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sabato 26 luglio 2025

IL NAZIONALISMO FA MALE


Il nazionalismo 

fa male 

(anche al prosecco)

 


Gianmarco Gabrieli

Prefazione di Giuseppe Benedetto

Il nazionalismo fa male (anche al prosecco) è un saggio lucido e attuale contro il ritorno del protezionismo economico. 

Gianmarco Gabrieli, con stile divulgativo e rigoroso, smonta la retorica sovranista che propone dazi e chiusure, mostrando come proprio chi produce eccellenza e occupazione sia il primo a subirne i danni.

Il libro è diviso in due parti: la prima analizza il fenomeno dal punto di vista economico-politico; la seconda raccoglie testimonianze dirette di imprenditori che operano nei settori chiave del Made in Italy.

«Chi crea valore ha bisogno
di ponti, non di barriere.
Di regole, non di slogan.
Di visione, non di nostalgia.»

Con un approccio europeista e pragmatico, Gabrieli invita a superare i muri nazionalisti attraverso apertura selettiva, cooperazione regolata e strategia comune per difendere davvero imprese, innovazione e libertà, rivendicando la libertà economica come pilastro della libertà democratica e invita a un nuovo europeismo pragmatico. 

DALLA PREFAZIONE DI GIUSEPPE BENEDETTO, PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE LUIGI EINAUDI

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Il nazionalismo fa male (anche al prosecco) – Ebook, Italiano

€13,30 €14,00

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sabato 19 luglio 2025

IL VOLTO SFIGURATO DEL DIO D'ISRAELE

 

La lettura fondamentalista e fanaticamente nazionalista che danno dei testi biblici personaggi come Ben-Gvir e i suoi sostenitori è un tradimento, non una conseguenza strutturale, dell’ebraismo.



-di Giuseppe Savagnone 

 

L’aspetto religioso della guerra d’Israele

Un aspetto particolarmente inquietante, e forse per questo poco approfondito dai media, nella drammatica escalation che in questo ultimo anno e mezzo ha portato lo Stato d’Israele al centro delle cronache, è quello religioso.

È un dato di fatto che un ruolo decisivo nel governo Netanyahu hanno avuto e continuano ad avere i partiti degli ebrei ortodossi, come «Potere Ebraico», il cui leader, Itamar Ben-Gvir, noto per il suo estremismo, è il ministro della Sicurezza e contribuisce in modo determinante ad assicurare l’appoggio della maggioranza. 

Sta di fatto che sono questi partiti ad aver dato, a quella che inizialmente era stata presentata come un’operazione difensiva, il carattere, ormai evidente a tutti, di una spietata pulizia etnica se non, come sostengono molti, di un vero e proprio genocidio. Ed è in nome della loro fede che essi perseguono il progetto del “grande Israele”, che implica la coincidenza dello Stato ebraico con la “terra promessa” di cui parla la Bibbia.

Che di questo fattore si parli molto poco è comprensibile. Siamo così abituati a identificare il fondamentalismo religioso con l’islam, che diventa imbarazzante  riconoscerlo in quelli che Giovanni Paolo II ha definito «i nostri fratelli maggiori», i quali, per di più, invocano a loro giustificazione la stessa Bibbia che costituisce un testo sacro per il cristianesimo e che viene utilizzata quotidianamente nella liturgia delle Ore e nella celebrazione eucaristica.

Eppure, è indubbio che, ancor prima del 7 ottobre, ancor prima del governo Netanyahu, si è via via verificata una trasformazione dello Stato ebraico in senso religioso. La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele, ha scritto che il suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultra-ortodossi».

Ne è risultato, secondo la Foa, un profondo cambiamento della originaria prospettiva sionista: «Non era certo questa l’ideologia del sionismo delle origini e nemmeno quella della formazione dello Stato». Sono stati gli sviluppi politico-militari successivi alla sua nascita, nel 1948, che ne hanno cambiato la fisionomia.

In particolare, ella scrive, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele. Sebbene al governo fossero i laburisti, a partire dal 1967 iniziava nella West Bank occupata il fenomeno degli insediamenti da parte dei gruppi estremisti messianici».

Il trauma della violenza subìta il 7 ottobre 2023 ha contribuito a esasperare questa tendenza. Constata la Foa: «Dopo il 7 ottobre l’attività di insediamento si è moltiplicata (. . . ). I coloni sono ora quasi 700.000».

Così come si è scatenata una campagna militare che, nata con l’intento di combattere i terroristi di Hamas, si è via via trasformata essa stessa in una azione terroristica su larga scala nei confronti del popolo palestinese, mettendo in seria difficoltà i tradizionali alleati di Israele, tenaci sostenitori della sua legittimità democratica .

Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che a giustificare questa politica, che viola non soltanto le risoluzioni dell’ONU dal 1947 in poi, non solo il diritto internazionale, ma anche – come purtroppo ci dicono quotidianamente i mezzi d’informazione e ci mostrano le immagini della televisione – i più elementari diritti umani, possa essere invocata la volontà di Dio, e non di una qualunque divinità, non di Allah, ma del Dio della Sacra Scrittura .

Due opposte letture

Ha provato a spiegarlo, in un recente articolo, Vito Mancuso, facendo notare che «la religione ebraica ha una duplice essenza: spirituale e politica». E mentre la prima contiene i germi dell’amore del prossimo, la seconda si ispira al primato della forza. «Esattamente per questo motivo nella Bibbia ebraica, accanto alla spiritualità della solidarietà, vi è un’ideologia del potere e dell’oppressione nazionalista e razzista verso altri popoli che partorisce i molti Ben Gvir».

L’autore conia, a questo proposito, il termine “israelismo”, contrapponendolo all’autentico ebraismo. «L’israelismo rappresenta il lato oscuro dell’ebraismo (ogni religione, anzi ogni realtà, ha il proprio)».

Su questa linea Mancuso arriva a parlare di un «nazi-sionismo». E cita dei passi del libro del Deuteronomio, in cui Mosè si rivolge al suo popolo, prima di entrare nella terra promessa, esortandolo ad annientare le popolazioni che vi risiedono: «Quando il Signore, tuo Dio, le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio in ebraico, cherem]. Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà» (Dt 7,2.6).

All’articolo di Mancuso ha risposto uno di Massimo Giuliani, docente di Pensiero ebraico, che giudica «aberrante la categoria di nazi-sionismo»: «Associare o equiparare il sionismo al nazismo è una perversione storica, dettata da puro accanimento ideologico. Si possono legittimamente criticare le politiche militari e le strategie belliche dell’attuale governo israeliano (…), ma non si può ascrivere alla “religione ebraica” la logica di quelle politiche».

Più alla radice, secondo Giuliani, «è contrario a ogni approccio critico scindere l’ebraismo in due essenze, una spirituale (supposta buona e accettabile) e una politica (ovviamente cattiva, demoniaca sin dall’origine)».

Torti e ragioni

In realtà, leggendo il libro di Anna Foa, si scopre che il paragone coi nazisti era già stato fatto proprio da un filosofo ebreo, Yeshayahu Leibowitz, detto «la coscienza di Israele» e vincitore nel 1993 del prestigioso Premio Israele, da lui rifiutato. «Leibowitz negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in “giudeo-nazisti”».

Ed è molto difficile negare che i fondamentalisti religiosi e gli ultra-ortodossi attualmente al potere in Israele pretendano di ispirarsi ai testi biblici, visto che li invocano esplicitamente a giustificazione della loro campagna militare e del loro progetto politico.

Ha dunque ragione Mancuso nell’attribuire la violenza all’ “israelismo” che inevitabilmente accompagna l’ebraismo?  In realtà, neanche la sua tesi sembra corretta, perché non guarda alla complessità dei testi biblici e si ferma al Deuteronomio.

Un primo punto cruciale è quello sottolineato da un autorevole biblista, Giuseppe Barbaglio, in un libro intitolato Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane: «L’esame delle diverse parti della bibbia giudaica mostra, senza ombra di dubbio, che il popolo dell’antico Israele ha avuto sempre e costantemente lucida coscienza dell’intangibilità della vita umana».

Nel libro della Genesi Dio dice: «Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello». La motivazione è teologica: «Perché ad immagine di Dio è stato fatto l’uomo» (Gn 9, 5-6).

Un secondo punto decisivo è la guerra, pur presente abbondantemente nelle pagine bibliche, non è considerata inevitabile. In particolare, scrive Barbaglio, i profeti «hanno creato una vasta e sensibilissima coscienza antiviolenta». Ad essi innanzi tutto si deve la prospettiva «di un futuro di pace universale e cosmica e di distruzione di tute le armi».

Sta di fatto che «nella bibbia giudaica non si parla mai di “guerra santa”» C’è un intervento di Dio nelle guerre di Israele, «ma nel raffigurarsi il proprio Dio come guerriero e le guerre quali imprese in cui interviene la divinità adorata, l’antico Israele non tradisce alcuna originalità, dal momento che si tratta di un’ideologia diffusa allora in quell’area geografica e culturale». 

E, se è vero che la tradizione letteraria che sta dietro il libro del Deuteronomio è «caratterizzata da una forte bellicosità», come ha sottolineato Mancuso, va anche detto che quella  «presente soprattutto nei primi quattro libri della bibbia ebraica, Genesi, Esodo, Levitico, Numeri» evidenzia uno «spirito pacifista e non violento».

Un’ulteriore importante precisazione viene da un altro noto studioso  del problema della violenza nella Bibbia, Norbert Lohfink, nel suo libro Il Dio della Bibbia e la violenza. A proposito del cherem – lo sterminio delle popolazioni vinte, di cui si parla nel Deuteronomio, citato da Mancuso – , egli osserva: «Forse la realtà storica potrebbe anche avere conosciuto solo la cacciata delle élites al potere nelle città cananee e quindi il rovesciamento del sistema sociale e politico in vigore».  In realtà «il cherem era una rinunzia di carattere sacrale al bottino (…) riferita preferibilmente ai beni materiali. Solo la sistemazione deuteronomistica della tradizione ne fece uno sterminio dell’intera popolazione comandato da Dio». Insomma, si tratta probabilmente solo di una elaborazione letteraria posteriore.

A questo punto, l’anima violenta della Bibbia, attribuita da Mancuso alla sua dimensione politica, nazionale (l’“israelismo”), sembra in realtà dovuta a condizionamenti culturali e non è dunque un inesorabile risvolto dell’ebraismo.

Lo dimostra il grande fiume dalla spiritualità ebraica, con la tradizione dei chassidim e con personalità come quella di Martin Buber, filosofo che ha celebrato la  relazione e il dialogo, che pure aderì al sionismo e fu favorevole alla creazione di uno Stato ebraico, inteso però come luogo di pacifica convivenza  tra ebrei e palestinesi.

La lettura fondamentalista e fanaticamente nazionalista che danno dei testi biblici personaggi come Ben-Gvir e i suoi sostenitori è un tradimento, non una conseguenza strutturale, dell’ebraismo. Sono loro, con la loro religiosità distorta, non la Bibbia, all’origine della violenza a cui stiamo assistendo. E, seguendo loro, Israele non si sta solo suicidando, ma sta profanando e sfigurando il vero volto del suo Dio.

 www.tuttavia.eu

 Immagine: Foto di Cole Keister su Unsplash



sabato 9 novembre 2024

IL MONDO SECONDO TRUMP


L'ILLUSIONE OTTICA DEI SOVRANISTI



-di  Giuseppe Savagnone 

Dal nazionalismo al sovranismo

La travolgente vittoria di Donald Trump nelle elezioni americane smentendo i sondaggi, che lo davano testa a testa con la sua rivale, ha colto molti di sorpresa. 

In realtà essa non fa che confermare e portare a compimento una tendenza, ormai da alcuni anni dilagante in tutto il mondo occidentale, che va, comunemente, sotto il nome di “sovranismo”. «America First», prima l’America, è il motto del neo-presidente. Dove per “America” si intendono, naturalmente, gli Stati Uniti e non quegli altri paesi del continente americano i cui rapporti con Washington, proprio in base a questo slogan, sembrano destinati a peggiorare.

È la logica del sovranismo, nuova formula per designare quello che un tempo si chiamava nazionalismo. Con una sfumatura che li differenzia: il nazionalismo esaltava il concetto di nazione come collettività depositaria dei valori propri di un popolo o di un’etnia, affermandone il primato; il sovranismo rivendica solo l’importanza della sovranità politica ed economica dello Stato, opponendosi al trasferimento di poteri e competenze a un livello sopranazionale, senza alcun riferimento a una presunta superiorità di una cultura, di una razza, o di una nazione rispetto alle altre.

Sono molti, comunque, gli aspetti per cui l’uno si presenta come la riedizione dell’altro. Qui prenderemo in esame solo quelli relativi alle relazioni con il mondo esterno.

Come il nazionalismo, il sovranismo vede i rapporti tra gli Stati nella logica di una competizione – anche se non necessariamente militare – che inevitabilmente esclude la prospettiva di un fine comune. Da qui una politica estera spregiudicata, tesa esclusivamente all’affermazione degli interessi del proprio Stato, anche a costo di calpestare quelli degli altri.

Da qui anche la diffidenza verso formule di cooperazione internazionale fondate sull’idea che tutti possono trarre vantaggio da una rinunzia alla propria totale autonomia. E da qui, conseguentemente, il rifiuto di aderire a trattati che implichino sacrifici per il proprio paese, in nome di futuri guadagni per tutti.

Lo Stato sovranista, inoltre, mette in primo piano in modo esclusivo i diritti e gli interessi dei propri cittadini e non ha particolarmente a cuore quelli del resto dell’umanità. Anzi ritiene suo dovere difendere i primi dall’emergere dei secondi, considerati automaticamente una minaccia.

Anche da questo punto di vista esso respinge quella visione inclusiva del bene comune secondo cui tutti possono crescere grazie a una reciproca collaborazione. Il principio a cui ci si ispira è che il bene degli altri e il proprio sono a somma zero: l’incremento dell’uno comporta sempre, inevitabilmente, la diminuzione dell’altro e viceversa.

Gli Stati sovranisti sono impegnati perciò a “difendere i confini” contro quella che definiscono l’“invasione” dei migranti stranieri, elaborando una normativa che restringe quanto più possibile il loro ingresso legale e che trasforma automaticamente tutti quelli che non vi rientrano in “clandestini” o “irregolari”, perseguibili a termini di legge come comuni criminali.

E quando questi “clandestini” si intrufolano illegalmente violando le frontiere, questi Stati studiano tutte le misure per cacciarli via, rispedendoli ai paesi di provenienza da cui fuggivano.

Il progetto di Trump

Le posizioni di Trump coincidono perfettamente con questo quadro. In campo economico il nuovo presidente degli Stati Uniti, nella logica della tutela degli interessi nazionali, è sempre stato un convinto protezionista. Il suo programma prevede l’introduzione di nuovi dazi, che penalizzino i prodotti importati dall’estero e consentano il potenziamento della produzione delle aziende americane. Si profila, perciò, un’aspra guerra doganale, soprattutto con la Cina, grande esportatrice in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti.

In campo politico, pur non essendo – come lo si è accusato – un isolazionista, Trump ha sempre avuto un atteggiamento critico verso la NATO, considerando l’organizzazione un fardello finanziario sproporzionato per gli Stati Uniti e lasciando intendere che la difesa europea debba essere garantita principalmente a spese dell’Europa stessa. 

Perciò il suo ritorno alla Casa Bianca porterà nuove pressioni sugli alleati europei affinché incrementino il loro budget per la difesa e, in caso di rifiuto, potrebbe determinare lo smantellamento dell’Alleanza e l’abbandono degli Stati europei alle tendenze espansionistiche della Russia.

Più in generale, il neo-presidente ha sempre guardato con sospetto gli accordi globalicome quello di Parigi sul clima, con il quale quasi tutti gli Stati del mondo, nel 2015, si impegnarono a fare di tutto per mantenere il riscaldamento globale causato dai combustibili fossili “ben al di sotto” dei 2°C, cioè quella che gli scienziati hanno indicato come la soglia da non superare per evitare le conseguenze peggiori della crisi climatica.

Durante la prima presidenza di Trump, gli Stati Uniti erano usciti dall’Accordo di Parigi e ora il neo-presidente ha promesso che lo farà di nuovo, perché ritiene che esso comporti dei sacrifici eccessivi per l’industria americana. «America First».

Questo non esclude – è la differenza rispetto al puro isolazionismo – degli interventi sullo scenario mondiale, ma sempre solo in rapporto agli interessi degli USA e rinunziando a partecipare ad alleanze più vaste e permanenti.

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, è probabile che Trump – considerando i costi enormi sostenuti finora dagli Stati Uniti per il sostegno militare ed economico a Kiev – cercherà di giungere a una rapida conclusione del conflitto attraverso una soluzione diplomatica. Un progetto che implicherebbe inevitabilmente il sacrificio delle ambizioni di Zelenskij di ottenere una vittoria sul campo e di mantenere l’integrità territoriale del suo paese.

Sul fronte del Medio Oriente, il nuovo inquilino della Casa Bianca continuerà a fare, nella sostanza, ciò che faceva il suo predecessore, fornendo armi e copertura politico-militare allo Stato ebraico, in vista di una eliminazione completa o almeno di una espulsione dei palestinesi dai loro territori, per giungere a quella occupazione, da parte di Israele, dell’intera Palestina, apertamente auspicata da Netanyahu e dagli ultraortodossi.

La differenza rispetto a Biden sarà che smetterà di dire il contrario del comportamento effettivo e quindi smetterà di parlare della soluzione dei due Stati. Anzi spingerà esplicitamente lo Stato ebraico a completare al più preso a sua opera. La pace ci sarà, come Trump ha promesso, ma anche qui sarà una “pax americana”.

Infine, un fattore importante per la vittoria di Trump è stato l’atteggiamento durissimo verso i migranti. «Nel mio primo giorno di rientro alla Casa Bianca, fermerò l’invasione del nostro confine meridionale e inizierò la più grande operazione di deportazione nella storia americana», aveva promesso in campagna elettorale. E i suoi connazionali lo hanno votato per questo.

L’impossibile abbraccio dei ricci

Davanti allo scenario che si delinea, è difficile non restare perplessi. Anche perché ciò che accade negli Stati Uniti, paese guida dell’Occidente, avrà inevitabili ricadute su tutti gli altri. C’è da aspettarsi che il sovranismo anche in Europa venga rafforzato e che, per fare solo un esempio il partito tedesco di estrema destra, Alternative für Deutchland, accusato di neo-nazismo, nelle elezioni anticipate rese necessarie dalla crisi del governo Scholtz, guadagni ulteriore terreno e finisca per andare al potere.

Nell’imbarazzo più o meno mascherato delle altre forze politiche, a esultare del trionfo di Trump, perciò, sono solo i sovranisti.

In Italia Salvini continua a esibire le foto che lo ritraggono col Tycoon e a ricordare a tutti che egli ne è stato sempre un grande ammiratore. Qualcuno però potrebbe fare notare, a lui e agli altri esponenti del sovranismo europeo, che la loro concezione politica, a differenza di altre, non si presta a dar vita ad alleanze e a progetti comuni, neppure di destra.

Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione.

E di fatto, l’esultanza del nostro vice-premier dovrà presto fare i conti col fatto che la linea dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente.

Per quanto riguarda la nostra economia – che si basa in gran parte sulle esportazioni – l’aumento dei dazi, con il conseguente scatenarsi di una guerra doganale, da parte degli Stati Uniti, non potrà che colpire le nostre attività commerciali e, più a monte, quelle produttive. Tanto più che il nuovo presidente americano considera – e l’ha detto – l’Europa al pari della Cina.

Anche la nostra politica estera è stata finora impostata, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, sulla fedeltà alla NATO e sul sostegno «incrollabile» a Zelenskij, per quella di Gaza sulla creazione di uno Stato palestinese. Che farà il nostro governo ora che il potente alleato americano sembra cambiare drasticamente linea?

Solo un’illusione ottica può far credere ai nostri sovranisti che la vittoria di Trump è un successo anche per loro.

Potrà fare aumentare i voti per i loro partiti, ma, per quelli che sono già coinvolti in ruoli di governo e per gli altri che potranno presto esserlo, l’America di Trump è diventata più una minaccia che un punto di riferimento. E, in generale, è il mondo di Trump  – per definizione conflittuale e spietato –  a profilarsi come un incubo, e non solo per i sovranisti, ma per tutti coloro che ne avevano sognato uno dove gli esseri umani fossero finalmente fratelli.

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sabato 9 maggio 2020

EUROPA: IL PERICOLO DEI VIRUS DEL NAZIONALISMO E DELL'EGOISMO


Hollerich: combattiamo i virus del Covid, del nazionalismo e dell’egoismo

In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione di Schuman, giorno della festa dell’Europa, il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece, ribadisce la necessità di una grande rete di solidarietà per sconfiggere la pandemia, costruire la pace e non tradire i valori che fondarono il Vecchio continente

di Massimiliano Menichetti

Settant'anni dopo che il ministro degli Esteri francese Robert Schuman diede il primo impulso alla costruzione del progetto europeo, l’arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece, la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea, il cardinale Jean-Claude Hollerich, sarà a Schengen, città dove nel 1985 fu firmato l'Accordo che regola l'apertura delle frontiere tra i Paesi firmatari. Un segno importante per ribadire la necessità di solidarietà, unità e pace, in questo tempo in cui la pandemia del Covid-19 flagella il mondo. “Abbiamo bisogno di un altro virus, il virus della solidarietà e della carità - ribadisce il porporato ai media vaticani - per capire che l’uomo non vive da solo”, perché “noi possiamo essere “umani” soltanto insieme con gli altri”.
La festa dell'Europa celebra la pace e l'unità. Molti sono gli appelli e gli auspici affinché questo continente sappia tornare allo spirito dei Padri fondatori, sappia riscoprire le proprie radici cristiane. Accogliendo le parole del Papa: come si aggiorna l’idea di Europa?
R. - Penso che sia un momento veramente di gratitudine, perché grazie all’Unione Europea abbiamo avuto la pace. Ieri si è ricordato il 75° anniversario della sconfitta del regime nazista: abbiamo fatto comunque un grande progresso. Ma bisogna mantenere questo spirito, e per questo bisogna tornare allo spirito dei Padri fondatori. Penso a Schuman, penso ad Adenauer, a De Gasperi, che erano uomini pronti alla riconciliazione, uomini che non vedevano il mondo in bianco e nero, ma vedevano tutte le sfumature tra il bianco e il nero. Erano uomini impegnati per la pace e l’unità, basate sulla loro fede cristiana. E il Papa è un po’ la coscienza dell’Europa: è un grande piacere, penso, per tutti gli europei vedere come il Papa venuto da lontano – come ha detto lui stesso – abbia il “senso europeo”, ha capito veramente in profondità quello che è l’ideale europeo: la solidarietà. E la solidarietà non si ferma ai confini dell’Europa. Abbiamo problemi con i confini: confini in Europa e confini dell’Unione Europea con gli altri Paesi. C’è gente che muore ai confini dell’Unione Europea e noi non possiamo tollerare questo.
In questo periodo drammatico a causa del Covid-19, lei ha più volte lanciato un appello all’Europa affinché mostri piena empatia e piena solidarietà ai Paesi più colpiti dalla pandemia. Una sollecitazione che è stata accolta? Cosa bisognerebbe attuare?
R. - Credo che sia stata accolta, non soltanto perché l’ho detto io, ma perché la gente è convinta degli ideali dell’Unione Europea. C’è però un po’ una ferita che rimane: le grandi discussioni prima di arrivare a un compromesso, in un certo senso sono normali in politica; ma in momenti nei quali una grande parte dell’Unione Europea soffre – pensiamo soltanto alle persone morte in Italia, Spagna, Francia … è stata una strage! – allora bisogna dare segnali forti, con empatia. Non soltanto soluzioni teoriche: gli aiuti devono arrivare presto perché altrimenti le persone perdono la fiducia nell’Europa.
Il Papa invita al coraggio “di una nuova immaginazione”, a sviluppare “anticorpi della solidarietà” capaci di dare soluzioni durature, non temporanee. C’è dunque una reale opportunità in questo tempo così difficile?
R. - Sì e lo penso veramente, perché noi siamo divenuti nuovamente consci della fragilità dell’essere umano, della fragilità delle nostre società. E la fragilità può portare a due reazioni: chiudersi in sé, aver paura, e chiudere anche le nostre società, i nostri Paesi. Un’altra reazione – e qui abbiamo bisogno di un altro virus, il virus della solidarietà e della carità, per capire che l’uomo non vive da solo: noi dovremmo saperlo, oggi, perché abbiamo sofferto del fatto di vivere da soli – è che c’è bisogno di una grande rete di solidarietà, perché noi possiamo essere “umani” soltanto insieme con gli altri. Abbiamo bisogno degli altri per realizzare la nostra umanità, per realizzare la chiamata che Dio ci fa.
Qual è il messaggio dunque, la sfida, che la Chiesa in Europa vuole lanciare?
R. - Bisogna avere più solidarietà e più empatia; bisogna essere dalla parte dei più poveri; bisogna avere un realismo basato sull’idea dell’Europa e questa idea non si può pensare senza solidarietà, senza pace. Tutte le altre visioni dell’Europa sarebbero contrarie all’idea dei Padri fondatori. È tanto importante mostrare al mondo che la società umana può essere solidale, che una tale crisi globale, questa pandemia può essere combattuta soltanto a livello mondiale, e che l’Unione Europea è uno strumento per la pace nel mondo. Dunque, combattiamo il virus del Covid e combattiamo il virus del nazionalismo e dell’egoismo.