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venerdì 1 agosto 2025

MIGLIORARSI ASSIEME

  


Il calo dei volontari e il loro ruolo

 



-       di VANESSA PALLUCCHI

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C’è una forza centrifuga all’individualismo, al consumismo dei sentimenti e all’indifferenza, che sta scuotendo il nostro Paese. E c’è una spinta alla solidarietà che viaggia in senso opposto, non si arrende e trova anche nuove forme di espressione per continuare a esistere.

L’Italia solidale che resiste dopo la pandemia, in una fase di crisi partecipativa e di aumento di povertà e solitudini mi sembra il primo dato da estrarre dall’indagine di Istat sul volontariato, di cui Avvenire ha scritto ieri, che conferma i 4,7 milioni di volontari italiani pilastro della coesione sociale. Ma i nuovi dati sono in grado di raccontarci anche molto altro, che riassumerei in tre punti: i numeri, le tendenze, i perché.

Partiamo dai numeri. Già la fotografia scattata da Istat nel 2023 (riferita al 2021, per il Censimento degli enti non profit) aveva evidenziato un rilevante calo, in dieci anni, di circa 900mila volontari. Se da una parte, però, la conferma di questi numeri non ci stupisce oggi, dall’altra la diminuzione non ci ha lasciati indifferenti nel tempo trascorso. Si è infatti avviato un processo, stimolato anche da un dibattito pubblico, che ha iniziato a interrogare le organizzazioni sulla loro capacità di attrarre i volontari e, più in generale, sulle trasformazioni del contesto in cui operano e sul modello evolutivo da perseguire. Tornando ai numeri, possiamo anche constatare come oggi ci troviamo in un momento di stabilizzazione, se non addirittura di timida ripresa dell’impegno volontario, se consideriamo che le stime Istat del 2023 parlavano di 4,6 milioni di volontari.

Passando alle tendenze, tra le novità più rilevanti dell’indagine c’è sicuramente l’aumento di volontari che svolgono attività in forma “ibrida”, cioè sia all’interno di organizzazioni che attraverso aiuti diretti (nonostante il calo riguardi entrambe le forme prese singolarmente). 

Interessante è anche la crescita dell’impegno nelle attività ricreative e culturali. Entrambe queste tendenze riflettono l’emergere di nuovi bisogni, tanto dei volontari quanto delle comunità in cui operano, e dunque la ricerca di nuove risposte sociali. È compito, assolutamente cruciale, delle organizzazioni quello di leggere queste trasformazioni ed evolvere, rafforzando quegli elementi che più le contraddistinguono, a partire dalla capacità di costruire reti sociali laddove la società attuale tende a disgregare; di offrire una cornice di valori condivisi e una visione di futuro migliore possibile laddove prende spazio disillusione e paura; di favorire l’acquisizione di competenze, importanti anche per la crescita personale dei volontari; di porsi come facilitatrici tra il desiderio e l’effettiva possibilità di realizzare azioni concrete di cittadinanza attiva. 

Infine, veniamo ai “perché”. Credo sia un segnale molto positivo la maggiore predisposizione, evidenziata da Istat anche in chi svolge aiuti diretti, a indirizzare il proprio contributo verso la collettività, l’ambiente, il territorio piuttosto che verso relazioni interpersonali dirette. In una fase complicata e spesso cupa come quella che viviamo, assume più peso il sentirsi immersi in un simile destino con il prossimo anche sconosciuto, e quindi la necessità di resistere e migliorare assieme. 

La realizzazione che “nessuno si salva da solo”, come diceva anche papa Francesco, pare accomunare sempre più persone.

Al Terzo settore l’incarico di offrire tutti i migliori strumenti per difendere e incoraggiare il desiderio di solidarietà.

 Portavoce Forum Nazionale del Terzo Settore

www.avvenire.it 

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venerdì 27 giugno 2025

CRESCE LA VIOLENZA DIGITALE


 Bullizzati e cyberbullizzati 

68 adolescenti su 100.

 Telefono Azzurro:

 «Dati parziali, 

cresce la violenza digitale»


L'Istat presenta i dati del bullismo e del cyberbullismo ma relativi al 2023. La fondazione presieduta da Ernesto Caffo, citando il dato della linea di ascolto 114, gestita per conto del dipartimento Politiche della famiglia della presidenza del Consiglio, 120 segnalazioni nel 2024, spiega che il fenomeno è purtroppo più ampio.

di Giampaolo Cerri

 I dati sul bullismo e il cyberbullismo tra i giovani presentati oggi da Istat presentano un fenomeno allarmante, ma parziale. La rilevazione – infatti – si riferisce al 2023, ma è evidente che sono in fortissimo aumento tutte le forme di cyberbullismo e di violenza digitale in Rete. Tutto questo, rende lo scenario molto più complicato rispetto a quello analizzato dal report, dal momento che si assiste ad un forte spostamento del fenomeno sul digitale», a dirlo è Ernesto Caffo, presidente e fondatore di Telefono Azzurro. Secondo il neuropsichiatra «occorre considerare che molto dipende dalle capacità di rilevazione che vengono attivate. Ci sono contesti, infatti, dove la paura di segnalare episodi di bullismo è ancora molto alta. Di conseguenza esistono fenomeni sommersi e nascosti che fanno fatica a trovare riscontro nei numeri».

Caffo si riferisca i dati del report dell’Istat Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi presentato stamane a Palazzo Chigi alla presenza dei ministri Eugenia Roccella e Giuseppe Valditara e con il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli e la direttrice del Dipartimento per le Statistiche sociali e demografiche. Cristina Freguja.

L’Istat ha infatti spiegato che «nel 2023 il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di essere rimasto vittima di almeno un comportamento offensivo non rispettoso e/o violento, sia online sia offline, nei 12 mesi precedenti la rilevazione». Ben 21 su 100 hanno detto di aver subito simili comportamenti in maniera continuativa, vale a dire più volte in un mese, e nell’8% dei casi più volte a settimana.

Telefono Azzurro invece, riferendosi, alle segnalazioni arrivate alla linea d’ascolto del 114 – Emergenza Infanzia, il servizio di pubblica utilità istituto e promosso dal dipartimento per le Politiche della Famiglia – presidenza del Consiglio dei Ministri e gestito da Telefono Azzurro, ha sottolineato come soltanto nel 2024, sono stati gestiti ben 104 casi di bullismo e 14 casi di cyberbullismo. Tra i minori coinvolti i più piccoli avevano soltanto 5 anni, con una maggioranza di richieste d’aiuto arrivate dal Lazio, Toscana, Sicilia e Veneto.

«Tutto questo deve farci riflettere ma soprattutto deve spingere le istituzioni e il Parlamento a impegnarsi maggiormente per affrontare queste grandi sfide», rimarca Caffo, secondo il quale «quello che percepiamo attraverso il nostro servizio di ascolto è che i ragazzi hanno bisogno di un aiuto tempestivo, risposte qualificate e che sappiano essere vicine a loro. Coordinare azioni di aiuto alla vittima e di intervento sugli autori è prioritario. Un intervento che passa inevitabilmente attraverso il coordinamento tra pubblico e sociale e attraverso un sistema organico capace di affrontare il tema costruendo reti altamente formate e di qualità. Scuola e sport sono i due contesti principali da monitorare, perché è proprio quì che si verificano le principali situazioni di bullismo. È quindi importante promuovere programmi di formazione per lo sviluppo delle competenze per docenti, ragazzi, educatori sportivi e genitori in modo da strutturare misure di supporto per ragazzi e genitori».

 VITA

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sabato 29 marzo 2025

RISCHIO POVERTA'


Un italiano su quattro rischia la povertà o esclusione sociale

 



-di Giuseppe Savagnone

  

Due rapporti allarmanti

Nello stesso giorno in cui i giornali di destra – «Libero», «La Verità», «Il Tempo» –   hanno consacrato il titolo di prima pagina allo scatto d’ira di Prodi contro la giornalista che l’intervistava, «Avvenire» lo ha dedicato al rapporto Istat, appena pubblicato, in cui si denuncia la progressiva diminuzione delle entrate degli italiani.

«Ancora impoveriti», titolava il giornale cattolico. E, nell’occhiello: «L’Istat segnala come le famiglie abbiano redditi inferiori dell’8,7% rispetto a quello conseguiti nel 2007». Nel sommario sotto il titolo, poi, si leggeva che «un italiano su quattro è a rischio povertà», e che anche tra i lavoratori «il 20% guadagna troppo poco, il 10% è misero».

Forse ci saranno lettori che considerano centrale per il futuro del nostro paese la questione se l’ormai più che ottantenne “padre” della «Margherita e dell’«Ulivo» abbia o no tirato una ciocca di capelli della sua intervistatrice – come evidentemente pensano i direttori dei quotidiani prima citati – , ma, per quanto ci riguarda, a noi sembra che la notizia a cui ha dato risalto «Avvenire» sia ben più significativa e meriti una riflessione.

Il documento in questione è il report dell’Istat su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie, anni 2023-2024”, pubblicato mercoledì 26 marzo. Come sintetizza «Il sole 24ore», dal rapporto risulta che «nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%)».

Siamo davanti, dunque, a un fenomeno che coinvolge quasi un quarto degli italiani e che è in continuo peggioramento, soprattutto per gli anziani soli e le famiglie numerose. Ma il problema riguarda tutti. Anche il 10,3% degli occupati, secondo il rapporto, non sono in grado di procurarsi i beni necessari alla vita .

All’origine di questo progressivo immiserimento, c’è una inadeguatezza delle retribuzioni dei lavoratori. A questo è dedicato un altro recente report, il Rapporto mondiale sui salari 2024-2025, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) il 24 marzo.

In esso si segnala che in Italia, mentre i salari nominali crescono – nel 2023 si è registrato un aumento del +4,2% – o, quanto meno, si mantengono stabili, il potere d’acquisto dei lavoratori si contrae.

Da questo punto di vista, il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale. Mentre in Francia c’è stato un aumento di circa il 5 per cento, in Germania di quasi il 15, noi siamo l’unico paese, tra le economie avanzate, a registrare una flessione così marcata.

Alla ricerca delle cause

Secondo molti il problema principale che ha determinato la mancata crescita degli stipendi è che l’economia italiana, in questi ultimi vent’anni, non è sostanzialmente cresciuta, anche per le scelte industriali del paese, orientate più sui settori tradizionali (e che pagano peggio) che su quelli più innovativi e ad alta potenzialità di crescita.

Ma c’è chi sottolinea che – mentre fino all’inizio del 2000 i salari italiani sono cresciuti, eppur debolmente, a un ritmo superiore rispetto alla produttività –  a partire dal 2022 la situazione si è rovesciata: la produttività del lavoro ha ripreso ad aumentare, mentre la crescita retributiva è rimasta pressoché nulla. I lavoratori contribuiscono in misura maggiore alla crescita, senza però riceverne un beneficio proporzionale.

Questo anche perché l’export italiano, per essere competitivo nel mondo ha sempre tenuto bassi i salari, anziché aumentare la produttività, come ad esempio ha sempre fatto la Germania. 

Ma il problema – notano altri – è più generale e ha a che fare con l’indebolimento del ruolo dei sindacati. Gli aumenti salariali, negli altri paesi europei, passano infatti dai rinnovi dei cosiddetti contratti collettivi, negoziati a livello nazionale e rinnovati puntualmente, di solito dopo un triennio, tenendo conto della crescita del costo della vita e delle altre circostanze che possono giustificare nuove e più vantaggiose condizioni per i lavoratori.

In Italia, invece, l’Istat nel 2024 segnalava che il 50% dei lavoratori aveva un contratto scaduto e che dunque il suo stipendio era fermo.  

L’inflazione degli ultimi anni ha ulteriormente aggravato le cose: dal gennaio 2021 al febbraio 2025 i prezzi sono aumentati complessivamente di quasi il 18 per cento, mentre le retribuzioni contrattuali dell’8,2, cioè meno della metà. Gli adeguamenti retributivi attuati in risposta all’aumento dei prezzi si sono rivelati insufficienti a compensare la perdita di potere d’acquisto.

L’impatto è stato particolarmente pesante per i redditi più bassi, che destinano una quota maggiore del proprio stipendio ai beni di prima necessità, i cui prezzi hanno subito gli aumenti più consistenti.

L’erosione del potere d’acquisto è diventata così non solo una questione economica, ma anche un tema di giustizia sociale, perché accresce le disuguaglianze, già molto marcate.

L’Italia è, tra i principali stati membri dell’UE, quello che registra il divario più ampio tra ricchi e poveri: l’1% detiene il 13,6% di tutto il reddito nazionale e il 5% delle famiglie possiede quasi la metà – il 48% – della ricchezza.

Le rivendicazioni  entusiastiche del governo

Davanti a questo quadro, aggiornato al biennio 2023-2024, non può non lasciare perplessi la grande soddisfazione con cui Giorgia Meloni e i rappresentanti dei partiti di maggioranza rivendicano i risultati conseguiti, proprio nel campo economico, durante questi tre anni di governo.

Il cavallo di battaglia è l’aumento del numero degli occupati, che è è passato dai 23,519 milioni del luglio 2023 ai 24,222 milioni del gennaio 2025, con un tasso di occupazione del 62,8%. Si tratta del livello più alto dal 2004. È un dato di fatto che nei primi due anni di governo di Giorgia Meloni l’occupazione è cresciuta di 847mila unità (+3,6%).

Naturalmente non sono mancate le obiezioni. Secondo la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, dietro al record del numero degli occupati si nasconde la crescita dei contratti a tempo determinato. In verità, i numeri smentiscono questa tesi. Secondo l’Istat, sotto il governo Meloni gli occupati dipendenti a tempo indeterminato sono aumentati di quasi 940 mila unità, mentre quelli a termine sono scesi di 266 mila unità.

Il problema è un altro. Le aziende assumono tanto perché pagano poco. La spiegazione più plausibile dell’apparente miracolo italiano del lavoro è verosimilmente legata alla bassa o inesistente crescita dei salari.

Per le imprese il costo del lavoro in termini reali in Italia è diminuito di quasi il 10%. Così, l’aumento del tasso di occupazione, che potrebbe essere visto come un successo, si colloca in un quadro in cui si abbassa la media dei salari e aumenta il numero di occupati con redditi bassi.

Senza dire che la crescita dell’occupazione non riguarda tutte le fasce. Essa è stata spinta soprattutto dall’aumento dei lavoratori maschi, che rappresentano circa l’80% di tutto il rialzo dell’ultimo anno, raggiungendo i 14 milioni, mentre le donne sono stabili intorno ai 10,2 milioni.

Resta inoltre aperta la questione giovanile. Il 93% dei nuovi occupati ha più di 50 anni. Incrementi più modesti ci sono stati nella fascia più giovane della popolazione, e ancora più modesti in quella tra i 35 e i 49 anni.

Per non parlare degli stranieri, schiacciati quasi sempre su basse qualifiche e i cui salari sono quasi del 30% inferiori a quelli dei lavoratori italiani.

Uscire dalla logica della campagna elettorale

Non si possono certo attribuire a questo governo tutte le colpe dell’attuale situazione. Tuttavia, è evidente che la sua politica non solo non l’ha cambiata, ma neppure si è mossa nella direzione di farlo.

La demonizzazione delle tasse, che sono il principale meccanismo di redistribuzione della ricchezza; l’indebolimento del pubblico e il favore scoperto nei confronti del privato – specialmente nell’ambito della sanità – , con la conseguente penalizzazione di chi non è in grado di fruire dei servizi a pagamento; lo sforzo constante di ridurre quanto più possibile l’influenza dei sindacati, rendendo così possibile il mancato rinnovo dei contratti di lavoro; la palese ostilità nei confronti degli stranieri, di cui vengono ostacolati in tutti i modi l’integrazione  e l’inserimento nel mercato del lavoro, delineano un progetto di società in cui i poveri sono destinati a diventare sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

I due rapporti – dell’Istat e dell’ILO – da cui siamo partiti non sono che lo specchio di questa tendenza. I proclami di «missione compiuta», volti a puntare i riflettori sui parziali successi, non possono nascondere la realtà di una nave “Italia” che sta affondando. Anche se si cerca in tutti i modi – e purtroppo con successo – di distrarre l’opinione pubblica su problemi del tutto marginali (come la lite di Prodi con la giornalista), contando sul fatto che ad annegare sono comunque i passeggeri invisibili della terza classe, nella stiva.

 

www.tuttavia.eu


 

mercoledì 9 agosto 2023

LA PRATICA RELIGIOSA IN ITALIA

 

-di Franco Garelli

I dati più recenti (e attendibili) sulla pratica religiosa in Italia riguardano l’anno 2022 (anno perlopiù libero dalle restrizioni del lockdown) e illustrano il seguente scenario: chi partecipa ad un rito religioso almeno una volta alla settimana (per i cattolici, la messa alla domenica) è circa il 19% della popolazione; per contro, sono assai più numerosi quanti in quell’anno non hanno mai frequentato un luogo di culto (31%), se non per eventi particolari, come i riti religiosi di passaggio (battesimi, matrimoni, funerali).

 Messi insieme, i «praticanti assidui» e i «mai praticanti» ammontano al 50% degli italiani, il che significa che l’altra metà della popolazione rientra in quel vasto gruppo di persone che frequenta un luogo di culto in modo discontinuo (circa una volta al mese o più volte l’anno) o occasionale (una tantum), magari nelle grandi festività.

 Una lettura dei dati

I dati qui esposti provengono dall’Indagine multiscopo dell’ISTAT (svolta su un campione assai ampio e rappresentativo di popolazione italiana – qui il grafico coi risultati) che, tra le varie informazioni, rileva anche la frequenza con cui le persone si recano in chiesa o in un altro luogo di culto.(1)

Questi dati sulla pratica religiosa, dunque, non concernono soltanto le chiese e le messe cattoliche; ma, per la particolare configurazione religiosa del nostro paese, nel quale ancor oggi circa il 70% della popolazione dichiara un’appartenenza al cattolicesimo, (2) sono ampiamente applicabili a ciò che succede in campo cattolico.

 Alla domanda dell’ISTAT hanno risposto direttamente i soggetti con più di 14 anni, mentre per i minori dal 6 ai 13 anni la risposta è stata fornita dai genitori.

 Riprendendo l’analisi, si osserva anzitutto che il dato (del 2022) della frequenza settimanale ad un rito religioso comunitario è il più basso che si riscontra nella storia recente del nostro paese. Negli ultimi 20 anni (dal 2001 al 2022), il numero dei «praticanti regolari» si è quasi dimezzato (passando dal 36% al 19%), mentre i «mai praticanti» sono di fatto raddoppiati (dal 16% al 31%). In questo arco di tempo, il trend al ribasso è stato perlopiù progressivo, di anno in anno, ad eccezione di un picco all’ingiù che si è registrato nell’ultimo periodo, che è coinciso con l’esplosione del Covid-19.

 In 18 anni (dal 2001 al 2019), i praticanti regolari sono diminuiti di poco meno di un terzo; mentre nel solo triennio (2019-2022) il loro numero è sceso del 25%.

 Per entrambi i periodi (2001-2019 e 2019-2022), la riduzione della pratica religiosa ha coinvolto tutte le classi di età, anche se si è manifestata in modo più marcato soprattutto nella componente verde della popolazione, in particolare tra i giovani dai 18 ai 24 anni e tra gli adolescenti (14-17 anni).

 Sono questi i gruppi di età che più si sono allontanati negli ultimi 20 anni dalla pratica religiosa regolare, con un calo di oltre i 2/3 per quanto riguarda i giovani e gli adolescenti, a fronte di una riduzione del 50% dei praticanti assidui tra le persone adulte e mature e del 30-40% tra la popolazione anziana.

 Detto altrimenti, i praticanti assidui tra gli adolescenti sono passati dal 37% del 2001 al 20% del 2019 e al 12% del 2022; mentre, tra i 18-19 anni, la pratica regolare che coinvolgeva nel 2001 il 23% dei soggetti, è scesa al 11% dei casi nel 2019 e all’8% nel 2022.

 Si può dunque affermare, a questo punto, che la disaffezione dei giovani e degli adolescenti dalla pratica religiosa è un fenomeno che viene da lontano, rientra in un trend di medio-lungo periodo, che tuttavia si mantiene o subisce un’accelerazione proprio negli anni post-Covid.

 Quali riflessioni?

Quali riflessioni si possono fare sulla base di queste indicazioni empiriche? Anzitutto emerge che «l’appuntamento settimanale in un luogo di culto, per i cattolici la messa domenicale, attrae sempre di meno gli italiani»,(3) nonostante che il dato sull’affiliazione religiosa si mantenga ancora su livelli elevati.

 Per la componente cattolica, si delinea qui un doppio messaggio alla Chiesa: a essere messo in discussione non è soltanto il precetto o l’invito a santificare le feste, quanto l’idea stessa che la partecipazione al culto comunitario sia per i fedeli (per i seguaci di una religione) un momento fecondo di crescita e di espressione della fede, un criterio vitale di appartenenza a una comunità religiosa.(4)

Seconda riflessione. Il dato del 19% di italiani che ogni settimana si reca in chiesa o in un luogo di culto attesta senza dubbio che anche in Italia la frequenza regolare ai riti religiosi è sempre più un fenomeno di minoranza; ma non sino al punto di allineare il nostro paese agli scenari ormai prevalenti nella maggior parte delle nazioni del Centro-Nord Europa (di cultura sia cattolica sia protestante), ove la partecipazione regolare al culto coinvolge – a seconda dei casi – dal 3% al 7-8% della popolazione. Su questo aspetto, l’Italia si distingue ancora nel panorama europeo, al pari di poche altre realtà nazionali, come il Portogallo e la Polonia.(5)

 L’effetto lockdown

Una terza riflessione riguarda l’andamento della pratica religiosa nel periodo della pandemia, un tempo in cui gli ambienti ecclesiali si sono a lungo interrogativi sul rischio – dopo questa drammatica esperienza – di non ritrovare il proprio popolo. Chi era solito partecipare in modo assiduo ai riti comunitari, tornerà alla messa domenicale in presenza, oppure le celebrazioni in streaming avranno reso più labile questo legame?

 Si temeva, in altri termini, che l’interruzione delle attività potesse produrre un ulteriore «scrollo» dell’albero della fede e della Chiesa in Italia, allontanando maggiormente le persone la cui religiosità è incentrata più su motivi culturali che spirituali.

In effetti, lo scrollo causa Covid-19 per la pratica religiosa sembra essersi puntualmente verificato, ed è individuabile (come s’è detto) nel 25% circa di soggetti in meno che, nel 2022, mancano all’appello rispetto all’anno precedente la pandemia (2019). E tra quanti mancano all’appello spiccano – come abbiamo segnalato – ancora una volta più gli adolescenti e i giovani che le persone adulte e anziane, un trend negativo che, in parte, sembra ora estendersi ai bambini.

Si tratta certamente di un fenomeno connesso alla sospensione delle attività formative e della vita di oratorio che si è prodotta durante il lockdown, che tuttavia si innesta su una tendenza di più lungo corso dei giovanissimi a distanziarsi anzitempo (rispetto ai coetanei del passato) da un legame religioso.

 Un discorso simile, pur più attenuato, si può fare per la situazione dei bambini, in gran parte tornati dopo il lockdown negli ambienti ecclesiali per i corsi di catechismo e i momenti di socializzazione, una presenza tuttavia che tende a essere in vari casi disgiunta dalla frequenza ai riti comunitari.

 Una prova vitale per le Chiese

Oltre a quanto sin qui esposto, i dati ISTAT sull’andamento della pratica religiosa in Italia negli ultimi 20 anni delineano i movimenti che si sono prodotti in questo campo a livello territoriale.

 Come si sa, da sempre le regioni del Sud presentano dei tassi di religiosità superiori a quelli che si riscontrano nelle regioni del Nord e soprattutto in quelle del Centro Italia, e questo dato di fondo è una costante anche degli ultimi 20 anni, nei quali vi è stato un sensibile calo della pratica religiosa su tutto il territorio nazionale. Ciò per dire che – a grandi linee – in tutto questo periodo la pratica religiosa regolare al Sud ha interessato una quota di popolazione del 20% circa superiore a quella riscontrata nelle regioni del Centro-Nord; pur in una situazione in cui ovunque (sia al Centro-Nord che al Sud) i praticanti regolari sono diminuiti grossomodo del 45-50% nel periodo 2001-2022.

 Attualmente, a fronte di una media nazionale del 19% circa, la frequenza costante ai riti religiosi coinvolge il 23% della popolazione delle regioni meridionali e il 17% circa degli abitanti nelle regioni del Centro-Nord Italia.

 Pratica religiosa

 Per quanto riguarda le differenze di genere, i dati ISTAT continuano a segnalare – per il periodo considerato – una maggior presenza delle donne rispetto agli uomini nella pratica religiosa assidua, riscontrabile in tutte le classi di età.

 Col passare degli anni (dal 2001 al 2022), si riduce la quota sia di uomini che di donne che si recano ogni settimana in un luogo di culto, ma il gap di genere a favore delle donne si mantiene nel tempo (nell’ordine medio di un 25% in più di casi).

 Nell’ultimo anno di rilevazione (il 2022), la pratica regolare coinvolge in Italia il 15% della popolazione maschile e il 22% della popolazione femminile.

 Altra indicazione (in parte curiosa) concerne l’anno in cui – secondo le rilevazioni ISTAT – è avvenuto in Italia il sorpasso dei non praticanti su quanti dichiarano una pratica religiosa assidua. Si tratterebbe del 2018, quando, per la prima volta nella storia recente del nostro paese, i no-churchgoers hanno avuto il sopravvento per un soffio (25% rispetto al 24,9%), per poi crescere in modo deciso negli anni successivi (soprattutto nel dopo Covid), sino al dato ultimo del  2022 che individua – sull’insieme della popolazione nazionale – i «mai praticanti» al 32% e i «praticanti assidui» al 19%. Insomma, l’impressione di fondo è quella di un trend al ribasso assai consistente, che non si arresta nemmeno di fronte ai richiami religiosi di un papa (come quello attuale) che gode di un buon credito pubblico.

 Infine, occorre notare che il calo della pratica religiosa negli anni post-Covid è una tendenza non solo italiana, ma che coinvolge tutti i paesi occidentali, anche con percentuali assai superiori a quelle nostrane. (6)  Ovunque si parla di «riduzione della partecipazione in presenza», «di abitudine di molti a connettersi ai riti da remoto», di «faticoso ritorno alla normalità»; o della previsione di alcuni che, in questo campo, «nulla sarà come prima».

 Non è il caso di ritenere che il «mal comune sia un mezzo gaudio», anche se è indubbio che ciò che è accaduto in questi ultimi anni rappresenti una prova vitale sia per le Chiese sia per i credenti di ogni confessione religiosa.

  (1) Come si è detto, l’ISTAT (l’Istituto nazionale di statistica), nel rilevare ogni anno tutta una serie di notizie sulla vita quotidiana della popolazione, prevede anche la domanda «Abitualmente con che frequenza si reca in chiesa o in altro luogo di culto?», mentre non registra l’affiliazione religiosa, considerato un dato «sensibile». Il campione è composto da oltre 20 mila famiglie e 45 mila individui residenti. Un’interessante analisi di questi dati si trova in M. Ventura, «Chiese deserte, ma la fede è più consapevole», in La Lettura, del Corriere della Sera, 8 gennaio 2023, pp. 8-9. L’approfondimento dei dati ISTAT qui riportati è stato reso possibile grazie a colloqui avuti con il dott. Sante Orsini, responsabile dell’Indagine su «Famiglie e vita quotidiana».

 (2) Cf. le indagini empiriche più recenti e le indicazioni al riguardo offerte dai principali Istituti demoscopici.

 (3) M. Ventura, ivi, p. 8.

 (4) F. Garelli, Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, Il Mulino, Bologna, 2020, p. 65.

 (5) A. Pérez-Agote (a cura), «Portraits du catholicisme. Une comparaison européenne», Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2012; S. Lefebvre e A. Pérez-Agote, «The Changing Faces of Catholicism», in Annual Review of the Sociology of Religion, Brill, vol. IX,  Leiden 2018.

 (6) Cf. F.X. Rocca e K. Maher, «Le chiese raccolgono un numero ridotto di fedeli da quando esiste il Covid», in The Wall Street Journal, April 7, 2023.

 SettimanaNews

giovedì 2 febbraio 2023

LE FAMIGLIE IN ITALIA

 

Ogni due anni, ma con l’eccezione del 2021 a causa della pandemia da Covid-19, l’Aisp (Associazione italiana di studi sulla popolazione) organizza un convegno scientifico per i suoi aderenti (noto come Popdays: in inglese perché aperto agli stranieri) e in quella occasione presenta il suo Rapporto sulla popolazione, sottinteso italiana, tradizionalmente pubblicato dal Mulino. I temi di approfondimento, però, variano a ogni edizione: immigrazione e presenza straniera nel 2017, istruzione nel 2019 (la lista completa si trova qui).

Protagoniste dell’edizione 2023 sono le famiglie (Rapporto sulla popolazione. Le famiglie in Italia. Forme, ostacoli, sfide), dove il plurale è imposto dalla natura stessa dell’oggetto di studio, al punto che persino orientarsi è diventato difficile.

Partiamo dalla definizione dell’Istat, secondo cui la famiglia è “costituita dall’insieme delle persone coabitanti legate da vincoli di matrimonio o parentela, affinità, adozione, tutela o affettivi”. Le famiglie unipersonali sarebbero dunque quasi un ossimoro, eppure in Italia esse rappresentano ormai la maggioranza relativa dei 25 milioni stimati sul territorio (33% nel 2020, in crescita), mentre le coppie con figli, quelle che probabilmente ognuno di noi ha in mente come idealtipo familiare, sono scese al 30% del totale, e continuano a calare.

La definizione dell’Istat è molto più ampia di quella che implicitamente si trova nell’articolo 29 della Costituzione, che “riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. E non è un caso se, a fronte di una realtà che muta rapidamente, anche la giurisprudenza si è dovuta adattare, con difficoltà e contraddizioni, includendo tra le famiglie le coppie conviventi registrate come unioni civili, ma in parte anche quelle di fatto, e non sempre di sesso diverso e magari con figli, e poi le famiglie ricostituite (ad esempio in seconde nozze, con figli nati anche da precedente matrimonio).

Esistono, più nascoste, altre forme ancora, come ad esempio i Lat, o living apart together, cioè le coppie legate da un (più o meno forte) legame affettivo che però non convivono. Queste includono non solo le relazioni di giovani non ancora autonomi dalla famiglia di origine, ma anche, e sempre più, adulti che preferiscono non andare a vivere insieme, tipicamente a seguito di una precedente unione e dei suoi lasciti: case, figli ecc. Si tratta, insomma, di un intero “arcipelago di forme familiari” (p. 15) in continua evoluzione.

Gli otto capitoli del volume, molto curato e aggiornato, grazie anche alla stretta collaborazione con l’Istat (molti dei cui ricercatori figurano tra gli autori), coprono i temi più svariati: la dimensione media familiare si riduce (4,5 componenti nel 1861, appena 2,3 nel 2020), ci si sposa più raramente (spesso basta convivere) e a un'età più elevata, non di rado in seconde nozze, e lo si fa sempre più spesso con rito civile e in regime di separazione dei beni, probabilmente in previsione di una rottura, per separazione o divorzio che, in effetti, è sempre più frequente e anticipata, e progressivamente meno ostacolata dalla legislazione. Sono in aumento i casi di genitori soli (normalmente la madre, ma anche la configurazione padre-figli non è più così rara), quelli in cui è presente almeno un partner straniero, quelli in cui la donna è più anziana o più istruita dell’uomo (o tutte e due le cose), ...

Si sottolinea a più riprese l’insufficienza di un welfare pubblico che tanto (forse troppo) spende per gli anziani, ma che investe invece relativamente poco per le famiglie e per i giovani

Ma nel volume non si tratta solo di aspetti, per così dire, strutturali. Grande attenzione è dedicata, nella seconda parte, anche agli aspetti comportamentali: come si pongono le famiglie rispetto a grandi questioni come la diseguaglianza e la sua trasmissione alle generazioni successive, la disabilità dei figli e la solidarietà verso i componenti più deboli. Si sottolinea a più riprese qui, e nelle conclusioni, l’insufficienza di un welfare pubblico che tanto (forse troppo) spende per gli anziani, ma che investe invece relativamente poco per le famiglie e per i giovani.

Il legame genitori-figli è particolarmente forte in Italia. Questo è un bene, ovviamente, e lo si nota nel fatto che anche gli anziani che vivono soli sono però di solito molto vicini ai figli adulti, sia per la frequenza dei contatti (di persona o telematici) sia per la breve distanza geografica che separa gli uni dagli altri, non di rado abitanti addirittura nello stesso palazzo, ma in appartamenti separati. E tuttavia questo legame assume colorazioni meno rosee quando si traduce in una forte trasmissione del “patrimonio”: non solo economico, ma anche culturale e di reti di relazioni. E così avviene, ad esempio, che i figli dei laureati sono avviati ai più altri gradi di istruzione, mentre i figli degli “altri” partono, e sono destinati a restare, indietro.

 

Questa dinamica, oltre che ingiusta dal punto di vista delle giovani generazioni (alcuni componenti delle quali hanno evidentemente avuto il demerito di nascere nella famiglia sbagliata), è anche pericolosa, perché quando il meccanismo si rompe, e cioè quando i genitori si separano o divorziano, le conseguenze negative sui figli tendono a essere rilevanti, ad esempio in termini di prestazioni scolastiche o di benessere percepito. Beninteso, non è qui chiaro quanto queste conseguenze negative siano il frutto della separazione in sé, della probabile tensione tra genitori prima della rottura, o delle difficoltà (relazionali, economiche, logistiche e legali) cui si va incontro negli anni immediatamente successivi, ma il fenomeno emerge con una certa chiarezza, e merita di essere tenuto sotto controllo.

Come sempre avviene, anche questi processi (formare un’unione, magari con matrimonio, scioglierla, riformarla, ecc.) non sono omogenei nella società italiana, pur se le differenze non appaiono eclatanti e risultano, nel complesso in diminuzione. Conta l’origine italiana o straniera dei soggetti coinvolti (con differenziazione delle provenienze, ovviamente), il loro status socioeconomico, la loro residenza in città o in campagna, al Nord, al centro o al Sud. E contano altre cose, non direttamente trattate nel volume, ma note dalla letteratura: la religione, il tipo di famiglia di origine, lo stato di salute, ecc.

Il volume merita ampiamente la modesta spesa di 22€. Addirittura, se lo comprate ma poi non avete il tempo di leggerlo tutto (278 pagine, tutto compreso e molto scorrevoli), avrete speso bene i vostri soldi anche solo se vi fermerete alla lettura dell’introduzione, a firma dei curatori, Cecilia Tomassini e Daniele Vignoli, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Aisp. Vi si trova una succinta storia dell’evoluzione della famiglia in Italia negli ultimi vent’anni, con rapido, ma puntuale richiamo di tutti i punti più importanti che verranno poi più diffusamente trattati nei capitoli successivi. Il tutto, fuso in un quadro organico che riesce nel difficile compito di mantenere unità e coerenza in un insieme, quello delle famiglie, che per altri versi sembra invece esplodere.

Avrete speso bene i vostri soldi anche solo se vi fermerete alla lettura dell’introduzione, a firma dei curatori Cecilia Tomassini e Daniele Vignoli

Non so voi, ma a me la lettura del volume sulle famiglie ha fatto venire alla mente la questione della nazionalità: alcuni di noi le pensano entrambe come legate solo al sangue e alla discendenza. La realtà però, mi pare, sta lentamente, ma da tempo, evolvendo in un senso anche diverso: quello della libera elezione. Si fa famiglia con chi si sente in quel momento una affinità, senza necessariamente doversi legare per la vita ‒ ma dando un contributo, materiale e morale, fino a che si fa parte di quella “comunità”, e si rimane quindi fedeli a quel patto federativo.

Occorre, certo, creare un difficile equilibrio tra diritti e doveri dei membri di queste (micro) comunità, ma il peso della sfera individuale emerge sempre più nettamente. Per le famiglie, la strada è ancora lunga, ma appare tracciata. Per la questione della nazionalità, invece, ... ci stiamo lavorando.

 Il Mulino

sabato 16 luglio 2022

LA SCOMPARSA DEI MATRIMONI


 

- di Giuseppe Savagnone*

 

 «Il crollo della nuzialità 

e della natalità»

L’ultimo rapporto annuale Istat, pubblicato alcuni giorni fa, evidenzia un fenomeno che peraltro abbiamo tutti sotto gli occhi e che forse merita qualche riflessione. Mi riferisco alla crisi sempre più evidente della famiglia come è stata concepita per secoli, crisi che da tempo riguarda tutta l’Europa ma che ha ormai effetti dirompenti anche nel nostro paese.

Eloquente già il titolo del paragrafo in cui il rapporto affronta la questione: «Il crollo della nuzialità, l’aumento dell’instabilità matrimoniale». Gli italiani si sposano sempre più tardi e quelli che lo fanno sono comunque sempre di meno. «Nel 2011 l’età media al primo matrimonio era 32,6 anni per gli uomini e 30,1 per le donne mentre nel 2019, ultimo anno non toccato dalla pandemia era pari, rispettivamente, a 33,9 e 31,7 anni. L’effetto della pandemia ha prodotto un’ulteriore accentuazione del rinvio delle prime nozze. Nel 2020 per i primi matrimoni gli uomini hanno in media 34,1 anni e le donne 32,0».

Sia uomini che donne, dunque, si sposano – quando lo fanno – sempre più tardi. Basta leggere un romanzo ottocentesco o del primo Novecento per constatare che allora era normale sposarsi appena ventenni (le ragazze anche prima). Soprattutto, però, si sposano sempre di meno. Al netto delle inevitabili oscillazioni prodotte dalla pandemia, nel 2021 i primi matrimoni sono diminuiti quasi del 20% rispetto al 2011. Osserva il rapporto: «La protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine ha, come è noto, un effetto diretto sul rinvio delle prime nozze». Gli italiani restano “figli di famiglia” fin dopo i trent'anni.

Certo, giocano spesso anche motivi economici, legati alla difficoltà di trovare un lavoro, almeno un lavoro non precario. Ma ci sono anche altre ragioni. Viene da pensare alla precocità che si riscontra ormai abitualmente nei bambini. Quelli di una volta andavano a letto presto, non sapevano nulla su come nascono i figli, non dicevano parolacce, facevano naturalmente i capricci, ma in sostanza ubbidivano ai genitori.

Oggi molti di loro hanno tra le mani un cellulare o un tablet fin dai primi anni (o addirittura mesi) di vita, cosicché è a loro che il nonno deve rivolgersi per essere aiutato nel suo difficile rapporto con questi strumenti; trascorrono molte ore posteggiati davanti alla TV, dove vedono e sentono ogni sorta di notizie; vengono coinvolti dai genitori nelle uscite serali e notturne; dicono parolacce, e a volte le dicono proprio rivolgendosi al padre e alla madre.

 In un certo senso, sono già adulti da bambini. Ma si tratta di un processo a doppio taglio, perché accade che crescendo restino estremamente fragili e immaturi sotto un profilo più ampiamente umano. Incapaci, perciò, di assumersi responsabilità sponsali e genitoriali. Insomma, sono rimasti un po’ bambini anche da adulti.

Questa crisi del matrimonio appare particolarmente acuta se si guarda a quello religioso. «Sono in particolare i primi matrimoni religiosi ad aver subito la contrazione più forte dal 2011 al 2019 (-29,9 %), con un’incidenza sui primi matrimoni che è diminuita dal 70,1 % al 58,4 %». Ormai solo poco più di metà dei giovani che si sposano lo fanno in chiesa. «Nell’ultimo decennio si è assistito, all’opposto, a un incremento continuo del ricorso al solo rito civile per la celebrazione delle prime nozze: dal 29,9 % del totale dei primi matrimoni del 2011 al 43,4 % del 2021».

La precarietà dei rapporti: convivenze e divorzi

Ma soprattutto crescono le convivenze: «La diminuzione dei primi matrimoni è speculare alla progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che sono più che triplicate dal 2000-2001 al 2020-2021, passando da circa 440 mila a 1 milione e 450 mila».

Rispetto al matrimonio la convivenza è decisamente meno impegnativa. Si resta comunque dei single che stanno insieme finché stanno bene insieme, salvo a riacquistare la propria “libertà” in qualunque momento la relazione non li soddisfi più.

È vero che ormai anche il matrimonio, almeno dal punto di vista civile, dopo l’introduzione del divorzio non è più indissolubile. Ma rimane una scelta assai più impegnativa che quella di “stare insieme”. In ogni caso, nota il rapporto, «i divorzi sono stati in costante aumento dall’introduzione di questa possibilità nell’ordinamento italiano nel 1970 fino alla metà del decennio scorso.

Dal 2015 il numero di divorzi ha subito una forte impennata (+57,5 per cento in un solo anno), a seguito dell’entrata in vigore di due leggi che hanno semplificato e velocizzato le procedure consensuali senza rivolgersi ai tribunali e ridotto l’intervallo tra separazione e divorzio (a dodici mesi per le separazioni giudiziali e sei mesi per quelle consensuali». Rispetto al 2011, le separazioni sono aumentate del 10,1 % e i divorzi del 54,3 %.

La «famiglia unipersonale»

Tutto ciò ha un riflesso immediato sulla composizione della famiglia. Si osserva nel rapporto che «se all’inizio del nuovo millennio la famiglia nucleare formata da una coppia con figli era ancora la più frequente, seppure non più maggioritaria, ai giorni nostri è superata dalla famiglia unipersonale». Per la prima volta quelle formate da una sola persona (33,2 %) sono più numerose di quelle costituite da una coppia con figli (31,2 %).

Di poco inferiore, ancora, alla media di famiglie composte di single nei paesi europei (35,9 % nel 2021) ma con una crescita progressiva (dal 24,0 % del 2000) che, tendenzialmente, sembra portare ai numeri dell’Europa Centrale (Germania e Francia 41 %) e del nord Europa (Svezia al 50,1 %). Insomma, il processo è stato, nel giro di pochi decenni,dalla famiglia patriarcale del secolo scorso a quella mononucleare dell’inizio del terzo millennio a quella composta di una sola persona, di cui ancora in Italia abbiamo solo un’avvisaglia (33,2 % è già una forte percentuale), ma che altrove è ormai pienamente affermata.

Tutto ciò ha preciso riscontro a livello di diminuzione delle nascite. Leggiamo nel rapporto: «Il saldo naturale, già pari a -335 mila unità nel 2020, si è sommato a un ulteriore decremento di 310 mila unità nel 2021, determinando un deficit di “sostituzione naturale” di 645 mila persone».

Il crollo delle nascite è particolarmente accentuato tra le donne con meno di 30 anni. A conferma di quanto si diceva prima sulla incapacità dei giovani di assumersi responsabilità. Anche qui, come per il matrimonio, giocano sicuramente fattori economici. Si aggiungano ad esse le ovvie conseguenze, sul piano biologico, di avere un figlio in un’età in cui la curva della fertilità della donna è in netto calo. Ma, come per il matrimonio, questi elementi non possono nascondere una difficoltà più profonda, che rende gli italiani sempre meno capaci di generare.

Questo il quadro oggettivo dell’andamento della famiglia , secondo il nostro Istituto di statistica. Quale valutazione darne? Dobbiamo guardare con favore a un futuro in cui il single sembra destinato a sostituire la comunità familiare? Personalmente dubito che la maggior parte delle persone, almeno in Italia, saluti questo come un traguardo auspicabile. Allora però è necessario chiedersi quali sono le cause che lo stanno rendendo, col passare degli anni, sempre più vicino. E poiché questa cause non sono solo economiche, ma anche culturali , dobbiamo interrogarci su ciò che dobbiamo cambiare nel nostro modo di pensare e di agire, se vogliamo davvero evitare quell’esito.

Un diverso concetto di libertà

A dominare lo scenario della crisi della famiglia, come abbiamo visto, è l’affermarsi sempre più indiscusso – già in Italia e ancora più in altri paesi europei – della figura del single, di una persona, cioè, che è senz’altro disposta ad avere rapporti con un partner, ma tende sempre di più a evitare un legame stabile e definitivo. Convivenze, divorzi, famiglie unipersonali, hanno come protagonista il single. Analogamente, si è restii a fare figli, perché ad essi non si può applicare la logica del “stiamo insieme finché stiamo bene insieme”. Padri e

madri lo si è per sempre.

Il punto è che per il single la libertà si identifica con l’autonomia, con la possibilità di operare senza essere condizionati da vincoli di sorta. E se noi non rimettiamo in discussione questa idea, il futuro sarà sempre più dominato dal declino della famiglia come comunità. Bisogna riscoprire, accanto a questo concetto di libertà, quello per cui essa non è solo la possibilità di fare e di avere quello che si desidera senza incontrare ostacoli (non a caso di questa libertà di dice che «finisce dove comincia quella dell’altro»: l’ostacolo invalicabile è

l’altro), ma la capacità di scegliere qualcosa o qualcuno per il valore che vi si trova e di impegnarsi nei suoi confronti con tutto il proprio essere.

In questa prospettiva, veramente libero è alla fine solo chi sa scoprire il senso della propria esistenza in un ideale o in una persona a cui rimane fedele malgrado tutte le difficoltà. Questo non esclude l’autonomia, ma le dà un orientamento e una regola. Poter fare o avere senza ostacoli ciò che si desidera non è ancora avere compreso che cosa davvero desiderare.

L’esperienza di tante persone – si pensi a molti giovani – che fanno “liberamente” (nell’accezione dell’autonomia) esperienze balorde e autodistruttive ci mette in guardia dal ridurre a questo la libertà. Se essa non include anche la responsabilità verso qualcosa di buono, di importante, gira a vuoto e non porta da nessuna parte. Ma la responsabilità è inscindibile dalla serietà dell’impegno: nel caso della famiglia, verso il partner e verso i figli. Se non vogliamo che la famiglia del futuro sia in maggioranza formata da single.

 

*Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

domenica 10 luglio 2022

ISTAT . COME STA L'ITALIA?


PIU' ANZIANI E MENO GIOVANI, NATALITA' IN DIMINUZIONE, 
POVERTA' IN AUMENTO.CI SI SPOSA SEMPRE PIU' TARDI, 
CONVIVENZE E SEPARAZIONI IN CRESCITA ....

VARI PROBLEMI CHE INTERROGANO ANCHE LA SCUOLA E L'EDUCAZIONE.




sabato 11 dicembre 2021

CULLE VUOTE


 La fotografia dell’Istat, i modelli, i calcoli e i timori esistenziali

E QUI CI RITROVIAMO A PENSARE L’INCUBO DI CITTÀ SENZA FIGLI

Era una bella città. Ordinata, le aiuole curate, le case ben tenute. I vetri dei grattacieli avveniristici scintillanti al sole. Vetrine lussuose in centro, e ressa nei negozi, sotto Natale. Tuttavia un visitatore casuale notava che mancava qualcosa. Che cosa esattamente, dapprima non capiva. All’una passò davanti a un edificio d’epoca a tre piani. Scuola elementare, c’era scritto sul portone. Il visitatore tese l’orecchio in attesa della campanella di fine lezioni. Ma, niente: nessuna campana, nessun fragoroso precipitare di passi e voci giù per le scale, né l’allargarsi di grembiuli neri in cortile, in crocchi, attorno a un mazzo di figurine Panini. Nulla di tutto questo: perché la grande scuola era chiusa. Didattica a distanza? Si chiese lo straniero, stupito. Camminando, nel pomeriggio, non sentì per le strade eco di calci al pallone, né di 'gol!' gridati a squarciagola. I cortili, perfettamente silenziosi, erano vuoti. Né, sotto ai campanili, dagli oratori si sentivano voci o canzoni. Ma dove sono andati i bambini? si chiedeva l’uomo. Neppure a sera, dalle finestre, le voci delle madri, come quando bambino era lui – quel coro di nomi gridati all’ora di cena, quando uno della banda correva via con la palla sottobraccio, e la partita era finita.

Andò alla Maternità dell’ospedale, chiese della nursery. Non c’è più alcuna nursery, gli disse un’infermiera. L’uomo vide dietro una vetrata le file di culle vuote e se ne uscì, zitto. È soltanto un brutto sogno, naturalmente. Può capitare però di farne così, davanti all’ultimo dato Istat: nel 2020 i nati in Italia sono stati appena 405mila, un record negativo, e si presume dalle proiezioni che nel 2021 si scenderà sotto ai 400mila. Certo, nel ’20 il Covid ha pesato come piombo sulle famiglie. Nel ’21 si assiste a una certa ripresa ma niente, la paura ad avere figli permane. D’altra parte, anche prima della pandemia il precariato generalizzato o i tempi del lavoro non erano fatti per incoraggiare a procreare. Né il sospetto, in tante ragazze, di dover scegliere: un figlio, o la carriera. Possiamo ringraziare naturalmente la scarsità di asili e di nidi, e la scomparsa delle grandi famiglie, dove una mano qualcuno te la dava. E anche una cultura dominante per cui l’aborto è una scelta ragionevole e 'normale'. Allargando la sguardo, un pegno la natalità lo paga anche a certo ecologismo che annuncia inevitabili catastrofi. «Sul clima manca un minuto a mezzanotte», ha detto dopo la Cop 26 Boris Johnson – non è frase delle più incoraggianti, se vuoi diventare madre. Tutto congiura insomma contro la natalità nei Paesi occidentali, ma in questa classifica l’Italia è ai primi posti. Certo, quanto a politiche familiari e di conciliazione maternità-lavoro non abbiamo mai brillato. Però non è, ammettiamolo, solo una questione economica: se oggi una coppia a 26 anni ha un figlio, i coetanei laureati e in carriera ne sono meravigliati. Gli stessi adulti spesso commentano: «Così presto? Che si divertano, finché possono...». Oltre ai nidi mancanti, agli orari impossibili, al precariato, esiste, fra i benestanti l’«opzione zero»: quando hai un bambino hai finito di divertirti, viaggiare, di fare quello che ti pare. Cultura, pandemia, motivati timori, tutto congiura a diminuire la natalità. Eppure, dietro a tante concrete obiezioni si avverte fra noi un dubbio non detto: ma, ne varrà poi la pena? È così bello questo mondo, da spingere un nuovo figlio sulla scena?

Non è anche questo retropensiero a svuotare le nursery italiane? Le nostre grandi città le vedi piene di bambini filippini, pachistani, nordafricani. I più poveri hanno meno paura? O, scampati alla fame o alla guerra, hanno più voglia di vita?

Nelle periferie, nei caseggiati popolari, i loro figli ci sono, non tanti, ma un po’ di più. I quartieri residenziali invece sempre più silenziosi: cani al guinzaglio nei giardini, e altalene immote. E dal piano di sopra, non uno strillo o un rincorrersi, che dica: qui, tuttavia, è arrivato un bambino. Che cosa cambia una simile denatalità? Tanto, dentro al cuore di un Paese: se non si sa più, in fondo, per chi, per che cosa costruire e combattere – se tutto, tanto, finisce con noi.

 

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