la gioia?'
Ricordo
alcune ricreazioni, ma una su tutte. In un giorno dell'ultimo anno di liceo la
campanella annunciò l'intervallo, ma il professore di italiano mi chiese di
rimanere.
Che avevo combinato?
Dalla sua borsa di un marrone frusto estrasse un volume vissuto: «Il mio libro
di poesie preferito, me lo ridai fra due settimane». Era la risposta alla
domanda che gli avevo posto giorni prima.
A una domanda sulla sua
vita, con la sua vita mi rispondeva. Lui uscì, e miracolo fu: rimasi in classe.
Non per un ripasso in extremis, ma per Friederich Hölderlin. I versi erano difficili come una
scalata, ma che aria lassù, che luce, che silenzio, che vista! Quell'atto di
fiducia e di sfida mi ri-creò: in quattordici giorni (qualcuno in più, ma fui
richiamato all'ordine) mi crebbe l'anima. Cresce come un albero: nel silenzio,
più sprofonda più si innalza. Sono le radici a farci ombra e a dare
frutti.
Mi colpirono le note
personali del professore, sui margini bianchi. Colsi che i libri si leggono con
la matita, per rispondere con la vita ai visitatori venuti dall'eternità a
riposare da noi. Con il tempo ho capito che eros si era acceso: volevo contagiare
quella gioia, passare il testimone della bellezza. Avrei fatto lo stesso, sarei
stato un maestro! Quella ri-creazione continua, custodita in tre versi che
allora lessi come un dono e un compito: «Invano nascondiamo il cuore nel
petto,/ invano freniamo il nostro coraggio,/ maestri e giovani - chi può
impedirci, vietarci la gioia?» (Pane e vino).
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