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martedì 2 dicembre 2025

DOVE VA IL MATRIMONIO ?

 


Dalla legge sul divorzio alla cultura dell’interruzione facile: un anniversario che ci interroga

 

di Giovanna Abbagnara

Il 1° dicembre 1970 l’Italia approvava la legge sul divorzio. Cinquantacinque anni dopo, questa data torna come uno specchio: ci costringe a guardarci dentro e a chiederci cosa siamo diventati, quali strade abbiamo imboccato, quali ferite abbiamo aperto – e soprattutto cosa abbiamo smesso di vedere. Pier Giorgio Liverani, giornalista fine e lungimirante, che più volte ha denunciato un meccanismo sottile ma devastante, diceva che una legge pensata per regolamentare casi eccezionali, con il tempo, diventa una prassi ordinaria e poi una cultura.

È accaduto con il divorzio. Doveva essere un’“eccezione umana”, una via d’uscita per situazioni davvero drammatiche. È diventato molto più: un’abitudine sociale, quasi un automatismo, talvolta perfino un’opzione rapida – e spesso superficiale – davanti alle prime difficoltà. E così, lentamente, l’amore stesso si è trasformato. Da promessa, è diventato contratto; da dono, patto rescindibile; da vocazione, esperienza a tempo determinato.

Il problema è che, quando la cultura cambia, cambiano anche i desideri, i comportamenti, le attese, le soglie di sopportazione. Non è solo “colpa della legge”. È che una legge apre immaginari, autorizza nuovi modi di pensare. Lo schema si ripropone oggi per molte altre questioni, e una in particolare mi inquieta: il suicidio assistito. Si comincia sempre così: “Solo per pochi casi estremi. Solo quando la sofferenza è insopportabile. Solo in situazioni limite”. Lo abbiamo già sentito. Lo sappiamo già. Perché ciò che diventa legittimo, presto diventa normale. E ciò che diventa normale, prima o poi diventa culturalmente desiderabile.

Ma la domanda che nessuno affronta è un’altra: come prevenire? Ci appassioniamo alla regolamentazione delle uscite, mai alla costruzione dei ponti. Ci muoviamo sempre sul terreno delle emergenze, mai su quello della formazione. Perché non investiamo sulle coppie prima che arrivino al punto di rottura? Perché non sosteniamo i giovani fidanzati, i neo-sposi, le famiglie alle prime armi? Perché non offriamo strumenti psicologici, relazionali, spirituali per attraversare le crisi e non solo per uscire da esse?

Siamo pieni di slogan sulla “prevenzione” – prevenzione dei tumori, delle malattie cardiache, degli incidenti stradali. Ma sulla salute interiore, emotiva e relazionale, sulla salute dell’amore e della speranza… niente. Silenzio. Eppure, non c’è campo in cui la prevenzione sarebbe più decisiva. Lo stesso vale per il tema del suicidio: si parla di legittimare un gesto estremo, ma quasi nessuno parla seriamente di prevenzione della disperazione. Di come intercettare la solitudine prima che diventi abisso. Di come accompagnare chi soffre prima che perda il senso. Di come far sentire alla persona che esiste una comunità, una relazione, un futuro possibile.

Il nodo vero è culturale: tornare a credere che la vita valga. Che l’amore valga. Che restare valga. Una società matura non facilita la fuga, ma sostiene la fedeltà. Non normalizza la rinuncia alla vita, ma moltiplica le ragioni per desiderarla. Cinquantacinque anni dopo il divorzio, abbiamo imparato molto sui diritti individuali e pochissimo sulla responsabilità relazionale. Sappiamo come “chiudere” una storia, ma non come salvarla. Sappiamo come interrompere una vita, ma non come ravvivarla. Ma l’amore non si protegge a valle, quando è quasi finito. Si protegge a monte, quando lo si forma. E lo stesso vale per la vita. possiamo fare molti di più ma vogliamo veramente farlo?

Puntofamiglia

 

 

 

 

sabato 30 settembre 2023

IL VIDEO DELLA DISCORDIA


Ha suscitato un vespaio di polemiche lo spot pubblicitario di una nota catena di supermercati in cui molti hanno visto una colpevolizzazione delle coppie separate e una difesa ideologica della famiglia tradizionale, in contrasto con altri che invece l’hanno apprezzato e difeso.

 

- di Giuseppe Savagnone*

 È opportuno, prima di tutto, spiegare di cosa parliamo. Si tratta di un piccolo cortometraggio, di due minuti, di cui è protagonista una bambina. Nella prima scena, all’interno di un supermercato, la mamma la cerca preoccupata e poi la trova vicino al banco della frutta. «Vuoi una pesca? Potevi dirlo», la rimprovera. Poi tornano a casa e la madre, in macchina, cerca di parlare con la bambina, che però è visibilmente assorta e triste.

 Nella scena successiva suonano alla porta. Si capisce che è venuto il padre a prenderla, perché i genitori sono separati. La bambina entra nell’auto, tira fuori la pesca dallo zainetto e la porge al padre con un sorriso: «Te la manda la mamma».

 Sembra passato un secolo dai caroselli che presentavano un’immagine idilliaca della famiglia, come quella proverbiale de «Il Mulino bianco». L’idea dello spot è piuttosto di rappresentare quella reale, che abbiamo tutti sotto gli occhi, con tanti genitori separati o divorziati e i figli che fanno la spola tra il papà e la mamma.

 Ma è proprio questo che ha suscitato accese discussioni sui social e ha avuto perfino una ricaduta a livello politico. Tra i primi a puntare il dito contro la pubblicità, l’account «Aesteticasovietica», che ha commentato: «Ma è il nuovo spot o un’enciclica contro il divorzio?» e ha accusato lo spot di scatenare un «feroce disumano, giudicante senso di colpa» nei genitori separati. «La tossicità di questa narrazione», secondo l’account, «consiste nel considerare come necessariamente drammatica una separazione che invece molto spesso coincide con una liberazione».

 Sulla stessa linea un altro blog “alternativo” molto seguito, «Mammadimerda», secondo cui il video «in un solo colpo rinforza sensi di colpa e stigmatizza divorzio e figli di divorziati», mentre i tempi sono maturi per «scindere il concetto di coppia da quello di famiglia e quello di famiglia dalla genitorialità».

 Di parere opposto lo psicoterapeuta Alberto Pellai: «La pesca che la bambina dona al suo papà, dicendo che gliel’ha data la mamma, è un’onda che arriva e travolge noi adulti perché ci mostra che nessun bambino è mai felice quando due genitori si separano. E questa è l’unica verità di cui dobbiamo diventare consapevoli. Questo spot ce la racconta. E ce la racconta bene. Non stigmatizza, non condanna, non colpevolizza, al contrario fa ciò di cui tutti i bambini hanno bisogno quando due genitori si separano: responsabilizza gli adulti. Forse per questo è così divisiva e perturbante».

 Voci isolate di persone che non hanno altro a cui pensare, dirà qualcuno. E invece no. La discussione sullo spot si è scatenata sui social e ha diviso l’opinione pubblica, trovando una risonanza anche a livello politico.

 È intervenuta addirittura la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha definito il video «molto bello e toccante». Poi è stata la volta del vice-premier, Matteo Salvini, che lo ha considerato «uno splendido messaggio di Amore e Famiglia».

 Da parte loro, invece, non hanno risparmiato critiche gli esponenti della Sinistra: «Mi sembra davvero sbagliato, in questo e in altri casi, mettere in mezzo la sofferenza dei bambini su temi delicati per scopi commerciali», ha scritto Pier Luigi Bersani su Twitter.

 All’apprezzamento della premier ha reagito, da parte sua, l’esponente di Sinistra italiana Nicola Fratoianni: «Presidente Giorgia Meloni, vedo che commenta lo spot di una nota catena di supermercati ma che non dice nemmeno una parola sul carrello della spesa di milioni italiani, separati e non. Per loro anche una pesca rischia di diventare un lusso. L’Italia attende risposte».

 Davanti a questa inattesa risonanza, la catena dei supermercati che ha commissionato la pubblicità ha preso le distanze da ogni interpretazione ideologica. «Con il film “La Pesca”» – ha chiarito un comunicato del gruppo – «si è voluto porre l’accento sull’importanza della spesa, che non viene vista solo come un acquisto, ma descritta come qualcosa che ha un valore più ampio».

 Una “filosofia” che nasconde qualcosa

Forse è il caso di dire subito che la sorpresa e perfino l’irritazione di alcuni, di fronte a tante discussioni su una banale pubblicità, non tengono conto che, da sempre, i messaggi commerciali veicolano spesso, senza che gli utenti se ne rendano conto, un modo di vedere la vita e la realtà destinati ad influenzarli.

 Le immagini, gli slogan, anche quando sembrano riguardare solo dei prodotti, non sono innocenti. Sono studiati da esperti in modo da toccare zone inconsce della psiche umana, influenzandola ben al di là dell’obiettivo immediato del singolo acquisto. Dietro molti messaggi di cui siamo oggi giorno destinatari, fin dalla più tenera infanzia, c’è una “filosofia”.

 Che una volta tanto – ma dovrebbe capitare più spesso – se ne stia prendendo coscienza e discutendo apertamente, dipende forse dal fatto che si tratta, questa volta, di una provocazione che è in contrasto con quella del politically correct dominante.

 Nei nostri spot pubblicitari, ma anche nel cinema e nelle serie televisive, il grande protagonista è ormai da tempo il single, legato a un partner da un rapporto opzionale e non vincolante, in nome di una libertà che ha orrore per i legami definitivi: «Stiamo insieme finché stiamo bene insieme». E così saremo tutti felici e contenti.

 Questa immagine rassicurante nasconde in realtà alcune verità scomode. Prima fra tutte quella che ogni nostra scelta, anche la più personale, ricade sempre su qualcun altro. Non è vero, come si sente ripetere, che «la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri», come se ci fosse un confine al di qua del quale a ognuno è permesso di fare ciò che vuole senza dovere rispondere a nessuno.

 Quella immagine spaziale è illusoria. Il confine non esiste. Nella realtà un professionista che si lascia andare e non crede più nel suo lavoro, non si aggiorna, non si impegna; un padre che trascura la famiglia perché si lascia monopolizzare dalla sua professione; un figlio che si droga o, peggio, si uccide, incidono pesantemente, con le loro scelte – che sono personalissime! – , su coloro che stanno intorno a loro. La libertà è sempre anche responsabilità.

 E questo vale innanzi tutto nei rapporti familiari. Presentare la coppia o la convivenza come l’incontro tra due single che, attraverso il rapporto, cercano la propria realizzazione personale – salvo a cambiare partner se la trovano in un’altra soluzione – nasconde il fatto che attraverso questo incontro nasce qualcosa di più della pura somma di due individui, che è la famiglia.

 Di questa irriducibilità della comunità familiare ai single che la costituiscono e alle loro mutevoli preferenze è segno evidente la presenza dei figli e la responsabilità genitoriale. Qui il legame, lo si voglia o no, è indissolubile. A un figlio non si può dire che «si sta insieme finché si sta bene insieme». E forse anche da questo nasce, oggi, la tendenza, nel nostro paese (e proprio nelle regioni più ricche), a non farne più.

 Una “liberazione” per i figli?

Perciò, nella logica del politically correct, si deve anche nascondere che la scelta di rompere un legame di coppia non riguarda soltanto i coniugi o i compagni, ma ricade sulla pelle dei loro figli, che non possono difendersi.

 A questo scopo, ci si sforza di sottolineare che non bisogna «considerare come necessariamente drammatica una separazione che invece molto spesso coincide con una liberazione». Come scrive anche Gramellini sul «Corriere della sera»: «Molte coppie divorziano proprio per evitare che i figli crescano tra le tensioni». Insomma, è per il loro bene.

 Dimenticando di aggiungere che è proprio la “filosofia” del single, con la sua logica autocentrata, che porta sempre più frequentemente a esasperare e drammatizzare queste tensioni – da sempre inevitabili in una comunità come quella familiare (ma anche in tute le altre vere comunità) – e a renderle decisive per una rottura definitiva.

 In realtà, i teorici della nonviolenza spiegano che i conflitti, se correttamente gestiti, sono fisiologici e possono costituire occasione di crescita e di accettazione reciproca. Solo se degenerano in violenza, fisica o psicologica, diventano un motivo per eliminare l’altro – fisicamente o moralmente – dalla propria vita. Ma questo dipende molto dal modo di affrontarli e di viverli.

 La crisi che porta alla rottura di una famiglia non è un destino inesorabile, ma il frutto di atteggiamenti e di scelte che hanno un margine di libertà. Senza mai dimenticare che le loro conseguenze non riguardano solo coloro che li fanno propri, ma ricadono sui più deboli.

 Il video pubblicitario, involontariamente (era fatto per il mercato), mette in luce questa scomoda verità. Quello che non si capisce è perché essa sia “di destra” e come tale venga attaccata dalla “sinistra”.

 È noto che tanto Fratelli d’Italia quanto la Lega hanno sempre sbandierato la loro fedeltà al valore della famiglia (Forza Italia, dato l’esempio del comportamento sessuale del suo fondatore, non ne ha avuto il coraggio). Ma è significativo che Giorgia Meloni non si sia mai voluta sposare e Salvini sia divorziato, passando da una compagna all’altra. È questo il modello? E poi di quali famiglie si tratta? Solo di quelle italiane? E quelle che vengono lasciate annegare nel Mediterraneo, oppure vengono relegate in centri di accoglienza disumani, dove ogni intimità familiare viene cancellata?

 Reciprocamente, è davvero sorprendente che l’alternativa proposta dalla sinistra – evidenziata anche dalle proteste nei confronti dello spot – sia un individualismo che, in nome della rivendicazione indiscriminata dei diritti, mette in ombra il tema delle responsabilità. Questa è la tradizione liberal-radicale, non quella socialista e neppure quella cattolica, le due anime da cui era noto il PD.

 Forse oggi i democratici, prima di contare le loro preferenze nei sondaggi, dovrebbero decidere quale deve essere la loro. Magari ripensando seriamente al proprio modo di concepire la libertà e il suo ruolo rispetto alle comunità, prima fra tutte quella familiare. Per evitare che sia uno spot pubblicitario a far saltar fuori il problema.

 - *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

sabato 24 ottobre 2020

QUANDO LA FAMIGLIA SI SGRETOLA

 Per il bene dei figli: errori comuni commessi da genitori separati e come evitarli

Andare d’accordo con l’ex partner a volte è una vera e propria impresa, soprattutto quando si tratta di gestire in maniera condivisa (e coerente) il tempo e le abitudini dei figli. Tre consigli concreti e utili della professoressa di Psicologia Clinica Marialuisa Gennari, coautrice del libro “Quando non è per sempre”

 di Eleonora Giovinazzo

 Qua nessuno c'ha il libretto d’istruzioni canta Luciano Ligabue nella sua celebre “Almeno credo”. Peccato, perché in molti ne avrebbero bisogno quando c’è in ballo un divorzio con figli. Gestire una separazione non è quasi mai semplice, alcuni ci riescono ma per altri andare d’accordo con l’ex partner è una vera e propria impresa. Eppure, una cosa è certa: avere un rapporto sano con l’altro genitore è importantissimo per la crescita dei figli.

Suggerimenti pratici? Li abbiamo chiesti alla professoressa associata di Psicologia Clinica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia Marialuisa Gennari, coautrice insieme al professor Vittorio Cigoli del libro “Quando non è per sempre” (San Paolo Editori). Assieme, abbiamo passato in rassegna gli errori più comunemente commessi dalle mamme e dai papà e alcuni suggerimenti per evitarli. “I figli hanno bisogno di entrambi i genitori e/o comunque di più figure di riferimento per avere a disposizione il maggior numero di strumenti e relazioni per affrontare la complessità della vita", spiega l’esperta. “Tanto più godono di relazioni diverse e modalità comportamentali diverse, tanto più la loro mente si aprirà. Anche per questo è fondamentale avere un buon rapporto con l’altro genitore”.

1. Pensare che, da madre o da padre, si abbia tutto quello di cui un figlio abbia bisogno e far schierare i figli dalla propria parte"

Alcuni genitori, sia le madri che i padri, sono convinti di poter garantire da soli il meglio ai figli. Spesso le mamme immaginano di avere tutti gli ingredienti per crescere un bambino solo perché lo hanno partorito o perché hanno una sensibilità che ‘solo le madri hanno’". Falso.  Il bambino non è un giocattolo di cui impossessarsi gelosamente, magari come mezzo per fare uno sgarbo all'altro coniuge o agli altri parenti! Nessuno dei genitori ha la verità in tasca per quanto riguarda i bisogni del figlio”, sottolinea Gennari. “Sbagliatissimo mettere i propri figli nella condizione di schierarsi, eppure lo fanno in molti. Non sempre consapevolmente e con premeditazione. Nella maggior parte dei casi i figli vengono - egoisticamente- attratti a sé con un comportamento da vittima, oppure costruendo legami eccessivamente simbiotici alla luce dei quali i bambini pensano che quel genitore sia l’unico in grado di crescerli. O ancora, esasperando gli ‘errori’ o le presunte mancanze del partner ai loro occhi, attaccandolo costantemente. Se una mamma assume una posizione da vittima, per esempio, il figlio si sente in dovere di proteggerla”.

Come evitare di coinvolgerli nelle nostre insicurezze. “È fondamentale cercare di cogliere i bisogni dei bambini e non essere egoisti. In questo modo si può mantenere una relazione migliore anche con l’ex partner, perché non siamo concentrati su noi stessi e sulla nostra frustrazione post-separazione. L’altro mantiene sempre un valore in quanto genitore e noi dobbiamo cercare di promuoverlo come importante risorsa, senza giudicare o estrometterlo se non ne condividiamo le posizioni”.

2. Sottrarre tempo all’altro genitore per far stare il figlio esclusivamente con sé e con la propria famiglia di origine

“Spesso accade senza pensarci troppo, altre volte subdolamente per creare una sorta di ‘clan’ intorno al bambino o ai bambini. Si tratta di quelle situazioni in cui, per esempio, il figlio o la figlia dovrebbero stare con il padre ma la madre, all’ultimo minuto, comunica al genitore di passare a prenderli il giorno successivo (giorno in cui potenzialmente l’altro potrebbe lavorare) perché il bambino o la bambina devono andare al compleanno della zia materna. Oppure, in virtù di presunti benefici di salute, si chiede all'altro genitore di non vedere i figli per lungo tempo perché questi devono godere di lunghi periodi di vacanza, non considerando che privare i figli di un adeguato tempo con l’altro genitore sia un danno rilevante. Un conto è avvisare per tempo dei cambiamenti di programma e avere considerazione per il tempo dell’altro, un altro è far passare il messaggio che una delle due famiglie di origine sia più importante dell’altra. Avvisare all’ultimo sminuisce l’importanza della frequentazione genitore-figlio”.
Come evitare di diventare possessivi. “È fondamentale facilitare l’accesso dei figli alla famiglia dell’altro. Spesso le famiglie d’origine sono coinvolte nella separazione. Si sentono commenti come ‘La nonna non gli fa fare i compiti’, ‘gli dà da mangiare schifezze’, ‘lo vizia’. Magari ci sono attriti, i parenti si sono intromessi nella separazione, non c’è una buona comunicazione…. Può essere utile chiedere all’altro genitore di monitorare e assumersi responsabilmente l’onere di verificare una certa coerenza educativa, accettando comunque possibili comportamenti diversi nelle due famiglie. In ogni caso, bisogna consentire ai figli di godere della rete familiare per esteso: nonni e zii sono molto preziosi per i bambini, compongono un 'clan' che in questa epoca abbiamo perso e che invece è molto utile”.

3. Confondere i propri bisogni con quelli dei figli

“La continuità educativa è in realtà un bisogno dei genitori, che spesso altrimenti si sentono squalificati”, spiega Gennari. “Ma se i bambini o le bambine a casa della mamma sanno di poter mangiare sul divano e a casa del papà sanno che non possono farlo, riescono ad abituarsi perfettamente alle diverse regole senza sviluppare particolari problemi. In fondo è la stessa cosa che succede andando a scuola o dalla nonna, i bambini imparano molto presto che ogni contesto ha le sue regole e che vanno rispettate. Sotto i tre anni la cosa cambia un po’, lì il bambino ha bisogno di continuità per poter comprendere i vari comportamenti e interiorizzarli. Crescendo però riesce a comprendere le differenze e ad abituarvi senza rischi rilevanti.

4. Come evitare di infastidirsi di fronte a regole diverse dalle proprie.

“È importante non aver paura che il figlio assuma un comportamento ritenuto errato dell’altro genitore o dell’altra famiglia. In molti casi si teme che l’apporto dell’altro genitore impedisca al figlio di crescere bene”, spiega l’esperta. “Ma i figli introiettano i valori di uno e dell’altro. È lecito che entrambi i genitori portino avanti la propria linea educativa, il proprio diverso modo di vedere la vita, le relazioni e le cose. A volte può essere opportuno valutare l’entità del rischio che le differenze educative possono comportare, in modo da capire se è davvero importante stabilire una continuità tra le due 'gestioni' e su cosa invece essere tolleranti. Ad esempio, se una bambina delle elementari va a dormire una sera a settimana alle 22.30, o comunque più tardi di quanto previsto, è molto probabile che non ci saranno ripercussioni per la salute, mentre se questa diventa un'abitudine per 5 giorni a settimana può essere utile confrontarsi con l’altro genitore sull’importanza del sonno e stabilire assieme un orario entro cui si deve necessariamente andare a dormire, in qualsiasi casa si trovi.

5. Salvaguardare il rapporto coi nonni e con gli altri familiari e parenti.

Quando una famiglia si spacca spesso sono i nonni e altri familiari a soffrire per la diminuzione e talvolta per il venir meno degli incontri con i bambini; eppure il loro ruolo di «rifugio» è decisivo per aiutare i piccoli.

Molti figli del divorzio, infatti, non solo si trovano a fronteggiare condizioni di vita differenti (cambiamenti di abitazione, di scuola, a volte trasferimenti in altre città), ma spesso si sentono rifiutati, isolati e impotenti, a gestire un desiderio di riconciliazione impossibile tra i loro genitori, a vedere interrotte abitudini e tradizioni familiari (i pomeriggi dai nonni, casa degli zii, i giochi coi cugini … ).

I nonni hanno un ruolo sempre molto importante nella vita dei bambini, ancora di più quando i genitori si separano, perché rappresentano per loro un punto fermo indispensabile, in un momento per i bambini pieno di domande e incertezze: “chi mi vuole bene?”, “chi resta con me?”, “chi mi accetta?”. In questo momento di crisi, i nonni possono offrire una relazione all’insegna della continuità e della stabilità, proprio quando le relazioni familiari diventano fragili e precarie.

I nonni, infatti, offrono supporto affettivo ai bambini in un momento di tensione in cui i genitori potrebbero fare più fatica a dare ai figli il sostegno di cui hanno bisogno; rassicurano il bambino, che spesso si sente responsabile dei conflitti dei quali, purtroppo, è vittima innocente. Debbono, però, evitare di prendere posizione: fare attenzione, davanti al bambino, all’espressione delle proprie opinioni nei confronti dei genitori ed evitare di esporre o di influenzare il bambino con critiche, anche se velate, alla sua mamma o al suo papà; e fare in modo che il conflitto resti fuori dalla loro casa, perché questa possa essere uno spazio protetto per l’espressione del malessere e delle paure del bambino, senza che il conflitto offuschi questa possibilità.

Per i figli di genitori separati o divorziati è importantissimo mantenere i contatti con la propria storia familiare, soprattutto nelle situazioni di conflittualità tra i genitori. Il legame con i nonni, sia materni che paterni, e con altri parenti coi quali il bambino ha un forte legame affettivo, va mantenuto e favorito, perché in loro il bambino può trovare delle certezze, una porta aperta, una sponda sicura e accogliente che favorisce quella serenità di cui ogni bambino ha necessità per crescere bene.

 

www.repubblica.it  



sabato 6 ottobre 2018

LASCIATE CHE I PICCOLI VENGANO A ME

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10, 2-16

2Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosé?». 4Dissero: «Mosé ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 5Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
La parte più lunga del vangelo di questa domenica ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, lo tentano, cercando di sorprenderlo in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. Questo annuncio evangelico è esigente, chiaro: da una parte ci scandalizza, soprattutto se conosciamo la faticosa realtà della vicenda nuziale; dall’altra, lo stesso brano può essere utilizzato come un bastone, per giudicare e condannare chi è in contraddizione con le parole chiare e piene di parrhesía pronunciate da Gesù.
Per questo, ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere nella coppia la vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore. Non posso dunque fare altro che offrire qui alcuni semplici spunti di meditazione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture.
Nel millennio dell’Antico Testamento la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il matrimonio era un contratto, neppure scritto, e dobbiamo riconoscere che nell’Antico Testamento non vi è nessuna legge sul matrimonio. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24,1-4) in verità appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Si legge in quel testo:
Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso (‘erwat davar, lett.: “nudità di qualcosa”), scriva per lei un certificato di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa (Dt 24,1).
Viene dunque contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso”, espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi molto diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella Legge di Mosè vi sia una dottrina sul matrimonio e una sua precisa concordi disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la Legge di Dio lo vieta. Solo Malachia testimonia una parola del Signore semplice ma radicale: “Io odio il ripudio” (Ml 2,16).
Ma ecco che Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi proprio su questa possibilità: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Egli risponde con una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Ed essi a lui: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. È come se gli dicessero: “Questa è la Torah!”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In tal modo egli ci fornisce un principio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: cf. Mc 7,8.13!), che attraverso le sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà.
Questa dunque la replica di Gesù ai suoi interlocutori: “Per la durezza del vostro cuore (sklerokardía) Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in-principio (be-reshit, en archê: Gen 1,1) della creazione Dio ‘li fece maschio e femmina’ (Gen 1,27); ‘per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gesù risale al disegno del Creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cf. Gen 2,7; 3,19), fatto maschio e femmina perché insieme i due vivano nella storia, la storia dell’amore, la storia della vita, l’uno di fronte all’altra, volto contro volto, in una reciproca responsabilità, chiamati nel loro incontro a diventare una sola realtà, una sola carne. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16), di un amore durevole, fedele, per sempre; in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque al “per sempre”, fino alla morte, per andare anche oltre la morte.
Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per gli umani fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza. In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, ma mai pienamente e solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Subito dopo, questa parola dura ed esigente viene spiegata da Gesù ai suoi discepoli, nella casa in cui la comunità si ritrovava. E viene spiegata con un’aggiunta straordinaria per la cultura del tempo, visto che Gesù mette sullo stesso piano la responsabilità dell’uomo e quella della donna: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.
Certo, Mosè ha cercato di umanizzare la pratica del divorzio, imponendo al marito di percorrere una via giuridica di rispetto per la donna. Ma Gesù, proprio guardando alla durezza di cuore dei destinatari della Torah, osa andare ben oltre, mettendo in evidenza la volontà, l’intenzione del Creatore. Del resto, lo aveva già fatto altre volte, svelando, per esempio, la volontà di Dio sul sabato e sulla sua osservanza (cf. Mc 2,23-28): sempre Gesù si fa interprete autentico della Legge non attraverso vie legalistiche, non attraverso interpretazioni fondamentaliste, ma annunciando profeticamente la volontà di Dio a tutti, in particolare ai peccatori pubblici e agli esclusi, da lui sempre accolti, perdonati, mai condannati.
Dall’annuncio dell’indissolubilità del matrimonio Marco, cambiando scena, passa poi al tema dell’accoglienza dei piccoli. Vengono portati e presentati a Gesù dei “bambini” (paidía), affinché li tocchi, e dunque attraverso il contatto fisico comunichi loro forze benefiche di guarigione di benedizione. Nella cultura giudaica del tempo i bambini non contavano nulla, erano di fatto trattati da esclusi, come le donne e gli schiavi. Il rapporto con un rabbi è una relazione importante che riguarda gli adulti, quelli che sono in grado di conoscere e osservare la Torah. Per questo i discepoli intervengono a sgridare i bambini, ma Gesù va in collera, si indigna e li rimprovera perché i bambini, come gli altri “esclusi” e “marginali”, hanno un loro posto nel regno di Dio.
Proprio i bambini e quelli che sono simili a loro per la piccolezza e l’essere scartati e ai margini, sono i primi beneficiari e destinatari del Regno. Non vi è qui nessun ipotetico riferimento a un’innocenza dei bambini, ma viene messa in evidenza la loro condizione di povertà, di esclusione, di piccolezza, che attira l’attenzione di Gesù. Semmai egli sa individuare in questi bambini una esemplarità nella loro accoglienza del dono del Regno: stupore, meraviglia, nessun merito vantato, ma la semplicità di chi accoglie il dono dei doni. E così Gesù ammonisce quanti nella sua comunità vorrebbero impedire agli esclusi, ai poveri, agli ultimi l’accesso a lui. Proprio a questi ultimi va invece la sua tenerezza, la sua benedizione, il suo abbraccio, affinché non si sentano più abbandonati o messi ai margini.
p. Enzo Bianchi – 

domenica 12 febbraio 2012

DIVORZIO. GRAVE TRAUMA PER I FIGLI

La separazione delle coppie indebolisce tutte le principali istituzioni della società.

ROMA, domenica, 12 febbraio 2012 (ZENIT.org)
Negli Stati Uniti ogni anno oltre un milione di bambini sono vittime innocenti del divorzio dei loro genitori. Il divorzio fa male ai genitori, ma sono soprattutto i bambini a soffrirne di più, come rivelato da ricerche recenti.
I risultati sono contenuti in uno studio “The Effects of Divorce on Children”, di Patrick F. Fagan e Aaron Churchill, pubblicato a gennaio dal Marriage and Religion Research Institute.
Attingendo da una grande quantità di ricerche già pubblicate sugli effetti del divorzio, il rapporto passa in rassegna una serie di settori in cui è evidente il danno per i bambini. Il primo settore riguarda la relazione genitori-figli. Come c'era da aspettarsi, il divorzio influisce negativamente sulla capacità dei genitori di relazionarsi con i propri figli.
Uno studio ha scoperto che lo stress causato dal divorzio danneggia il rapporto madre-figli nel 40% delle madri divorziate. Questa carenza è più marcata quando i figli sono al liceo e all'università........

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