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sabato 22 marzo 2025

EDUCARE L'ANIMA


 Galimberti, bisogna educare emotivamente i giovani per poter consentire loro di essere accettati ed amati per ciò che sono realmente senza dover indossare una maschera

 


La Redazione

 

“Per questo c’è un gran lavoro da fare nell’educazione preventiva dell’anima (e non solo del corpo e dell’intelligenza) per essere all’altezza del nostro tempo, che ha bruciato gli…”

 Esistono diverse tipologie di emozioni che connotano la nostra esistenza: si pensi, ad esempio, alla collera che consente al sangue di affluire alle mani rendendo più facile impugnare un’arma o sferrare un pugno, mentre la frequenza cardiaca aumenta e l’adrenalina genera un’energia tale da permettere un’azione vigorosa; ma anche alla paura che permette al sangue di fluire verso i grandi muscoli scheletrici, come quelli delle gambe, rendendo più facile la fuga, mentre il volto impallidisce; o ancora all’amore che accresce il senso di vicinanza e di affettività.

 A tal proposito il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, attraverso una profonda riflessione, sostiene fermamente come l’emotività possa essere educata e, per una società migliore, debba essere educata.

Ecco allora che ci si pone una domanda: “Esiste nella cultura dei giovani un’educazione emotiva che consenta loro di mettere in contatto e quindi di conoscere i loro sentimenti, le loro pulsioni? Oppure il mondo emotivo vive dentro di loro a loro insaputa, come un ospite sconosciuto a cui non sanno dare neppure un nome?”

 Facciamo riferimento, più dettagliatamente, alla cura dell’emotività che prende avvio dal giorno della nascita: il neonato si attacca al seno materno e, insieme al latte, assapora l’accoglienza, l’indifferenza o il rifiuto.

Man mano che si cresce, nella prima infanzia, i genitori tendono a promuovere un’educazione fisica ed intellettuale ma non un’educazione emotiva, cioè dei sentimenti, delle emozioni, delle paure.

“Tra una palestra e un corso di nuoto perché bisogna crescere con un bel corpo, tra una spiegazione ora sbrigativa, ora articolata, ora un po' imbrogliata perché bisogna diventare intelligenti, quanto passa tra genitori e figli di quella comunicazione indiretta per cui si sente nella pancia, prima che nella testa, che del padre e della madre ci si può fidare, perché li si avverte al proprio fianco nei primi movimenti un po' impacciati della vita? Cura del corpo, dell’intelligenza, ma quando cura dell’anima?”, questo l’interrogativo principale del filosofo. 

 Gli adulti, in tal ambito, annaspano un po' e si diffonde quell’indifferenza emotiva che non permette di avere la risonanza emozionale di fronte ai fatti a cui si assiste o ai gesti che si compiono.

Questo perché manca un’educazione emotiva dapprima in famiglia, e poi a scuola, ed occorre, pertanto, realizzare un’alfabetizzazione emotiva così da insegnare ai bambini non solo la matematica o la lingua italiana, ma anche la capacità di relazionarsi, instaurando rapporti empatici con i loro coetanei.

 “Per questo c’è un gran lavoro da fare nell’educazione preventiva dell’anima (e non solo del corpo e dell’intelligenza) per essere all’altezza del nostro tempo, che ha bruciato gli spazi della riflessione, ridotto all’insignificanza quelli della comunicazione, ma soprattutto inaridito il cuore, che è poi l’organo attraverso il quale si sente, prima ancora di sapere, cos’è bene e cos’è male”, queste le significative parole di Umberto Galimberti.

 I genitori, sempre più svogliati e disinteressati emotivamente, lasciano i loro figli da soli sin da piccoli, affidandoli alle baby-sitter o alla televisione, così facendoli crescere con un cuore che dapprima invoca attenzione emotiva per poi giocare d’anticipo delusione e cinismo così difendendosi da una risposta d’amore che potrebbe non arrivare mai.

Ecco allora l’importanza di educare emotivamente i giovani attraverso quella forza d’animo che consente loro di essere accettati ed amati per ciò che sono realmente senza dover indossare una maschera.

“Di forza d’animo hanno bisogno i giovani soprattutto oggi perché non sono più sostenuti da una tradizione, perché si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, perché si è smarrito il senso dell’esistenza e incerta s’è fatta la sua direzione. La storia non racconta più la vita dei loro padri, e la parola che i padri rivolgono ai figli è insicura e incerta. I loro sguardi si incontrano, ma spesso solo per evitarsi”, così conclude la sua disamina il filosofo.

I giovani, anche se faticano ad ammetterlo, attendono qualcuno che li traghetti perché il mare che devono attraversare è minaccioso, nonostante all’apparenza possa sembra calmo e sereno, altrimenti rischieranno di trascorrere la loro vita senza sentimento, senza nobiltà, inaridendo il loro cuore incapace di provare emozioni pure e sincere, non riuscendo ad essere se stessi, ma dovendo indossare una maschera pur di essere accettati in una società cinica e spesso anestetizzata emotivamente.

 Scuola Oggi

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giovedì 26 settembre 2024

DAL VERO UOMO ALL'UOMO VERO

Per i ragazzi occorre un’educazione emotiva al rispetto dell’altro



La capacità di costruire relazioni sane, rispettose e solide cresce

 sin dall’infanzia. E riguarda i maschi come le femmine.

I ragazzi vanno educati a una nuova competenza emotiva per liberarli dal mito del controllo e del possesso, che deforma i rapporti con l’altro sesso. 

Un viaggio da fare insieme.

 

-       -   di ALBERTO PELLAI

Anticipiamo l’intervento dello psicoterapeuta Alberto Pellai nella giornata di lancio del progetto «Pari. Insieme contro la violenza di genere», venerdì a Milano al Centro culturale Base (dalle 9.30 alle 13.30). Con altre voci di differente ispirazione (tra loro Ester Viola e Telmo Pievani) si rifletterà su come “fare cultura”, avviando un progetto che nasce da un network di aziende con l’obiettivo di agire nella società e nelle imprese.

Noi esseri umani siamo nati con una mente affamata di relazionalità. Nel film Cast Away Tom Hanks, unico sopravvissuto in un incidente aereo, approda su un’isola deserta e deve imparare a sopravvivere. Prima di allora non aveva mai dovuto procurarsi il cibo, l’acqua o un riparo dalle intemperie. Nella sua vita tutto era garantito. Quando riesce a portare a termine questi obiettivi primari, e quindi quando la sopravvivenza non è più un problema, sente che gli manca qualcosa di fondamentale: una persona con cui relazionarsi. Ma l’isola è deserta e quindi non c’è nessuno. Per tamponare la disperazione, costruisce un pupazzo con un pallone riportato a riva dalla marea. Disegna un volto su quel pallone e lo umanizza: è così che nasce Wilson, il suo compagno di vita durante l’esperienza di uomo condannato alla solitudine da un incidente imprevedibile.

Questa immagine di uomo solo e disperato che, pur di relazionarsi con un “altro da sé”, umanizza un pallone da calcio è una metafora potentissima, che racconta in modo formidabile il bisogno di prossimità e intimità, di contatto e dialogo tipico degli esseri umani. La relazione amorosa rappresenta l’esperienza che nella vita più risponde ai nostri bisogni di prossimità e intimità, contatto e dialogo. La violenza di genere ci testimonia però che noi esseri umani siamo anche in grado di trasformare questo “bisogno” in sopraffazione, violenza, sottomissione, annullamento dell’altro. L’emergenza sociale associata a questo fenomeno ci ha spinto negli ultimi anni a promuovere un’azione educativa e preventiva finalizzata al suo sradicamento. Compito che a oggi appare difficile da raggiungere visto che i casi di cronaca ritornano con una periodicità costante e urgente. Nell’ampio dibattito intorno all’educazione di genere, e nelle azioni intraprese sempre più frequentemente a scopo educativo e preventivo in questo ambito, emerge oggi molto forte il bisogno di aiutare le ragazze e le donne a riconoscere e ad allontanarsi il più presto possibile dal partner affettivo che potrebbe incastrarle in una relazione manipolatoria e violenta. Si fa anche grande attenzione ad aiutarle a riconoscere i fattori di rischio, i campanelli di allarme e le situazioni “ trigger” che trasformano una relazione in cui ci si dovrebbe sentire amati in una gabbia dove si è intrappolati, resi dipendenti, violati sia emotivamente sia fisicamente.

È una narrazione necessaria, ma che spesso costringe i due generi – maschile e femminile – a considerarsi collocati su due fronti opposti: da una parte il genere femminile, che è a rischio e vulnerabile alla vittimizzazione, e dall’altra il genere maschile, che è aggressivo e predisposto alla violenza. È evidente che, quando la violenza accade, quando l’uomo che aggredisce rende vittima la donna, hanno agito tutti gli aspetti della mascolinità tossica e della cultura patriarcale, portando al fallimento di qualsiasi strategia educativa e preventiva efficace. Come uomo, compagno di vita di una donna, padre e specialista della salute mentale, io penso che l’educazione di genere oggi debba dare spazio anche a un altro aspetto: insegnare ai giovani maschi una nuova consapevolezza emotiva che permetta loro di sperimentarsi in un percorso di formazione e di crescita tale da aiutarli ad allontanarsi dal mito del “vero uomo” per permettere loro di addentrarsi alla scoperta “dell’uomo vero”. Questo processo deve contrassegnare tutto il percorso evolutivo del ragazzo, perché possa essere al centro della sua futura vita di uomo adulto. È un approccio molto diverso da quello che insegna a non agire con violenza in una relazione o all’interno di un rapporto, perché prevede di aiutare i maschi a considerare, nelle relazioni con ragazze e donne, e in generale con un/una partner affettivo/a, la bellezza di costruire vicinanza e prossimità, intimità e sicurezza. C iò che spesso fa esplodere la violenza di genere è il bisogno di “possedere” l’altro, presidiandone fermamente il controllo. Nel percorso di educazione oggi necessario si deve proporre ai ragazzi la bellezza e l’importanza di lavorare su di sé, sul proprio gruppo di riferimento, e più in generale su tutto l’universo maschile affinché ogni bambino che diventerà adolescente e poi uomo possa formarsi alla scoperta del valore e delle competenze emotive e cognitive necessarie a sentirsi appartenenti a una relazione, così da generare e condividere un’intimità sana con “l’altro da me”. In questa dimensione il controllo perde di significato, perché la formazione esistenziale e affettiva si basa sulla fiducia e sul rispetto della capacità di entrambi i componenti di una coppia.

Non penso sia possibile per noi uomini e padri fare tutto questo da soli. Questa sfida, educativa e culturale al tempo stesso, deve essere affrontata facendo squadra. Tra noi maschi, ma anche e soprattutto con le ragazze e le donne che vivono al nostro fianco. Il rischio, altrimenti, è quello di diventare tutti come Tom Hanks sull’isola deserta: ce la raccontiamo, ma stiamo in realtà parlando senza avere un vero interlocutore con cui confrontarci, generare ascolto e condivisione. 

In questo percorso è fondamentale imparare a costruire una nuova alleanza tra genere maschile e femminile che permetta a entrambi di trovarsi coinvolti a vivere relazioni efficaci e rispettose, dignitose e reciprocamente arricchenti, in cui il valore e la bellezza della parità e della reciprocità diventino prerequisiti desiderati e ricercati – con uguale passione e sforzo, consapevolezza e determinazione – da entrambi i membri della coppia. Non siamo nati per stare soli. L’altro ci permette di dare compimento alla nostra dimensione umana più complessa e profonda, quella che si basa sulla relazione, sulla cooperazione e sulla condivisione.

 L’ amore in fondo nasce proprio da questo: è più bello condividere in due un tratto di vita, o addirittura tutta l’esistenza, con ciò che ci sa offrire. Stare in relazione con “l’altro” non è facile. Richiede competenze emotive, socio-relazionali, cognitive. Comporta la capacità di far fruttare al meglio le due menti insite in ogni individuo e che Howad Gardner ha definito «mente intrapersonale» e «mente interpersonale». La prima aiuta a conoscere noi stessi e si basa sul dialogo interiore, sulla messa a punto di un vero sé nel corso della propria esistenza. Questo sé si confronterà e verrà condiviso con chi avremo accanto nella vita, per caso o per nostra scelta. E grazie alle competenze della nostra mente interpersonale sperimenteremo la bellezza del fare squadra, coppia e famiglia (con le molteplici declinazioni che oggi tale termine comprende). Tutto questo non ha genere. Ci appartiene in quanto esseri umani. E lo dobbiamo apprendere quando siamo in crescita, per poi metterlo in pratica una volta diventati adulti. 

Questo è un percorso che noi esseri umani del terzo millennio dobbiamo imparare a fare, senza distinzioni di genere. E che deve essere messo al centro del sostegno alla crescita che va reso disponibile a ogni bambino e bambina del terzo millennio, accompagnandone la crescita e lo sviluppo fino al raggiungimento dell’adultità.  

La bellezza del “fare squadra”, coppia e famiglia si impara durante tutto il percorso di crescita, e non contempla distinzioni: ci appartiene in quanto esseri umani.

www.avvenire.it

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giovedì 23 maggio 2019

CASA e SCUOLA: EDUCAZIONE ALLA GENTILEZZA


“Io a scuola insegnerei educazione alla gentilezza, un’ora a settimana. Perché magari la maturità scolastica ci insegna a fare benissimo le equazioni, a scrivere un tema a meraviglia, a tradurre a menadito greco e latino, a parlare le lingue. Poi manca la maturità emotiva per affrontare al meglio lo stress. Lo stress di chi non si è insegnato il rispetto, l’attesa, l’educazione, la giusta misura nel dire le cose, la differenza fra il lasciar correre e l’aggredire, fra l’avere carattere e la prevaricazione, fra il diritto di critica e il non diritto di offesa. Una persona gentile sa essere sgradevole, se vuole. Sceglie di non esserlo, semplicemente. Poi ci sono le materie che impariamo sul campo, geometria delle anime, geografia degli sguardi e se siamo fortunati diventiamo il libro di storia di qualcuno. Vi auguro di andare controcorrente, non sempre, solo quando serve a restare voi stessi e assolutamente mai controcuore“.
                                                                                                                                      Massimo Bisotti

Abbiamo voluto riproporvi questo spunto dello scrittore Massimo Bissotti, sintesi artistica di quei pensieri che cerchiamo di proporre ogni giorno, di quel mondo gentile che ci piacerebbe costruire. Poche righe, ma secondo noi più utili di tutto quello che recentemente si è detto su resilienza, empatia ed emozioni.
Nel nostro mondo c’è spazio per la gentilezza? Molto poco: lo stress e i ritmi frenetici del lavoro e della vita hanno portato a perdere progressivamente questo valore. Scambiare qualche parola gentile con gli altri è visto come una perdita di tempo.
Riscopriamo la gentilezza
La gentilezza è alla base dell’empatia: sorridere, fare del bene, rendere migliore la giornata degli altri. E’ un valore che, poco alla volta, rende la nostra vita più piena. Essere gentili significa essere grati alla vita e al mondo che abitiamo. Per riscoprire la gentilezza, dobbiamo abbattere il muro dell’egoismo e delle finte preoccupazioni: abituiamoci a non utilizzare lo smartphone quando non è strettamente necessario. Abituiamoci ad ascoltare e a comunicare in modo sincero: guardiamo negli occhi i bambini e le persone con cui parliamo.
I bambini nascono gentili: fino a 6/7 anni, nonostante l’egocentrismo tipico della loro età, sono pronti a condividere con gli altri, comunicano volentieri e prendono a cuore i problemi degli altri. Perché noi adulti non ne siamo più in grado? Forse, un primo passo potrebbe essere proprio quello di riscoprire la gentilezza dell’infanzia, facendo un passo indietro con il cuore.
Per insegnare ad essere gentili dobbiamo utilizzare il linguaggio del cuore
Siamo sicuri che in educazione paghi la scientificità con cui ci inventiamo metodi e competenze? Siamo sicuri che siano un buon modo per insegnare il rispetto, l’amore e la gentilezza? Noi non lo siamo. Anzi, ogni giorno che passa ci convinciamo un pochino di più che spesso fanno solo danni. Abbiamo messo al centro delle nostre ricerche metodi per insegnare meglio, che in quanto tali si sono concentrati su tutto ciò che si poteva misurare: se sai a memoria le tabelline, se riesci a parlare tre lingue diverse, se sai programmare un’applicazione.
Abbiamo però dimenticato il cuore, la gentilezza spontanea, quell’educazione emotiva che non si trova nelle riflessioni degli psicologi ma solo nella vita vissuta. E anche adesso, che ci siamo accorti dell’errore e stiamo correndo ai ripari, usiamo lo stesso sistema: scientifico, enciclopedico, squadrato. Spuntano manuali sulle emozioni come fossero l’aritmetica di base. Istruzioni per allenare questo e quello, dalla resilienza alla gratitudine. Senza capire che il cuore parla la lingua del cuore, e con quella va educato.
Quindi, perché non ripartire dall’arte, dalla narrazione, dai piccoli gesti spontanei, dalla voglia di cambiare? Potrebbe essere un modo per innovare per davvero, e innovando stare meglio. Potrebbe essere il primo passo verso una ricerca della felicità concreta e non solo teorizzata.