Visualizzazione post con etichetta egoismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta egoismo. Mostra tutti i post

domenica 2 novembre 2025

INSEGNARE IN UNA SOCIETA' IN CONFLITTO

 

MISSIONE 

DEGLI INSEGNANTI 

CATTOLICI 

IN UNA SOCIETA’

 IN CONFLITTO


  -di Pasquale Moliterni*

Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace. Una pace solida e duratura non può essere frutto solo di accordi economici e politici, ma è necessaria una solidarietà intellettuale e morale (Atto Costitutivo UNESCO, 16.11.1945).  

L’odio moltiplica l’odio e la violenza moltiplica la violenza (M.L. King).

Per superare il naturale istinto egoistico e individualistico, dobbiamo promuovere PROCESSI EDUCATIVI che favoriscano lo sviluppo dell’IDENTITÀ PERSONALE all’interno di CONTESTI CULTURALMENTE SOLIDALI, capaci di valorizzare ogni persona, nessuna esclusa.

Bisogna assumere la PERSONA nella sua pienezza, sia nella dimensione soggettiva (PER SÉ UNUM, in latino), sia nella dimensione intersoggettiva (nell’accezione greca PRŎSOUROS: πρόσουρος), di prossimo.

La persona è ESSERE-DIVENIRE-IN-RELAZIONE. Ognuno di noi è grazie all’a/Altro! Nessuno può esistere o salvarsi da solo. Siamo tutti fratelli e facciamo parte del Creato, come ha esortato Papa Francesco nella “Fratelli tutti” e in “Laudato sì”.

Ecco perché dobbiamo promuovere “intelligenza relazionale”, mediante intenzionali relazioni educative.

Ciò costituisce il campo specifico della pedagogia, coadiuvata dal secolo scorso dalle nuove scienze dell’educazione.

È dunque importante promuovere in maniera diffusa cultura pedagogica e educativa, considerato che relazioni significative, favorendo la ricerca di sé nell’incontro con l’a/Altro, danno senso alla vita.

EDUCARE, infatti, è ex-ducere e cum-ducere, ossia AIUTARE A DISVELARE IL MEGLIO DI SÉ verso il bello, il vero, l’equo e il bene comune, NEI CONTESTI DI VITA e nell’incontro con gli oggetti culturali (SAPERI e CONOSCENZE), per sviluppare consapevolezze responsabilmente agite (COMPETENZE). 

Tuttavia, sappiamo che quello educativo è un processo lungo e complesso, che impone di promuovere/realizzare interconnessioni e legami tra soggetti e contesti. D’altronde, COMPLESSITA’ deriva dal latino cum-plectere, che significa per l’appunto “intrecciare, fare rete”. Si tratta di una postura che incontra, però, resistenze nella cultura individualistica che caratterizza sempre più la nostra epoca. 

Cosa comporta allora promuovere LA PACE ATTRAVERSO l’EDUCAZIONE?   

 Si tratta di:

-         -garantire a tutti l’educazione e, soprattutto, un’educazione inclusiva (ONU, 2006) e alla complessità;

-      -  ampliare le opportunità formative per conoscersi nell’incontro con le diversità altrui (nella scuola, nello sport, nel teatro, nell’oratorio, negli ambienti naturali e museali), sperimentando modalità di convivenza fruttuosa e di reciproco aiuto;

-         -perseguire la ricerca della verità e favorire il libero scambio di idee e conoscenze, con un ruolo più responsabile dei mass-media e dei social-media;  

-   - sostenere le famiglie nella loro responsabilità educativa attraverso proposte e sollecitazioni anche relative a piccole esperienze di vita quotidiana;

-         -promuovere alleanze tra istituzioni, servizi, associazioni, privato sociale e mondo produttivo;

-         -sviluppare le relazioni tra i popoli per favorire la reciproca conoscenza culturale e migliorare la reciproca comprensione (sistemi e modalità di informazione, convegni, Erasmus/Erasmus Mundus, IA, ecc.);

-        - farsi portatori di istanze perché vengano sviluppate politiche strutturali innovative, in un processo di integrazione e di miglioramento continuo. 

Qual è dunque la SFIDA e la MISSIONE EDUCATIVA per l’INSEGNANTE, anche cattolico?

L’insegnante deve essere un MEDIATORE PEDAGOGICO e un MEDIATORE DIDATTICO, facilitatore e promotore di RELAZIONI UMANE positive e di positive/adeguate RELAZIONI E ORGANIZZAZIONI CULTURALI.

Deve promuovere e testimoniare, in definitiva, il rispetto della dignità della persona, l’empatia e la capacità di comprensione reciproca attraverso l’ascolto attivo e il dialogo, la solidarietà e l’equità (education). Deve essere capace di predisporre opportuni percorsi formativi (schooling), in cui le scelte curricolari riescano a favorire l’integrazione tra identità (umana e scientifica) e solidarietà (umana e scientifica), specificità e universalità, particolare e generale, comprendendo che, pur nelle peculiarità (personali, scientifiche, culturali), si appartiene alla medesima umanità e si fa parte di un medesimo mondo che bisogna conoscere e migliorare. 

La vera ricchezza è operare per il bene comune.

* Università Roma “Foro Italico”

Immagine

mercoledì 23 agosto 2023

FRAGILI, MA IMPEGNATI


 LA FRAGILITÀ 

È UNA RICCHEZZA,

NON LA SCUSA 

PER IL DISIMPEGNO

 

-di LELLO PONTICELLI*

 

Più volte Papa Francesco è tornato sul tema della fragilità, ricordando che «è la nostra vera ricchezza – da rispettare, accogliere – e che, quando offerta a Dio, ci rende capaci di tenerezza, misericordia ed amore». Nella lettera su S. Giuseppe (Patris Corde) raccomandava di trattare le proprie fragilità con tenerezza, sia per non prestare il fianco al tentatore che vuole scoraggiare, sia per imparare a non puntare il dito contro le fragilità altrui. Il Papa, che conosce bene le dinamiche del cuore, sa che in certe posture rigide e accusatorie, è spesso all’opera la difesa della proiezione, la quale ci porta a vedere ed attaccare nell’altro ciò che non accettiamo in noi stessi. Quanti atteggiamenti intolleranti e censori sono frutto di simili dinamiche, talvolta inconsapevoli!

In questa riflessione, però, vorrei evidenziare il rischio di alcune distorsioni pedagogiche che si verificano quando l’invito ad accogliere e rispettare la fragilità viene equivocato: è possibile, infatti, che la fragilità diventi quasi un’ideologia, che se ne faccia un pretesto per non cambiare o una forma di ricatto vittimista e manipolatorio. In una corretta postura educativa, invece, le sue molteplici espressioni vanno, sì, accolte, ma anche affrontate e, per quanto possibile, risolte. Se sul piano educativo passa l’idea che l’accettazione di esse non solo è necessaria, ma addirittura sufficiente, la motivazione a fare qualcosa per non subirle ne riceve impulso o rischia di indebolirsi o non attivarsi affatto? Molti sono i segni con cui la fragilità si esprime, specie tra i ragazzi: bassa autostima, volontà debole, scarso controllo degli impulsi, eccessiva timidezza che ostacola la relazione con gli altri, etc... Ma anche sul piano morale la fragilità allunga i suoi tentacoli. 

Dovrebbe far riflettere il fatto che, per gestire le proprie fragilità, le persone – specialmente i giovani–cercano spesso un’autocura, trovando, però, soluzioni autolesioniste (vedi le varie dipendenze). Allora un genitore, un educatore, deve incoraggiare a lottare per vincere e superare le fragilità ove possibile, altrimenti imparare a conviverci in modo più maturo, oppure deve lasciar correre? A rischio di favorire la confusione tra passività e accettazione?! Se accogliere la fragilità e i suoi “segni” equivalesse ad un talvolta banalizzato «va bene così come sei», che ne sarà della motivazione a prendere le redini in mano e a fare qualcosa di più promettente?

Se sussiste il pericolo di nuove forme di pelagianesimo – il Papa più volte l’ha segnalato – i malintesi sulla fragilità non potrebbero indurre a un nuovo “quietismo”? Dove si sminuisce l’importanza dell’impegno, della fortezza nella prova, della reazione attiva agli ostacoli, l’attrazione esercitata dalle mete esigenti, pur nella serena accettazione di sconfitte e fallimenti.

Non a caso Francesco anche di recente, a Lisbona, ha invitato i giovani a non aver paura delle proprie fragilità, ad osare, rischiare, mettersi in gioco con grinta, a combattere per essere migliori, a rifiutare la logica dello scarto delle persone fragili valorizzandole e aiutandole a rialzarsi, migliorando così il mondo! Nel dire e nel fare del Papa, insomma, non si può equivocare: la fragilità, che Dio stesso assume e redime, non è una scusa per il disimpegno, il vittimismo e la manipolazione egoistica, ma un tesoro che ci rende più umani e capaci di riumanizzare la realtà!

*Sacerdote, psicologo

www.avvenire.it 

lunedì 28 dicembre 2020

LA TRAPPOLA PER TOPI


- Ernest Hemingway

Un topo stava guardando attraverso un buco nella parete, spiando quello che il contadino e sua moglie stavano facendo. Avevano appena ricevuto un pacco e lo stavano scartando tutti contenti. "Sicuramente conterrà del cibo" pensò il topo.

Ma quando il pacco fu aperto il piccolo roditore rimase senza fiato. Quella che il contadino teneva in mano non era roba da mangiare, era una trappola per topi! Spaventato, il topo cominciò a correre per la fattoria gridando: "State attenti! C'è una trappola per topi in casa! C'è una trappola per topi in casa!".

La gallina, che stava scavando per terra alla ricerca di semi e vermetti, alzò la testa e disse: "Mi scusi, signor Topo, capisco che questo può costituire per lei un grande problema, ma una trappola per topi non mi riguarda assolutamente. Sinceramente non mi sento coinvolta nella sua paura". E, detto questo, si rimise al lavoro per procurarsi il pranzo.

Il topo continuò a correre gridando: "State tutti attenti! C'è una trappola per topi in casa! C'è una trappola per topi in casa!". Casualmente incontrò il maiale che gli disse con aria accattivante: "Sono veramente dispiaciuto per lei, signor Topo, veramente dispiaciuto, mi creda. ma non c'è assolutamente nulla che io possa fare".

Ma il topo aveva già ripreso a correre verso la stalla dove una placida mucca ruminava, sonnecchiando, il suo fieno. "Una trappola per topi? - gli disse - E lei crede che costituisca per me un grave pericolo?". Fece una risata e riprese a mangiare tranquillamente.  Il topo, triste e sconsolato, ritornò alla sua tana preparandosi a dover affrontare la trappola tutto da solo. 

Proprio quella notte, in tutta la casa si sentì un fortissimo rumore, proprio il suono della trappola che aveva catturato la sua preda. La moglie del contadino schizzò fuori dal letto per vedere cosa c'era nella trappola ma, a causa dell'oscurità, non si accorse che nella trappola era stato preso un grosso serpente velenoso. Il serpente la morse.

Subito il contadino, svegliato dalle urla di lei, la caricò sulla macchina e la portò all'ospedale dove venne sottoposta alle prime cure. Quando ritornò a casa, qualche giorno dopo, stava meglio ma aveva la febbre alta. Ora tutti sanno che quando uno ha la febbre non c'è niente di meglio che un buon brodo di gallina. E così il contadino andò nel pollaio e uccise la gallina trasformandola nell'ingrediente principale del suo brodo. La donna non si ristabiliva e la notizia del suo stato si diffuse presso i parenti che la vennero a trovare e a farle compagnia. Allora il contadino pensò che, per dare da mangiare a tutti, avrebbe fatto meglio a macellare il suo maiale. E così fece.

Finalmente la donna guarì e il marito, pieno di gioia, organizzò una grande festa a base di vino novello e bistecche cotte sul barbecue. Inutile dire quale animale fornì la materia prima.

Morale: la prossima volta che voi sentirete qualcuno che si trova davanti ad un problema e penserete che in fin dei conti la cosa non vi riguarda, ricordatevi che quando c'è una trappola per topi in casa tutta la fattoria è in pericolo.

"Quando senti suonare la campana non chiederti per chi suona. Essa suona anche per te"  

 

sabato 9 maggio 2020

EUROPA: IL PERICOLO DEI VIRUS DEL NAZIONALISMO E DELL'EGOISMO


Hollerich: combattiamo i virus del Covid, del nazionalismo e dell’egoismo

In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione di Schuman, giorno della festa dell’Europa, il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece, ribadisce la necessità di una grande rete di solidarietà per sconfiggere la pandemia, costruire la pace e non tradire i valori che fondarono il Vecchio continente

di Massimiliano Menichetti

Settant'anni dopo che il ministro degli Esteri francese Robert Schuman diede il primo impulso alla costruzione del progetto europeo, l’arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece, la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea, il cardinale Jean-Claude Hollerich, sarà a Schengen, città dove nel 1985 fu firmato l'Accordo che regola l'apertura delle frontiere tra i Paesi firmatari. Un segno importante per ribadire la necessità di solidarietà, unità e pace, in questo tempo in cui la pandemia del Covid-19 flagella il mondo. “Abbiamo bisogno di un altro virus, il virus della solidarietà e della carità - ribadisce il porporato ai media vaticani - per capire che l’uomo non vive da solo”, perché “noi possiamo essere “umani” soltanto insieme con gli altri”.
La festa dell'Europa celebra la pace e l'unità. Molti sono gli appelli e gli auspici affinché questo continente sappia tornare allo spirito dei Padri fondatori, sappia riscoprire le proprie radici cristiane. Accogliendo le parole del Papa: come si aggiorna l’idea di Europa?
R. - Penso che sia un momento veramente di gratitudine, perché grazie all’Unione Europea abbiamo avuto la pace. Ieri si è ricordato il 75° anniversario della sconfitta del regime nazista: abbiamo fatto comunque un grande progresso. Ma bisogna mantenere questo spirito, e per questo bisogna tornare allo spirito dei Padri fondatori. Penso a Schuman, penso ad Adenauer, a De Gasperi, che erano uomini pronti alla riconciliazione, uomini che non vedevano il mondo in bianco e nero, ma vedevano tutte le sfumature tra il bianco e il nero. Erano uomini impegnati per la pace e l’unità, basate sulla loro fede cristiana. E il Papa è un po’ la coscienza dell’Europa: è un grande piacere, penso, per tutti gli europei vedere come il Papa venuto da lontano – come ha detto lui stesso – abbia il “senso europeo”, ha capito veramente in profondità quello che è l’ideale europeo: la solidarietà. E la solidarietà non si ferma ai confini dell’Europa. Abbiamo problemi con i confini: confini in Europa e confini dell’Unione Europea con gli altri Paesi. C’è gente che muore ai confini dell’Unione Europea e noi non possiamo tollerare questo.
In questo periodo drammatico a causa del Covid-19, lei ha più volte lanciato un appello all’Europa affinché mostri piena empatia e piena solidarietà ai Paesi più colpiti dalla pandemia. Una sollecitazione che è stata accolta? Cosa bisognerebbe attuare?
R. - Credo che sia stata accolta, non soltanto perché l’ho detto io, ma perché la gente è convinta degli ideali dell’Unione Europea. C’è però un po’ una ferita che rimane: le grandi discussioni prima di arrivare a un compromesso, in un certo senso sono normali in politica; ma in momenti nei quali una grande parte dell’Unione Europea soffre – pensiamo soltanto alle persone morte in Italia, Spagna, Francia … è stata una strage! – allora bisogna dare segnali forti, con empatia. Non soltanto soluzioni teoriche: gli aiuti devono arrivare presto perché altrimenti le persone perdono la fiducia nell’Europa.
Il Papa invita al coraggio “di una nuova immaginazione”, a sviluppare “anticorpi della solidarietà” capaci di dare soluzioni durature, non temporanee. C’è dunque una reale opportunità in questo tempo così difficile?
R. - Sì e lo penso veramente, perché noi siamo divenuti nuovamente consci della fragilità dell’essere umano, della fragilità delle nostre società. E la fragilità può portare a due reazioni: chiudersi in sé, aver paura, e chiudere anche le nostre società, i nostri Paesi. Un’altra reazione – e qui abbiamo bisogno di un altro virus, il virus della solidarietà e della carità, per capire che l’uomo non vive da solo: noi dovremmo saperlo, oggi, perché abbiamo sofferto del fatto di vivere da soli – è che c’è bisogno di una grande rete di solidarietà, perché noi possiamo essere “umani” soltanto insieme con gli altri. Abbiamo bisogno degli altri per realizzare la nostra umanità, per realizzare la chiamata che Dio ci fa.
Qual è il messaggio dunque, la sfida, che la Chiesa in Europa vuole lanciare?
R. - Bisogna avere più solidarietà e più empatia; bisogna essere dalla parte dei più poveri; bisogna avere un realismo basato sull’idea dell’Europa e questa idea non si può pensare senza solidarietà, senza pace. Tutte le altre visioni dell’Europa sarebbero contrarie all’idea dei Padri fondatori. È tanto importante mostrare al mondo che la società umana può essere solidale, che una tale crisi globale, questa pandemia può essere combattuta soltanto a livello mondiale, e che l’Unione Europea è uno strumento per la pace nel mondo. Dunque, combattiamo il virus del Covid e combattiamo il virus del nazionalismo e dell’egoismo.






venerdì 21 febbraio 2020

PERCHE' LA NOTTE NON CI INGHIOTTA ....

-  I CHIAROSCURI 
di Giuseppe Savagnone  -

L’Inghilterra difende i suoi confini
Due recenti notizie, apparse in contemporanea, ma relative ad eventi che a prima vista non hanno nulla a che fare tra loro, sono indicative del clima che si sta creando in Europa.
La prima riguarda la decisione del governo inglese di negare il visto per motivi di lavoro nel Regno Unito, a partire dal 1° gennaio 2021, a coloro che non conoscono la lingua inglese e non hanno un contratto di lavoro o comunque un alto grado di specializzazione. La misura riguarderà anche i cittadini europei. È uno degli effetti della Brexit e corrisponde alla esigenza da cui essa è nata, che è di “difendere le frontiere” da un ingresso indiscriminato di stranieri.
La gravità di questa decisione si può misurare dal fatto che, secondo il Comitato sulla migrazione – un ente indipendente usato dal governo come consulente – il 70% dei cittadini europei entrati nel Regno Unito dal 2004 a oggi non avrebbe, secondo la nuova normativa, i requisiti per lavorare nel Paese.
Un duro colpo per i nostri  giovani lavoratori…
Milioni di ragazzi – tra cui moltissimi italiani – fino ad oggi trovavano a Londra e in altre città inglesi la possibilità di cominciare una nuova storia a partire da zero, lavorando come camerieri, commessi, manovali, imparando gradualmente a parlare la lingua.
Fra pochi mesi tutto questo non sarà possibile. Un duro colpo per i sogni di tanti giovani che vedevano nell’Inghilterra una prospettiva non solo occupazionale, ma anche esistenziale. Nell’immaginario collettivo la Gran Bretagna era diventata il luogo ideale per l’incontro non solo con gli inglesi, ma con l’Europa e con il mondo intero. Un luogo di relazioni personali inedite, di confronto culturale, di opportunità, oltre che economiche, umane.
…per i nostri studenti
La notizia in questione si aggiunge a quella, dei giorni scorsi, secondo cui i ragazzi europei che andranno a studiare in Inghilterra, a partire dal prossimo anno accademico, saranno equiparati a quelli che provengono da qualsiasi altra parte del mondo.
Con effetti economici per loro devastanti, perché le rette universitarie risulteranno più che raddoppiate, passando dai circa 10.000 euro attuali alle cifre che già oggi devono sborsare i loro colleghi cinesi o americani, eh vanno dai 25.000 ai 40.000 euro.
Chi potrà affrontare queste spese? Anche in questo caso, il rapporto profondo tra le nuove generazioni europee e l’Inghilterra verrà compromesso dalla Brexit, riportando il Paese a un isolazionismo che, quali che possano essere i vantaggi materiali attesi, costituisce sicuramente un impoverimento.  
Ma a chi giova?
Già, i vantaggi materiali… Ma è così sicuro che ci siano? Proprio la decisione di chiudere le frontiere ai lavoratori che non parlano inglese e che non sono specializzati sta suscitando le vibrate proteste di vasti settori del mondo economico, a cominciare da quello della ristorazione, il più colpito da queste linee guida.
Finora la libera circolazione delle persone ha garantito a pub, ristoranti e bar del Regno Unito una forza lavoro a modico prezzo e di buona qualità, fatta di giovani volenterosi e intraprendenti. Ma anche il settore dell’edilizia e della sanità si avvalevano di una manovalanza straniera di cui una buna parte proveniva dall’Europa. Alla perdita di una centralità culturale bisogna aggiungere, dunque, la minaccia di gravi danni per l’economia. Il potere dell’ideologia identitaria
Sorge spontanea la domanda: perché? Cosa ha spinto gli inglesi a una scelta che rischia di costituire una grave perdita per tutti, anche per loro?
La risposta forse si può trovare a partire da un episodio apparentemente minimo, riferito dai media britannici, verificatosi alcuni giorni fa a Norwich, in Inghilterra, dove è stato attaccato un volantino in cui stava scritto: «Qui si parlerà solo inglese o tornatevene a casa vostra». E ancora: «Non tollereremo chi parla altre lingue. Se non sai l’inglese tornatene a casa tua, nel tuo Paese». 
Qui non c’entrano le “ragioni”: è in gioco l’ideologia identitaria che chiude le porte agli altri perché li sente, per il fatto stesso che sono diversi, come una minaccia.
Una strage in Germania
E qui appare il collegamento con l’altra notizia di cui parlavo all’inizio, che è quella della strage compiuta in Germania, ad Hanau, nei pressi di Francoforte, in due bar frequentati da membri della comunità turca di etnia curda. Nove persone uccise e quattro gravemente ferite da un estremista di destra che, prima di suicidarsi, aveva scritto in un messaggio che sentiva la necessità «annientare» certi popoli la cui espulsione dalla Germania non è più possibile.
Un atto terroristico che si aggiunge a quello della settimana scorsa, a Berlino, dove un uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco e altre quattro persone sono rimaste gravemente ferite in una sparatoria avvenuta all’esterno di un teatro, dove era appena terminato uno spettacolo comico turco, e all’altro dello scorso ottobre, sempre in Germania, ad Halle, dove un uomo ha attaccato una sinagoga e un fast food, uccidendo due persone.
L’autore, un militante neonazista, in realtà è riuscito ad uccidere solo due passanti che non erano ebrei, ma era arrivato alla sinagoga con una telecamera fissata sull’elmetto per filmare in diretta web quella che sperava sarebbe stata una strage.
Un clima di odio senza responsabili?
Si sta diffondendo in diversi Paesi europei un clima di odio e di violenza che, dal piano verbale, sempre più tende a passare a quello fisico. Anche in Italia dagli insulti razzisti a Gad Lerner e a Liliana Segre si è passati a veri e propri atti di aggressione. I reati legati al razzismo nel nostro Paese sono quasi raddoppiati dal 2016 ad oggi.
Naturalmente nessun partito se li intesta. Anche per quanto riguarda l’episodio di Hanau, il portavoce di Alternative für Deutschland, “Alternativa per la Germania”, il partito di estrema destra che sta guadagnano consensi ad ogni consultazione elettorale, ha definito il protagonista un «pazzo», rifiutando di attribuire un significato politico alla strage da lui commessa.
Come del resto accade in Italia, dove più volte i rappresentanti della Lega e di Fratelli d’Italia hanno replicato con sdegno alle accuse di razzismo loro mosse, specialmente dopo che avevano rifiutato di firmare l’ordine del giorno contro l’odio proposto da Liliana Segre. Né certamente i fautori della Brexit accetterebbero di avallare i toni del volantino di Norwich.
Eppure un nesso c’è…
È difficile negare, però, che esista un nesso tra il sovranismo, con il suo slogan “Prima noi”, e l’ondata xenofoba e razzista che sta montando in tutta l’Europa. Se si crea a livello ufficiale un clima di conflittualità e di contrapposizione verso chi è “diverso” per nazionalità, cultura, religione, additandolo come una minaccia alla sicurezza, se è all’interno, ai confini se si trova all’esterno, non ci si può stupire se ci sono persone labili o in mala fede che approfittano di questo clima per compiere atti concreti di volenza, interpretandoli come una “difesa”.
La responsabilità dei partiti
Non possiamo restare in silenzio di fronte a questo spaventoso deterioramento del tessuto umano delle nostre società. Qui è in gioco non l’orientamento verso un partito o l’altro, l’essere di destra o di sinistra, perché le scelte a questo livello, in una società democratica, sono tutte legittime. Il problema è “quale” destra e “quale” sinistra.
Per quanto riguarda il nostro Paese, ricordiamo ancora un passato in cui, per quanto riguarda quest’ultima, fu necessario chiedere con fermezza ai suoi sostenitori di prendere le distanze dal terrorismo delle Brigate Rosse e in generale da una logica di violenza che da alcuni era legittimata in nome dell’ideologia comunista. Oggi un’analoga, esplicita presa di distanze si deve chiedere alla destra nei confronti di tutto ciò che ricorda il fascismo e il nazismo.
Prendere le distanza dall’anima delle ideologie violente
Negare l’esistenza del problema, appellandosi all’anacronismo di questo riferimento, significherebbe in realtà rifiutarsi di dare un vera risposta. Perché nessuno pensa che quelle ideologie possano riproporsi esattamente negli stessi termini del passato.
La differenza dei nostri tempi rispetto all’inizio del Novecento è ovvia. È l’anima di quei fenomeni storici che rischia di rivivere, sotto sembianze inevitabilmente diverse. E rispetto a quest’anima oggi i sovranismi – compreso quello italiano – devono chiaramente distanziarsi non solo nelle facili dichiarazioni di principio, ma nello stile pratico.
Perché non torni la notte
La democrazia – ma, più profondamente, la custodia dell’umano – esigono che di questo si parli e che ci si trovi d’accordo. Le differenze partitiche vengono dopo, e ricevono la loro legittimità dalla loro conformità alla nostra Costituzione, in cui questi valori sono espressi senza equivoci. Al di fuori di questa base, che dev’essere comune, c’è la notte del fanatismo.




sabato 3 agosto 2019

LA VITA NON DIPENDE DA CIO' CHE POSSIEDI

Pensate alle cose di lassù 

e non a quelle della terra!

 (Anno C) (04/08/2019)
Vangelo: Lc 12,13-21 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )
 
Visualizza Lc 12,13-21
L'evangelista Luca scrive che dalla folla che attornia Gesù si leva una richiesta: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità»; egli però risponde: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» e continua dicendo: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Questa affermazione del Signore, nella sua disarmante semplicità e verità, ci mette tutti in questione poiché ci fa riflettere sul rapporto che abbiamo con i beni terreni.
Sorgono spontanee delle domande: in che cosa facciamo consistere la nostra vita? Su cosa la fondiamo? Spesso siamo tentati di farla dipendere dall'accumulo di ricchezze, come se queste potessero colmare la nostra sete di senso e di amore. E così accumuliamo beni per noi, senza tenere conto degli altri; anzi, finiamo per privarli di ciò che spetterebbe loro per avere di che vivere, come fa il ricco della parabola verso il povero Lazzaro (cf Lc 16, 19-31). Oggi, purtroppo, secondo statistica, muoiono ogni minuto trenta bambini per denutrizione, mentre ogni minuto si spendono milioni di euro per gli armamenti. Pensiamo anche a quante persone ricche, egoiste e avare spendono una enorme quantità di soldi per spese insignificanti! Tutto ciò avviene nella totale indifferenza della società. Anzi, più si accumula e più si è lodati dalla società perché tale comportamento viene considerato non un vizio bensì una pubblica virtù.
Gesù conosceva bene il cuore umano, luogo in cui nasce questa brama insaziabile di accumulare ricchezze (cf Mc 7, 22) e soprattutto sapeva che «l'avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (cf 1Tm 6, 10), che «è idolatria» (cf Col 3, 5), poiché implica un'adesione fiduciosa ai beni piuttosto che a Dio; in altre parole, questa smania di possesso ci allontana dal regno di Dio, impedisce a Dio di regnare sulle nostre vite. Ecco perché Gesù ha detto: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (cf Lc 6, 13); e di fronte al rifiuto della sua chiamata da parte di un uomo che possedeva molti beni, ha commentato: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (cf Lc 18, 24-25).
Nel salmo 49 si legge: «Non temere se un uomo arricchisce, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore, infatti, con sé non porta nulla né scende con lui la sua gloria» (cf Sal 49, 17-18). Nel narrare la parabola dell'uomo ricco che non sapeva dove mettere i propri raccolti, Gesù sembra riecheggiare queste parole. All'insensato che «nella prosperità non comprende» (cf Sal 49, 21) e vorrebbe addirittura disporre del futuro - «demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti!» - Gesù contrappone la voce di Dio che gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Ovvero: spesso accumuliamo ricchezze per difenderci dalla paura della morte, come se avere molti beni potesse impedire quell'evento che ci attende tutti al termine della nostra esistenza. E così rimuoviamo il confronto con la nostra morte; meditando con intelligenza su di essa potremmo invece riconoscere ciò che nella vita è veramente essenziale.
Domenica prossima ascolteremo che Gesù dice: «Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (cf Lc 12, 34). Il nostro cuore è rivolto alle cose di lassù o a quelle della terra?
Cerchiamo di fondare la nostra vita su Gesù Cristo, che è la nostra vera ricchezza. Impegniamoci ad essere aperti ai bisogni del prossimo. Non lasciamoci dominare dalla cupidigia e dall'egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a Dio, principio e fine di tutte le cose.


giovedì 23 maggio 2019

CASA e SCUOLA: EDUCAZIONE ALLA GENTILEZZA


Io a scuola insegnerei educazione alla gentilezza, un’ora a settimana. Perché magari la maturità scolastica ci insegna a fare benissimo le equazioni, a scrivere un tema a meraviglia, a tradurre a menadito greco e latino, a parlare le lingue. Poi manca la maturità emotiva per affrontare al meglio lo stress. Lo stress di chi non si è insegnato il rispetto, l’attesa, l’educazione, la giusta misura nel dire le cose, la differenza fra il lasciar correre e l’aggredire, fra l’avere carattere e la prevaricazione, fra il diritto di critica e il non diritto di offesa. Una persona gentile sa essere sgradevole, se vuole. Sceglie di non esserlo, semplicemente. Poi ci sono le materie che impariamo sul campo, geometria delle anime, geografia degli sguardi e se siamo fortunati diventiamo il libro di storia di qualcuno. Vi auguro di andare controcorrente, non sempre, solo quando serve a restare voi stessi e assolutamente mai controcuore“.
                                                                                                                                      Massimo Bisotti

Abbiamo voluto riproporvi questo spunto dello scrittore Massimo Bissotti, sintesi artistica di quei pensieri che cerchiamo di proporre ogni giorno, di quel mondo gentile che ci piacerebbe costruire. Poche righe, ma secondo noi più utili di tutto quello che recentemente si è detto su resilienza, empatia ed emozioni.
Nel nostro mondo c’è spazio per la gentilezza? Molto poco: lo stress e i ritmi frenetici del lavoro e della vita hanno portato a perdere progressivamente questo valore. Scambiare qualche parola gentile con gli altri è visto come una perdita di tempo.
Riscopriamo la gentilezza
La gentilezza è alla base dell’empatia: sorridere, fare del bene, rendere migliore la giornata degli altri. E’ un valore che, poco alla volta, rende la nostra vita più piena. Essere gentili significa essere grati alla vita e al mondo che abitiamo. Per riscoprire la gentilezza, dobbiamo abbattere il muro dell’egoismo e delle finte preoccupazioni: abituiamoci a non utilizzare lo smartphone quando non è strettamente necessario. Abituiamoci ad ascoltare e a comunicare in modo sincero: guardiamo negli occhi i bambini e le persone con cui parliamo.
I bambini nascono gentili: fino a 6/7 anni, nonostante l’egocentrismo tipico della loro età, sono pronti a condividere con gli altri, comunicano volentieri e prendono a cuore i problemi degli altri. Perché noi adulti non ne siamo più in grado? Forse, un primo passo potrebbe essere proprio quello di riscoprire la gentilezza dell’infanzia, facendo un passo indietro con il cuore.
Per insegnare ad essere gentili dobbiamo utilizzare il linguaggio del cuore
Siamo sicuri che in educazione paghi la scientificità con cui ci inventiamo metodi e competenze? Siamo sicuri che siano un buon modo per insegnare il rispetto, l’amore e la gentilezza? Noi non lo siamo. Anzi, ogni giorno che passa ci convinciamo un pochino di più che spesso fanno solo danni. Abbiamo messo al centro delle nostre ricerche metodi per insegnare meglio, che in quanto tali si sono concentrati su tutto ciò che si poteva misurare: se sai a memoria le tabelline, se riesci a parlare tre lingue diverse, se sai programmare un’applicazione.
Abbiamo però dimenticato il cuore, la gentilezza spontanea, quell’educazione emotiva che non si trova nelle riflessioni degli psicologi ma solo nella vita vissuta. E anche adesso, che ci siamo accorti dell’errore e stiamo correndo ai ripari, usiamo lo stesso sistema: scientifico, enciclopedico, squadrato. Spuntano manuali sulle emozioni come fossero l’aritmetica di base. Istruzioni per allenare questo e quello, dalla resilienza alla gratitudine. Senza capire che il cuore parla la lingua del cuore, e con quella va educato.
Quindi, perché non ripartire dall’arte, dalla narrazione, dai piccoli gesti spontanei, dalla voglia di cambiare? Potrebbe essere un modo per innovare per davvero, e innovando stare meglio. Potrebbe essere il primo passo verso una ricerca della felicità concreta e non solo teorizzata.