che si staglia all’orizzonte. Ma si fida di Dio. Si fida del Padre. Sia Lui a decidere. Sia Lui. Se questo manifesta la gloria agli uomini, sia. Accada.

Quella croce, quel dono, quel Dio osteso e osceno, quella brutale sconfitta esprime pienamente la logica del Padre. Che ama fino a morirne. Mi rattrista questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Mi consola questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Che è il mio. Che è esattamente il mio.

Se Gesù ha avuto paura, cosa ho da temere? Perché mai dovrei nascondere le mie fragilità e fingere di essere ciò che non sono: forte. Deciso a donare, sì. Ma pavido e vigliacco. Desideroso di essere discepoli, ovvio, ma spesso chiedo di essere salvato dalla terra umida e buia. Ma da questa terra Gesù sarà innalzato. E tutti volgeranno lo sguardo. Lo alzeranno. Noi siamo i frutti di quel seme. Io. Tu.

Noi siamo frutto di quel dono.

 Cercoiltuovolto



 

giovedì 24 dicembre 2020

ADULTESCENTI E ORFANANZA

L’importanza 

di essere padri 

per aiutare 

a diventare grandi

Un modello sbilanciato sulla soddisfazione e sul piacere personale non può favorire comportamenti responsabili e maturi.   Essere «adultescenti» condanna i giovani.

 Va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può emergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé». Ma questo si fa offrendo e chiedendo molto Ha ragione papa Francesco quando dice che c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi»

di LELLO PONTICELLI

 

Su questo giornale, a novembre, un gran pedagogista come Giuseppe Bertagna ha ricordato che le emergenze sanitaria ed economica a motivo della pandemia «sono paradossalmente meno gravi di quella pedagogica». E ha chiesto un “mea culpa” in generale degli adulti. Papa Francesco, nella recente lettera Patris corde specifica ancor più: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre... Anche nella Chiesa c’è bisogno di padri». Queste “provocazioni” inducono a riflettere e a segnalare alcune carenze che sembrano essere alla base della «orfananza» di tanti figli (papa Francesco), per offrire qualche spunto per una paternità più responsabile.

Primo: scarseggiano proposte educative che invitano i ragazzi a “puntare in alto”, a ribellarsi a una vita mediocre: sembra che stiamo educando «polli di allevamento » e non «aquile» (A. De Mello). Secondo: è venuta meno l’autorevolezza e la testimonianza da parte degli adulti, anzi, spesso c’è molto cattivo esempio. Troppi sono i padri assenti, complici, “mammi”, deboli modelli di identificazione, in famiglia come anche nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Terzo: mi pare carente la proposta di motivi e valori che appassionino il cuore e riempiano il vuoto che i giovani si portano dentro. Un vuoto, attenzione, che spesso dipende dalla mancanza di senso e non per forza da traumi psichici. Queste tre carenze mi pare stiano lasciando le giovani generazioni senza pathos – tanti, infatti, si rifugiano nell’apatia – e senza logos – tanti “sparano fuori” gli impulsi del momento ( acting-out), con poca capacità di decisioni ponderate e con scarso autocontrollo.

In epoca di pandemia, anche da voci laiche e con un vocabolario simile a un “quaresimale”, abbondano gli appelli ad avere comportamenti ispirati a sacrificio, rinuncia, prudenza, astinenza, capacità di resistenza-resilienza, essenzialità, rispetto per gli anziani, capacità

di “stringere la cinghia”, senso del dovere etc. Ma queste condotte non spuntano come i funghi, bensì esigono un vero e proprio allenamento e sono il frutto di uno stile educativo che da tempo sembra essere stato emarginato dalla cultura predominante: l’atteggiamento del lasciar correre ( laissez faire), rispetto a quello di una sana pro-vocazione, è di gran lunga il più adottato in tutti gli ambienti (forse perché più comodo?). Perché, allora, meravigliarsi di quanto è accaduto in estate o anche di recente, nonostante il numero dei contagi e dei morti? Pensate che nelle prossime festività andrà meglio? Lo spero, ma ne dubito! Certo, per l’educazione c’è bisogno di tempi lunghi, ma se il modello e lo stile educativo prevalente non vengono messi in discussione neanche con le provocazioni dell’attuale realtà, l’aumento di “adultescenti” è destinato a crescere e avremo sempre più generazioni con difficoltà nel far fronte alle prossime sfide.

Un modello educativo tutto sbilanciato sulla propria soddisfazione e sul piacere come può favorire comportamenti responsabili e maturi? Spesso ai ragazzi e ai giovani è stato fatto passare il messaggio che il divertimento è una priorità, quasi un obbligo ed è da “sfigati” non approfittarne. Allora perché mai dovrebbero saper rinunciare? Se non aiutiamo a capire che, per dirla con il saggio Qoelet, c’è un tempo per la gratificazione e uno per la frustrazione; un tempo per il “sì” e un tempo per il “no”; che il piacere deve fare i conti con il dovere; che il “tu” e il “nostro” chiedono che si metta da parte l’“io” e il “mio”; se non educhiamo a un sano senso di colpa e rimorso quando si fa qualcosa di male a danno degli altri o di se stessi, perché stracciarsi le vesti dinanzi alle scene che quotidianamente sono sotto i nostri occhi e che assai probabilmente si ripresenteranno durante le prossime festività natalizie?

Invece di criticarli, ai giovani va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può e- mergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé» (P. Vitz): ma questo si fa offrendo e chiedendo molto, proponendo valori forti e motivazioni fondate, dialogate e accompagnate da esemplarità discrete ma evidenti; altrimenti le critiche sono ipocrisia e moralismo. La pandemia offre agli educatori, soprattutto ai “padri”, tante sfide importanti su cui ingaggiare un confronto educativo: la sfida dei limiti, della routine e della noia, del silenzio e della solitudine, della deprivazione e delle asperità, delle sofferenze del lutto. Noi adulti, soprattutto noi “padri”, stiamo aiutando e accompagnando bambini, ragazzi, giovani a confrontarsi con tutto questo in maniera intelligente, proporzionata, ma senza giocare al risparmio, senza sostituirci alla loro fatica e senza anestetizzare il dolore che l’accompagna? Non è soprattutto su questo che la paternità deve uscire maggiormente allo scoperto nel suo ruolo insostituibile, che integra quello della maternità, senza scimmiottarlo né sostituirlo? Non ci sono ricette, ma non possiamo non farci queste domande. Sommessamente vorrei, poi, suggerire come interessanti obiettivi educativi anche in tempo di pandemia, quelli che un grande psicologo, Daniel Goleman, suggerisce per educare una solida «intelligenza emotiva» e che offrono non pochi elementi di convergenza con alcuni spunti della pedagogia delle cosiddette virtù cardinali: «...autocontrollo, entusiasmo e perseveranza, capacità di auto-motivarsi e tenere a freno un impulso; la capacità di leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona; di gestire senza scosse le relazioni con gli altri, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare... E queste capacità possono essere insegnate ai bambini! ». Non pensate che tutto questo esiga e susciti una paternità integrata e responsabile? Ha ragione papa Francesco: c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi». Soprattutto di non lasciarli orfani di padri.

 *Sacerdote e psicologo

www.avvenire.it

 

 


 

mercoledì 29 maggio 2019

IN UN MONDO SENZA IL SACRO SIAMO DIVENTATI SOLO TURISTI


TURISTI ... PER CASO

Il terrorismo, l'Europa, la Silicon Valley, il ruolo della cultura....
 E il  libro, "L'innominabile attuale". Parla lo scrittore-editore
di Dario Olivero

Dal maggio del '45 a oggi si è entrati in una zona che non ha nome, per questo è "L'innominabile attuale". Roberto Calasso siede nel suo ufficio all'Adelphi, nel centro di Milano. Sulla scrivania l'ennesimo caffè, davanti gli scaffali con quel che resta della biblioteca di Bobi Bazlen, il codice genetico da cui è fiorita la casa editrice da sempre più inattuale e più attuale d'Italia. Attuale è parola che ricorre spesso. A partire dal titolo del nuovo libro L'innominabile attuale appunto, seguito ideale del profetico La rovina di Kasch del 1983. In questo tempo senza nome vive l'ultima evoluzione dell'Homo sapiens, quello che Calasso definisce Homo saecularis: noi. " Homo saecularis - dice - è un risultato molto sofisticato della storia. Per arrivare a lui bisogna essersi scrollati di dosso una quantità di pesi. E questa mancanza di gravami di vario genere - religioso, politico, tradizionale - non ha prodotto soddisfazione o felicità, ma una specie di panico. La vittoria della secolarità, che ormai pervade tutto il mondo, è paradossale. Homo saecularis si è trovato di fronte un mondo che non è in grado di trattare. Ha vinto ma gli manca qualcosa di essenziale, domina ma si rivolta contro se stesso. Tutti i nomi che usa sono inadeguati e richiederebbero quella "rettifica" che secondo Confucio era il primo compito del pensiero. Di qui il titolo del libro, che si è imposto dopo 34 anni di latenza". Il libro è diviso in due parti. La seconda è una polifonia di voci (Virginia Woolf, Simone Weil, Walter Benjamin, Céline), che descrivono momenti di ciò che avveniva dal '33 al '45, dalla presa del potere di Hitler sino alla fine della Seconda guerra mondiale. La prima parte invece è tutta sul presente. "Le due parti - spiega Calasso - sono l'una il contrappeso dell'altra. La prima vagherebbe un po' nell'aria, parlando di questo mondo senza appigli fermi, se non si presupponesse l'altra, che è un ultimo, tremendo scontro, come fra rocce che cozzano tentando di distruggersi e autodistruggendosi. Chi non conosce quel presupposto non vede il basamento di quanto sta succedendo oggi".
Una categoria che utilizza è quella del turista. Perché?
"Il mondo di Homo saecularis non ha una categoria che lo rappresenti. Non si può dire che tali siano l'impiegato, l'operaio, il manager, il politico. Turista, invece, è l'unica categoria che copre tutto. Il turista di cui parlo non è solo quello che viaggia, ma il modello antropologico della realtà virtuale. I tecnici della realtà virtuale parlano di una "realtà aumentata", che però si fonda su una realtà diminuita, a cui è stato sottratto un carattere imprescindibile: l'irreversibilità. Su questa via si incontrano sia il bigotto dell'iperconnessione sia l'energumeno che vuole mettere a posto il mondo".
L'Homo saecularis si rivolta anche contro la democrazia.
"La democrazia formale è l'unico modello che rende vivibile il mondo, anche se, per pure ragioni demografiche, è pressoché impraticabile. Comunque, se non ci fosse, per esempio in India vi sarebbe il massacro continuo. È l'ultimo sbarramento per rendere la vita tollerabile, al di fuori ci sono solo tortura e regimi di polizia. Ma ogni democrazia deve difendersi da enormi forze contrarie".
Uno dei capisaldi democratici in discussione è l'idea che la rappresentanza sia superata dalla partecipazione diretta.
"La mediazione è decisiva. Non rispettarla è una forma di pensiero ignaro, perché la mediazione è ciò che ci costituisce, anche se viene continuamente svillaneggiata come fosse ciò che falsifica tutto. Ma la nostra percezione è già una mediazione, in senso fisiologico. Per vedere qualcosa operiamo un filtraggio. Se non lo si ha presente, si finisce per pensare che la mediazione sia l'agente che ti imbroglia, il giornalista ingannatore, il politico o, come è accaduto, il maligno ebreo. È triste. Questa avversione indica che è diventato più grezzo il tessuto del pensare. Nel disintermediarsi del mondo, chi non ha il dono della refrattarietà si lascia facilmente ingannare. E prende la sua voce per vox populi. Homo saecularis si è sbarazzato delle religioni, ma è tremendamente credulo".
Una delle cause è la rivoluzione digitale.
"È un immenso rivolgimento. Di cui stiamo vedendo solo l'inizio. Nella Silicon Valley, che è il suo epicentro, si assiste a un fenomeno che non ha precedenti. Ci sono alcuni imprenditori, che possono anche essere considerati come intellettuali audaci o imbonitori farneticanti, a seconda delle prospettive, e questi imprenditori avviano investimenti che modificano il mondo giorno per giorno. Sotto il nome di intelligenza artificiale si raccoglie oggi non più, come negli anni Settanta, una sorta di dottrina esoterica, ma una potenza economica dirompente. Laggiù non si parla e non si scrive d'altro che del momento, in parte desiderato in parte temuto, e per molti piuttosto vicino, in cui le macchine saranno più intelligenti di noi. A rimanere esclusa è la parola più importante: coscienza. Su che cosa sia e come funzioni nessun neuroscienziato è riuscito a dire qualcosa che vada oltre un goffo balbettio. Sarebbe d'aiuto per tutti leggere le Upanishad".
Che cosa pensa dell'attuale stato dell'Europa?
"Spero che l'Europa continui a esserci come misura di autodifesa minima, ma ne vedo l'impotenza totale. La politica europea è solo reattiva, non attiva. Un tentativo di reagire a fatti soverchianti. Alti funzionari tentano di tenerli sotto controllo, ma quando si comincia a usare l'espressione "tenere sotto controllo" vuol dire che tutto è già fuori controllo".
Le categorie che lei utilizza per nominare i nostri tempi sono decisamente inattuali. Per esempio l'idea di sacrificio. Come può un concetto così arcaico essere utile per descrivere l'attualità?
"Il sacrificio è la cosa più difficile da pensare che abbia mai incontrato. Non è certo una mia invenzione, lo si ritrova ovunque nella storia. Per un lunghissimo periodo le civiltà più distanti sono accomunate dal fatto che in forme diverse tutte praticano il sacrificio, dalla Cina all'India alla Grecia alla Palestina. Poi c'è una svolta: con Gesù il sacrificio vuole finire per sempre e diventa, nella messa, memoria del sacrificio. Ma al tempo stesso la morte di Gesù è un ritorno alle origini del sacrificio, dove è il dio a sacrificarsi. Infine c'è l'oggi, in cui la pratica rituale è espunta, non ha diritto di cittadinanza. Ma l'assassinio-suicidio dei terroristi islamici, minaccia che continua a paralizzare il mondo, è una evidente forma sacrificale, dove la vittima è l'attentatore e tutti coloro che da lui vengono uccisi sono il frutto del sacrificio. Il sacrificio non scompare perché la società secolare ha deciso di non usarlo più come atto rituale. Torna in altre forme. Il terrorismo - e soprattutto la guerra, a partire dalla Prima guerra mondiale. Se legge Gli ultimi giorni dell'umanità di Kraus, si parla più di sacrifici che di battaglie. Poi nella Seconda guerra mondiale il sacrificio diventa opera di disinfestazione, con i campi di sterminio. Che, per un orripilante equivoco, si continua a chiamare con la stessa parola che designa il sacrificio di ringraziamento celebrato da Noè dopo il diluvio: olocausto".
Dov'è oggi il sacrificio?
"Non è più una categoria religiosa. Se il religioso implica un contatto con l'invisibile, nel caso del terrorismo islamico questo non sussiste. Il frutto del sacrificio non è più nell'invisibile, ma nella moltiplicazione degli uccisi nel mondo visibile. Ma il sacrificio continua a esserci, la società non riesce a vivere senza".
Ma la ragione ultima del terrorismo islamico è generalmente considerata religiosa.
"Definizione che mi sembra impropria. All'origine, c'è piuttosto il bisogno di una vendetta globale, un rigetto del mondo occidentale. Un certo numero di persone, in una fascia di paesi che va dal Marocco all'Indonesia e comprende più di un miliardo e mezzo di abitanti, si sente sopraffatta, esautorata. Nel modo di vita, di essere. Così nel libro parlo anche di pornografia, non meno importante della conquista economica. Il fatto che da un momento all'altro, in paesi dai rapporti molto tortuosi con l'eros, la visione di un numero sterminato di corpi femminili nudi che compiono atti sessuali diventasse accessibile gratuitamente in rete nel giro di pochi secondi è stato uno shock enorme, che irrideva il desiderio nel momento in cui lo suscitava".
Lei ha scritto che quando la cultura viene accostata all'utile, la vera cultura muore.
"La parola "utile" è il disastro su cui si fonda tutta l'economia e risale a Bentham, suo progenitore, spesso ignorato. Il calcolo costi- benefici in un certo ordine di cose è totalmente sviante. Nell'ordine del piacere, come di tutte le cose fondamentali della vita, non si può applicare".
Ma nel suo libro lei parla dei refrattari a questo stato di cose, quelli che non si ritrovano nella figura dell'Homo saecularis. Sono sperduti, soli, neanche l'università, lei scrive, è un luogo dove trovare ascolto.
"Mi sembra che l'università come istituzione stia perdendo ogni linfa vitale, non solo in Italia, ma ovunque. So che vi operano tuttora persone di grande qualità, ma soffrendo".
Cito da una sua intervista: "Negli anni Cinquanta in Italia vi erano tre aggregazioni: quella marxista, quella laico-liberale e quella cattolica. I marxisti, se erano intelligenti, leggevano i libri Einaudi, o comunque "Il contemporaneo". I laici-liberali leggevano "Il Mondo" e i cattolici, tendenzialmente, leggevano assai poco. I democristiani erano appagati dalla pura gestione del potere e avevano capito che la cosa più accorta era quella di lasciare la cultura alla sinistra".
"Penso ancora che la descrizione sia esatta. Ma riconosco che in quegli anni erano vive e attive persone ben più significative rispetto a oggi. Tuttavia provavo una certa insofferenza per quel mondo tripartito. A cui Adelphi si è opposta fin dall'inizio, tenendosene fuori".
I libri Adelphi hanno accompagnato in modo trasversale gli italiani, compresa la classe dirigente del paese. Secondo lei quanto hanno inciso culturalmente?
"Faccio fatica a riconoscere una classe dirigente nell'Italia di oggi e certamente non la collego con ciò che pubblichiamo. Mi interessa solo l'efficacia sui singoli. Le persone che leggono i nostri libri sono le più varie. Talvolta si incontrano e si riconoscono tra loro. Ma non ho mai contato su un effetto sociale o politico. L'editore come pedagogo è una concezione per me del tutto estranea".
Non si sente solo?
"Non tanto, perché considero un prodigio ricorrente che i libri ancora si vendano. Sono tentato di pensare che un certo numero di persone congeniali a quello che pubblichiamo ci sia ancora. E non sono poche - anche se non così percepibili. Ignoti lettori nell'innominabile attuale".

Intervista pubblicata da Repubblica.