di cemento screpolato,
dove si giocava
a calcio con gli amici,
era un rettangolo
di gioia e senso:
un'area limitata
dove scoprire
l'infinito della
vita piena.
Qualche
giorno fa camminavo con un amico sul cemento screpolato del vecchio campetto
condominiale usato soprattutto per giocare a calcio, un rettangolo dieci per
venti, che resiste a tempo e intemperie dagli anni '80, e in cui ho trascorso i
miei pomeriggi di bambino, dalle 16.30 (fine del coprifuoco dedicato a compiti
e altre noie, come il «riposino») alle 19.30 (limite per compiere la
decontaminazione pre-cena). Una poesia di 200 m²: un condominio pieno di
coetanei, uno spazio gratuito e sicuro (ai genitori bastava affacciarsi dalla
finestra per vederci giocare), un tempo senza tempo. L'unico pericolo erano le
cruente abrasioni sul cemento colorato di un rosa slavato che voleva imitare la
terra battuta. Bastava un Super Santos, levigato dai tiri, la maglia della
squadra preferita presa al mercato rionale del sabato a cinquemila lire, per
diventare eroi dell'epica vigente a metà degli anni '80: Baresi, Maradona, Platini, Zico, Butragueño,
Rumenigge... Un'epica quotidiana che canalizzava le nostre inesauribili energie
e trasformava il tempo in gioia. Per noi che riuscivamo anche a giocare nel
corridoio di casa quel campo era Maracanã, Bernabeu, San Siro... L'unica
infelicità era il pallone bucato o smarrito oltre il muro di cinta, dove
c'erano i cani randagi. In quel rettangolo trovo ancora lotta, bellezza,
fratellanza, fatica, gioia, nostalgia e gratitudine.
Quel rettangolo di gioco
è stato scuola, perché c'è scuola «quando e dove» incontriamo ciò che non muore
nel mondo. Il gioco è uno di quei «quando e dove» che abbiamo inventato perché
assomiglia alla vita: regole e limiti che ci esaltano. Infatti non c'è gioco
senza «campo», «tempo», «partita» (i Greci chiamavano il destino moira, che significa proprio «parte», «porzione», il
pezzo che ti tocca), uno spazio-tempo finito, oltre il quale c'è, come nella
vita, la fine del tempo e del campo: la «dipartita». Più questi limiti sono
ristretti più il giocatore deve essere abile. Nel calcio infatti la rovesciata è un vertice: non solo devi usare la
«parte» del corpo meno accurata, il piede, ma trasformarlo in una catapulta
volante, rischiare l'osso sacro o quello del collo, colpire la palla al volo e,
spalle alla porta, indirizzarla in rete. Era il mio pezzo preferito, la provavo
sempre, a sproposito, perché era un gesto difficile e bellissimo.
Con il mio amico abbiamo
condiviso «partite» memorabili (ricordavamo la squadra intitolata «Over the top» da un film di quegli anni e delle
magliette cancerogene confezionate da noi con la vernice delle
bombolette).
Commenti di uomini già
invischiati nella retorica dei tempi andati o nella verità del tempo fermo?
Quel campetto rispondeva: se impari a giocare allora il mondo può anche essere
ordine, amicizia, rispetto, intelligenza, fatica, gioia, errore, lotta... Non è
una tristezza retorica quella che compatisce i bambini italiani orfani
dei Mondiali, il calcio a quell'età ti dà una forma: il
rettangolo. Quel dieci per venti conteneva la geografia e la storia del mondo
intero, il tuo destino e quello di ogni Paese, con la sua bandiera e il suo
popolo: guerre senza guerra! Oggi ci sono arbitri quasi quanti giocatori, e
telecamere, schermi, fotocellule... nell'ossessione tutta contemporanea di
eliminare l'errore con il controllo tecnologico. E allora perché poi i
giocatori si buttano, fingono, esagerano se noi saltavamo subito in piedi?
Perché a noi piaceva giocare, e basta. E se non giocavi a tutta pelle, lo
facevi a tutta immaginazione, ascoltando di domenica la diretta delle partite
in radio, e vedevi le azioni grazie ai radiocronisti, prestigiatori della parola. Oggi,
dipendenti da effetti speciali e dopamina, le partite sembrano troppo noiose, le
guardiamo compulsando i social: al cervello odierno un intrattenimento non
basta, ce ne vogliono almeno due, in contemporanea.
Un tempo le partite si
giocavano allo stesso orario, un unico destino rettangolare da 90 minuti, e poi
si aspettava la trasmissione dei goal, rito familiare e collettivo. E i riti,
stabilizzando il tempo, lo rendono sensato. La gioia della domenica pomeriggio
era concentrata, oggi i diritti tv disperdono la gioia in infiniti piaceri
passeggeri, non è più rito condiviso ma intrattenimento consumato, non ferma il
tempo, lo fa passare. Noi guardavamo solo il campo, e finiva lì, perché,
ridotto all'osso, il calcio è: ventidue persone in mutandoni con un unico dono
contro-evolutivo, usare i piedi (l'unico caso in cui «ragionare con i piedi» è arte) anziché le mani, per
rincorrere una palla. Questo risveglia il bambino che tutti abbiamo dentro, che
vorrebbe scorrazzare così anche nella vita.
Vincenzo, un bambino di
10 anni di un piccolo e meraviglioso paesino siciliano (Caltabellotta), due
giorni fa mi raccontava con la luce negli occhi che il sabato per lui è magico,
perché c'è la partita di calcio alle 16 con gli amici in un campetto vero,
mentre durante la settimana si gioca per strada. Il calcio ci ha sempre aiutato
a custodire quel bambino con la luce negli occhi, che da grande vuole fare il
calciatore, perché «la maturità dell'uomo consiste nell'aver ritrovato la
serietà con cui giocava da bambino» (non è Mourinho in conferenza stampa
ma Nietzsche in «Al di là del bene e del
male»).
Quando gioca il bambino
lavora (Montessori), e tutti noi vorremo lavorare così, con
la concentrazione e l'autenticità del presente eterno, quando essere e fare
coincidono, senza assilli di carriera, di stipendio, di ruolo, di
risultato.
Fare perché è bello
fare.
Ma quel bambino si perde
se non vede adulti giocare seriamente, vita salvata, ma solo intrattenersi,
vita distratta. Un giorno chiederà chi erano gli aborigeni su un rettangolo
verde impegnati in un rito magico che trasformava i corpi in danza e gli individui
in compagni. Si chiamava «calcio», dal nome latino del calcagno, il tallone che
aveva reso mortale Achille e che rende invece noi immortali, cioè bambini,
scopritori di un eterno a portata di mano, anzi di piede...
Ridatemi la forma della
felicità, sotto casa, dentro al cuore, dice quel bambino. Non datemi il
rettangolo di vetro a due dimensioni, che mi scherma, ma quello di cemento,
asfalto, terra, erba, che mi incarna.
Ricordo che su quel
campetto, una volta l'anno, a inizio estate, facevamo la cena di condominio
(rito purtroppo poi perduto): una fila di tavoli, zeppi di cibarie che ogni
famiglia portava. Quel banchetto accadeva nello stesso rettangolo su cui noi
giocavamo. Era il rettangolo della gioia.
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