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sabato 16 maggio 2026

PRESERVIAMO LA SPERANZA

 


UN MODO 

PER ABITARE 

IL MONDO



-          di GIULIOALBANESE

La speranza, soprattutto quando è coltivata in un contesto di riflessione sulla geopolitica contemporanea, non può essere ridotta a un vago sentimento o a un semplice atteggiamento positivo. È piuttosto una scelta intellettuale e spirituale, uno sguardo sul mondo che si confronta con la realtà senza negarla, ma anche senza assolutizzarla.

Viviamo un tempo segnato da fratture profonde: guerre che si riaccendono in diverse aree del pianeta, disuguaglianze economiche sempre più laceranti, crisi ambientali che minacciano l’abitabilità di intere regioni e migrazioni che interpellano insieme le coscienze personali e le responsabilità politiche degli Stati. Una lettura puramente geopolitica di queste realtà potrebbe facilmente sfociare nel pessimismo o nella rassegnazione.

Proprio in questo scenario, però, si apre lo spazio per una comprensione più profonda: una prospettiva che potremmo definire “geoteologica”, capace di leggere le ferite della storia non solo come crisi politiche, ma come luoghi in cui si misura la responsabilità dell’uomo davanti a Dio.

Questa prospettiva non mira a semplificare la realtà. Al contrario, la prende sul serio nella sua complessità. La terra non è solo uno spazio neutro di competizione tra potenze, ma un luogo abitato da persone, storie, culture e sofferenze reali. Ogni mappa geopolitica, letta fino in fondo, è anche una mappa umana, fatta di volti e di vite concrete. Ed è proprio per questo che ogni analisi ferma ai soli rapporti di forza rischia di restare incompleta.

La speranza nasce quando si rifiuta l’idea che la storia sia determinata unicamente da logiche inevitabili di potere.

Non perché queste logiche non esistano, ma perché non esauriscono il significato del reale. Dentro ogni sistema, anche il più rigido, esistono interstizi di libertà, spazi di decisione, possibilità di cambiamento. La storia umana non è un meccanismo chiuso, ma un processo aperto.

In questo senso, la speranza non è mai ingenua: è una forma di lucidità. Significa riconoscere il male senza considerarlo definitivo, leggere le crisi senza trasformarle in destino, e soprattutto mantenere viva la convinzione che l’agire umano possa ancora incidere, anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli. C’è un elemento fondamentale in questa visione: il valore delle periferie, non solo geografiche, ma anche sociali ed esistenziali. Spesso è proprio ai margini che emergono forme inattese di resistenza, solidarietà e ricostruzione del tessuto umano. La speranza non nasce necessariamente nei centri del potere, ma in quei luoghi dove la vita è più esposta e, proprio per questo, più creativa. Da questa prospettiva, la speranza non è un’idea astratta, ma una pratica concreta. Si esprime nella capacità di costruire relazioni laddove domina la diffidenza, nel promuovere giustizia dove prevale l’ingiustizia, nel tenere aperto il dialogo dove sarebbe più facile la chiusura identitaria. È una speranza che si traduce in responsabilità.

Una responsabilità che riguarda anche chi osserva il mondo da una prospettiva di studio, di analisi o di formazione. La geopolitica non è mai neutrale: il modo in cui leggiamo il mondo influisce sul modo in cui scegliamo di abitarlo. Una lettura disincantata non deve scivolare nel cinismo; al contrario, può diventare più esigente, più attenta, più consapevole.

La speranza, in questa chiave, non elimina il conflitto, ma lo attraversa senza esserne schiacciata. Non nega le tensioni globali, ma rifiuta di considerarle l’ultima parola sulla storia. È la consapevolezza che il futuro non è semplicemente la prosecuzione del presente, ma uno spazio ancora da costruire.

Questa, allora, è la sfida più importante: imparare a leggere il mondo interpretando i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, senza perdere la capacità di intravedere, dentro le sue contraddizioni, la possibilità di un futuro diverso. Perché la storia umana, nonostante tutto, resta ancora un libro aperto. Per tutti!

www.avvenire.it

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domenica 2 novembre 2025

INSEGNARE IN UNA SOCIETA' IN CONFLITTO

 

MISSIONE 

DEGLI INSEGNANTI 

CATTOLICI 

IN UNA SOCIETA’

 IN CONFLITTO


  -di Pasquale Moliterni*

Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace. Una pace solida e duratura non può essere frutto solo di accordi economici e politici, ma è necessaria una solidarietà intellettuale e morale (Atto Costitutivo UNESCO, 16.11.1945).  

L’odio moltiplica l’odio e la violenza moltiplica la violenza (M.L. King).

Per superare il naturale istinto egoistico e individualistico, dobbiamo promuovere PROCESSI EDUCATIVI che favoriscano lo sviluppo dell’IDENTITÀ PERSONALE all’interno di CONTESTI CULTURALMENTE SOLIDALI, capaci di valorizzare ogni persona, nessuna esclusa.

Bisogna assumere la PERSONA nella sua pienezza, sia nella dimensione soggettiva (PER SÉ UNUM, in latino), sia nella dimensione intersoggettiva (nell’accezione greca PRŎSOUROS: πρόσουρος), di prossimo.

La persona è ESSERE-DIVENIRE-IN-RELAZIONE. Ognuno di noi è grazie all’a/Altro! Nessuno può esistere o salvarsi da solo. Siamo tutti fratelli e facciamo parte del Creato, come ha esortato Papa Francesco nella “Fratelli tutti” e in “Laudato sì”.

Ecco perché dobbiamo promuovere “intelligenza relazionale”, mediante intenzionali relazioni educative.

Ciò costituisce il campo specifico della pedagogia, coadiuvata dal secolo scorso dalle nuove scienze dell’educazione.

È dunque importante promuovere in maniera diffusa cultura pedagogica e educativa, considerato che relazioni significative, favorendo la ricerca di sé nell’incontro con l’a/Altro, danno senso alla vita.

EDUCARE, infatti, è ex-ducere e cum-ducere, ossia AIUTARE A DISVELARE IL MEGLIO DI SÉ verso il bello, il vero, l’equo e il bene comune, NEI CONTESTI DI VITA e nell’incontro con gli oggetti culturali (SAPERI e CONOSCENZE), per sviluppare consapevolezze responsabilmente agite (COMPETENZE). 

Tuttavia, sappiamo che quello educativo è un processo lungo e complesso, che impone di promuovere/realizzare interconnessioni e legami tra soggetti e contesti. D’altronde, COMPLESSITA’ deriva dal latino cum-plectere, che significa per l’appunto “intrecciare, fare rete”. Si tratta di una postura che incontra, però, resistenze nella cultura individualistica che caratterizza sempre più la nostra epoca. 

Cosa comporta allora promuovere LA PACE ATTRAVERSO l’EDUCAZIONE?   

 Si tratta di:

-         -garantire a tutti l’educazione e, soprattutto, un’educazione inclusiva (ONU, 2006) e alla complessità;

-      -  ampliare le opportunità formative per conoscersi nell’incontro con le diversità altrui (nella scuola, nello sport, nel teatro, nell’oratorio, negli ambienti naturali e museali), sperimentando modalità di convivenza fruttuosa e di reciproco aiuto;

-         -perseguire la ricerca della verità e favorire il libero scambio di idee e conoscenze, con un ruolo più responsabile dei mass-media e dei social-media;  

-   - sostenere le famiglie nella loro responsabilità educativa attraverso proposte e sollecitazioni anche relative a piccole esperienze di vita quotidiana;

-         -promuovere alleanze tra istituzioni, servizi, associazioni, privato sociale e mondo produttivo;

-         -sviluppare le relazioni tra i popoli per favorire la reciproca conoscenza culturale e migliorare la reciproca comprensione (sistemi e modalità di informazione, convegni, Erasmus/Erasmus Mundus, IA, ecc.);

-        - farsi portatori di istanze perché vengano sviluppate politiche strutturali innovative, in un processo di integrazione e di miglioramento continuo. 

Qual è dunque la SFIDA e la MISSIONE EDUCATIVA per l’INSEGNANTE, anche cattolico?

L’insegnante deve essere un MEDIATORE PEDAGOGICO e un MEDIATORE DIDATTICO, facilitatore e promotore di RELAZIONI UMANE positive e di positive/adeguate RELAZIONI E ORGANIZZAZIONI CULTURALI.

Deve promuovere e testimoniare, in definitiva, il rispetto della dignità della persona, l’empatia e la capacità di comprensione reciproca attraverso l’ascolto attivo e il dialogo, la solidarietà e l’equità (education). Deve essere capace di predisporre opportuni percorsi formativi (schooling), in cui le scelte curricolari riescano a favorire l’integrazione tra identità (umana e scientifica) e solidarietà (umana e scientifica), specificità e universalità, particolare e generale, comprendendo che, pur nelle peculiarità (personali, scientifiche, culturali), si appartiene alla medesima umanità e si fa parte di un medesimo mondo che bisogna conoscere e migliorare. 

La vera ricchezza è operare per il bene comune.

* Università Roma “Foro Italico”

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venerdì 20 giugno 2025

INFANZIA MAL GESTITA, ADOLESCENZA A RISCHIO


 Daniele Novara: “Videogiochi a 7 anni, dipendenza a 17! 

L’infanzia decide tutto, l’adolescenza è solo la conseguenza”. 

E agli educatori: “Compito fondamentale, dovreste essere pagati il doppio”


Di Andrea Carlino

 Il pedagogista Daniele Novara, in un intervento al seminario di chiusura dell’anno educativo 2024-2025 organizzato dai Servizi Educativi dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, scuote il mondo della scuola con una verità scomoda: “Se a sette anni stanno tre ore ai videogiochi, a 17 basta fare la moltiplicazione”.

 Novara ha lanciato un monito che non lascia spazio a interpretazioni: l’adolescenza problematica non nasce dal nulla, ma è il risultato matematico di un’infanzia mal gestita.

La responsabilità nascosta degli educatori 0-6 anni

“Voi vi occupate della fase più importante della vita degli esseri umani“, ha dichiarato Novara rivolgendosi agli educatori presenti nell’aula magna del liceo di Lugo. Il pedagogista ha sottolineato come la fascia 0-6 anni rappresenti il 99% dell’esistenza futura di un individuo, una responsabilità che dovrebbe tradursi in maggiore riconoscimento sociale ed economico. “Dovreste essere pagati il doppio“, ha affermato senza mezzi termini, evidenziando il paradosso di una società che sottovaluta chi forma le basi della personalità umana.

La critica si estende al sistema educativo nel suo complesso: mentre un adolescente può sopperire a un insegnante inadeguato, un bambino di 4 anni non può fare altrettanto. “Ha bisogno assolutamente di avere la figura educativa che gli dà i basilari di sicurezza per tutta la vita”, ha spiegato Novara, rimarcando come l’Emilia-Romagna rappresenti un’eccellenza in questo campo, pur in un contesto nazionale dove la pedagogia rimane una categoria quasi inesistente.

Genitori “fai da te” e il disastro delle autonomie mancate

Il pedagogista ha riservato parole durissime per l’attuale generazione di genitori, definita “particolarmente staccata sul piano delle informazioni educative“. L’influenza dei social media e delle “influencer mamme” ha creato un immaginario distorto dove le autonomie fondamentali vengono sistematicamente rimandate. Novara ha citato esempi concreti: genitori che tengono il pannolino notturno aspettando che si asciughi da solo, bambini di 8-9 anni ancora puliti dai genitori in bagno, e la drammatica riduzione delle ore di sonno infantile.

“Se un bambino non sviluppa le autonomie rispetto alla sua età, non è un errore educativo, è un danno“, ha tuonato citando Maria Montessori. Il pedagogista ha elencato le competenze irrinunciabili: a 4 anni dormire da soli, vestirsi, mangiare autonomamente e soprattutto litigare. Quest’ultima competenza, spesso demonizzata, rappresenta invece un apprendimento etico fondamentale che permette ai bambini di confrontarsi e sviluppare capacità relazionali.

Il conflitto costruttivo

La soluzione proposta da Novara è chiara: creare spazi dedicati al conflitto costruttivo, come “l’angolo del litigio”, dove i bambini possano spiegare le proprie ragioni invece di essere etichettati come bulli o vittime. “Se non li fai parlare tra loro, la tua scuola diventa un tribunale“, ha concluso, lanciando un appello per un cambio di paradigma che restituisca dignità e centralità al lavoro educativo della prima infanzia.

Orizzonte Scuola

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lunedì 23 settembre 2024

IL SUMMIT DEL FUTURO


Verso il vertice Onu.

La ragione deve aiutarci 

a superare

 la logica del conflitto

 


-       -  di Mauro Magatti

-          

Nelle intenzioni del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il “Summit del futuro” ha l’ambizione di realizzare «una visione inclusiva e sostenibile del nostro pianeta attraverso l’adozione di patti e dichiarazioni strategiche in grado di orientare le politiche e le azioni globali».

I temi all’ordine del giorno (sviluppo sostenibile, pace, innovazione tecnologica, giovani, governance globale) sono tutti fondamentali.

E saranno affrontati nella prospettiva di un multilateralismo basato su cooperazione e dialogo.

Se si guarda allo stato attuale del pianeta – attraversato da gelidi venti di guerra, in fase di de-globalizzazione e sempre più incerto sugli impegni presi in tema di lotta al riscaldamento globale – il Summit può apparire una iniziativa velleitaria.

Un incontro di “anime belle” incapaci di confrontarsi con la dura realtà delle cose, che va in tutt’altra direzione.

Prova evidente di un’Organizzazione delle Nazioni Unite ormai irrilevante e che perciò si rifugia in dichiarazioni generiche, a fronte della sua incapacità di contribuire a risolvere le crisi che scuotono il mondo.

Una lettura di questo tipo non è priva di buone ragioni.

Non c’è dubbio, infatti, che le tante crisi globali sono la prova dell’inadeguatezza degli assetti istituzionali costruiti dopo la Seconda guerra mondiale.

Che vedevano proprio nell’Onu l’embrione di un una nuova forma di governance internazionale.

Una crisi che ha nell’involuzione del Consiglio di sicurezza, bloccato dai veti incrociati delle grandi potenze (Usa, Cina, Russia, Regno Unito e Francia), la sua manifestazione più evidente.

In realtà, il Summit intende sollevare proprio tale questione: come va riprogettata l’Onu di fronte alle sfide del tempo presente?

Negli ultimi novant’anni il mondo ha fatto enormi passi in avanti, tutti nella direzione di rendere ancora più urgente il rafforzamento di una governance globale.

Citiamo tre grandi trasformazioni: la possibilità della guerra atomica che minaccia l’umanità; l’integrazione tecno-economica che ha ormai tessuto un’interdipendenza da cui non ci si può più separare; l’emergere del cambiamento climatico che colpisce il pianeta nella sua interezza.

In tali nuove condizioni storiche, la linea di Guterres è quella della ragione contro la stupidità, del dialogo contro la sopraffazione.

Al contrario, è la visione del mondo che domina nelle cancellerie della maggior parte dei Paesi – tutta centrata sugli interessi nazionali e sui relativi obiettivi di potenza – a essere anacronistica e irrealistica. Il tema della guerra, ad esempio, lo avvertiamo tutti molto vicino.

Ma, come è stato ripetuto da tante voci autorevoli, nel contesto contemporaneo l’idea stessa di “vittoria” perde di significato.

A dimostrarlo l’insensato attacco di Putin all’Ucraina (con più di un milione di morti!) che ha creato una situazione disastrosa da cui ora nessuno sa più come uscire: comunque andranno le cose, il vincitore non ci sarà.

Avranno, avremo perso tutti.

Lo stesso si può dire per quanto riguarda l’economia.

Se la globalizzazione pensata ingenuamente come panacea di tutti i problemi ha manifestato i suoi limiti, allo stesso modo l’idea di rinchiudersi in una guerra commerciale tra aree del mondo, oltre a essere senza futuro, non è neppure praticabile.

I temi dell’energia, delle materie prime, della finanza, della tecnologia riguardano necessariamente tutti.

E, d’altra parte, non ci può essere alcuna crescita economica senza continuare il processo di integrazione di quella quota di popolazione ancora esclusa dal benessere che oggi siamo in grado di generare.

Per non dire delle grandi questioni delle migrazioni e del riscaldamento climatico, questioni che possono essere affrontate solo nello spirito del dialogo e della collaborazione, cercando di trovare quei compromessi – sempre difficili, ma necessari – per andare nella direzione del bene comune, sempre più pre-condizione di ogni sviluppo locale.

Ha dunque ragione Guterres: il mondo ha bisogno di una nuova governance se non vuole sprofondare nella spirale di una “guerra civile globale”.

Affinché questa visione possa affermarsi è però necessario che l’opinione pubblica si mobiliti.

A cominciare dai giovani.

Non è vero che il mondo è andato avanti perché il più forte ha sconfitto il più debole.

La storia piuttosto insegna che si avanza perché di fronte alle sfide più difficili la ragione, nella sua integralità, è capace di illuminare la strada del futuro, animando quella speranza di un mondo migliore che letteralmente smuove le montagne.

L’auspicio, pertanto, è che nelle scuole, nelle università, nelle associazioni e nelle parrocchie si parli nelle prossime settimane dei risultati o delle mancanze di questo summit.

Aiutiamoci a sconfiggere la logica triste della potenza e del conflitto per abbracciare con speranza l’unica via che la nostra ragione ci indica per il futuro di tutti.

www.avvenire.it

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giovedì 6 ottobre 2022

RONDINE. DAL CONFLITTO ALLA PACE


 A scuola di conflitto per trasformarlo in opportunità

L’offerta educativa della Cittadella della Pace si arricchisce di un nuovo tassello: da quest’anno 15 classi di 13 scuole in tutta Italia hanno attivato la “Sezione Rondine” che porta di fatto l’originale metodo formativo sulla risoluzione dei conflitti anche all’esterno della comunità

 

- di Roberta Barbi

 Scoprire se stessi e la relazione che si ha con gli altri, scoprire il mondo e capire che posto in esso si desidera occupare: sono obiettivi educativi comuni nell’adolescenza, che si possono raggiungere in vari modi. Il modo, anzi, il metodo di Rondine è molto semplice: partire dal conflitto – che non manca in nessun rapporto umano – per conoscerlo, saperlo interpretare e gestire fino a farlo diventare qualcosa di positivo, una forza capace di far crescere, un’opportunità e non più un’occasione di cui aver paura o da cui, addirittura, fuggire.

Da quest’anno sezioni Rondine distaccate in 13 scuole da nord a sud

Il primo ottobre scorso è suonata la campanella virtualmente per i 320 studenti – tutti collegati via web - che parteciperanno alla sperimentazione: si tratta di trienni scolastici superiori che gli istituti possono decidere di attivare, costruendo insieme alla Cittadella della Pace un nuovo percorso educativo che rimetta al centro la relazione interpersonale e il sostegno dei giovani. Questa sperimentazione è iniziata già negli anni scorsi nel liceo Vittoria Colonna e all’I.I.S. liceo Francesco Redi, entrambi ad Arezzo, ma per l’anno scolastico 2022-2023 ha visto un vero e proprio boom tanto che oggi il progetto coinvolge 15 classi di 13 istituti italiani e un totale di 300 docenti già certificati per l’insegnamento del Metodo Rondine. “Le prime due scuole che hanno partecipato l’anno scorso alla fase di pre-sperimentazione si sono fatte pioniere di una nuova visione educativa – afferma Franco Vaccari, presidente di Rondine – la scuola deve essere un luogo di sviluppo umano integrale dove il saper conoscere e il saper fare s’intrecciano al saper essere e al saper vivere insieme. La scuola è un luogo dove si pratica la cittadinanza attiva”.

I pilastri di un’offerta formativa innovativa

Nello specifico, le classi lavoreranno all’insegna della co-progettazione assieme a Rondine per declinare il progetto all’interno del proprio territorio: tra le principali attività ci sarà la formazione di un consiglio di classe coeso e la nuova figura di un tutor di classe che farà da mediatore tra gli studenti e il corpo docente, la cui formazione è affidata a un corso realizzato in collaborazione con il Centro di Ateneo studi e ricerche sulla famiglia dell’università cattolica del Sacro Cuore. Tutto questo si va ad aggiungere alle altre attività già in piedi alla Cittadella della Pace di Arezzo da anni, come il World House, lo studentato in cui vengono ospitate copie di studenti di fazioni “nemiche” che vengono educati alla pace attraverso la convivenza quotidiana e che ormai è un’esperienza che dà i suoi frutti da 25 anni; e il Quarto Anno Rondine che da sei anni a questa parte consente a studenti del quarto anno dei licei di indirizzo classico, scientifico e di Scienze Umane che ne fanno richiesta, di frequentare un intero anno scolastico nella Cittadella della Pace. 

 Vatican News

 

sabato 24 ottobre 2020

QUANDO LA FAMIGLIA SI SGRETOLA

 Per il bene dei figli: errori comuni commessi da genitori separati e come evitarli

Andare d’accordo con l’ex partner a volte è una vera e propria impresa, soprattutto quando si tratta di gestire in maniera condivisa (e coerente) il tempo e le abitudini dei figli. Tre consigli concreti e utili della professoressa di Psicologia Clinica Marialuisa Gennari, coautrice del libro “Quando non è per sempre”

 di Eleonora Giovinazzo

 Qua nessuno c'ha il libretto d’istruzioni canta Luciano Ligabue nella sua celebre “Almeno credo”. Peccato, perché in molti ne avrebbero bisogno quando c’è in ballo un divorzio con figli. Gestire una separazione non è quasi mai semplice, alcuni ci riescono ma per altri andare d’accordo con l’ex partner è una vera e propria impresa. Eppure, una cosa è certa: avere un rapporto sano con l’altro genitore è importantissimo per la crescita dei figli.

Suggerimenti pratici? Li abbiamo chiesti alla professoressa associata di Psicologia Clinica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia Marialuisa Gennari, coautrice insieme al professor Vittorio Cigoli del libro “Quando non è per sempre” (San Paolo Editori). Assieme, abbiamo passato in rassegna gli errori più comunemente commessi dalle mamme e dai papà e alcuni suggerimenti per evitarli. “I figli hanno bisogno di entrambi i genitori e/o comunque di più figure di riferimento per avere a disposizione il maggior numero di strumenti e relazioni per affrontare la complessità della vita", spiega l’esperta. “Tanto più godono di relazioni diverse e modalità comportamentali diverse, tanto più la loro mente si aprirà. Anche per questo è fondamentale avere un buon rapporto con l’altro genitore”.

1. Pensare che, da madre o da padre, si abbia tutto quello di cui un figlio abbia bisogno e far schierare i figli dalla propria parte"

Alcuni genitori, sia le madri che i padri, sono convinti di poter garantire da soli il meglio ai figli. Spesso le mamme immaginano di avere tutti gli ingredienti per crescere un bambino solo perché lo hanno partorito o perché hanno una sensibilità che ‘solo le madri hanno’". Falso.  Il bambino non è un giocattolo di cui impossessarsi gelosamente, magari come mezzo per fare uno sgarbo all'altro coniuge o agli altri parenti! Nessuno dei genitori ha la verità in tasca per quanto riguarda i bisogni del figlio”, sottolinea Gennari. “Sbagliatissimo mettere i propri figli nella condizione di schierarsi, eppure lo fanno in molti. Non sempre consapevolmente e con premeditazione. Nella maggior parte dei casi i figli vengono - egoisticamente- attratti a sé con un comportamento da vittima, oppure costruendo legami eccessivamente simbiotici alla luce dei quali i bambini pensano che quel genitore sia l’unico in grado di crescerli. O ancora, esasperando gli ‘errori’ o le presunte mancanze del partner ai loro occhi, attaccandolo costantemente. Se una mamma assume una posizione da vittima, per esempio, il figlio si sente in dovere di proteggerla”.

Come evitare di coinvolgerli nelle nostre insicurezze. “È fondamentale cercare di cogliere i bisogni dei bambini e non essere egoisti. In questo modo si può mantenere una relazione migliore anche con l’ex partner, perché non siamo concentrati su noi stessi e sulla nostra frustrazione post-separazione. L’altro mantiene sempre un valore in quanto genitore e noi dobbiamo cercare di promuoverlo come importante risorsa, senza giudicare o estrometterlo se non ne condividiamo le posizioni”.

2. Sottrarre tempo all’altro genitore per far stare il figlio esclusivamente con sé e con la propria famiglia di origine

“Spesso accade senza pensarci troppo, altre volte subdolamente per creare una sorta di ‘clan’ intorno al bambino o ai bambini. Si tratta di quelle situazioni in cui, per esempio, il figlio o la figlia dovrebbero stare con il padre ma la madre, all’ultimo minuto, comunica al genitore di passare a prenderli il giorno successivo (giorno in cui potenzialmente l’altro potrebbe lavorare) perché il bambino o la bambina devono andare al compleanno della zia materna. Oppure, in virtù di presunti benefici di salute, si chiede all'altro genitore di non vedere i figli per lungo tempo perché questi devono godere di lunghi periodi di vacanza, non considerando che privare i figli di un adeguato tempo con l’altro genitore sia un danno rilevante. Un conto è avvisare per tempo dei cambiamenti di programma e avere considerazione per il tempo dell’altro, un altro è far passare il messaggio che una delle due famiglie di origine sia più importante dell’altra. Avvisare all’ultimo sminuisce l’importanza della frequentazione genitore-figlio”.
Come evitare di diventare possessivi. “È fondamentale facilitare l’accesso dei figli alla famiglia dell’altro. Spesso le famiglie d’origine sono coinvolte nella separazione. Si sentono commenti come ‘La nonna non gli fa fare i compiti’, ‘gli dà da mangiare schifezze’, ‘lo vizia’. Magari ci sono attriti, i parenti si sono intromessi nella separazione, non c’è una buona comunicazione…. Può essere utile chiedere all’altro genitore di monitorare e assumersi responsabilmente l’onere di verificare una certa coerenza educativa, accettando comunque possibili comportamenti diversi nelle due famiglie. In ogni caso, bisogna consentire ai figli di godere della rete familiare per esteso: nonni e zii sono molto preziosi per i bambini, compongono un 'clan' che in questa epoca abbiamo perso e che invece è molto utile”.

3. Confondere i propri bisogni con quelli dei figli

“La continuità educativa è in realtà un bisogno dei genitori, che spesso altrimenti si sentono squalificati”, spiega Gennari. “Ma se i bambini o le bambine a casa della mamma sanno di poter mangiare sul divano e a casa del papà sanno che non possono farlo, riescono ad abituarsi perfettamente alle diverse regole senza sviluppare particolari problemi. In fondo è la stessa cosa che succede andando a scuola o dalla nonna, i bambini imparano molto presto che ogni contesto ha le sue regole e che vanno rispettate. Sotto i tre anni la cosa cambia un po’, lì il bambino ha bisogno di continuità per poter comprendere i vari comportamenti e interiorizzarli. Crescendo però riesce a comprendere le differenze e ad abituarvi senza rischi rilevanti.

4. Come evitare di infastidirsi di fronte a regole diverse dalle proprie.

“È importante non aver paura che il figlio assuma un comportamento ritenuto errato dell’altro genitore o dell’altra famiglia. In molti casi si teme che l’apporto dell’altro genitore impedisca al figlio di crescere bene”, spiega l’esperta. “Ma i figli introiettano i valori di uno e dell’altro. È lecito che entrambi i genitori portino avanti la propria linea educativa, il proprio diverso modo di vedere la vita, le relazioni e le cose. A volte può essere opportuno valutare l’entità del rischio che le differenze educative possono comportare, in modo da capire se è davvero importante stabilire una continuità tra le due 'gestioni' e su cosa invece essere tolleranti. Ad esempio, se una bambina delle elementari va a dormire una sera a settimana alle 22.30, o comunque più tardi di quanto previsto, è molto probabile che non ci saranno ripercussioni per la salute, mentre se questa diventa un'abitudine per 5 giorni a settimana può essere utile confrontarsi con l’altro genitore sull’importanza del sonno e stabilire assieme un orario entro cui si deve necessariamente andare a dormire, in qualsiasi casa si trovi.

5. Salvaguardare il rapporto coi nonni e con gli altri familiari e parenti.

Quando una famiglia si spacca spesso sono i nonni e altri familiari a soffrire per la diminuzione e talvolta per il venir meno degli incontri con i bambini; eppure il loro ruolo di «rifugio» è decisivo per aiutare i piccoli.

Molti figli del divorzio, infatti, non solo si trovano a fronteggiare condizioni di vita differenti (cambiamenti di abitazione, di scuola, a volte trasferimenti in altre città), ma spesso si sentono rifiutati, isolati e impotenti, a gestire un desiderio di riconciliazione impossibile tra i loro genitori, a vedere interrotte abitudini e tradizioni familiari (i pomeriggi dai nonni, casa degli zii, i giochi coi cugini … ).

I nonni hanno un ruolo sempre molto importante nella vita dei bambini, ancora di più quando i genitori si separano, perché rappresentano per loro un punto fermo indispensabile, in un momento per i bambini pieno di domande e incertezze: “chi mi vuole bene?”, “chi resta con me?”, “chi mi accetta?”. In questo momento di crisi, i nonni possono offrire una relazione all’insegna della continuità e della stabilità, proprio quando le relazioni familiari diventano fragili e precarie.

I nonni, infatti, offrono supporto affettivo ai bambini in un momento di tensione in cui i genitori potrebbero fare più fatica a dare ai figli il sostegno di cui hanno bisogno; rassicurano il bambino, che spesso si sente responsabile dei conflitti dei quali, purtroppo, è vittima innocente. Debbono, però, evitare di prendere posizione: fare attenzione, davanti al bambino, all’espressione delle proprie opinioni nei confronti dei genitori ed evitare di esporre o di influenzare il bambino con critiche, anche se velate, alla sua mamma o al suo papà; e fare in modo che il conflitto resti fuori dalla loro casa, perché questa possa essere uno spazio protetto per l’espressione del malessere e delle paure del bambino, senza che il conflitto offuschi questa possibilità.

Per i figli di genitori separati o divorziati è importantissimo mantenere i contatti con la propria storia familiare, soprattutto nelle situazioni di conflittualità tra i genitori. Il legame con i nonni, sia materni che paterni, e con altri parenti coi quali il bambino ha un forte legame affettivo, va mantenuto e favorito, perché in loro il bambino può trovare delle certezze, una porta aperta, una sponda sicura e accogliente che favorisce quella serenità di cui ogni bambino ha necessità per crescere bene.

 

www.repubblica.it  



venerdì 16 ottobre 2020

RIPENSARE IL POSSIBILE


 «E ora riscopriamo il mondo del possibile»

 «La modernità è l’epoca del possibile, 

ma per consentirgli di fare il suo gioco occorre un limite»

«Quando Dostoevskij dice che, se Dio non c’è, tutto è possibile, lo fa perché si sente orfano di una religione particolare. Un cinese non lo sosterrebbe mai. Per lui l’uomo vive in un flusso, in un ordine in cui è evidente che tutto non è possibile», racconta Paolo Jedlowski, docente di Sociologia all’Università di Calabria e autore dei recenti Memorie del futuro. Un percorso tra sociologia e studi culturali (Carocci, pagine 116, euro 11) e Intanto (Mesogea, pagine 154, euro 13) scritto proprio nel corso del recente lockdown. Nel corso del Festival di Sociologia di Narni, Jedlowski ha affrontato un problema fondamentale per tornare a interrogare la realtà che ci circonda. “Ripensare il possibile” si intitola, infatti, la lectio magistralis che ha pronunciato al Teatro comunale.

Che cos’è il possibile, professore?

Darne una definizione è difficile ma forse un modo per descriverlo si trova. Il possibile è qualcosa che non sappiamo se è o non è. Anzi il possibile è qualcosa che è e, simultaneamente, non è. Pensiamo al futuro: al tempo stesso esso è, perché lo immagino, ma anche non è, perché non ha ancora avuto modo di dispiegarsi, se mai lo avrà. Al possibile si contrappone invece il concetto di necessario che è determinato, è o non è.  Tertium non datur. Non può essere e non essere simultaneamente come invece avviene per il possibile.

Come ha scoperto l’esperienza del possibile?

Come tutti, nella vita di ogni giorno, mi imbatto in un ventaglio di possibilità. Di solito do per scontata una certa opinione, accetto dei comportamenti anche senza interrogarli ma capita che in certi momenti ci si chieda che cosa sia possibile e cosa no, che cosa accadrà nel mio gruppo, nel mondo o a me. E questo porta a immaginare altri possibili oltre a quello realizzato che vivo. Invece dal punto di vista intellettuale il tema del possibile è apparso lavorando al mio libro Memorie del futuro. Allora mi chiedevo cosa facciamo dei futuri che abbiamo immaginato in passato ma che non si sono realizzati. Malgrado non siano diventate realtà esse non sono scomparse del tutto. Rimangono nel ricordo e questo vale per l’esperienza personale ma anche per la storia collettiva.

Che cosa consente l’imporsi di un possibile piuttosto di un altro?

La sua forza. Il realizzarsi di un possibile piuttosto di un altro avviene con il conflitto. Nella storia collettiva ma anche in quella personale. Anzi il ricordo dei possibili non realizzati consente di pensare alla pugna interiore che ha portato al prevalere di uno sull’altro e quindi di riflettere su di sé.

E che conseguenze può avere?

Il ricordo dei possibili mancati può diventare uno slancio di entusiasmo. Ritornare sulle possibilità irrealizzate permette di riconsiderare quello che non è stato per rielaborarlo e realizzarlo ad un altro livello. Per esempio se accarezzo il ricordo di quando andavo in motocicletta non è per rimpiangere il passato, ma per ridare linfa alla vitalità, rinverdire la voglia di vivere che si esprime nel desiderio di muoversi, allora su una due ruote e oggi in modo diverso.

Che rapporto c’è tra il possibile e la modernità?

La modernità è l’epoca del possibile, che si manifesta attraverso la ricerca scientifica e tecnologica ma anche attraverso l’emancipazione dai vincoli che legavano l’uomo e limitavano il ventaglio delle possibilità. Il rapporto tra modernità e il possibile lo scorgiamo nel capolavoro di Robert Musil, L’uomo senza qualità: all’uomo è proprio il senso del possibile ma il protagonista, Ulrich, di possibili da coltivare ne ha troppi. Infatti la modernità rappresenta il loro eccesso e questo disorienta l’uomo, lo paralizza. Per consentire al possibile di fare il suo gioco occorre la presenza di un limite, perché per realizzarsi il possibile necessita della realtà che solo all’apparenza lo frena.

Che relazione c’è tra il possibile e la libertà?

È strettissima ma per capirlo bisogna considerare il ruolo recitato dall’abitudine, dal senso comune. Essi permettono di risparmiare energie, di mettere tra parentesi i troppi possibili che potrebbero distrarci e bloccarci. Per esempio l’urgenza in cui spesso sprofondiamo in questi tempi forse non è altro che una maniera per mettere tra parentesi altri modi di vita che solo apparentemente desideriamo. Se viviamo di fretta magari c’è una ragione, vale a dire non vogliamo essere scavalcati dagli eventi...

Il recente lockdown che ruolo ha giocato nell’economia del possibile?

È stato un momento-soglia. Di solito si vive senza porsi tante domande, ma all’improvviso fanno capolino dei momenti che squarciano il velo. Può essere il lockdown, ma anche un lutto o la lettura di una poesia che spinge a reinterrogare lo scontato e a fare emergere altri possibili. Col lockdown ci si è chiesti, per la prima volta dopo tanto tempo coralmente, se volevamo tornare a vivere come prima oppure no.

 

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mercoledì 8 gennaio 2020

ADOLESCENZA ZERO, HIKIKOMORI, CUTTERS, ADHD e la CRESCITA NEGATA

Gioventù bruciata nell’era dei farmaci

Sos della psicoanalista Laura Pigozzi, autrice di “Adolescenza zero”: «Siamo di fronte a una torva medicalizzazione della crescita, oggi a ogni disagio anziché con l’ascolto e il confronto si risponde con il farmaco»

Intervista di Luce Miele

Ragazzi che si auto segregano in casa, altri che ripiegano su se stessi fino a disanimarsi, altri ancora che si infliggono ferite, incidendosi la pelle. Se – come scrive Laura Pigozzi, psicoanalista, musicoterapeuta e insegnante di canto, nel suo Adolescenza zero. Hikikomori, cutters, ADHD e la crescita negata, Edizione Nottetempo, pag. 256, euro 17) – «ogni adolescente è un migrante per definizione, è colui che migra dallo stato infantile a quello adulto», oggi questa migrazione appare sempre più sfibrata, insidiata, minacciata. E quel «passaggio mortale», nel quale il bambino depone il suo corpo per diventare adulto, rischia di non avvenire.
In Adolescenza zero scrive che il «bambino è il sintomo della sua famiglia». Cosa ci racconta il disagio dei ragazzi? Che tipo di dinamiche familiari testimonia?
Oggi la famiglia è interessata da una mutazione genetica. Dentro questo riassetto, i ruoli genitoriali sono evaporati. Non ci sono più adulti, l’intero nucleo familiare si è infantilizzato. Per seguire i figli, i genitori stanno rinunciando al loro ruolo di guida. Non solo. L’asse della famiglia si è drammaticamente spostato: dalla coppia madre-padre a quella madre-figlio. Il risultato è che il padre viene sempre più marginalizzato, estromesso dall’educazione dei figli. E quella del «padre materno» è una stortura che conferma, anziché contestarla, questa mutazione.
Leggendo la geografia del disagio giovanile che lei traccia, si ha la sensazione di essere davanti al fallimento delle due agenzie educative che dovrebbero incaricarsi della cura dei ragazzi: scuola e famiglia. Sono due crisi intrecciate? Una è lo specchio dell’altra?
La famiglia si sta trasformando in un’agenzia di protezione. Come tale deborda, invadendo lo spazio della scuola. La famiglia pretende di annettersi il campo educativo. Sono sempre più frequenti i casi dei genitori che contestano gli insegnanti, entrando nel merito dei contenuti scolastici. Un’invasione che non si riesce a contenere perché la scuola non può permettersi di perdere alunni e, per non perdere alunni, deve accaparrarsi i genitori, tenerseli stretti. È una logica mercantile. Il risultato è che la scuola subisce la stesso processo della famiglia: si infantilizza. Ma offrendo ai ragazzi una protezione continua, viene preclusa loro ogni possibilità di crescita. È quella che chiamo «la pedagogia della protezione». Siamo impegnanti in un’opera di soccorso continua e pervasiva. I ragazzi così non solo non corrono e, se corrono, corrono con le stampelle, ma faticano anche a camminare. È un pericolo grave che minaccia il futuro. È una crisi anche più grave di quella ambientale.
Questa adesività dei genitori al corpo dei figli come si spiega? È una conseguenza dell’eclissi della famiglia tradizionale?
Il benessere dei genitori dipende oggi dal consenso dei figli. Siamo diventati dei vampiri: ci nutriamo del loro benessere, lo assorbiamo, lo prelogicatendiamo. Questo fenomeno non riguarda solo le famiglie monoparentali, nelle quali un solo genitore “amministra” la legge. Ma anche nelle famiglie più numerose la regola spesso non cambia. È un genitore, e uno solo, a dettare legge: la madre. È il plusmaterno. Ma il plusmaterno non è il trionfo della maternità ma la sua sconfitta. È un eccesso di materno che si traduce nel suo fallimento. Perché, ricordiamolo, la finalità ultima del materno è gestire l’assenza, la propria. Un figlio non nasce per soddisfare i nostri bisogni, la sua vocazione non è quella di gratificarci ma quella di diventare adulto.La sua vocazione è esplorare,
sperimentare il nuovo, cadere, farsi male, rialzarsi, inventare, congedarsi dai genitori, aprirsi al mondo.
Oggi i ragazzi sono soffocati dalle cose. Questa iper presenza delle cose non rischia di uccidere il desiderio?
Il soddisfacimento ottunde il pensiero. Il desiderio nasce, invece, dalla mancanza, dal vuoto, dalla fatto che manca qualcosa. Ma l’ansia di controllo dei genitori tende a riempire i ragazzi di oggetti. Si tratta di un’acquiescenza al sistema capitalistico e alla sua dell’eccesso.
La ribellione dei ragazzi ci spiazza. È come se noi adulti non sapessimo accettarla, vogliamo che tutto sia levigato, morbido, piatto. La rimozione del conflitto cosa ci dice?
Oggi gli adolescenti sono sempre più mimetici. Non confliggono più con i genitori, ma con se stessi. I sintomi di cui sono portatori preferiamo ignorarli. Se un ragazzo va male a scuola ci sta dicendo qualcosa. Il dislessico ci sta dicendo che nella sua famiglia esiste un disordine. Non stiamo più insegnando ai nostri ragazzi come si litiga. Nelle famiglia il conflitto è azzerato. Ma se il conflitto viene rimosso, esso riemerge come distruttività. Stiamo capovolgendo la storia del mondo che è una ininterrotta storia di conflitti tra le generazioni. Si cresce opponendosi. Non potendo più opporsi, i ragazzi configgono con se stessi. È impressionante la distruttività che portano dentro e che spesso si scarica sugli oggetti, sulle cose, perché manca un bersaglio vero.
Nel suo libro scrive che è in atto una sorta di psichiatrizzazione dell’infanzia. Tutto quello che fuoriesce dalla norma, viene ascritto al patologico. Come si spiega questo fenomeno?
Siamo dinanzi a una medicalizzazione torva: a un disagio si risponde con un farmaco. Se il sintomo parla, con il farmaco non lo si ascolta, lo si zittisce. Stiamo tornando a essere dei barbari: nel Rinascimento l’uomo era al centro delle dinamiche sociali, era generativo, creativo, oggi invece stiamo retrocedendo a una sorta di uomo-macchina deresponsabilizzato che, si pensa, possa essere riparato solo con il farmaco. E purtroppo questo assunto sta conquistando l’infanzia. Curare i sintomi dei bambini con gli psicofarmaci significa una cosa sola: non aver capito niente dell’infanzia. Significa non riconoscere due cose incontrovertibili. Primo: la struttura psichica dei bambini non è rigida od ossificata, ma fluida, in continua formazione. Secondo: significa non riconoscere al bambino, e all’essere umano in generale, la capacità di auto-ripararsi. Ecco la grande differenza tra il metodo farmacologico, oggi imperante, e quello praticato nella psicoanalisi. La psicanalisi chiede all’individuo quale sia la sua responsabilità. Perché è nella responsabilità che si diventa adulti.


mercoledì 18 ottobre 2017

CULTURA DELLA MEDIAZIONE IN CLASSE


“Dallo scontro all’incontro: mediando si impara!”
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         Le istituzioni scolastiche rappresentano sempre di più un luogo di relazioni complesse in cui sorgono quotidianamente conflitti di diversa entità. Spesso i ragazzi si trovano coinvolti in episodi di bullismo, violenza, comportamenti lesivi della dignità personale. Talvolta questi episodi sfociano in atti aventi rilevanza penale, più spesso si tratta di episodi meno gravi, ma che comunque meritano attenzione e considerazione da parte degli adulti. Il conflitto tra pari rappresenta qualcosa di difficile da affrontare e qualcosa che spesso viene negato, soprattutto perché non si hanno gli strumenti che permettono di riconoscerlo, di esprimerlo e gestirlo in un’ottica evolutiva dei rapporti. Inoltre i conflitti, oggi, hanno come attori e spettatori tutti coloro che sono connessi in rete e che un tempo trovavano il loro unico setting in aula, nell’atrio della scuola, nel cortile di casa. 
        I conflitti che non trovano spazio di espressione o che non vengono riconosciuti come tali, a causa del timore di esprimere sentimenti negativi, quali la rabbia, la paura, la solitudine, portano ad una lacerazione dei rapporti tra le persone, ad una violenza diffusa nelle relazioni o, in taluni casi, ad un “ritirarsi” in sé o nel proprio gruppo. Proprio per tali ragioni acquisiscono rilevanza gli spazi entro cui poter esprimere i propri vissuti, discutere e comprendere meglio quello che accade dentro e fuori la scuola. 
     Saper comunicare efficacemente, saper vivere il conflitto come risorsa, costituisce un valore aggiunto nelle relazioni tra pari e nei rapporti intergenerazionali ed è un obiettivo imprescindibile da realizzare per chi vive nella complessa società attuale. Il progetto nasce, pertanto, dalla necessità di divulgare la cultura della mediazione. In particolare, si propone di promuovere strumenti per la gestione positiva dei conflitti nei diversi ambiti della vita degli adolescenti. 
      Appare di fondamentale importanza, infatti, divulgare tale cultura soprattutto nell’istituzione scuola ove i bambini e i ragazzi sviluppano le loro capacità relazionali e sperimentano la socialità. Attraverso la diffusione della cultura della mediazione, inoltre, è possibile prevenire, contenere e gestire il propagarsi degli effetti negativi dei conflitti, trasformandoli in risorse per la relazione grazie alla mediazione. Il progetto intende focalizzarsi sull’ascolto e il riconoscimento dell’Altro da sé, attraverso temi quali la diversità, i processi empatici e le emozioni del conflitto, la giustizia riparativa a scuola, l’appartenenza. La narrazione e l’ascolto saranno protagonisti attivi in un percorso di sensibilizzazione al mondo della mediazione.
    È on line il bando per partecipare alla seconda edizione di “Dallo scontro all’incontro: mediando si impara!”, il progetto promosso dall’Autorità garante per l’infanzia e adolescenza con la sezione italiane dell’associazione Gemme (Groupement Européen des Magistrats pour la Mèdiation) e l’Istituto Don Calabria. Nei giorni scorsi a Roma la Garante per l’Infanzia, Filomena Albano, ha presentato i risultati della prima edizione del progetto – durata quasi un anno - che ha coinvolto oltre mille ragazzi tra gli 11 e i 14 anni.

    Le attività si sono focalizzate sull’ascolto e il riconoscimento dell’altro e ha affrontato temi quali la diversità, il sentirsi invisibili, l’appartenenza, l’empatia, le emozioni, l’importanza delle relazioni.

        Per aderire al bando :  BANDO CULTURA MEDIAZIONE