Visualizzazione post con etichetta famiglie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta famiglie. Mostra tutti i post

mercoledì 19 novembre 2025

FAMIGLIE E CONTEMPORANEITA'

 


IL FRAGILE DOMANI

 Le famiglie alla prova

 della contemporaneità

CISF Family Report 2025 



 SINTESI DELLA RICERCA

Il tema del CISF Family Report 2025 ha come focus il benessere psicologico e relazionale delle persone e nasce dall’esigenza di chiarire come questo possa essere salvaguardato e protetto nella dialettica tra famiglie e società.

 L’ipotesi di fondo che viene verificata in questa ricerca è che il benessere generale (salute) e psicorelazionale (equilibrio, serenità) di ogni individuo dipende dall’interazione dello stesso (con i suoi punti di forza e debolezze personali) con il contesto familiare e con quello sociale. Il benessere psicologico, insomma, per dirla con le parole dello psichiatra Giovanni Migliarese, che firma il capitolo 4 del Report, deriva strettamente “da un ecosistema, da una rete estremamente interconnessa che integra ambiti differenti, appartenenti a dimensioni quali soggettività, socialità/relazionalità, ambiente di vita (politiche, servizi a supporto, ubiquitarietà della tecnologia e del digitale), bisogni (economici, abitativi, di protezione, di senso). È evidente che in questa rete di connessione la famiglia è un ambito centrale da considerare: rappresenta uno dei principali determinanti sociali della salute mentale, potendosi porre alternativamente sia come fattore favorente il benessere che come fattore di rischio”. 

Il campione

 Questa ricerca – svolta per conto del Cisf dalla società Eumetra - si è avvalsa di un campione di 1.600 soggetti: 43% con figli conviventi, di cui 11% monogenitori;  32,1% famiglie composte da un solo componente;  20,6% coppie senza figli 4,3% altri nuclei (famiglie estese, multigenerazionali, con membri aggiunti…)  *Nell’11,5% delle famiglie qui considerate è inoltre presente una persona con disabilità (più di una famiglia su dieci, un dato decisamente rilevante se si pensa alle funzioni di caregiving delle famiglie).

*È stata poi interpellata, all’interno di queste tipologie familiari, una percentuale pari all’11,3%, di “giovani adulti nella famiglia di origine”: si tratta di rispondenti maggiorenni ancora conviventi coi genitori perché non ancora in una vita indipendente oppure rientrati a vivere coi genitori. • Status socio-economico ed “economie della rinuncia” Rispetto allo status socio-economico, la maggior parte delle famiglie si trova nelle categorie intermedie (medio-basso,45,6% o medio-alto 40,8%), mentre i picchi estremi sono più marginali (8,7% per un alto status; 4,8% con basso status socio-economico). Da notare che il 74,1% dei giovani adulti ancora residenti nella famiglia d’origine si trovano in una condizione di basso o medio-basso status socioeconomico.

È allora interessante notare il tipo di spese che gli intervistati non sono riusciti a sostenere a fronte delle difficoltà economiche riscontrate, che corrisponde in parte anche a una “valutazione di priorità” sulla maggiore o minore essenzialità del prodotto per cui spendere. Spese a cui gli intervistati hanno dovuto rinunciare nell’ultimo anno  Percentuali di colonna - possibili più risposte (le righe non vanno sommate) Spese per il benessere personale e il tempo libero (sport, parrucchiere, cinema, etc.) (N: 1.600) 32,5 Spese per la casa (ristrutturazione, acquisto mobili, riparazioni, etc.) Spese sanitarie 32,4 Vacanze già programmate 18,5 Spese per la gestione dei veicoli (automobile, moto, etc.) 16,9 Acquisto di beni essenziali (cibo, vestiti) 16,6 Internet/ Smartphone/Abbonamenti TV/ digitali 10,9 Attività educative o ricreative per i figli 10,2 Affitto/ mutuo 4,1 2,9 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.1 “Parliamo di cose “normali”: sport, gite, cinema, corsi”, scrive la sociologa Sara Nanetti, che firma il capitolo 2 del Report.

“In definitiva, i dati mostrano come le famiglie, pur colpite, continuino a esercitare un ruolo di filtro e protezione, spesso a  costo della propria salute e del proprio benessere, ma tale condizione di affaticamento collettivo rischia di passare inosservata, perché è trasversale rispetto alle configurazioni familiari, non fa scandalo e si distribuisce in modo capillare. Eppure, laddove ogni famiglia rinuncia in silenzio, la società smette di interrogarsi, ed è qui che lo sguardo sociologico è chiamato non tanto a contare i poveri, ma a decostruire il mito della resilienza come virtù obbligatoria, perché chi si adatta sempre, alla fine si piega, e la vera povertà familiare non è riducibile alla mancanza di denaro ma comprende la progressiva erosione delle possibilità di scelta”.

La mappa della salute

Un primo dato rilevante per il benessere delle persone è certamente lo stato di salute. Lo scenario appare abbastanza problematico per una quota non marginale di popolazione: da un lato, poco più di un quarto degli intervistati si sente “in buona salute fisica” (27,7%), e più di un terzo “non ha particolari problemi fisici” (37,1%). Oltre un terzo della popolazione, d’altro lato (35,2%), segnala almeno un problema, con differenti gravità, da condizioni meno rilevanti (assunzione di farmaci, 19,9%), fino a patologie croniche (14,3%) o invalidità certificate (4,5%). Il tema della cura della salute appare quindi molto diffuso. Come prevedibile, la quota di persone con problemi di salute cresce all’aumentare dell’età dei soggetti: sotto i 24 anni la percentuale di chi ha problemi è “solo” il 17,9% (si tratta comunque di un soggetto su cinque), per arrivare a quasi la metà (47,9%) sopra i 65 anni. • Ansia, stress e richieste di aiuto

Una persona su quattro dichiara di aver sperimentato “spesso” ansia e stress nell’ultimo anno (24,9%), e oltre un terzo della popolazione li ha sperimentati con una certa frequenza (“a volte”, 37,3%). Solo l’8% dichiara di non averli sperimentati mai, sempre nell’ultimo anno. I motivi che hanno causato ansia e stress sono eterogenei, e spesso compresenti: dalla salute (il più presente: 45,2%) fino alla solitudine (22,4%) e alle difficoltà relazionali. In qualche caso si riscontrano rilevanti differenze di genere (le donne più preoccupate per salute, soldi e relazioni con i figli, gli uomini per quello che capita al lavoro), in altri non ci sono particolari distanze (gestione del tempo, solitudine/isolamento, relazione di coppia).

Fattori di ansia/stress significativi nell’ultimo anno secondo il sesso dell’intervistato Percentuali di colonna - possibili più risposte (le righe non vanno sommate) Maschio Femmina TOTALE Problemi di salute (personali o di un familiare) 42,2 Problemi economici 48,0 45,2 32,4 36,9 Il bisogno di migliorare il benessere psichico è decisamente sentito: nella globalità del campione, più di 4 persone su 10 hanno ricercato supporto o avrebbero voluto farlo.  Globalmente, il bisogno di supporto per un generico miglioramento del benessere psichico interessa quasi il 45% della popolazione (il 55,7% dichiara di non averne mai avuto bisogno). Di coloro che hanno cercato aiuto, pari al 23,7% del totale, circa i due terzi hanno trovato utile l’intervento specialistico, evidenziando quindi una percentuale non irrilevante di bisogni insoddisfatti. “Per quale motivo si è rivolto a un professionista?” Ansia Depressione 38,6 46,9 Stress 36,8 Problemi relazionali o familiari 30,8 Lutti o eventi traumatici 21,6 Problemi legati alla gestione dei figli 9,9 Dipendenze (alcol, gioco, sostanze) 5,4 Altro 7,4 .V.A. 1.600

Welfare pubblico

Dalla ricerca CISF emergono infine non solo i bisogni della popolazione ma anche le risposte ricevute dal sistema del welfare pubblico. Il numero di persone che si sono rivolte a specialisti deputati alla gestione delle patologie e della sofferenza psichica appare importante: più di una persona su 10 infatti si è rivolta a centri per la salute mentale e circa 5 su 100 ai servizi per le dipendenze. Vi è una tendenza maggiore a rivolgersi ai servizi nelle fasce più giovani della popolazione, mentre persone di età superiore ai 55 anni tendono a non utilizzarli. “Il dato che emerge dalle risposte al questionario descrive una realtà italiana in cui le famiglie si sono trovate, nel corso dell’ultimo anno, a fronteggiare frequentemente una condizione di difficoltà emotiva, caratterizzata prevalentemente da stress e ansia”, sottolinea Giovanni Migliarese nel suo capitolo. “La difficoltà emotiva appare favorita da fattori concreti e cogenti quali difficoltà economiche, problemi lavorativi, problemi di salute personali o dei familiari, il peso di dover gestire un familiare non autosufficiente, la solitudine, difficoltà nella relazione coi figli o con il partner. È un quadro che pertanto conferma lo stretto legame tra aspetti socio-economici e le difficoltà psichiche, e che sottolinea la necessità di una stretta integrazione tra i servizi sanitari e del welfare sociale, in una visione di tutela del benessere psichico che deve essere unitaria”.

Come vedi il futuro? La lente rovesciata famiglia/mondo Strettamente connesse al tema precedente sono le aspettative/ previsioni per il futuro, che possono facilmente pacificare o destabilizzare la condizione di equilibrio e di benessere delle persone, e che possono cambiare anche in funzione dell’ambito a cui ci si riferisce (la propria vita personale, la propria famiglia, il contesto sociale, il futuro globale del mondo…).  Oltre la metà degli intervistati esprime un orientamento decisamente pessimista per il futuro (peggiorerà sia a livello mondiale che per l’Italia, entrambe attorno al 57% delle risposte). Tuttavia, le previsioni per la propria famiglia si presentano molto meno sbilanciate: solo il 19,1% prevede che il futuro per la propria famiglia sarà peggiore, mentre il 56,7% dei casi lo prevede stabile. “Complessivamente pensi che nel futuro la situazione”: Percentuali di colonna (∑=100) a livello mondiale Migliorerà 5,9 in Italia per la tua famiglia rimarrà stabile 7,2 10,9 18,3 23,2 56,7 peggiorerà 57,0 57,2 non so/non ho elementi per fare una previsione/non credo sia possibile fare una previsione 19,1 18,8 12,4 13,3 V.A.

“I soggetti con alta istruzione, prestigio professionale e status familiare elevato esprimono le preoccupazioni più marcate su quasi tutte le dimensioni: crisi economica (7,73), guerre (7,54), solitudine (6,72)”, scrive Sara Nanetti nel suo capitolo. “I dati mostrano come le preoccupazioni più intense non si collocano ai margini della società, ma tra coloro che sono maggiormente integrati, più responsabilizzati e consapevoli, tra le famiglie con figli e le persone con reti relazionali solide e con maggiore istruzione. Sono questi soggetti a percepire con più forza la crisi dei legami, l’inadeguatezza dei servizi, la fragilità delle istituzioni. Le paure, in questo senso, non sono espressione di debolezza individuale, ma indicatori indiretti di una coscienza critica e relazionale del rischio, che merita attenzione. Questo dato sollecita una riflessione ulteriore sulla natura della vulnerabilità contemporanea, che non si configura più (solo) come mancanza, ma anche come una sovraesposizione nei termini di responsabilità e consapevolezza”. • Senza reti: la solitudine come male universale

La solitudine è stata identificata come uno dei principali fattori di sofferenza che vede accrescere la sua portata soprattutto tra i giovani adulti che non hanno nessuno su cui contare. Vivere soli, mangiare soli, sentirsi soli: ogni atto quotidiano si trasforma in vettore di vulnerabilità emotiva, amplificata dall’erosione delle reti sociali primarie. I dati raccolti confermano in modo inequivocabile che la solitudine non è un’esperienza soggettiva marginale, ma un dispositivo strutturale di vulnerabilità che condiziona profondamente il benessere personale. L’indice di isolamento e solitudine, infatti, si correla negativamente con tutte le dimensioni del benessere esaminate. Tra coloro che si collocano nella fascia alta dell’indice, solo il 38,7% si è sentito spesso o sempre allegro, solo il 38,4% ha vissuto esperienze ricorrenti di calma, e solo il 36,8% si è percepito attivo ed energico. Inoltre, la deprivazione relazionale impatta anche sul corpo: meno di un terzo degli isolati si sveglia sentendosi fresco e riposato (31,8%). Benessere soggettivo secondo l’indice di solitudine/isolamento sociale  Percentuali di colonna sul totale di riferimento – le righe non vanno sommate (chi si sente “spesso” o “sempre” nella condizione di benessere soggettivo indicata in riga)   Basso isolamento Medio isolamento Alto  Isolamento Allegro/a e di buon umore 71,9 64,0 TOTALE Calmo/a e rilassato/a 38,7 66,8 63,3 61,7 Attivo/a ed energico/a 38,4 66,5 61,2 59,4 Vita piena di cose interessanti 36,8 68,9 57,4 58,1 Fresco/a e riposato/a al risveglio 36,2 56,5 50,6 57,5 V.A.  31,8 647 48,9 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.2 607 

• Il caregiving e il sentirsi sopraffatti 346 1.600 L’innalzamento dell’età in cui si genera il primo figlio comporta necessariamente anche un innalzamento dell’età dei futuri nonni, i quali non riescono più a essere la generazione in grado di aiutare i figli che diventano genitori, ma richiedono, a loro volta, attenzioni di cura.  A fronte di questo, la “generazione sandwich” è fortemente esposta a criticità e rischi. Nel campione dell’indagine CISF 2025 quasi una famiglia con figli su due (il 42,6%) è interessata anche da compiti di caregiving nei confronti di familiari non autosufficienti. Rispetto, invece, all’intero campione, parliamo comunque di una persona su cinque (il 21,7%) che si trova a sperimentare questa impegnativa situazione. Confrontando la condizione di fatica tra caregiving dei fragili e compiti genitoriali, emerge che il primo impegno è decisamente più faticoso, dato che più della metà di queste persone (53,3%) dichiara di sentirsi sopraffatta con più frequenza dalle responsabilità di caregiving, mentre non supera il 40% chi sostiene di essere sopraffatto dalle responsabilità genitoriali.  Livello di stress/sentirsi sopraffatto dai compiti di cura Percentuali di riga Mai Raramente A volte Spesso V.A. Se ti curi di genitori anziani fragili (o altri familiari non autosufficienti), quanto spesso ti senti sopraffatto dalle responsabilità di cura?  24,2 22,4 Quanto spesso ti senti sopraffatto dalle responsabilità genitoriali? 31,4 30,2 23,1 675 28,9 Fonte: CISF Family Report

 • Le fratrie scompaiono, nelle famiglie entrano i pet

 Il figlio unico sta lentamente diventando prevalente nella struttura familiare, anche monogenitoriale: su un totale di 517 famiglie con figli conviventi (rispetto al totale di 1.600 del campione), il 58,7% ha un solo figlio, mentre solo il 41,3% ne ha almeno due; prevale il figlio unico nel Nord-Est, mentre sono presenti più figli nel Sud-Isole.  Numero di figli secondo l’area geografica Percentuali di colonna (∑=100) Nord Ovest Nord Est Famiglie con figlio unico 59,6 Centro 67,1 59,4 Sud e Isole TOTALE Famiglie con fratelli 53,3 40,4 32,9 40,6 58,7 V.A. 46,7 140 89 41,3 110 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.3 178 517 “Questa trasformazione quantitativa porta con sé una serie di implicazioni qualitative, relazionali ed educative”, scrive la psicologa Anna Bertoni, che firma il capitolo 3 del Report.

“In una famiglia a figlio unico, le dinamiche della socializzazione primaria si condensano in una diade intensa, spesso asimmetrica, dove il figlio concentra su di sé aspettative, risorse, paure e investimenti affettivi da parte dei genitori e non solo. La fratria – quando presente – agisce invece come spazio di negoziazione orizzontale, luogo simbolico di alterità interna alla famiglia, prima palestra del conflitto, dell’alleanza e della mediazione”.

Nel nostro campione, inoltre, il 59,8% delle famiglie dichiara di avere almeno un animale domestico, con percentuali ancora più alte tra le coppie con figli (71%) e nuclei monogenitoriali (74,9%). La tendenza crescente all’assimilazione degli animali domestici, percepiti come membri della famiglia e spesso paragonati ai bambini, ci parla di una “domanda di legame” che non è semplicemente scelta di consumo o di compagnia, ma un vero e proprio bisogno relazionale. Bisogno che può trovare una deriva nel fenomeno del “dog parenting”, che quasi sta ridefinendo il paradigma di famiglia. Con questa espressione si intendono tutti quei comportamenti in cui il padrone attribuisce al cane un ruolo di “figlio”, non solo sul piano affettivo, ma anche simbolico e sociale:  “I pets vengono così antropomorfizzati e trattati quasi come figli”, sottolinea Anna Bertoni, “ma, a differenza dei figli, non pongono il tema dell’educazione e dell’etica, non contestano i genitori e quindi consentono all’adulto di rimanere in un ruolo molto comodo, ma scambiato, in modo miope, con quello genitoriale. I dog parents verranno amati per sempre dal loro animale, che non li metterà mai in discussione, come può fare un figlio nel processo di crescita”.

 I legami che contano

Nel complesso, emergono almeno tre attività che rivestono un ruolo centrale nella vita affettiva e simbolica delle famiglie: dialoghi sinceri e discorsi seri (votazioni con una media dell’8,09), condivisione dei pasti (media 7,59) e vacanze condivise (media 7,37). Queste pratiche si configurano come rituali relazionali, in cui si intrecciano narrazione identitaria, scambio intergenerazionale e progettualità condivisa. “Quanto sono significative per te le seguenti attività per trascorrere tempo di qualità insieme ai tuoi familiari?” (punteggi medi; min: 0; max: 10 – N: 930) Videogiochi/ console Lavori domestici/ cura della casa Shopping insieme Aiuto nello studio/ Lettura insieme Guardare film o serie TV insieme Attività ricreative (es. giochi, hobby, musica) 3,50 6,27 Vacanze insieme Condivisione di pasti Dialogo/ conversazioni sincere/ discorsi seri 6,28 5,79 6,35 6,78 7,37 7,59 8,09 0,00 1,00 2,00 3,00 4,00 5,00 6,00 7,00 8,00 9,00 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.2 Ma quali sono specificatamente gli ambiti della vita dei figli che generano maggiori timori nei genitori? Come si evince dai risultati del Report, oltre alla gestione dei soldi (29,3%) e all’uso delle tecnologie (21,7%), tra le maggiori difficoltà i rispondenti hanno identificato le relazioni conflittuali con i figli (25,9%), le compagnie/amicizie degli stessi (18,1%) e l’isolamento sociale dei figli (14,9%).

Queste preoccupazioni interessano prevalentemente le coppie con figli conviventi, e investono le madri più dei padri. Elementi di maggiore difficoltà nelle responsabilità genitoriali (valori percentuali – possibili più risposte - N: 888) Problemi sull’identità di genere (alcol, gioco d’azzardo, sostanze stupefacenti) Dipendenza/ abuso di sostanze Episodi di autolesionismo Comportamenti trasgressivi Situazioni di bullismo/ cyberbullismo Altro Isolamento sociale dei figli Rendimento scolastico dei figli (il figlio/ i figli) Compagnie/ amicizie dei figli (internet, social network, videogiochi) 2,5 2,8 3,2 6 7,7 11,3 Modalità di uso delle tecnologie Relazioni conflittuali con i figli Gestione dei soldi Fonte: CISF Family Report 2025, cap.6 0 5 10 15 14,9 15,6 18,1 20 21,7 25 25,9 29,3 30 35

La genitorialità

 “I dati del Report delineano con chiarezza un modello di genitorialità fragile, frammentata, e carica di solitudine, soprattutto nelle fasi iniziali della vita del bambino e nelle famiglie più escluse socialmente”, scrive la pedagogista Valeria Rossini nel capitolo 6 del Report. “L’impressione è che il peso della cura e della responsabilità educativa venga spesso vissuto in una condizione di ritiro, senza reti stabili di sostegno, né orizzonti chiari di condivisione con le istituzioni scolastiche o sociali. D’altra parte, questa solitudine educativa dovrebbe essere letta non tanto come un segno di disaffezione dei genitori, quanto come un indicatore della debolezza del tessuto comunitario: dove manca un sistema relazionale a supporto della genitorialità, il carico soggettivo cresce e, con esso, le difficolta economiche, le tensioni relazionali e l’insicurezza pedagogica”.

Smartphone e sfide educative per le famiglie 

Nelle famiglie italiane emergono conflitti relativi all’uso del cellulare: si tratta di un fenomeno presente nel 27,1% dei casi. Se poi restringiamo il campione dei rispondenti a chi ha almeno un figlio minorenne, il conflitto diventa una condizione presente, con diverse sfumature di frequenza, nella maggioranza delle famiglie: il 55,4%. Occorre però problematizzare la sola lettura generazionale al conflitto per il dispositivo: i dati CISF 2025 rilevano che il problema non riguarda soltanto i bambini e i giovani, ma piuttosto anche gli adulti, come il coniuge/compagno nel 30,5%, il rispondente stesso nel 19,5%, il genitore nel 13,8%, il fratello/sorella nell’11,6% e un altro membro della famiglia nel 2%. Di fronte ai ripetuti allarmi lanciati dal mondo adulto rispetto allo smartphone, ci si è dunque chiesti se si sono messe in campo delle forme di contrattazione pedagogica rispetto all’uso del dispositivo.

 La percezione del conflitto rispetto al cellulare, incrociata con l’attivazione di regole in famiglia, ha permesso di costruire quattro tipologie di stile genitoriale rispetto alla “governance dello smartphone”: • Domatori (36,7%): genitori che provano a tenere sotto controllo il consumo mediale, ma in una situazione spesso di tensione. • Disarmati (24,4%): genitori che rilevano il conflitto, ma non provano a intervenire attraverso la contrattazione o le regole. • Accompagnatori (15,7%): sono le situazioni in cui non si registra una percezione di conflitto, mentre ci sono regole d’uso; • Liberi battitori (23,2%): i genitori che non rilevano problemi e non ritengono di porre regole d’uso. “Il forte controllo non si traduce in intervento educativo se rimane una strategia di delega con cui il genitore che si riconosce incapace di educare prova a fare in modo che un filtro o delle regole lo facciano al suo posto”, scrive il pedagogista Stefano Pasta nel capitolo 5 del Report. “È il rischio che corrono alcuni – non tutti – “domatori”. Idealmente, quando la famiglia è fortemente educativa, non ha bisogno di controllare ma piuttosto di “accompagnare”, un atteggiamento educativo che indica la strada, fornisce dei suggerimenti, ma non si sostituisce al figlio, e sa assumersi il rischio di lasciare che poi questo si sperimenti. Non è il permissivismo di chi lascia che il figlio faccia qualsiasi esperienza, ma piuttosto orienta e, prima di lasciare provare, fornisce dei criteri e agisce mediazione attiva”. Mentre il Report CISF registra una sorta di “normalizzazione” dell’uso del digitale, la percezione dell’IA (elaborata attraverso l’AI Homing Index) rimane più confinata e non sempre ordinaria. Tra gli indicatori, l’eccezione è data dall’uso di ChatGPT, che cresce sensibilmente (+15,3%), fino a riguardare quasi i due terzi delle famiglie (58,4%) con almeno un minore. Si presuppone che questo consumo riguardi la quotidianità informativa delle vite dei ragazzi, ma anche l’utilizzo con implicazioni scolastiche.

CONCLUSIONI

“Il fragile domani” non è solo questione personale o individuale, ma riguarda la qualità di vita, la coesione sociale e il benessere dell’intera collettività. Proponiamo qui in sede conclusiva, senza pretese di sistematicità, una prima lista di possibili risposte alla generica domanda “Che fare?”.

Dal punto di vista dell’individuo, “l’indagine conferma che in questa contemporaneità non mancano certo elementi di complessità e criticità, di fronte ai quali i progetti di vita, i desideri e i bisogni delle persone non sono affatto scontati né lineari. Ciò peraltro costringe ciascuno a fare i conti con la responsabilità di rimodulare le proprie scelte e i propri progetti di vita in termini propositivi, mettendo in gioco i propri talenti, ma anche andando alla ricerca di risorse esterne senza farsi bloccare da un eventuale inciampo. Certo, i problemi non se li augura nessuno; ma nessuna difficoltà, nemmeno la più complessa, può diventare obiezione alla reazione, o peggio alibi per la resa”, scrive Francesco Belletti, direttore CISF. Dal punto di vista delle relazioni familiari, “non si può dimenticare che le famiglie vivono oggi nel contesto culturale della società post-familiare, che sempre meno ne valorizza il ruolo sociale e istituzionale. Dalle relazioni familiari è quindi legittimo aspettarsi protezione, promozione, libertà e appartenenza (e ciò è responsabilità diretta di ciascuna famiglia), ma questo non può più essere dato per scontato, e implica un gigantesco compito sociale, sia educativo verso le famiglie che di accompagnamento e sostegno nelle diverse fasi e passaggi critici della vita familiare, senza dimenticare la disponibilità di un supporto professionale vero e proprio”, prosegue Belletti.

Dal punto di vista della società, “le reti comunitarie sono certamente fattori protettivi e promozionali del benessere, ma questo esige un doppio movimento, da parte delle persone e da parte del contesto esterno, di riconoscimento reciproco e di assunzione di responsabilità. Per questo sarà interessante verificare se i Centri per la famiglia previsti su tutto il territorio nazionale dall’ultimo Piano nazionale per la famiglia saranno in grado di promuovere nuove relazioni di cittadinanza attiva, più che offrire nuovi servizi professionali”. Dal punto di vista del contesto e delle policies, avverte il direttore del CISF, “nelle società occidentali ci si aspetta che il benessere delle persone non sia solo un bene privato, a carico delle singole persone, ma sia “anche” parte del bene comune.  Tra i diversi “compiti operativi” per l’intervento pubblico, oggi necessari, si possono citare ad esempio lo sviluppo dei servizi consultoriali, il rafforzamento dei servizi psichiatrici, la promozione di spazi relazionali per famiglie e giovani. Serve però anche una condivisione complessiva di valori e stili operativi, per far sì che l’intervento pubblico generi in modo virtuoso il bene obiettivo. Nella società contemporanea nemmeno l’intervento pubblico più consolidato può illudersi di “risolvere” da solo, ma deve agire – con il massimo possibile di qualità e di risorse – all’interno di un più ampio processo societario, in cui tutti gli attori generino un “valore aggiunto” di benessere per ogni persona e di bene comune per tutti”.


venerdì 3 ottobre 2025

LIA SANICOLA, MAESTRA E TESTIMONE

 


HA LASCIATO UNA LUMINOSA TRACCIA DI GENEROSITA', IMPEGNO E COMPETENZA

 

 

Carissimi amici,

oggi è salita al cielo la nostra grande amica Lia Sanicola, una delle fondatrici di Famiglie per l’Accoglienza. Condivido con voi - insieme al dolore di questo momento di distacco - la profonda gratitudine per quello che Lia ha rappresentato per l’associazione e per tutti noi, per la sua opera e per la sua testimonianza personale.

Assistente sociale, docente alle Università di Parma e di Friburgo, autrice di numerose pubblicazioni (tradotte anche in Francia e in Brasile), si è dedicata ad approfondire il metodo e le ragioni di ciò che vedeva accadere nelle nostre case. Ci ha accompagnato passo dopo passo a comprendere e approfondire l’accoglienza vissuta in famiglia, immedesimandosi con chiarezza e puntualità di giudizio, con intensa capacità di sintesi e attenzione mai lasciandoci “tranquilli”, anche in forza della sua vivacità e spirito battagliero.

A partire dall’esperienza di fede vissuta nella stessa appartenenza al movimento di Comunione e Liberazione, Lia ha sostenuto il nostro cammino promuovendone, in modo specifico, la dimensione culturale e missionaria: ha dato vita, fra l’altro, alla collana “Ritratti di accoglienza” presso l’editore Cantagalli, nell’ambito della quale sono stati pubblicati diversi contributi sul tema dell’affido e dell’adozione, che hanno dato voce a una novità e a una maturità di giudizio per noi molto importanti ancora oggi.

Dal 2013 si è occupata in modo particolare di seguire la crescita dell’esperienza delle case famiglia ed è stata presidente di Dimore per l’Accoglienza, nata nell’ambito della nostra associazione come rete tra queste realtà.

Negli ultimi anni ha vissuto il dolore della perdita del marito Daniele e la sofferenza della malattia, ma è stata sempre per quanto possibile partecipe della vita e dei fatti dell’associazione, come ha scritto in una testimonianza (pubblicata nella Lettera Periodica n. 105 del 2018), che rileggiamo in questo momento con grande commozione:

La sua testimonianza:

«All’inizio, quando quest’opera è iniziata mi sentivo generosa, mi sentivo di offrire la mia vita con quell’allegria che derivava dal fatto che mi sentivo protagonista della mia vita.

Con il passare del tempo mi sono accorta che non c’è solo la vita offerta, ma anche una vita presa, c’è Qualcuno che prende la tua vita e la porta dove non avresti immaginato.

È un passaggio di maturità grandissimo: oggi è più importante la vita presa che la vita offerta, infatti mi sono ritrovata a fare cose che non avrei mai pensato. Ad esempio, seguo le case famiglia: non l’ho voluto, ma è accaduto e io detto di sì. Dentro questa storia, mia e nostra, la vita comincia con un incontro, un avvenimento, che si espande continuamente e capisci che la vita chiesta è più importante della vita che pensi di aver dato. 

Sono nell’Associazione dalla sua nascita, da 35 anni. Che senso ha oggi per me quest’esperienza iniziata tanti anni fa? Ha un senso se l’origine è presente oggi, se l’avvenimento riaccade continuamente. In 35 anni io ho avuto anche momenti di calo affettivo, di difficoltà - è normale come in un matrimonio -, ma il luogo cui apparteniamo ci riprende, sfidando la nostra libertà: quello che giustifica la mia presenza qui è quello che io vivo oggi, non quello che ho vissuto 35 anni fa.

Oggi vivo questo luogo secondo modalità diverse, secondo circostanze diverse. Quello che ti viene chiesto cambia nel tempo, quello che non cambia è il cuore con cui rispondi, anzi il cuore si espande e troverà forme diverse perché anzitutto la vita sia importante e piena.

Ma non si vive di rendita. Non si può, soprattutto in un’opera come la nostra, che è fatta di lacrime e di grandi gioie nel vedere fiorire la vita degli altri. Quand’anche sembra che non fiorisca tu, non puoi sapere cosa c’è dentro il mistero di quella vita, non sai cosa sarebbe quella vita se tu non ci fossi stato, non lo sai! Ecco che cosa cerco di non dimenticare mai: liberi dall’esito sì, ma liberi nel senso di avere un cuore grande, perché l’esito c’è sicuramente, anche se non è sotto il nostro controllo.

Don Luigi Giussani ci diceva spesso che Famiglie per l’Accoglienza è un segno grande per la società. Ce lo ha ricordato anche ultimamente mons. Massimo Camisasca: “Voi siete i nuovi monaci, voi avete nella società di oggi la stessa funzione che hanno avuto i monaci nel Medioevo, cioè portate un segno di umanità e una cultura che non è appariscente”, anzi tante volte avviene nel buio nel silenzio. Non è solo un’ipotesi, ma una certezza».

mercoledì 28 febbraio 2024

GOVERNO CHE VIENE, VALUTAZIONE CHE CAMBIA

Valutazione, “livelli”  e giudizi sintetici: 

l’ennesima giravolta non aiuta le famiglie


-di  Gianfranco Lauretano

 

A scuola per l'ennesima volta cambia la valutazione. Si comincerebbe dalla primaria. Sì può fare con un emendamento a un ddl ?

 Ormai lo sappiamo: Governo che sale, valutazione scolastica che cambia. E infatti il Governo in carica ha disposto un emendamento (al ddl S 924 bis) che ordina l’abrogazione della norma del Governo precedente e incarica l’attuale ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di emanare un’ordinanza che ristabilisca la modalità anteriore di dare i voti, in pagella e non. Ma già detta così è difficile da capire, perché si tratta di una materia dove i cambiamenti sono ripetuti, confusi e mutevoli, esattamente come una banderuola al vento che soffia ora da destra e ora da sinistra. Occorre tentare di spiegarsi, con poca speranza di farsi capire.

 Il voto con cui gli insegnanti valutano i progressi o meno degli studenti ha varie possibilità. Può essere una descrizione, un piccolo discorsetto scritto finale in cui si cerca di tratteggiare un profilo narrato del ragazzo; può essere al contrario numerico, principalmente usando i voti da uno a dieci (ma, se si pensa all’università, la cifra è moltiplicata a sua volta per dieci ed entra in ballo tutto un delirio di crediti e frazioni); può essere una parolina, di solito Ottimo, Distinto, Buono, Sufficiente, Insufficiente, com’era prima dell’ultima svolta; può essere la definizione di un “livello”, com’è stato finora, prima dell’ennesima, attuale giravolta: Avanzato, Intermedio, Base, In Via di Prima Acquisizione. Quest’ultima trovata fu del ministro dell’Istruzione Azzolina, Governo giallorosso; i numeri li aveva reintrodotti invece il ministro Gelmini, Governo di centrodestra, in carica fino al 2011, dopo anni di giudizio “discorsivo”.

 Si capisce dunque che il modo di dare i voti è influenzato un po’ dall’ideologia politica: volendo semplificare grossolanamente, il numero corrisponde a un’idea di ordine e rigore della destra, mentre la parolina, più o meno attenuata, corrisponde alla permissività e allo sfumare delle differenze di merito della sinistra. Ma sarebbe già semplice se fosse così: il voto numerico, ad esempio, ha attraversato indenne ministeri di sinistra, come quello di Valeria Fedeli, la cui titolare veniva dall’esperienza sindacale della Cgil.

 Va poi detto che ogni modifica ambisce a riformare radicalmente il modo di valutare i ragazzi; ma ogni volta si ferma subito e, chissà perché, sempre alla scuola primaria, come una grande ondata che vorrebbe coprire ogni ordine scolastico e si infrange invece sulla spiaggetta della scuola elementare. Anche stavolta, c’è da scommetterci, andrà così. Non solo chi è esterno al mondo della scuola stenta a raccapezzarsi: succede anche a chi ci lavora e a chi ci porta i figli. Il sistema in vigore adesso, ad esempio, che è quello dei livelli, risulta per la stragrande maggioranza delle persone che lo utilizzano incomprensibile. Tutti chiedono: ma cosa significa “intermedio”? Risposta dei docenti: quello che era il “buono” di una volta, forse anche il “distinto”, un pochino… Domanda successiva: e in numeri quanto fa? Mah…può essere otto, talvolta sette, forse nove meno… E avanti così, in una specie di scenetta della commedia dell’arte.

 Si fa evidente ancora una volta lo scollamento tra la dirigenza della scuola e la realtà. Se certi metodi di valutazione possono anche rispondere a una buona idea teorica, di fatto le necessità pratiche della vita quotidiana stanno da tutt’altra parte. Inoltre ci si trova sempre in un regime di precarietà e transitorietà, persino con i Governi che hanno una solida base parlamentare. Si va avanti per toppe e rammendature, il disegno generale è presto perduto, se mai ce n’è uno, e al prossimo soffio di vento la bandiera, e i voti, cambieranno orientamento di nuovo.

 La valutazione è un tema basilare nel lavoro degli insegnanti, necessiterebbe di una riflessione lunga, diffusa, aperta a tutte le componenti che girano intorno alla scuola; farla con un emendamento del Governo e un’ordinanza ministeriale significa non avere la volontà né di capirci né di far capire niente a nessuno.

IlSussidiario

mercoledì 30 agosto 2023

LA SOLITUDINE DI STUDENTI, INSEGNANTI E FAMIGLIE


La lettera sulla scuola


“La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti”. Su ilLibraio.it la lettera sulla scuola scritta da Franco Lorenzoni, maestro elementare e fondatore del centro di sperimentazione educativa Casa-laboratorio di Cenci, dal nuovo numero della rivista “Sotto il vulcano”: “Fuori dalle classi i meccanismi di esclusione sono ancora più spietati…”

 

-di Franco Lorenzoni *

 Un gruppo di studenti di un liceo di Terni, rispondendo all’invito della preside di indicare possibili miglioramenti per la loro scuola, ha proposto di istituire uno psicologo bidello. Uno psicologo sempre presente, in corridoio, che si possa interpellare al momento del bisogno senza passare al vaglio di insegnanti o genitori.

 Tra bidelle e bidelli, come gli studenti chiamano il personale Ata, ci sono talvolta figure che incarnano un’attenzione curiosa verso la vita di ragazze e ragazzi e che sanno entrare in relazione con loro al di là degli esiti scolastici.

 Proviamo a prendere sul serio questa espressione ingenua di un bisogno.

 Un numero sempre più ampio di studentesse e studenti ha un evidente bisogno di aiuto. Se ascolto una ragazza di seconda media che dice “mi taglio le braccia per soffrire meno”, se assistiamo a una moltiplicazione geometrica di casi gravi che si presentano alle Asl e ai centri di igiene mentale, se crescono a dismisura disturbi dell’alimentazione e forme di autolesionismo o di isolamento e chiusura totale, non possiamo non pensare che ci sia qualcosa da ripensare con radicalità e urgenza nella scuola, perché la scuola è il principale e spesso unico luogo pubblico di incontro tra le generazioni.

 Il decennio della cura

 Nei mesi che seguirono la fase più acuta della pandemia ci siamo trovati a ragionare sulla necessità di inaugurare un decennio da dedicare alla cura.

 Cura delle persone, a partire dai più giovani, che avevano subito l’isolamento domestico ed erano stati costretti a considerare il contatto come contagio con conseguente avvilimento del corpo, in una età in cui il corpo è primario ed essenziale luogo di conoscenza e desiderio. Intorno al corpo e alla percezione di sé, tra l’altro, si stanno giocando negli ultimi anni sommovimenti profondi nelle nuove generazioni, i cui sintomi vanno dall’esplosione delle tematiche di genere a nuove inibizioni che accompagnano relazioni vissute frequentemente solo a distanza.

 Il paradigma della cura non riguarda tuttavia solo il corpo e la salute dei singoli, ma la relazione con l’intero pianeta ferito, i cui equilibri sono a rischio per via dei cambiamenti climatici, avvertiti dalle nuove generazioni con maggiore sensibilità.

 Quello che, nelle prime settimane della pandemia, in cui sembrava prevalere la solidarietà, era apparso come un momento di svolta e di presa di coscienza dell’insostenibilità dei nostri modi di vivere e abitare la terra, si è dissolto velocemente.

 Non appena ci siamo liberati dalle mascherine c’è stata una rimozione collettiva pressoché assoluta di ciò che era accaduto, mentre a livello individuale ragazze e ragazzi e bambine e bambini anche piccoli, si sono trovati a dovere affrontare in solitudine le conseguenze profonde di quel trauma.

 A tutto questo si è aggiunta una guerra percepita come vicina, dal momento in cui la Russia di Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina: un bambino, che vede alla televisione le conseguenze di un bombardamento scoprendo che non è finzione, non può non esserne colpito e offeso.

 La distanza tra generazioni

 La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti.

 Già in un articolo sul “Giornale dei genitori” del 1962 Ada Gobetti descrive “genitori che si mostrano e si dichiarano il più delle volte smarriti, impotenti, sprovveduti, […] che ancora conservano, pur senza rendersene conto, molte caratteristiche dell’adolescenza: incerti, instabili, disorientati essi stessi, quale sicurezza possono dare ai loro figli?”. Aggiungendo poi: “Non sanno offrire modelli a cui i figli possano ispirarsi o contro cui possano polemicamente ribellarsi; troppo assorti nei propri problemi, difficilmente sanno uscire da se stessi per dare ai figli quell’amore completo e disinteressato capace di colmare da solo ogni lacuna di preparazione culturale e pedagogica”.

 L’analfabetismo che allarmava Ada Gobetti oltre sessanta anni fa non riguardava tanto la preparazione culturale, quanto l’incapacità di “uscire da se stessi”, che è base imprescindibile per costruire un confronto positivo con figlie e figli, sapendo accogliere il fatto che possano incarnare punti di vista diversi dal nostro.

 Le relazioni sono rese ancora più difficili da una distanza tra le generazioni che si è enormemente ampliata per la costante dipendenza che tutti abbiamo verso strumenti di comunicazione, informazione, gioco e distrazione permanentemente accesi.

 Questa distanza è alimentata ulteriormente dall’ossimoro che caratterizza il comportamento di molti genitori: un bisogno di controllo sempre più accentuato unito a una presenza incostante e intermittente.

 Questo vuoto, questa difficoltà di relazioni nelle famiglie, viene talvolta compensata, paradossalmente, da una difesa a oltranza di qualsiasi comportamento anche improprio di figlie e figli nella scuola. Da cui una sfiducia diffusa, che a volte sfocia in aggressività e violenza verso gli insegnanti e il loro ruolo educativo.

 Teniamo presente anche il fatto che ormai più della metà dei bambini sono figli unici e non conoscono dunque il salutare allenamento alla condivisione di spazi e oggetti che aiuta a ridimensionare l’espansione illimitata delle proprie esigenze.

 La terza solitudine riguarda noi insegnanti, in grande difficoltà nel costruire regole condivise con ragazze e ragazzi che incorporano esperienze segnate dalla difficoltà adulta di assumersi le proprie responsabilità nello stabilire confini sensati, nella vicinanza.

 Si arriva così a un altro paradosso. Ragazze e ragazzi pensano a volte di poter fare ogni cosa pur sapendo, con maggiore o minore consapevolezza, che li aspetta un mondo dominato da vecchi spesso incattiviti, che stanno sottraendo loro libertà e futuro, perché rimandare ogni scelta sul clima o minare le fondamenta del welfare riguarda molto concretamente la qualità della vita che li aspetta.

 Pronto soccorso culturale

 Molti anni fa Felice Pignataro, geniale artefice di interventi artistici e laboratori proposti nelle periferie di Napoli, invocava la necessità di un pronto soccorso culturale, più che mai necessario oggi.

 E allora una domanda che dovremmo porci con rigore e radicalità riguarda il ruolo giocato dalla scuola in questi decenni, in cui evidentemente noi che insegnavamo e provavamo ad educare non siamo stati in grado di elaborare un controcanto convincente, capace di criticare e contrastare ciò che stava accadendo nelle famiglie e nella società riguardo al disprezzo per la cultura e a una sfiducia crescente verso il sapere come terreno per la realizzazione di una vita migliore.

 La peggiore offesa all’infanzia sta nel costringere bambine e bambini e adolescenti a trascorrere ore e ore a scuola insieme ad adulti pigri, demotivati e frustrati, a insegnanti che hanno smesso di ricercare e credere nella cultura come luogo di conoscenza di sé e leva di trasformazione individuale e collettiva.

 Ma noi sappiamo che fuori dalla scuola i meccanismi di esclusione e discriminazione sono ancora più spietati, perché chi è ricco di parole, curiosità e domande potrà utilizzare al meglio le potenzialità della rete e di future “intelligenze” artificiali, mentre chi è più povero di riferimenti culturali e desideri di conoscenza si troverà relegato alla mercé di un mercato che non privilegia certo la qualità.

 Tra chi prova a fatica ad affrontare la dispersione scolastica e le crescenti povertà educative si sta sviluppando una discussione di cui tenere conto. Dobbiamo puntare a un ampliamento del tempo della scuola o dobbiamo immaginare e finanziare altri apporti educativi da parte del volontariato sociale, del terzo settore in collaborazione con le istituzioni locali, moltiplicando progetti capaci di dare vita a comunità educanti aperti al contributo delle famiglie?

 Alcuni tentativi di costruzione di comunità educanti locali stanno dando risultati interessanti.

 In altre situazioni, invece, il finanziamento di progetti educativi nati fuori dalla scuola sta alimentando diffidenze tra insegnanti e famiglie, che a volte sono invadenti, o tra scuola e terzo settore.

 Tra scuola e territorio

 Personalmente penso che chiunque lavori per migliorare la qualità culturale del territorio sia un alleato indispensabile per chi nella scuola non rinuncia a battersi contro ogni forma di discriminazione.

 Penso tuttavia che la scuola debba mantenere le sue peculiarità e sforzarsi di essere un luogo di costruzione culturale lenta. E che dunque noi docenti non possiamo sottrarci al tentativo di intrecciare sempre il ruolo di insegnanti a quello di educatrici ed educatori, sapendo trasformare l’incontro con arte, scienza, letteratura e bellezza come luoghi possibili di quel bisogno di cura di cui siamo noi i responsabili.

 Il cuore dell’educazione attiva sta nel costruire strumenti per arricchire le qualità e potenzialità di ciascuno alimentando la fiducia in sé stessi. Al tempo stesso il nostro ruolo sta nella capacità di seminare inquietudine, cercando ogni modo per moltiplicare le domande.

 Seminare inquietudine dovrebbe essere un anelito costante in chi educa, con la consapevolezza che a scuola stiamo svolgendo una funzione politica nel senso più ampio e autentico del termine, cioè di allenamento all’arte del convivere e di cura del bene comune.

 La mezza verità

 Mario Lodi, nel più noto dei suoi diari didattici che intitolò Il paese sbagliato, fa un’unica lunga citazione, tratta da un saggio dello psicologo e pedagogo svizzero Jean Piaget: “Lo scopo dell’educazione intellettuale non è quello di saper ripetere o conservare verità belle e fatte, perché una verità che viene ripetuta non è che una mezza verità: ma è piuttosto quello di apprendere e conquistare da se stessi il vero, a rischio di metterci molto tempo e di passare per tutte le traversie che una attività reale richiede. Non è possibile formare delle personalità autonome nel campo morale se l’individuo è sottoposto a una costrizione intellettuale tale che egli debba limitarsi ad apprendere a comando senza scoprire da se stesso la verità: se passivo intellettualmente non saprà essere libero moralmente”.

 Offrire la possibilità di scoprire e costruire la propria verità imparando a ricercare e a pensare insieme è una funzione sociale che la scuola deve fare propria con convinzione, facendosi magari anche aiutare da altre figure professionali, ma non delegandola a nessuno.

 Il libraio

mercoledì 19 aprile 2023

SCUOLA, LABORATORIO DI CONDIVISIONE

Ascolto e progetti pedagogici 

per una cultura dell’infanzia




 La scuola come laboratorio di condivisione «È indispensabile coinvolgere famiglie e territorio perché l’educazione avviene nell’intera comunità e non può prescindere da essa»

 

- di GIOVANNI BATTISTA SERTORI

 Chiamiamo infanzia la prima età dell’uomo compresa, in senso stretto, fra la nascita e l’uso completo della parola e definiamo bambino l’uomo che vive questa prima età. Per molto tempo il bambino è stato considerato come un adulto in miniatura, una persona da adultizzare precocemente. È il messaggio che, purtroppo, ancora oggi i media, la moda e alcuni programmi televisivi trasmettono e che fa da riferimento educativo agli atteggiamenti e alle aspettative di quei genitori che mettono al primo posto non il ben- essere dei figli, ma il successo da raggiungere a tutti i costi.

 Psicologi, sociologi e pedagogisti, in particolare a partire dal secolo scorso, hanno evidenziato come il bambino debba essere riconosciuto e valorizzato come tale perché l’infanzia ha “dignità propria, da vivere in modo rispettoso delle caratteristiche, delle opportunità, dei vincoli che connotano ciascuna fase dell’esistenza umana” ( Linee pedagogiche per il sistema integrato zero sei).

 L’infanzia, allora, è molto più di un periodo della vita, è la concezione che l’adulto e la società hanno del bambino. A ogni idea di infanzia corrisponde un atteggiamento educativo da parte del mondo adulto. Alla visione di infanzia che ha una propria dignità corrisponde un atto educativo che sa valorizzare la specificità di questa età, senza lasciarsi condizionare da logiche dominanti che, nella pratica, annullano la distanza tra il mondo del bambino e il mondo degli adulti.

 Dalla dignità riconosciuta all’infanzia discendono i diritti dei bambini. Dare risposte ai loro diritti e rispettare le caratteristiche di questa stagione della vita è proprio di una visione dell’infanzia che si concretizza in un’azione educativa che sa evitare precocismi, dà attenzione ai vissuti concreti, non forza i tempi del bambino e lo accoglie con i suoi limiti e potenzialità per valorizzarlo nella sua unicità e originalità. L’azione educativa per essere efficace chiede la capacità di ascolto dei bambini perché l’ascolto forma e aggiorna la cultura dell’infanzia evitando che resti vincolata a visioni del passato senza aprirsi ai nuovi sguardi che la complessità della società chiede di assumere per rispondere ai bisogni dei bambini di oggi.

 Parliamo di cultura dell’infanzia non perché le singole fasi della vita sono divise da confini e separate da barriere, ma perché siamo chiamati a creare le condizioni che permettano ad ogni bambino di essere protagonista della sua crescita.

 Cultura deriva da coltivare. Si coltiva la terra prendendo gli opportuni accorgimenti per rispettare e valorizzare la tipologia di terreno che ha caratteristiche diverse da terreno a terreno, da zona a zona, si “coltiva” l’uomo preparando un ambiente educativo che, valorizzando la dignità dell’infanzia, rispettando l’unicità e l’originalità di ognuno e personalizzando le azioni educative, permetta ad ogni bambino di sviluppare tutte le potenzialità di relazione, autonomia, creatività e apprendimento.

 Oggi i servizi e le scuole dell’infanzia che costituiscono il “sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni” sono chiamati a vivere la cultura dell’infanzia con una visione unitaria del percorso educativo.

 È il grande compito affidato ai servizi e alle scuole dell’infanzia: progettare e vivere un percorso educativo, da condividere con le famiglie e il territorio, che ha come riferimento l’infanzia con la sua dignità e suoi diritti e come fine lo sviluppo armonico e integrale della personalità. Si progetta, allora, non per disegnare schemi rigidi, ma per ricondurre sempre alla finalità i diversi momenti educativi.

 La scuola, esercitando la sua autonomia che la rende libera nei confronti del pensiero dominante, si contrappone, allora, a una rappresentazione dell’infanzia che confonde il mondo dei bambini con il mondo degli adulti, per proporre alle famiglie e al territorio un progetto educativo che salvaguarda il pensiero, la meraviglia, lo stupore del bambino di fronte alla realtà alla quale si avvicina con modalità che si differenziano da quelle degli adulti.

 È indispensabile coinvolgere famiglie e territorio nel processo educativo perché l’educazione avviene nell’intera comunità e non può prescindere da essa. La scuola diventa così un laboratorio di comunità per condividere e vivere insieme la cura dell’infanzia con la consapevolezza che le relazioni che si vivono nel territorio danno forma alla vita di ognuno.

 Vivere nella comunità la cultura dell’infanzia permetterà a ogni bambino esperienze di vita buona che lo aiuteranno a dar forma alla sua vita e, diventato adulto, anche dovesse dimenticare le azioni che l’hanno coinvolto e le opportunità che gli sono state offerte, vivrà sempre il sapore e il profumo della cura ricevuta e la bellezza della sua infanzia.

 

www.avvenire.it


mercoledì 5 maggio 2021

QUANDO SARO' GRANDE

 Cesvi: aiutare i bambini a non smettere di sognare

Raccontare quali sono le esigenze, i diritti e le fragilità dei bambini, ma anche i loro sogni e desideri. È questo l’obiettivo dei Children’s Days, promossi dalla Fondazione Cesvi nell’ambito della campagna di sensibilizzazione sull’infanzia trascurata e maltrattata “Quando Sarò Grande. Venti incontri virtuali in programma da oggi fino a sabato 8 maggio, a cui prenderanno parte anche figure del mondo dello spettacolo e dello sport

Marina Tomarro – Città del Vaticano

Capire quanto l’emergenza Covid-19 ha inciso sulla salute mentale delle famiglie, dei genitori e dei bambini diventando un nuovo fattore di rischio al maltrattamento dei minori. Con questo focus si è aperta la rassegna Children’s Days, promossa dalla Fondazione Cesvi, l’organizzazione umanitaria che si occupa dei diritti dell’infanzia, e trasmessa in diretta sui suoi social network, per accendere i riflettori su bambini e adolescenti e sulle loro difficoltà, soprattutto in questo periodo di pandemia.

La pandemia ha aggravato situazioni già difficili

“Il tema dell’infanzia è molto delicato – spiega Roberto Vignola, vice direttore generale di Fondazione Cesvi – soprattutto in questo periodo, perché ha subito pesanti conseguenze a causa dell’isolamento e della mancanza dei servizi sociali, lì dove erano necessari. Per questo abbiamo deciso di aprire questi incontri con la presentazione del report 'Indice Regionale sul Maltrattamento all’infanzia in Italia', uno studio curato dalla nostra fondazione, che ha analizzato la vulnerabilità al maltrattamento dei bambini nelle singole regioni italiane, attraverso l’analisi dei fattori di rischio presenti sul territorio e di conseguenza la capacità delle amministrazioni locali di prevenire e contrastare il fenomeno tramite i servizi offerti”. E questo report, purtroppo, ha evidenziato una situazione molto peggiorata in quest’ultimo anno, a causa dell’interruzione delle attività scolastiche e quindi delle lunghe giornate passate in casa dai piccoli, dove lo stress che ha colpito in particolare le famiglie più vulnerabili, la paura della malattia o della perdita del posto di lavoro, uniti all’assenza dei servizi sociali, ha rischiato di innescare pericolose situazioni di violenza di cui i bambini sono le prime vittime. “Proprio a causa del Covid – continua Vignola – non siamo riusciti a fare un’analisi quantitativa del fenomeno, ma chi lavora sul campo ogni giorno ci ha raccontato di un quadro nettamente peggiorato”.

Sostenere non solo i bambini, ma anche le famiglie

Tanti i relatori che si alterneranno nelle differenti giornate, e che racconteranno le loro esperienze di crescita e di riscatto. Tra loro, Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, la psicoterapeuta Stefania Andreoli, la giornalista e scrittrice Christiana Ruggeri, la giornalista Cristina Parodi, gli attori Alessio Boni e Maria Grazia Cucinotta, i cestisti Giorgia Sottana e Giampaolo Ricci e il calciatore Cherif Karamoko, arrivato in Italia dalla Guinea a bordo di un barcone affondato nel Mediterraneo, e che oggi gioca con il Padova in serie B. “I bambini che oggi sono in condizioni di vulnerabilità – sottolinea il vice direttore Vignola – devono essere sostenuti nei loro sogni, perché le condizioni in cui vivono hanno mancanze non solo materiali ma anche affettive ed educative e impediscono loro di credere di poter avere diritto ad un futuro migliore. Quello che noi cerchiamo di fare è incoraggiare questi piccoli a continuare a credere nei loro sogni, che non sono impossibili, e spesso abbiamo dei risultati incredibili, perché non dobbiamo dimenticare che loro sono gli adulti del domani”. E il sostegno non è solo per i bambini ma anche per i loro genitori. “Noi creiamo per queste famiglie – spiega ancora Vignola – dei percorsi di supporto genitoriale, in cui cerchiamo di guidare quei genitori, che magari stanno vivendo un momento della loro vita particolarmente difficile, in modo che evitino di scaricare tutta la loro rabbia o le preoccupazioni addosso a questi bambini, che hanno diritto invece ad una crescita serena”.

 

Vatican News



 

 

sabato 13 marzo 2021

AGESC: RIPORTIAMO GLI STUDENTI IN CLASSE

 Riportiamo gli studenti in classe: soltanto così saranno al centro della vita sociale»

« Mesi di didattica a distanza stanno lasciando pesanti conseguenze sulla crescita di bambini, ragazzi e giovani

 


 Dad: un acronimo (didattica a distanza) tre lettere solitarie che spiegano quel fenomeno “inventato” per limitare la paura del contagio. L’Agesc ha sempre spinto verso la didattica in presenza, ma purtroppo causa il rosso che avanza tantissimi ragazzi sono costretti a casa. L’Associazione nazionale presidi insieme al centro di Ricerca Dites, il Forum delle Associazioni familiari (tra cui è presente l’Agesc) e Aidr, ha raccolte 6.821 risposte da dirigenti scolastici, docenti, studenti e famiglie, mediante rilevazione online. I risultati parlano del 52% dei dirigenti scolastici con difficoltà nel garantire l’assistenza agli studenti con disabilità, oltre il 38% ha segnalato un aumento consistente della percentuale di assenze e di partecipazione da parte degli studenti. Problemi strutturali ce ne sono stati, inutile negarlo, e persistono ancora oggi. Ma è anche fuor di dubbio il lavoro più complesso che si sono dovuti sobbarcare gli insegnanti: quanto tempo in più sia necessario per organizzare la lezione da remoto che risulti degnamente inclusiva e coinvolgente, e lo sforzo fatto in formazione per adeguarsi e conoscere in tempi rapidi i nuovi strumenti digitali. Ma i protagonisti, cioè i ragazzi, cosa ne pensano? All’inizio molti hanno apprezzato la didattica digitale convinti che la lontananza da scuola avrebbe favorito divertimento e libertà dalle ansie dovute al confronto con interrogazioni e verifiche varie. Purtroppo dopo qualche settimana, però, anche i giovanissimi si sono resi conto delle problematicità della Dad: come sentirsi veramente liberi di fronte a disorganizzazione, obbligo ad avere la telecamera accesa, necessità di  condividere con più persone gli stessi spazi fisici e virtuali, impossibilità di staccare mentalmente dagli impegni scolastici nonostante la presenza di intervalli più lunghi, spiegazioni incomprensibili?

La vita si è interrotta di colpo: niente più passeggiate, niente visite agli amici, niente abbracci e strette di mano, ma solo ansia, tristezza, solitudine, noia, incapacità di sviluppare relazioni interpersonali sane e costruttive. Il grigiore del virtuale ha dissolto le diverse sfumature del reale. Dalla scuola all’amicizia, tutto è dovuto passare attraverso una rete di connessione telematica che sembra aver privato i più giovani della possibilità di sperimentare la profondità dei legami, la vivacità delle emozioni, il calore della vicinanza. Il conseguente disagio si è manifestato in diverse forme, dai frequenti sbalzi d’umore ai disturbi del sonno, dal cambiamento delle abitudini alimentari (con effetti dannosi sulla salute) all’aumento delle dipendenze dai videogiochi e dai social che creano un distacco dalla realtà e rappresentano un vero pericolo per la maturazione delle nuove generazioni e per la loro partecipazione attiva alla costruzione del futuro. Questi sono solo alcuni dei sintomi preoccupanti che il lockdown ha lasciato nei giovani. E ancora oggi, sebbene le misure restrittive sembrino essersi allentate, il cammino faticoso di ritorno a una normalità più colorata non può dirsi compiuto. Probabilmente alcuni ragazzi hanno anche appreso l’abilità di cogliere il positivo dal negativo:

basti pensare al recupero, laddove possibile, dei legami familiari e alla riscoperta della bellezza di passare del tempo al riparo dalla frenesia della vita quotidiana. Ma ciò non ci autorizza a distogliere lo sguardo dalle ferite che questo periodo ha inflitto agli adolescenti e che tenderanno a riemergere nel futuro. Sarebbe opportuno, quindi, realizzare un intervento mirato e organizzato che rimetta i giovani al centro della vita socio- economica e culturale del Paese e che fornisca loro quegli aiuti materiali e immateriali utili ad affrontare il presente e i suoi problemi con quella leggerezza che - come diceva Italo Calvino - «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Ecco la ragione delle proteste degli studenti che vogliono tornare a scuola. Solo il rientro in classe dopo mesi di isolamento ha permesso agli studenti di constatare con più evidenza quanto tutto ciò abbia danneggiato l’apprendimento e il processo di crescita dei ragazzi, in particolare di quelli più fragili. E proprio grazie alla riscoperta della scuola come luogo fisico, i giovani sembrano essersi riavvicinati agli adulti nella comune consapevolezza dell’importanza di una didattica in presenza, l’unica che permette di sentirsi meno soli.

AGESC - Associazione Genitori Scuole Cattoliche

www.avvenire.it