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venerdì 19 luglio 2024

IDIOTA ??


 Vi siete mai chiesti cosa significa la parola idiota? 
Questa parola ha un’origine antichissima e una storia ancora più straordinaria!

 Vedete, gli antichi greci avevano una parolina curiosa: «idiotes» (da cui deriva appunto la parola idiota). L'idiotes nel mondo greco stava a indicare l’uomo privato, l'uomo che pensa soltanto al suo orticello. Non gli importa nulla di guardare oltre palmo del proprio naso, teme ciò non conosce, disprezza ciò che non gli è famigliare.

 Ma che c’entra con la stupidità? 

Ecco, un giorno Socrate fu avvicinato da uomo che gli disse: «devo dirti una cosa importante.»

 «Un momento», lo interruppe Socrate, «Prima vorrei farti tre domande. Dove lo hai sentito?»

«L'ho sentito in giro. Lo dicono tutti».

«Va bene. Sei certo di ciò che affermi?»

«Ne sono assolutamente certo!»

«Ti faccio un’ultima domanda allora, se ti portassi chi potrebbe smentire il tuo racconto, saresti disposto ad ascoltare?»

«Perché dovrei farlo!» gli rispose l’uomo sempre più seccato. «Sarebbe una perdita di tempo!»

Socrate allora si rivolse al suo discepolo: «Vedi, quest’uomo vuole riferirmi una cosa che è sulla bocca di tutti, una cosa di cui è assolutamente certo e non è disposto ad ascoltare nessuno che possa metterla in discussione. Ecco, quest’uomo è un idiota!»

 Beh, dopo quasi due millenni la situazione è la stessa: l'hanno detto in tv, lo dicono tutti è una delle frasi che mi capita di sentire più spesso! Assieme a «ne sono certo!» Pochi pensano, domandano, ipotizzano; tutti invece sanno e affermano. La nostra è la società delle certezze assolute, una società che ha fatto dell'idiozia un'arte e dell'arroganza uno stile di vita.

 Ci sono persone che sono dei muri. Letteralmente. È inutile parlare, argomentare, tentare di spiegare: loro hanno ragione e tu hai sempre torto. Ma sapete una cosa? Quando sto per perdere la pazienza, ripenso alle parole di Socrate: Non sa nulla, pensa di sapere tutto ed è convinto di avere ragione: ecco, quest’uomo è un idiota!

Dal web

Immagine

sabato 11 maggio 2024

L'AUTOREFERENZIALITA' DI ISRAELE


Le ultime perplessità

 degli Stati Uniti 

sulla guerra di Israele

«Se Israele sarà costretto a restare da solo, Israele resterà solo (….). Dico ai leader del mondo: nessuna pressione, nessuna decisione da parte di nessun forum internazionale, impedirà a Israele di difendersi».

 - di Giuseppe Savagnone

Sono le parole con cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto all’annuncio del presidente Biden che, se le truppe israeliane entreranno a Rafah, gli Stati Uniti sospenderanno l’invio di armi allo Stato ebraico.

 I commentatori l’hanno definita una svolta. Anche se ribadendo il suo appoggio, per la prima volta il presidente americano prende le distanze dal governo di Netanyahu non a parole ma con i fatti.

Senza la costante fornitura assicurata dall’alleato americano, Israele non sarebbe stato in grado di sottoporre la Striscia di Gaza alla pioggia ininterrotta di bombe con cui l’ha tempestata ogni giorno per sette mesi. Già alla fine di novembre scorso, si calcolava che fossero state sganciati – su un territorio di 360 Km quadrati (poco più della metà della città di Madrid!), popolato di circa due milioni e mezzo di persone – più  di 25.000 tonnellate di esplosivi, l’equivalente di due bombe nucleari.

 In particolare, Biden ha alluso alle micidiali bombe da novecento chili che l’amministrazione americana ha fornito allo Stato ebraico – sono state circa settemila – e che, secondo inchieste indipendenti del «New York Times» e della CNN, già nei soli mesi di ottobre e novembre sono state sganciate dall’aviazione israeliana almeno in 208 casi, anche su aree indicate dalle autorità miliari come “sicure”, spingendo gli abitanti di Gaza a rifugiarsi in esse, dopo l’inizio dell’operazione di terra.

 Non c’è da stupirsi che i dati forniti da più fonti parlino di 35.000 civili uccisi in questi sette mesi, su 2mln e mezzo di abitanti – per la maggior parte donne e bambini (in Ucraina i civili morti a causa della guerra sono stati, in più di due anni,  10.000, su 40 mln di abitanti!). E si continuano a scoprire fosse comuni dove sono accatastati altri cadaveri. Per non parlare delle innumerevoli abitazioni, degli uffici, degli ospedali, delle moschee rasi al suolo da questi bombardamenti a tappeto.

 Anche se forse la violenza più grave e che tutte le organizzazioni mondiali e gli stessi Stati tradizionalmente alleati di Israele denunciano è stata la catastrofe umanitaria provocata dal blocco operato dall’esercito israeliano ai valichi della Striscia, impedendo il rifornimento di viveri e di medicinali.

 «La fame a Gaza è usata come arma di guerra, diciamolo chiaro. Ci sono sette mesi di derrate alimentari bloccate», ha denunciato il responsabile della politica estera dell’UE Josep Borrell senza mezzi termini.

 Ora che circa un milione e mezzo dei civili cacciati nei mesi scorsi dalle loro case e dalle loro terre, si sono rifugiati a Rafah, Biden – come del resto i maggiori leader del mondo occidentale – avevano chiesto a Israele di desistere dall’attaccare direttamente quest’ultimo angolo di territorio, insistendo per un accordo che portasse a una tregua accompagnata dalla liberazione degli ostaggi. 

 La risposta di Netanyahu è stata che Israele avrebbe comunque invaso Rafah, «con o senza accordo». E sta mantenendo la parola, fra le proteste del suo più stretto alleato, gli Stati Uniti, e di un inedito schieramento di governi che dalla Russia al Regno Unito, dalla Francia alla Cina, dagli Stati Arabi all’Australia, si stanno trovando, come in pochissime altre occasioni, unanimi nel condannare questa scelta.

 L’isolamento dello Stato ebraico

Il risultato di tutto questo è un isolamento internazionale che lo Stato ebraico non aveva mai sperimentato. Non solo nelle Università americane ed europee, ma anche per le strade si moltiplicano ogni giorno di più le proteste per ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza.

 È dai tempi della guerra del Vietnam che non si assisteva a una simile mobilitazione popolare. L’ultima manifestazione è quella che ha coinvolto persone di ogni età e professione, perfino famigliole con figli, a Malmö, in Svezia, in occasione della 68esima edizione dell’Eurovision, un festival musicale da sempre all’insegna dell’unione fra i popoli, per la presenza delle bandiere israeliane ma non di quelle palestinesi e per la partecipazione ufficiale di un rappresentante israeliano.

 I governi occidentali, che hanno sempre considerato Israele il baluardo della democrazia in un mondo islamico dove la regola sono regimi autoritari, e che per i primi mesi anche durante questa guerra gli hanno mostrato una piena solidarietà, si trovano ormai in grande imbarazzo.

 Un imbarazzo testimoniato, fra l’altro, dalla decisione di diversi Stati (Unione Europea (UE), Canada, Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia, Germania, Francia, Giappone, e, ultimamente anche Italia) – che, alla fine di gennaio, avevano immediatamente sospeso il finanziamento all’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, dopo che il governo israeliano aveva accusato alcuni dipendenti dell’Agenzia di aver partecipato all’attacco del 7 ottobre –  , di riconoscere che Israele non ha ancora fornito le prove che sosteneva di avere a supporto della propria tesi e di riprendere gli aiuti a una popolazione stremata dall’embargo israeliano.

 Tutti antisemiti?

Certo, da parte di questi governi si denunzia con grande preoccupazione una pericolosa ripresa dell’antisemitismo. Ed è vero, purtroppo, che proprio le lobbies e la associazioni ebraiche europee e americane, sostenendo incondizionatamente il modo in cui lo Stato ebraico sta conducendo la guerra e accusando di antisemitismo ogni critica nei suoi confronti, hanno finito col favorire questa identificazione anche da parte di chi inizialmente non aveva nulla contro gli ebrei in quanto tali.

 E così sono diventati tutti antisemiti: papa Francesco, accusato di aver messo sullo stesso piano le innocenti vittime israeliane della strage del 7 ottobre con quelle, altrettanto innocenti, causate dalla reazione israeliana; il segretario generali  dell’ONU, Guterres, per aver ricordato che quella terribile data non è comunque l’inizio di tutto, ma si inserisce in una storia dolorosa in cui anche Israele ha le sue responsabilità; l’ONU stessa per avere chiesto una tregua immediata che risparmiasse i civili; organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Medici Senza Frontiere, per aver denunciato le angherie subite dalla popolazione  di Gaza.

 E tutti sono accusati di aver dimenticato e di voler rimuovere gli orribili crimini commessi da Hamas, solo perché, pur avendo più volte espresso e ribadito la loro ferma condanna di quei crimini e chiedendo il rilascio degli ostaggi, ritengono inaccettabili anche le violenze con cui Israele ha risposto.

 Né sembra un argomento sufficiente per giustificare queste violenze il fatto innegabile e ossessivamente ripetuto, che Israele è stato vittima di un’aggressione. Essere aggrediti non autorizza comportamenti disumani, contrari all’etica e ad ogni legge internazionale, tanto più se messi in atto non contro chi ha perpetrato l’aggressione, ma nei confronti di una popolazione inerme e innocente.

 E sostenere che il terribile costo umano di questa guerra sia solo un involontario danno collaterale, come fanno il governo israeliano e i rappresentanti delle comunità ebraiche, significa chiudere gli occhi sull’evidente intenzionalità delle azioni distruttive e omicide con cui si è voluto isolare i terroristi facendo terra bruciata intorno a loro, sulla pelle di un intero popolo. È involontario colpire qualcuno per sbaglio, non seviziarlo e ucciderlo deliberatamente per stanare qualcun altro che è il vero bersaglio.

 Si potrà fare ogni sorta di rilievi sugli eccessi che anche in questo caso, come spesso accade, caratterizzano le proteste universitarie; far giustamente notare che gli accordi per progetti di ricerca comuni  – a meno che non riguardino tecnologie militari – non hanno a che fare con la guerra in corso; che proprio la classe intellettuale  di Israele può costituire un risorsa critica contro la politica di Netanyahu e degli ultra-ortodossi bellicisti.

 Tre domande senza risposta

Resta il fatto che troppi governi – a cominciare dal nostro – non hanno finora mosso un dito, concretamente, per fermare questo massacro, in corso da ben sette mesi, anzi in una prima fase si sono limitati a vaghe raccomandazioni per il rispetto dei diritti umani, chiudendo gli occhi sul fatto evidente che erano clamorosamente negati. La rabbia dei giovani, con le sue intemperanze, è la risposta a questa ipocrisia ufficiale.

 Ma il problema vero, ormai, è che Israele è rimasto il solo – purtroppo col supporto dei maggiori esponenti del mondo ebraico internazionale – a sostenere di avere pienamente ragione, indignandosi, in buona fede, perché qualcuno mette in dubbio l’umanità e la legittimità del suo comportamento in questa guerra.

 Ritornano le parole di Netanyahu: «Se Israele sarà costretto a restare da solo, Israele resterà solo (….). Dico ai leader del mondo: nessuna pressione, nessuna decisione da parte di nessun forum internazionale, impedirà a Israele di difendersi».

 Ma può uno Stato rivendicare, giustamente, il proprio diritto ad esistere, in base ai criteri elementari di umanità e delle leggi internazionali, negando al tempo stesso  questo diritto a un altro popolo?

 E può chiedere il riconoscimento da parte della comunità mondiale, rifiutandone però il giudizio unanime sui propri comportamenti? E una democrazia che chiede solidarietà alle altre contro il terrorismo è ancora all’altezza della sua pretesa se cerca di colpire i suoi nemici (Hamas) terrorizzando e uccidendo degli innocenti?

 www.tuttavia.eu

*Scrittore ed Editorialista. Pastorale della Cultura - Arcidiocesi Palermo




 

giovedì 27 aprile 2023

LA RETE SENZA VERITA' FA L'UOMO NICHILISTA

Per il filosofo Han il problema non sono fake e menzogna, ma l’apparire di un mondo autoreferenziale, senza riferimento ai fatti concreti e senza alterità.

Un contesto privato della carne, del suolo e dei codici di natura diventa muto e non offre più occasione di ascolto: quello che conta è ciò che è utile al singolo utente.


- di SIMONE PALIAGA

 In questo periodo ChatGpt, l’intelligenza artificiale generativa con cui è possibile intavolare una conversazione, attraversa le cronache, soprattutto dopo che il garante per la privacy ne ha bloccato l’accesso dall’Italia. Si tratta però solo dell’aspetto più visibile di un fenomeno che accompagna le vite quotidiane ogni giorno. Con l’intelligenza artificiale e il mondo dei dati trasformati in informazioni conviviamo quotidianamente, oramai, sia che si usi un navigatore sia con i chatbot delle piattaforme o i consigli commerciali che fanno capolino sulle pagine web durante la navigazione. Senza contare l’uso che viene svolto dall’intelligenza artificiale sui social, che, peraltro, diffondono immagini, come quella di Vladimir Putin in manette o di Donald Trump strattonato dalla polizia. Immagini di cui diventa difficile stabilire la veridicità. Starebbe qui il cuore della svolta della digitalizzazione, secondo quanto scrive il filosofo coreano naturalizzato tedesco, Byung-Chul Han in Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, pagine 80, euro 12,50). Ne deriverebbe un nuovo nichilismo in cui «è la stessa distinzione tra verità e menzogna a essere minata». 

A trovarsi al centro di questo nuovo nichilismo è la de-fatticizzazione della realtà. Infatti, per Han, «le fake news non sono menzogne: esse attaccano la fatticità stessa». Il problema dunque non è la menzogna, che riconosce la verità ma la distorce e se ne discosta. Il problema è invece l’apparire di un mondo in cui non si prevede alcun riferimento a fatti e a verità fattuali. E questo genera una crisi della verità. Uno degli aspetti più visibili da cui deriva la crisi della verità è la fruizione autistica dei contenuti, il rafforzamento autoreferenziale delle proprie convinzioni e opinioni. Questo esito è dovuto anche ai cosiddetti bubble filter, che fanno trovare sui profili solo quanto è coerente con le idee dell’intestatario escludendo ogni prospettiva di alterità. Da non ingenuo indagatore delle dinamiche che condizionano il mondo attuale Han è ben consapevole che all’origine della deriva che mina il valore della verità fa capolino una dinamica non riconducibile esclusivamente alla digitalizzazione. 

«La personalizzazione dei risultati delle ricerche e dei news feed - precisa il filosofo - è responsabile solo in minima parte di questo processo degenerativo. L’auto indottrinamento o l’auto propaganda avviene già offline». E il pensatore non tarda a mostrare come a essere responsabile della crisi della verità «non sia la personalizzazione algoritmica della Rete bensì la sparizione dell’altro, l’incapacità di ascoltare». Per Han quindi il processo di “defatticizzazione” della realtà, vale a dire la perdita di fiducia nei fatti, è l’esito di un processo non imputabile al processo di digitalizzazione, con tutti i suoi corollari, algoritmi, intelligenza artificiale, web, social  network, bubble filter e via enumerando. L’eclisse dei fatti, per il pensatore tedesco, sarebbe legata a un livello ulteriore, l’estinzione dell’altro. «L’espulsione dell’altro - insiste il pensatore - rafforza la costrizione autopropagandistica a indottrinare se stessi con le proprie idee. Questo autoindottrinamento produce bolle informatiche autistiche che rendono più complesso l’agire comunicativo. Se la costrizione all’autopropaganda si accresce, gli spazi discorsivi vengono progressivamente sostituiti da ecochambers, nelle quali sento parlare soprattutto me stesso».

 La digitalizzazione non fa altro che rafforzare il processo di iperculturalizzazione, come Han la definisce in Iperculturalità (Nottetempo, pagine 130, euro 15). Con questo processo, precisa il pensatore, «la cultura diventa genuinamente culturale, anzi iperculturale, denaturandosi, liberandosi cioè tanto del “sangue” quanto del “suolo”, dei codici biologici e terreni. Tale denaturazione intensifica la culturalizzazione. Se è il luogo a caratterizzare la fatticità di una cultura ecco che iperculturalizzazione significa defatticizzazione della cultura». A questo punto il mondo diventa muto, non oppone più resistenza e dunque non offre più occasione di ascolto. Nell’Infocrazia attuale a predominare sarebbe un continuo riferirsi a informazioni costruite ad hoc sul profilo degli utenti, dalle quali viene escluso ogni riferimento a un mondo della vita condiviso. Gli unici elementi a contare sono quelli trasformati in dati ed elaborati in informazioni adatte al singolo utente, senza rendere possibile il riconoscimento della verità. Di qualsiasi verità, anche di quella intersoggettiva e condivisa, rendendo così il mondo uno spazio aperto al tribalismo.

 www.avvenire

domenica 8 novembre 2020

LA POST-VERITA' FINO IN FONDO

 La cifra politica della presidenza Trump. 

 -Antonio Nicita*

 La presidenza Trump rischia di finire com’era iniziata. Nel dicembre del 2016, dopo una clamorosa e inattesa vittoria, Ruth Marcus sul "Washington Post" scrisse: «Welcome to the post-truth Presidency» (Benvenuti nella Presidenza della post-verità). Ma già qualche mese prima "The Economist" legava Donald Trump al concetto di post-verità, descrivendo il prossimo capo della superpotenza Usa «come uno dei prominenti professionisti della politica della post-verità» cui non interessa «se le sue parole abbiano una qualche relazione con la realtà, almeno fintanto che siano idonee a infiammare i suoi propri elettori». Quattro anni dopo, le emittenti Abc, Cbs e Nbc interrompono in diretta una pesantissima dichiarazione del presidente uscente, il quale, dalla Casa Bianca, accusa gli avversari di brogli e frodi, «senza portare prove» come precisa, in diretta, il sottopancia di Cnn.

Il tema del rapporto con i fatti, e del ruolo della disinformazione, anche attraverso precise strategie sui social media, è uno di quelli che ha caratterizzato questa presidenza e la relazione tra politica e informazione ai tempi del neo-populismo. La locuzione «fatti alternativi» è nata da Kellyanne Conway consigliere del presidente Trump, durante una conferenza stampa del 22 gennaio 2017, in relazione al numero di presenze effettive all’inaugurazione di Trump come presidente degli Stati Uniti. I «fatti alternativi» hanno caratterizzato quest’ultimo anno di Presidenza in cui si sono intrecciate narrazioni negazioniste sulla pandemia con ricostruzioni strumentali sia degli episodi di razzismo che delle proteste per la morte di George Floyd.

I social media, in testa Twitter e, in misura minore, Facebook – in passato accusati anche dal Rapporto Mueller e dalle indagini su Cambridge Analytica, di aver indirettamente favorito strategie di disinformazione volte a influenzare le elezioni del 2016 – hanno iniziato a "moderare" i tweet del presidente Trump per incitazioni alla violenza o affermazioni non veritiere o ingannevoli, peraltro riguardanti proprio il tema della legittimità del voto postale o absentee.

Il tema della disinformazione è stato quindi un filo rosso di questa presidenza e di questi anni, non solo negli Stati Uniti certo, ma che in quel grande Paese sembra aver registrato il campo privilegiato per la costruzione sia di nuove agende politiche sia di nuove strategie di propaganda.

Quello che resta non è solo l’irrompere dei «fatti alternativi», ma l’indebolimento della stampa libera, autonoma, professionale, spesso accusata di essere, essa stessa, di parte. Una stampa attaccata su due fronti: dal lato del tempo di attenzione, dedicato ai social media come nuovi informatori, e dal lato delle risorse finanziarie e pubblicitarie, sempre più concentrate nelle mani delle grandi piattaforme.

Ma resta soprattutto, ed è il conto più amaro che ci troviamo di fronte, l’avvento di una polarizzazione cieca e autoreferenziale. Di un tifo fatto di 'bolle' e impermeabile a ogni dialogo. L’esplosione delle fonti informative, attraverso i social e il web in genere, corrisponde a una minore e non a una maggiore esposizione a idee che non si condividono. Quella che doveva essere una finestra sul mondo è diventata uno specchio che ci restituisce i nostri pregiudizi, le nostre convinzioni, i nostri fatti alternativi. Come ha misurato Agcom nel suo Osservatorio, la polarizzazione è ormai una costante del modo in cui selezioniamo le fonti informative. C’è allora da chiedersi come tirarsi fuori da questa pesante eredità. Come riportare al centro della politica e del confronto democratico, quell’amore dei fatti che per John Stuart Mill era alla base della libertà d’espressione e di un autentico pluralismo.

È possibile che quanto accade oggi negli Stati Uniti costituisca un importante passaggio in questo senso. Intanto, tra un mese, l’Europa annuncerà una proposta di regolazione delle piattaforme on-line, il cosiddetto Digital Service Act, che affronterà sia i temi dei mercati della pubblicità on-line, e quindi delle risorse destinabili anche all’informazione, sia i temi della disinformazione on-line. Nella consapevolezza, ci si augura, che, altrimenti, l’avvento di «fatti alternativi» possa pre-costituire la condizione di un’alternativa alla democrazia.

 *Ordinario di Politica economica, Università Lumsa

 www.avvenire.it