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domenica 25 ottobre 2026

GIOVANI SENZA GIOIA


 'I giovani non hanno più gioia, 
resta solo la rabbia' 

Lo psichiatra Crepet: «Con lo scrolling sui social ti passano davanti dal bene al male, dal carino all’orrore. 

Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero»


 -di Nadia Ferrigo 

 Quanto accaduto è una lezione sociologica che si ripete da decenni: la prima generazione si integra, la seconda si chiede il perché», ragiona lo psichiatra, educatore e saggista Paolo Crepet. Da dove nasce la rabbia dei cortei e delle piazze? 
 «Chi arriva per primo in un nuovo Paese per lavorare cerca di omologarsi. I figli nati qui, che quello stesso lavoro non l’hanno trovato, invece cercano il proprio posto. Perché mi guardano male, mi fanno le battute? Perché non sono integrato, cos’ho in meno? In Francia siamo alla terza, quarta generazione: la prima sta alle regole, le altre le discutono». E i giovanissimi che distruggono le vetrine a Milano che cosa si aspettano dagli adulti? «Le minoranze, perché statisticamente così vanno definite, che hanno assaltato i negozi non vogliono nulla se non portarsi a casa le scarpe di valore. Ma siamo stati noi, la nostra cultura occidentale, a rendere una sneaker una sorta di icona. 
Ho un vecchio ricordo di prima della caduta del muro di Berlino. Io lavoravo dall’altra parte e una mia collega diceva “per andare di là mi farei ammazzare”». La benzina non è la povertà, ma la disuguaglianza? «Qualcuno dice che lottano per cambiare un mondo dove pochissime persone hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze. Per la prima volta la classe operaia è in combutta con la classe dirigente: il capitalismo digitale è molto complicato e diverso da quello tradizionale. Quando prendi una pizza e te la fai portare a casa o stai tutto il giorno con l’intelligenza artificiale o su Tik Tok, stai usando gli strumenti posseduti dalle persone che contesti». 
 Anche la lotta di classe è diventata complicata? «Quella ce l’hanno davanti agli occhi. Potrebbero dire “ci rifiutiamo di mangiare la pizza consegnata da un rider sfruttato” o rinunciare alla moda fast fashion. Fare contro informazione. Se ne discute in Francia, in Italia un po’ meno. Perché non lo fanno? Non lo so. Io sto dalla parte dei ragazzi». Perché? «O i giovani sono degli psicolabili e quindi è vero che servono psicologi in tutti i licei del mondo o sono delle persone da ascoltare perché hanno delle idee. Hanno occupato via Roma a Torino per cose buone e giuste. 
Vogliano cambiare la scuola, ma come? Chiediamolo a loro. Io protesterei contro la chat dei genitori, il registro elettronico, l’orario d’ingresso a scuola». È un’adolescenza quasi medicalizzata e poco responsabilizzata? «Mi fa rabbia sentir parlare di rottura di patto generazionale, quando al contrario c’è una saldatura che nasce dalla complicità tra scuola e famiglia e porta la mamma in piazza a proteggere il figlio. 
Dobbiamo essere noi i primi a credere in loro, a crescerli come persone autonome. 
Devono andare in piazza e prendersi tutte le responsabilità. Se la cosa degenera, te ne vai e la volta dopo torni e ti inventi qualcosa di diverso». Siamo abituati alla violenza? «Con lo scrolling sui social ti passano davanti mille immagini: il gol della domenica e il bimbo ammazzato. Dal bene al male, dal carino all’orrore. 
Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero». È una generazione di nero vestita. «Com’era negli Anni 50: completo grigio, camicia bianca e cravatta scura. 
Il nero è metaforicamente il colore della morte e rispecchia la loro totale mancanza di gioia. Si aspettavano più libertà e più diritti. 
Non li hanno avuti».

 La Stampa

martedì 10 febbraio 2026

DOSARE L'INDIGNAZIONE

 

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Lo sdegno morale

 ci fa sentire migliori,

 ma non aiuta 

ad affrontare 

le controversie




 

La rabbia è una delle emozioni dominanti su internet. 

Una ricerca condotta nel 2013 sul social network cinese Weibo mostra che la rabbia si diffonde più velocemente di ogni altra emozione[1]. Uno studio svolto nel 2021 su Twitter riporta che le espressioni di sdegno morale ottengono più “mi piace” e condivisioni della media e che questo rinforzo positivo spinge gli utenti a mantenere lo stesso atteggiamento indignato anche in successivi tweet[2]. 

Nel 2021 il Global Emotions Report presentato ogni anno dall’istituto di ricerca Gallup ha riscontrato i livelli più alti di rabbia da quando viene pubblicato: quasi una persona su quattro riferisce di aver provato rabbia nel giorno precedente all’intervista[3]. Gli strali dell’indignazione pervadono anche la discussione scientifica: che si parli di esitazione vaccinale o di agricoltura biodinamica, lo sdegno morale è sempre in agguato e gli sforzi di argomentare in modo pacato e analitico possono essere visti come un tradimento e un cedimento alla pseudoscienza.
«Un ruolo importante è giocato dai mass media, che provocano nel pubblico risposte emotive come rabbia, paura e indignazione per affermarsi nell’affollato panorama dell’informazione politica», spiega la sociologa Sarah Sobieraj della Tufts University, autrice con il politologo Jeffrey Berry del saggio The Outrage Industry (L’industria dello sdegno)[4]. La narrativa che guida l’informazione politica è la contrapposizione tra buoni e cattivi. Gli opinionisti non si limitano a essere in disaccordo con le politiche dei loro avversari, ma li presentano come persone malvagie, manipolatrici, pericolose[5].

Ne risultano discussioni infuocate su internet, dove tendiamo a perdere le inibizioni che abbiamo nella vita reale: questo fenomeno è noto ai ricercatori e le motivazioni pratiche che lo alimentano sono ben conosciute[6]. Online ci basta un clic per imbatterci in opinioni politiche radicalmente diverse dalle nostre o in notizie che ci offendono. Chi commenta su internet è spesso anonimo e di conseguenza non deve rendere conto dei propri comportamenti. Inoltre, la distanza tra gli interlocutori e la mancanza della comunicazione non verbale aumentano la probabilità di incomprensioni. 

Online è più facile scrivere lunghi monologhi che ci danno il tempo di trincerarci ancora di più nel nostro punto di vista, mentre quando si parla di persona si viene interrotti dagli altri, si deve ascoltare il loro punto di vista e si hanno più occasioni per cambiare idea. Le persone possono vedere le discussioni online come un gioco, dove non si applicano le stesse regole della vita reale. Infine, le discussioni online tendono a portare tutti allo stesso livello e ad abbattere il rispetto nei confronti dell’autorità: sui social network capita sovente di vedere professori universitari lamentarsi di essere contestati da persone incompetenti.

L’indignazione viene spesso considerata uno strumento necessario per combattere l’ingiustizia, soprattutto nella tradizione filosofica occidentale: attraverso l’indignazione ci convinciamo che la nostra causa è giusta, resistiamo alle avversità e rendiamo più persuasiva la nostra comunicazione. «Immaginate come sarebbe stato il movimento delle suffragette[7] se le donne avessero detto: “Ragazzi, è davvero così ingiusto, siamo brave persone e siamo anche noi esseri umani. Perché non ci ascoltate e non ci date il voto?”» si chiede la psicologa sociale Carol Tavris, autrice di Anger: The Misunderstood Emotion (Rabbia: l’emozione fraintesa)[8].

Quando ci indigniamo sui social network, ci sentiamo anche noi come guerrieri per la giustizia: al proposito, una citazione abusata e spesso erroneamente attribuita a Edmund Burke è «La sola cosa necessaria per il trionfo del male è che le brave persone non facciano niente[9]». In altre parole, mobilitarci contro le azioni che suscitano il nostro sdegno è moralmente doveroso, per evitare di diventarne complici. Ma è scomodo andare a combattere il male per strada rischiando di prendersi la pioggia (o qualche manganellata): l’attivismo da tastiera è molto più comodo e sicuro e può fornire l’illusione di essere altrettanto attivi socialmente.

L’indignazione è collegata a un bias cognitivo molto noto e studiato, l’illusione di superiorità, cioè la tendenza a sopravvalutare le nostre capacità quando confrontate con quelle degli altri[10]. L’illusione di superiorità produce risultati piuttosto buffi: la maggioranza delle persone si considera un guidatore al di sopra della maggioranza[11].

Nel campo morale l’illusione di superiorità è particolarmente forte: gli studi mostrano che consideriamo noi stessi più morali della media e contemporaneamente troviamo che la moralità altrui lasci molto a desiderare. Persino i detenuti si sentono moralmente superiori alla media, secondo uno studio pubblicato sul British Journal of Social Psychology[12]. L’illusione di superiorità contribuisce alla nostra intolleranza nei confronti delle idee altrui. Se siamo erroneamente convinti che la nostra moralità e la nostra capacità di giudizio siano superiori a quelle degli altri, non accettiamo che le loro opinioni abbiano la stessa legittimità delle nostre, ma le condanniamo senza riserve perché non le consideriamo solo sbagliate, ma anche malvagie e pericolose per la società.

L’indignazione è elettrizzante, anche se siamo restii ad ammetterlo. Lo sdegno morale, pur essendo una sensazione negativa, ha qualcosa di piacevole: ci fornisce un senso di appartenenza e coinvolgimento e ci fa sentire importanti e migliori degli altri. Le sensazioni forti indotte dallo sdegno morale possono diventare un’abitudine a cui è difficile sfuggire, in maniera simile a quanto accade con il gioco d’azzardo. A questo proposito l’astronomo e scrittore di fantascienza americano David Brin ha scritto una lettera aperta in cui chiede ai ricercatori che si occupano di dipendenze, neurochimica e psicologia sociale di indagare la possibilità che l’indignazione e altri stati mentali producano forme di dipendenza paragonabili a quelle indotte dalle droghe[13].

Uno dei malintesi più diffusi sull’espressione della rabbia è il mito freudiano della catarsi, secondo il quale la rabbia si accumula negli individui come la pressione idraulica all'interno di un contenitore sigillato e rischia di farli esplodere se non viene rilasciata. Molte persone credono che sfogare la rabbia attraverso le urla, le azioni fisiche o la scrittura sia un comportamento sano e vantaggioso, nonostante un’ampia letteratura affermi il contrario[14]. Esprimere la rabbia non serve ad alleviare l’emozione, come suggerirebbe la metafora del contenitore esplosivo, ma tende invece a rafforzarla e ad amplificarla. La ricerca suggerisce che un modo migliore per ridurre la rabbia è rivalutare l’evento che l’ha innescata, reinterpretandolo con maggiore distanza e obiettività[15].

Il filosofo e neurobiologo Owen Flanagan esamina la visione occidentale della rabbia nel libro The Geography of Morals (La geografia della morale), mettendola a confronto con la visione buddista e quella stoica, che promuovono l’eliminazione della rabbia, per capire che cosa le diverse tradizioni morali possono imparare l’una dall’altra[16]. Flanagan argomenta che la rabbia non è necessaria per riconoscere l’ingiustizia e reagire a essa. Per illustrare questo concetto Flanagan prende in esame il movimento di Nelson Mandela nel Sudafrica del post-apartheid. Mandela e gli altri leader del suo movimento non hanno negato alle persone il diritto di essere arrabbiate per i precedenti decenni di discriminazione, ma hanno lavorato duramente per impedire che la rabbia avesse un ruolo fondamentale nella ricerca della verità e della riconciliazione. Sapevano che la rabbia poteva essere distruttiva e che era necessario metterla da parte se si voleva dare alla società una possibilità di guarire e progredire.

Flanagan sostiene che, come Nelson Mandela, dovremmo prendere ispirazione dai buddisti e dagli stoici e fare attenzione al rischio che la rabbia diventi distruttiva e controproducente. La semplificazione promossa dai mass media e alimentata dall’indignazione crea l’illusione che tutti i problemi si potrebbero risolvere se solo gli altri la pensassero come noi. Affrontare questioni complesse richiede invece la capacità di mettere da parte le proprie emozioni, mettersi nei panni degli altri e osservare con distacco il quadro generale. Arrivare al tavolo delle trattative così arrabbiati da non concedere alcuna legittimità al punto di vista altrui non permette di risolvere alcuna controversia. Incanalare la rabbia in azioni costruttive richiede un’attenta riflessione, non solo una reazione, il che significa che le nostre decisioni migliori arrivano quando abbiamo messo da parte la rabbia e siamo più lucidi.

Ciò non significa diventare indifferenti alle ingiustizie o rimanere passivi. Al contrario, mantenere una distanza emotiva dagli eventi che alimentano lo sdegno del nostro gruppo sociale ci rende più capaci di analizzare la realtà in tutti i suoi aspetti e di mettere in pratica strategie efficaci. Questo suggerimento non vale solo per la difesa dei diritti umani, ma anche per la critica alle pseudoscienze.

Note

1) Fan, Rui & Zhao, Jichang & Chen, Yan & Xu, Ke. (2013). Anger is More Influential Than Joy: Sentiment Correlation in Weibo. PLOS One 9(10): e110184.

2) Brady, W. J., McLoughlin, K., Doan, T. N., & Crockett, M. J. (2021). How social learning amplifies moral outrage expression in online social networks. Science advances, 7(33), eabe5641.

3) Gallup's Latest Global Emotions Report. Consultato in data 4 aprile 2022, da https://www.gallup.com/analytics/349280/gallup-global-emotions-report.aspx 

4) Berry, J. M., Sobieraj, S. (2014). The outrage industry: political opinion media and the new incivility. Oxford, New York: Oxford University Press.

5) Tam, R. (2016, febbraio 28). “Wrath of the talking heads: How the 'Outrage Industry’ affects politics”, PBS News Hour. Consultato in data 4 aprile 2022, da https://tinyurl.com/4tekcfm5 .

6) Suler, John. (2004). The Online Disinhibition Effect. Cyberpsychology & behavior: the impact of the Internet, multimedia and virtual reality on behavior and society. 7 (3).

7) L’organizzazione che all’inizio del Novecento si batteva per il diritto di voto alle donne nel Regno Unito con azioni dimostrative che includevano incatenarsi a ringhiere, dare fuoco alle cassette postali e intraprendere scioperi della fame.

8) De Angelis, T. (2003). When anger's a plus, Monitor on Psychology, 34 (3). Consultato in data 4 aprile 2022, da https://tinyurl.com/3mvtuenw 

9) La citazione circola dall’inizio del Novecento e riprende concetti espressi da Edmund Burke e da John Stuart Mill, ma non è chiaro chi l’abbia espressa per primo nella forma attuale.

10) Vedere anche: Della Sala, S., McIntosh, R., L’effetto Dunning-Kruger, Query n. 47, autunno 2021. Consultato in data 4 aprile 2022, da https://tinyurl.com/mwuhc82v 

11) Vedere Svenson, O. (1981) Are we all less risky and more skillful than our fellow drivers? Acta Psychologica, 47 (2), e McCormick, I. A., Walkey, F. H. Green, D. E., (1986). Comparative perceptions of driver ability - A confirmation and expansion, Accident Analysis & Prevention, 18 (3).

12) Sedikides, C., Meek, R., Alicke, M.D. Taylor, S. (2014), “Behind bars but above the bar: Prisoners consider themselves more prosocial than non-prisoners”. British Journal of Social Psychology, 53: 396-403.

13) Brin, D. (2017). Addicted to Self-Righteousness? An Open Letter to Researchers In the Fields of Addiction, Brain Chemistry, and Social Psychology — and anyone else who will listen. Consultato in data 4 aprile 2022, da https://tinyurl.com/395hckjw 

14) Si veda per esempio Gentile, D. (2013). Catharsis and Media Violence: A Conceptual Analysis. Societies. 3 (4).

15) Fabiansson E. C., Denson T. F. (2012) The Effects of Intrapersonal Anger and Its Regulation in Economic Bargaining. PLOS One 7(12): e51595.

16) Flanagan, O. (2016). The Geography of Morals: Varieties of Moral Possibility. Oxford, New York: Oxford University Press.

 Tratto da: Query N. 49

 Immagine: ©Dr STClaire da Pixabay


 

 

mercoledì 17 gennaio 2024

ADOLESCENTI IN FUGA DAL MONDO


Genitori fate mea culpa

 

-     - -  di Laura Badaracchi

 

L’errata gestione e le modalità di innesco della rabbia possono essere alla radice dei comportamenti violenti della Generazione Z e non solo? È il tema approfondito nel seminario “La semeiotica della rabbia: alla radice dei comportamenti violenti della Generazione Z”, tenutosi nei giorni scorsi a Roma e promosso dal Centro di ricerca e studi sulla salute procreativa dell’Università Cattolica, diretto da Maria Luisa Di Pietro. Si è trattato solo di un primo appuntamento sulle cause scatenanti di questa emozione così cruciale e sui possibili strumenti educativi o approcci per prevenirla, ha anticipato Di Pietro, professoressa associata di Medicina legale alla Facoltà di Medicina e chirurgia: «Sono in programma successivi seminari su presa in carico, follow up, responsabilità dei medici». Sollecitati anche da «noti episodi di cronaca», i relatori hanno messo in evidenza i possibili nessi «fra rabbia, aggressività e violenza» che provocano comportamenti violenti «sia nei confronti degli altri sia di se stessi, come infliggersi tagli e bruciature, dipendenze, disturbi del comportamento alimentare, tentativi di suicidio. Oltre a quella fisica, parliamo anche di violenza verbale, sociale, economica, religiosa».

 Per il vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Azione Cattolica italiana, la rabbia è un argomento «di stringente attualità con una grande rilevanza anche nella lettura e comprensione del nostro tempo. Il nostro Ateneo è una delle realtà accademiche che più si è dedicata all’analisi della Generazione Z, con ricerche attente all’evoluzione del mondo giovanile. Alcuni episodi violenti che vediamo in Italia e negli Stati Uniti, con giovani che imbracciano le armi, sono fenomeni non solo da studiare, capire e curare: la rabbia è un’emozione che fa parte dei processi che accompagnano la nostra crescita, soprattutto dove alcune situazioni ci feriscono in ambito relazionale; riceviamo più morsi che carezze. Diceva don Bosco: “Si può educare solo con il cuore”».

 È possibile individuare comportamenti di rabbia nel bambino e nell’adolescenza, ha chiarito Gabriele Sani, professore di Psichiatria all’Università Cattolica e direttore del Dipartimento di Psichiatria clinica e d’urgenza del Policlinico Gemelli: «La rabbia è sempre collegata alla violenza, che può essere evidente o comunicata con comportamenti diversamente violenti. Noi adulti non stiamo regalando ai ragazzi un mondo bello, la rabbia viene innescata anche da noi e abbiamo contribuito a crearla, ma non sempre è da nascondere e da condannare: a volte è comprensibile e fisiologica». Ma per capire gli adolescenti «non bastano i nostri livelli di pensiero: bisogna provare a fare pensieri nuovi, mai fatti, quindi sentirsi impreparati. Funziona più un genitore che si sforza a comprendere il figlio ma non ce la fa: non è il risultato che conta, i figli vogliono vedere che facciamo fatica per loro. Esiste quindi una rabbia manifesta, correlata a una serie di psicopatologie, ma anche una rabbia nascosta che è molto più subdola, che deriva da esperienze di deprivazione e ingiustizia; nessun bambino nasce arrabbiato», ha chiarito Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, ricercatore dell’Istituto di psichiatria e psicologia nella Facoltà di medicina dell'Università Cattolica, fondatore e direttore del Laboratorio sulle dipendenze da internet. «I genitori si cercano nei figli dalla mattina alla sera, ma la ricerca del figlio ideale può diventare schiacciante, una prima violenza che può generare rabbia: riempire in continuazione i bambini di aspettative è un comportamento tossico», ha osservato, aggiungendo: «Il sintomo di ritiro sociale in adolescenza è estremamente grave perché innaturale. Non diamo la colpa ai social. È una rabbia che non si vede. Non è il controllo ad aiutarli, ma la fiducia e non l’assenza: è la giusta distanza. Tuttavia la rabbia non si può gestire: o emerge o resta nascosta e si somatizza. Alcuni esempi? Bambini che si ammalano prima delle occasioni di massima socialità: il sistema immunitario è quello che meglio collega l’inconscio con il corpo. L’energia trattenuta che non diventa esperienza si somatizza, oppure può andare nell’apparato cognitivo e i bambini diventano iper razionali o saggi, o sviluppano un disturbo oppositivo provocatorio che esprime identità dicendo di no e le bugie. Se invece la rabbia si usa in senso costruttivo, diventa un sedimento meraviglioso, una risorsa formidabile».

 Concorde la professoressa Daniela Chieffo, neuropsicologa e psicoterapeuta, responsabile dell’unità operativa di Psicologia clinica del Policlinico Gemelli, impegnata nella prevenzione della salute mentale dei giovani e bambini: «Come racconta anche il film “Enea” di Pietro Castellitto, che parla della rabbia come diritto da poter esprimere, la rabbia è una benzina necessaria che fa dissotterrare emozioni e frustrazioni. Rabbia non è solo urlare e insultare, ma anche imporre il silenzio, mettere in un angolo. C’è una escalation nei conflitti di coppia: chi la esprime e chi non lo fa. Può essere scatenata anche paura e ansia, da un lutto o da una forma di abuso subito: nei disturbi di stress post traumatico la situazione tossica provoca una neurodegenerazione».

 Ma la rabbia «è anche il principale sistema di difesa reattiva anche dal pericolo, dal disagio; è una finestra psicologica sull’intimità della persona: quando vengono toccate le nostre aspettative, per difenderci mettiamo in atto una reazione tesa a riaffermare i nostri diritti. Il problema è che dobbiamo stare attenti a non calpestare le aspettative e i diritti altrui. In un certo senso il sentimento della rabbia è una sorta di sentinella della nostra identità. Dovremmo imparare a riconoscerne i segnali più lievi e impercettibili così da dare a questo sentimento una forma verbale appropriata, quando ancora si presenta come un’esigenza di cui è lecito chiedere il rispetto. Quindi possiamo significarla ed esprimerla, slatentizzarla, con chi abbiamo relazioni di fiducia».

 Ma qual è il ruolo del pediatra e nel medico di medicina generale nell’individuare i primi segni della rabbia? La pediatra Laura Reali ha presentato un caso, precisando che «il pediatra prende in carico tutta la famiglia con il bambino» e si avvale di collaborazioni con psicologi. Claudia Felici, medico di Medicina generale che lavora nello stesso studio e segue circa 345 assistiti della Generazione Z: «Nella quasi totalità dei casi i disturbi emotivi e le difficoltà relazionali sono riferiti dai genitori, molto spesso unicamente dalle mamme. L’espressione di disagio emotivo rappresentata dalla rabbia non è così facilmente ammessa e rimane spesso nascosta. Nel mio contesto non è infrequente che la famiglia si rivolga a uno psicoterapeuta precocemente, per decisione autonoma o eventualmente sollecitata dagli insegnanti. Spesso però è al medico di famiglia che la famiglia chiede aiuto e non abbiamo una formazione specifica in questo campo».

 Secondo lo psichiatra e psicanalista Emanuele Caroppo, «la rabbia ci aiuta a trasformare una situazione scomoda in opportunità, il cambiamento in occasione; diventa dannosa quando c’è un accumulo negativo. Come evitarlo? Con la consapevolezza dei meccanismi negativi che ci fanno arrabbiare, dando nome e parola alle emozioni. Se non la gestisci, la rabbia ti tira in fondo e non la controlli più. Occorre una comunicazione assertiva, né aggressiva né passiva, che riesca a dire all’altro quello che si sente senza offenderlo e senza sentirsi frustrati».

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