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venerdì 5 luglio 2024

DEMOCRAZIA COMPUTAZIONALE

 


 La democrazia saprà  
essere resiliente 
alle nuove forme 
di potere computazionale?


-        - di PAOLO BENANTI*

   

Durante la Seconda guerra mondiale, per scopi bellici, furono sviluppati i primi computer: Colossus, creato a Bletchley Park nel Regno Unito e, negli Usa, l’Atanasoff-Berry Computer e l’Eniac.

 Nell’immediato dopoguerra a partire dagli anni ’50, l’introduzione dei transistor al silicio ha permesso la creazione di computer più piccoli, veloci e affidabili mentre i circuiti integrati, apparsi negli anni ’60, hanno ulteriormente ridotto le dimensioni e i costi, aumentando la funzionalità dei computer. Si inaugura così una stagione in cui si diffonde la potenza computazionale nella società. In quegli anni, questa distribuzione della potenza computazionale avviene confinandola in “mainframe”. Tuttavia, è la comparsa di una nuova corrente culturale che possiamo definire, ci si perdoni il gioco di parole, come Bit generation, che ha prodotto il profondo meccanismo di decentralizzazione dei decenni seguenti.

 La rivoluzione tecnologica si è nutrita dal seme della controcultura californiana degli anni ’60. Il centro di questo modo di vedere il computer e l’informatica è stato ed è la Silicon Valley, l’area compresa tra San Francisco e San José.

 È stato soprattutto l’ideale comunitario dei figli dei fiori, la loro indole libertaria, la voglia di allargare gli orizzonti e il disprezzo per l’autorità centralizzata a fare da asse portante per i fondamenti filosofici ed etici di Internet e dell’intera rivoluzione del personal computer. La rete si è avviata proprio verso il crepuscolo di quell’esperienza.

 La fine di questo processo di democratizzazione si è avuta verso la fine del primo decennio di questo secolo con l’avvento dello smartphone.

Nel momento in cui la potenza computazionale personale ha iniziato ad abitare le nostre tasche, ha iniziato anche a sottrarci una certa autonomia: lo smartphone ha bisogno di un sottostato invisibile e fondamentale, la rete, che ne garantisce l’operatività e che nutre il potere computazionale tascabile che abbiamo e “datifica” le nostre esistenze personali. Di fatto lo smartphone ha cominciato a interporsi in maniera sempre più massiccia fra noi e le cose che facciamo quotidianamente riconfigurando in termini di transazione digitale, la maggior parte degli atti che compongono la nostra quotidianità. Ma se la nostra esistenza e la nostra capacità di agire nello spazio pubblico si è riconfigurata in forma digitale, di fatto il nostro diritto e potere di cittadinanza è divenuto di fatto computazionale. Oggi le nostre esistenze democratiche sono esistenze computazionali. La democrazia divenuta computazionale sfrutta oggi anch’essa le potenzialità delle tecnologie informatiche per rendere più efficace e inclusiva la partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche. Tuttavia, se il primo decennio del secolo si è concluso con le primavere arabe facendoci sperare che il digitale connesso fosse lo spazio dove si sarebbe diffusa e rafforzata la democrazia liberale, la fine del secondo decennio, con le rivolte di Capitol Hill, ci ha iniziato a far temere per il futuro della democrazia nello spazio digitale-computazionale.

 L’avvento delle intelligenze artificiali sta di nuovo cambiando l’orizzonte. I servizi dell’IA sfocano il confine tra potere computazionale personale e potere centralizzato nel cloud: nell’usare i nostri telefoni non sappiamo quasi più cosa viene eseguito in locale e cosa in cloud. Questa nuova forma di centralizzazione nei cloud però adesso con sé anche una centralizzazione della capacità computazionale personale associata alla democrazia. La domanda da affrontare allora sarà come rendere democratico il potere centralizzato del cloud e dell’AI evitando che la democrazia computazionale collassi in una oligarchia del cloud.

 L’esperienza d’uso dei computer è destinata a subire una nuova radicale trasformazione. Fin dall’inizio della storia del computer è stato l’uomo il collo di bottiglia nella relazione con la macchina. Nel 1975, con l’introduzione del sistema operativo DOS, abbiamo velocizzato la relazione con la macchina grazie alle tastiere. Nel 1985 i sistemi a finestre come Windows, ci hanno permesso di guadagnare velocità con il mouse. A partire dalla fine degli anni Novanta il touch è stato un ulteriore cambio di relazione. Oggi ci sembra di aver raggiunto la più naturale e veloce delle interfacce: il linguaggio umano. Musk continua a sognare frontiere più veloci con i suoi impianti cerebrali. Di fatto infondere i sistemi operativi con dei Large Language Model (LLM) eseguiti in locale è una rivoluzione nell’interfaccia e nella velocità di utilizzo della macchina: mai come ora possiamo dire cosa fare alla macchina come faremmo con un nostro simile e siccome la capacità di cooperare tra membri della nostra specie è alla base della nostra ascesa planetaria come specie dominante, non pochi iniziano a sognare un futuro fatto di utopie o distopie al confine dell’ibridazione tra uomo e macchina.

 Uno degli aspetti più preoccupanti di questa nuova frontiera dell’interazione con la macchina è l’enorme ampliarsi della superficie di attacco cyber. Poter far eseguire dei processi al computer mediante comandi linguistici significa di fatto trasformare gli LLM in agenti in grado di compiere operazioni sul computer: dei maggiordomi elettronici. Se fino ad oggi gli hacker potevano entrare nei nostri sistemi e prelevare dati, cancellarli o criptarli per chiedere riscatti o usare il nostro computer per fare attacchi verso altri computer, cosa saranno in grado di fare oggi? Con la stessa efficienza con cui aiuta noi, il nostro maggiordomo può trovare tutte le nostre informazioni compromettenti e comunicarle al malintenzionato.

 La democrazia saprà insomma essere resiliente a queste nuove forme di potere computazionale?

*Francescano. Docente di etica e bioetica. Etica della tecnologia e Artificial Intelligence, neuro-etica e post-umano. componente del New Artificial Intelligence Advisory Board delle Nazioni Unite, capo della Commissione Nazionale sull'Intelligenza Artificiale per l'informazione.

 www.avvenire.it

 

sabato 20 febbraio 2021

MINORI: ABUSI E ADESCAMENTO ON LINE


Paradossale scontro 
tra tutela della privacy

 e contrasto alla pedopornografia


-di ANTONIO  NICITA

L’allarme lanciato dallo European Network of Ombudspersons for Children( Enoc), e rilanciato da 'Avvenire', è serio e grave: dalla data di entrata in vigore del nuovo Codice di comunicazioni elettroniche europeo, il 21 dicembre scorso, le segnalazioni relative a immagini pedopornografiche e tentativi di adescamento online sono crollate del 46%. Ciò avviene nello stesso momento in cui, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, aumenta il tempo trascorso online, anche da parte degli adolescenti. La pandemia, secondo molte misurazioni, incluse quelle svolte in Italia dall’osservatorio Agcom, ha fatto esplodere in realtà molte tipologie di violazioni online, come ad esempio le truffe che riguardano acquisti di beni o bonifici online dai conti bancari. Molte di queste violazioni utilizzano forme sofisticate di adescamento, quali l’utilizzo di numerazioni telefoniche fittizie realizzate attraverso l’impiego di «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero». Se molti adulti, caduti vittime di queste truffe, non riescono a comprendere la vera natura del mittente, spesso 'camuffato', non c’è da meravigliarsi che molti adolescenti cadano nella rete di finti amici o di finti enti, associazioni, imprese. È un tema grave e complesso cui la Commissione europea intende porre attenzione con una serie di azioni e iniziative, assicurando anche strumenti tecnologici adeguati per l’individuazione del pericolo e la prevenzione dei rischi. Ma ciò avverrà in un tempo troppo lungo. Oggi occorre assicurare continuità alle azioni e alle migliori esperienze già sperimentate, su base anche volontaria, da operatori di comunicazioni elettroniche e dai fornitori dei cosiddetti «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero». Il mancato coordinamento temporale tra il nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche, che appunto è ufficialmente entrato in vigore lo scorso dicembre, e il regolamento e-Privacy, approvato come proposta ma che entrerà in vigore assai più avanti, crea un vuoto normativo proprio nella disciplina dei «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero» e nelle azioni che possono essere adottate, anche di tipo ispettivo, per l’individuazione e la prevenzione delle violazioni. Ciò perché il Codice delle comunicazioni elettroniche rinvia proprio alla nuova e-Privacy la definizione di alcune caratteristiche di fondo di questi servizi e delle modalità con le quali approntare forme di ispezione nel contemperamento tra tutela dei dati personali e tutela dei minori. Una soluzione immediata, come già anticipato su queste pagine, potrebbe essere quella, già avanzata da un folto gruppo di parlamentari europei, di derogare a quanto previsto dal Codice delle comunicazioni in modo da procrastinare il vecchio regime.

In realtà, a oggi, gran parte degli Stati membri europei, compresa l’Italia, è in ritardo nella trasposizione del Codice delle comunicazioni elettroniche, al punto che la Commissione europea ha avviato la procedura d’infrazione. Questo ritardo, negativo per altri aspetti, oggi può rappresentare un importante grimaldello per coprire il vuoto normativo. Ciò significa che lo spazio per una deroga può accompagnarsi anche ai processi nazionali di trasposizione in attesa del completamento dell’iter del regolamento e-Privacy e dell’integrazione di meccanismi idonei al contrasto della pedopornografia online con riferimento ai «servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero ». È un tema da porre, in Italia, al nuovo governo Draghi e al Parlamento. Resta sullo sfondo il tema a lungo discusso al Parlamento europeo sulla eccezione che la tutela dei minori impone rispetto alle diverse discipline di tutela della privacy. Ma è una questione che va forse affrontata mettendo al centro le opportunità tecnologiche di inspection e identificazione più recenti, proprio al fine di immaginare strumenti di intervento selettivi in funzione di specifiche allerte. È una strada che occorre esplorare al più presto.

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 25 maggio 2018

LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI - Nuovo regolamento da oggi

Dal 25 maggio 2018 acquistano efficacia le disposizioni di diritto europeo sulla protezione dei dati (Regolamento UE 2016/679) ed è abrogato il vigente Codice in materia (decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196).
La nuova disciplina (GDPR – General Data Protection Regulation), a partire da tale data, è rappresentata principalmente dalle disposizioni del Regolamento, immediatamente applicabili e da quelle recate dallo schema di decreto legislativo (in attuazione dell’art. 13 della legge di delegazione europea 2016-2017 – legge 25 ottobre 2017, n. 163), approvato in esame preliminare dal CdM il 21 marzo 2018, volte ad armonizzare l’ordinamento interno al nuovo quadro normativo dell’Unione Europea in tema di tutela della privacy.