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venerdì 20 settembre 2024

IDENTITA' e FRATELLANZA

 






-         di Enzo Bianchi


 Se l’amore e l’amicizia sono ricerca, custodia e coltivazione di un legame fondato sull’esercizio libero dell’amore quale dono, la fraternità nasce come «legame già dato grazie all’origine, per il quale si crea una reciprocità in cui ci si custodisce». L’amore e l’amicizia conoscono la possibilità della fine, della caduta; la fraternità no, perché si è fratelli e sorelle per sempre e nessuno sceglie i propri fratelli e sorelle. Ma questo status della fraternità è nel contempo un dono e un compito; siamo nello stesso ordine della communitas, luogo del cum-munus, nel doppio significato di “dono” e di “dovere” comune: come la comunità, anche la fraternità è condivisione del dono, del dovere, della responsabilità, e anche nella fraternità vi è un debito che ciascuno vive verso gli altri. 

 Il figlio che riceve la notizia della nascita di un fratello vede mutare la propria condizione di unicità.

È decisivo che compia una scelta libera di decentramento del proprio io per riconoscere un’alterità con la quale si instaura un legame dato, non scelto. Questo passaggio dal dono al compito, questa accettazione del limite intervenuto con la presenza del fratello o della sorella richiede che si metta a morte l’“unicità”, che si vinca la paura di perdere “l’unico posto”. Ed è qui, al cuore della fraternità, che riemerge la paura dell’altro, la possibilità che l’altro sia l’inferno e, in definitiva, la paura della morte. Vivere la fraternità è dunque la prima vocazione umana, il compito per eccellenza: solo così la vita conosce la convivenza, la comunità, ed è vita buona in pienezza, attraverso la quale uomini e donne si umanizzano. In questo senso, vorrei tracciare alcune linee generali per vivere la fraternità.

 La prima esigenza è l’accettazione incondizionata del fratello e della sorella: mi sono stati affidati dal momento del loro apparire davanti a me e accanto a me. Il loro esserci richiede che non si pongano condizioni alla relazione fraterna. Alle radici della fraternità c’è il rispetto assoluto per l’altro, il suo riconoscimento. Il fratello/la sorella, non si scelgono, sono un fratello/una sorella in umanità perché esseri umani come me, sono un fratello/una sorella nella chiesa perché battezzati come me, sono membri della mia comunità perché ne fanno parte come me attraverso un’alleanza.

 Una seconda esigenza per vivere la fraternità è l’assunzione di responsabilità degli uni verso gli altri. «Sono forse io il custode di mio fratello?». In questa domanda si cela la grande tentazione di rinnegare la responsabilità. Eppure, l’altro, il fratello di fronte a me, è di per sé invocazione, domanda che chiede la mia risposta, l’assunzione di una responsabilità nei suoi confronti. La tentazione che ci abita è sempre la demissione, espressa dal «non so» di Caino. È rimuovere la presenza del fratello o della sorella, per non assumere una responsabilità che è sempre un decentramento da sé e un farsi carico della custodia dell’altro. In realtà non vedere, non discernere il fratello, non prendersi cura di lui quando è nel bisogno, è già un percorrere una via omicida. A causa della nostra omissione l’altro può trovare la morte!

 Infine, per vivere la fraternità, si richiede la solidarietà come esigenza di comunione. Quella della solidarietà, cioè della cura e della custodia reciproca, è forse l’esperienza più attestata di fraternità realmente vissuta. Questo vale per tutti i generi di vita: in particolare la famiglia è il primo luogo della solidarietà, lo spazio nel quale ogni gesto o comportamento richiede reciprocità, perché ciascuno possa vivere la cura e la custodia dell’altro.

 Nel Nuovo Testamento, soprattutto nella predicazione paolina, ricorre con insistenza il pronome allélon, “gli uni gli altri”, che indica con forza il compito della solidarietà. Spesso Paolo chiede ai cristiani delle diverse comunità di stimarsi a vicenda, di avere gli stessi sentimenti gli uni verso gli altri, di accogliersi gli uni gli altri, di correggersi gli uni gli altri, di aspettarsi gli uni gli altri, di avere cura gli uni degli altri, di confortarsi, di sopportarsi, di vivere in pace, di portare i pesi gli uni degli altri... Molti sono i passi che con tengono questo pronome, e sono passi in cui l’accento cade sempre sulla solidarietà reciproca, sulla reciprocità vissuta nella gratuità e nella consapevolezza che il fratello può amare il fratello solo perché prima è stato amato da Cristo.

 Inoltre, non si può dimenticare la frequenza con cui ricorre nelle lettere paoline la preposizione sýn, “con”, “insieme”, unita a numerosi verbi: lavorare insieme, rallegrarsi insieme, soffrire insieme, pregare insieme, sentire insieme, camminare insieme... Nella fraternità non si è “mai senza l’altro” ma sempre sýn, insieme. La compagnia del vivere insieme comporta addirittura l’assurdo logico del morire insieme, come viene indicato dall’Apostolo: voi fratelli «siete nel nostro cuore, per morire insieme e vivere insieme» (ad commoriendum et ad convivendum: 2Cor 7,3). Con questa preposizione, sýn, sono formati anche i sostantivi sinodo – di cui sopra – e sinassi, nomi della chiesa che pongono l’accento proprio sull’agire e sul camminare (cioè sull’essere) insieme.

 “Reciprocità” (allélon) e “insieme” (sýn) sono le costanti della solidarietà fraterna. Risulta dunque evidente che la fraternità implica l’esercizio del comandamento dell’amore del prossimo, del comandamento nuovo, cioè ultimo e definitivo, lasciatoci da Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri (allélous). Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (allélous)» (Gv 13,34). Non me, ma gli uni gli altri, dice Gesù! Questa fraternità vissuta nell’amore reciproco sarà il segno tangibile dell’essere discepoli di Gesù, secondo quanto egli stesso ha indicato: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri (en allélois)» (Gv 13,35). È la realtà della fraternità! Una realtà che, tra l’altro, costituisce uno degli aspetti dell’inesauribile mistero dell’eucaristia: «Il servizio fraterno all’interno della comunità è in certo qual modo la res del sacramento... La fraternità che l’ultima cena suggella si cementa nel servizio reciproco, nel dono dell’uno all’altro di cui Gesù è sorgente ed esempio».

 È dunque nell’amore fraterno che si può cogliere il sigillo della “differenza cristiana”, che si manifesta in uno stile di vita all’insegna della fraternità e della comunione. Ed è da questo essere una fraternità che può discendere anche quel paradossale “bel comportamento” (1Pt 2,12) così descritto da Tertulliano, il quale non fa che riassumere l’insegnamento biblico: [Il Signore dice:] «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano» (Lc 6,27-28). Il Creatore aveva racchiuso tutto questo in una sola frase, per bocca di Isaia: «Dite: “Siete nostri fratelli” a coloro che vi odiano» (Is 66,5).

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sabato 15 gennaio 2022

IO, TU, L'ALTRO


- LA SFIDA DELLA FEDE 

E' DIVENTARE 

IL TU DELL'ALTRO -

- di Johnny Dotti

- Darsi il tu è impegnativo, noi facciamo come gli americani ma sbagliamo.

Il tu è una cosa seria.

La tradizione non era stupida nell’arrivare gradualmente al tu. La riduzione che c’è stata a causa dell’individualismo negli ultimi 80 anni è proprio una riduzione della ricchezza dei pronomi personali. Ogni persona è sei pronomi, ciascuno di noi è sei pronomi. Invece noi finiamo per giocare tutto tra l’io e il tu, peraltro immaginando che il tu è sempre l’altro. 

Mentre la sfida della fede è diventare il tu dell’altro.  Per me il Vangelo è tutto qui, in questa scommessa.

E va notato un altro elemento. Immaginiamo che la parte plurale – il noi, il voi, il loro – siano ‘persone’ e invece no: sono ‘persona’.  In lingua italiana, ma anche in quella tedesca, quella francese, inglese, cinese, eccetera, i pronomi personali sono ‘persona’.

Persona

La nostra persona è declinata in sei pronomi e questo, a ben vedere, è già scritto anche nella nostra biografia: abbiamo un nome e un cognome, il cognome è un ‘noi’, è un plurale.

Più vado avanti con gli anni più ho dei dubbi sull’io, perché l’esperienza concreta che facciamo nella vita è quella di essere il tu di qualcuno, o il ‘lei’ di qualcuno, o il ‘noi’ di qualcuno. L’individualismo ha ribaltato tutto e l’identificazione dell’uomo e della donna con l’individuo è una ferita mortale per l’umanità.

Noi abbiamo un’individualità, non siamo individui. E per questo la parola che io dono come gemma è tre. Tre è la struttura fondamentale della realtà.  Non è né uno né due, la realtà è uno e tre. La realtà della persona, la realtà della natura, la realtà di Dio è tre, cioè relazione radicale. Un papà e una mamma si danno già per un figlio, che ci sia o non ci sia biologicamente.

L’immaginario di un uomo e di una donna è quello di un figlio.  L’uomo senza il cosmo e senza Dio non esiste.  Oppure, antropologicamente, noi siamo intelletto, sentimento e spirito.

Torna il tre.

Questa è la tradizione cristiana e noi la stiamo completamente dimenticando. Viviamo in un tempo gnostico-manicheo, un tempo binario. Gli algoritmi, che hanno questa straordinaria potenza, sono binari. Sono 0 e 1.

La grande sfida per il cristiano è stare dentro questo mondo gnostico-manicheo, che è binario, che è bene e male, che è buono e cattivo, che è bianco e nero. E la nostra scelta deve sempre essere «o … o…». Scommettere sul tre è l’opposto, vuol dire «e… e…».

La Trinità è un «e…e…», la tensione tra il Padre e il Figlio genera lo Spirito.  È ciò che poi chiamiamo amore. La tensione tra un uomo e una donna genera un figlio.

Nella Genesi la tensione tra Dio e il cosmo genera l’uomo: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente».

Questa grandissima tradizione cristiana oggi è muta e oggi siamo finiti a immaginare che noi siamo il nostro io.  No! Un uomo non è il suo io.

Se fosse così non starebbe in piedi la Resurrezione, ad esempio. Chiediamocelo: ma noi forse resusciteremo con il corpo di quando avevamo 2 anni o 16 o 40? Quello che resuscita è il mistero di te.

Ciascuno è un mistero relazionale.

Infatti nel Vangelo nessuno riconosce Gesù ‘fisicamente’ dopo la Resurrezione.

I quadri del Rinascimento ci hanno ingannato rappresentando il Gesù Risorto simile al Gesù Crocifisso, questo ha cambiato il nostro immaginario. Nel Vangelo non accade così: la Maddalena non lo riconosce, Pietro non lo riconosce e neanche Giovanni.

Gesù Risorto viene riconosciuto solo nel momento relazionale, quando parla.

Non lo riconoscono in quanto individuo, ma in quanto persona. Gesù era radicalmente il tu dell’altro, e questa esperienza la si fa attraverso la parola, cioè attraverso l’amore.

Quando Gesù si manifesta come tu, lo riconoscono. Non sto parlando in astratto, questo discorso è «concreto», parola che è l’analogia di cattolico. In senso etimologico «concreto» è cum-crescere, far crescere insieme le cose.

Le dimensioni della realtà crescono insieme, in relazione.

La preghiera e il discernimento sono ciò che ci aiuta a sfuggire alla trappola della logica binaria. Possiamo anche definirla “esperienza radicale della propria fragilità”, questo è il discernimento quotidiano ed è ciò che fa dire a San Paolo: Quando sono debole è allora che sono forte. (2 Cor, 12,10). Fuori da una dinamica relazionale queste parole non hanno senso. Sono da matti, come anche felix culpa.

Cosa significano allora?  San Paolo dice che è esattamente il limite dell’io (debole) che dà la possibilità di accedere alla libertà del tu (forte).

Noi siamo il tu di Dio, questo è il punto di forza.

Anche Dante è uno che ha fatto questa esperienza spirituale e poi gli ha dato una forma incastonata nel tre: ha scritto tre cantiche, ciascuna composta di canti in terzine.

La tensione amorosa con Beatrice non era binaria, era un «e…e..». È l’essere capaci di stare dentro una relazione senza consumarla. Dovremmo impararlo anche nel matrimonio, a non ridurre tutto a un «o…o…».  C’è l’idea che il matrimonio sia l’incontro di due io, ma è una svista clamorosa perché due io si uccidono a vicenda.

Le tre tentazioni che Gesù vive nel deserto mettono alla prova proprio questo aspetto radicale. Sono le tentazioni fondamentali del figlio.

Il male non è da superare come prova di resistenza o di forza, ma proprio come tentazione che cerca di riportarti solo e soltanto al tuo io.  Lo scopo del male è mettere in discussione la figliolanza con Dio, che è relazione. Il male tenta di riportati solo e soltanto al tuo io.

Noi siamo un tu e siamo la libertà di essere il tu di Dio, il tu dei nostri fratelli, il tu di tua moglie, il tu dei tuoi figli, il tu degli amici e anche il tu del nemico.

Gesù è stato anche il tu del nemico. Vivere così è un pellegrinaggio spirituale bellissimo. Nel mondo binario, gnostico e manicheo, questo non è previsto. 

Anche rispetto a questo, insisto sul fatto che questa scommessa non è astratta, ma esperienziale.

Io vivo in una piccola comunità di famiglie da 35 anni e non abbiamo chiavi in casa.

Non è una scelta ideologica e neppure para-religiosa.  L’idea è che l’altro ti possa raggiungere in qualsiasi momento, perché l’altro ti salva.  È l’ospitalità.

L’ospite

Pensiamo a quello che accade nella Bibbia, Sara resta incinta quando Abramo ospita.  Quando usciamo da noi stessi, ci salviamo.  E non è un atto moralistico, è un atto di vita.

Se non ti apri all’altro, diventi rigido e immagini di essere l’artefice di te stesso.

L’ospite è il portatore dell’invisibile. Per il cristiano l’invisibile è addirittura più reale del visibile. Oggi nessuno ci crede più, perché ci limitiamo ad assorbire lo sguardo scientifico che osserva solo il visibile e ne dà informazioni basate su quantità e proporzioni. L’ospite invece porta l’imprevisto, l’impossibile, il non controllabile, la novità.

Siamo in relazione con questo mistero al punto che nella lingua italiana “ospite” si riferisce sia a chi ospita sia a chi è ospitato.  E qui ritorno alla persona che non è solo io-tu-egli, la nostra persona è anche noi-voi-essi.

Noi siamo una relazione radicale di pronomi, cioè di qualcosa che costituisce il nostro nome. La nostra libertà non è la libertà di scegliere, questo è un altro imbroglio del periodo post cartesiano. La libertà è essere ciò che si è chiamati a essere, è vocazione, è sentire che stai aiutando a venire al mondo il mistero di te. Libertà è mettersi nella condizione affinché Dio possa metterti al mondo.

È bellissimo!

Vivere, quindi, è nascere continuamente e quindi anche morire continuamente, cioè lasciar andare. Nella nostra tradizione il percorso esistenziale di tutte le preghiere è quella del pellegrinaggio.

Attorno abbiamo un sistema di pensiero che ci spinge alla consistenza, mentre invece la vita è esistenza, è un pellegrinaggio. C’illudiamo di consistere, e abbiamo rimosso il pensiero della morte. In questo senso la pandemia è un’apocalisse, cioè può essere una rivelazione. Dalle mie parti a Bergamo abbiamo visto migliaia di morti, non abbiamo potuto eludere l’incontro con sorella morte.  Noi crediamo che la morte vada combattuta, non è vero. Va combattuta la sofferenza, la miseria. Ma la morte è una compagnia, perché non c’è altra via per resuscitare.

Noi siamo vita, morte, resurrezione, eccoci di nuovo alla sfida cristiana del tre.

 

 

giovedì 4 maggio 2017

DIALOGO: AVANZARE INSIEME


Lectio di Enzo Bianchi per la Fondazione Balducci a Firenze su “L’altro come dono”: la condivisione di un percorso in cui il fine «non è il consenso, ma il reciproco progresso»
Il fondatore della Comunità di Bose riflette sull’alterità a partire dal pensiero del padre scolopio: «Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana» Senza contrapposizioni

 di ENZO BIANCHI

«Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana ». È da queste parole di padre Ernesto Balducci che prendo le mosse per riflettere su «L’altro come dono». Nel nostro modo abituale di pensare e di parlare questa nostalgia è assente e ricorriamo troppo sbrigativamente a due categorie contrapposte «noi» e «gli altri». Ma è arduo definire i confini tra queste due entità e, ancor di più, stabilire con certezza chi appartiene all’una o all’altra, in che misura e per quanto tempo. Quando giustapponiamo i due termini, in realtà intraprendiamo un percorso suscettibile di infinite varianti: ci possiamo infatti inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro che li separa o ancora ritrovarci su una strada che li mette in comunicazione. Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro. Appare evidente allora come per l’essere umano la relazione con gli altri sia una delle modalità di relazione che – assieme a quella con se stesso, con il cosmo e, per chi crede, quella con Dio – gli permettono di costruire la propria identità e di vivere. Chi di noi non si è mai chiesto come percorrere i cammini dell’incontro, della relazione con l’altro, con ogni altro, con ogni volto umano?
In primo luogo occorre riconoscere l’altro nella sua singolarità specifica, riconoscere la sua dignità di essere umano, il valore unico e irripetibile della sua vita, la sua libertà, la sua differenza: è uomo, donna, bambino, vecchio, credente, non credente, ecc. È un essere umano come me, eppure diverso da me, nella sua irriducibile alterità: io per lui (o lei) e lui (o lei) per me! Teoricamente questo riconosci-mento è facile, ma in realtà proprio perché la differenza desta paura, si deve mettere in conto l’esistenza di sentimenti ostili da vincere: in particolare, c’è in noi un’attitudine che ripudia tutto ciò che è lontano da noi per cultura, morale, religione, estetica o costumi. Quando si guarda l’altro solo attraverso il prisma della propria cultura, allora si è facilmente soggetti all’incomprensione e all’intolleranza. Non spetta a me ricordare quanto sia stato decisivo il contributo di padre Balducci a tale proposito, soprattutto nelle opere dell’ultima fase della sua vita: L’uomo planetario e La terra del tramonto.
Bisogna dunque esercitarsi a desiderare di ricevere dall’altro, considerando che i propri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti ma si può accettare di imparare, relativizzando i propri comportamenti. C’è un sano relativismo culturale che significa imparare la cultura degli altri senza misurarla sulla propria: questo atteggiamento è necessario in una relazione di alterità in cui si deve prendere il rischio di esporre la propria identità a ciò che non si è ancora… Se ci sono questi atteggiamenti preliminari, allora diventa possibile mettersi in ascolto: ascolto arduo ma essenziale di una presenza, di una chiamata che esige da ciascuno di noi una risposta, dunque sollecita la nostra responsabilità. Non mi stancherò mai di ripeterlo: l’ascolto non è un momento passivo della comunicazione, ma è un atto creativo che instaura una confidenza quale con-fiducia tra i due ospiti, chi ospita e chi è ospitato. L’ascolto è un sì radicale all’esistenza dell’altro come tale; nell’ascolto le rispettive differenze si contaminano, perdono la loro assolutezza, e quelli che sono limiti all’incontro possono diventare risorse per l’incontro stesso.
Nell’ascolto si arriva progressivamente a porsi un semplice domanda: in verità, chi ospita e chi è ospitato? Ascoltare l’altro non equivale dunque a informarsi su di lui, ma significa aprirsi al racconto che egli fa di sé per giungere a comprendere nuovamente se stessi. E nell’ascolto – lo sappiamo bene per esperienza – occorre rinunciare ai pregiudizi che ci abitano, occorre lottare per farli tacere dentro di noi e a volte addirittura nelle posture fisiche con cui stiamo di fronte all’altro. Siamo inoltre chiamati a nominare e ad affrontare le paure che ci abitano quando entriamo in relazione con l’altro, senza pensare stoltamente di poterle rimuovere o sopprimere, perché altrimenti torneranno in seguito con maggior forza. Quando ci si immette in questo percorso di sospensione del giudizio, ecco che si appresta l’essenziale per guardare all’altro con sym-pátheia: quest’ultima è un atteggiamento che si nutre di un’osservazione partecipe, la quale accetta anche di non capire l’altro e tuttavia tenta di esercitarsi a “sentire-con lui”. In tal modo si comprende che la verità dell’altro ha la stessa legittimità della mia verità. E si faccia attenzione: ciò non equivale a dire che non c’è verità o che tutte le verità si equivalgono. No, ciascuno è legittimato a manifestare la propria verità, ognuno deve impegnarsi con umiltà a confrontarsi e a ricevere la verità che sempre precede ed eccede tutti, pur nella convinzione che la propria verità è quella su cui può essere fondata e trovare senso una vita. Questa “simpatia” decide anche dell’empatia, che non è lo slancio del cuore che ci spinge verso l’altro, bensì la capacità di metterci al posto dell’altro, di comprenderlo dal suo interno: è la manifestazione dell’humanitas dell’ospite e dell’ospitante, è umanità condivisa.
Attraverso queste tappe – mai schematiche, ma sempre da rinnovarsi nel faccia a faccia, mediante un’intelligenza creativa e un amore intelligente – si può giungere al dialogo, autentica esperienza di intercomprensione.
Dia-lógos: parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche; cammino di conversione e di comunione; via efficace contro il pregiudizio e, di conseguenza, contro la violenza che nasce da un’aggressività non parlata… È il dialogo che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate.
Sono le strade che ha percorso Gesù di Nazareth e che ha lasciato ai suoi discepoli come tracce da seguire, facendosi maestro con la sua arte della relazione, la sua volontà di ascoltare e accogliere quanti incontrava sul suo cammino, fino a lasciarsi costruire, edificare da questi rapporti. Possiamo intendere anche in questo senso alcune parole di padre Balducci in una delle sue ultime omelie: «La riconciliazione consiste in uno scambio tale per cui uno non è se stesso se non in quanto si riferisce all’altro.
Questa condizione antropologica piena è il luogo in cui si ritagliano le positive avventure della nostra vita, certamente parziali ma che ci fanno sognare un mondo diverso da questo». Un mondo in cui possa finalmente trovare compimento il desiderio di Gesù, che è la fonte e il culmine di ogni discorso sull’altro come dono: «Voi siete tutti fratelli» ( Mt 23,8).


               www.avvenire.it


sabato 1 agosto 2015

CHE LE VACANZE SIANO BUONE E FECONDE!!!!

VACANZA … 
un tempo per svuotarsi dall'effimero e riempirsi del duraturo

            Non c’è dubbio che l’ideale di vacanza è quello di evadere dalla rete del quotidiano, recuperando il tempo del disimpiego, per evadere (se possibile) dall’obbligo.
                  La parola vacanza non ha una bella etimologia, proviene dal verbo latino “vacare”, nel suo significato di vuoto, di ozio. L'aggettivo “vacus”, infatti, distingue una persona senza preoccupazioni, senza amore, quasi indifferente. La vacanza, molto spesso, è proprio così, avvolta nell'indifferenza: si guarda a se stessi, senza pensiero per tutto ciò che succede attorno.
            Ma vorremmo dare un significato diverso “allo svuotarsi”, che non è dall’impegno o dalla responsabilità, ma esattamente al contrario; è recuperare lo spazio del tempo interiore per stare con noi stessi, riscoprire  la dimensione del CUORE; che nella cultura biblica non è un muscolo e neanche il luogo metaforico dell’innamoramento, ma il cuore è la coscienza, è il centro della persona, il  luogo della libertà e dell’intimità, dove tutte le nostre facoltà si incontrano nella libertà di scelta.
       Vacanza in questo senso rende bello quello che facciamo, uno svuotarsi dall’effimero per riempirsi del duraturo, un allontanarsi dall’apparenza per gustare fino in fondo il sapore della sostanza, una sostanza che può essere illuminata dalla luce della verità e dell’amore. Vacanza diventa quindi ritrovare il gusto del fermarsi a riflettere … ritrovando il coraggio di pensare, per aprirci ad un dialogo profondo con l’altro e con l’Alterità.
       Benediciamo quindi questo tempo, e giunga a tutti voi una benedizione antica. Questa Benedizione è  racchiusa in una Poesia, che viene da una voce sconosciuta dalle “terre di Nairi”, dal paese d’Armenia, l’antico altopiano sotto il monte Ararat, dove secondo la leggenda si posò l’arca di Noè.
          E’ un canto di saggezza, parole di un dotto e dolce contadino-veggente che fu un grande poeta, e fu ucciso a trent’anni, nel fiore del suo genio.

ANTASDAN
(Benedizione per i campi dei quattro angoli del mondo)
Nelle plaghe d’Oriente sia pace sulla terra…..
non più sangue, ma sudore irrori le vene dei campi,
e al tocco della campana di ogni paese sia un canto di benedizione.
Nelle plaghe dell’Occidente sia fertilità sulla terra….
Che da ogni stella sgorghi la rugiada e ogni spiga si fonda in oro,
e quando gli agnelli pascoleranno sul monte germoglino e fioriscano le zolle.
Nelle plaghe dell’Aquilone sia pienezza sulla terra…..
Che nel mare d’oro del grano nuoti la falce senza posa,
e quando i granai s’apriranno al frumento si espanda la gioia.
Nelle plaghe del Meridione sia ricca di frutti la terra….
Fiorisca il miele degli alveari, trabocchi dalle coppe il vino,
e quando le spose impasteranno il pane buono sia il canto dell’amore.
Pubblicata nel 1914 in R. Zartarian, Meghaked (libro di letture per le scuole medie). Traduzione di Boghos Levon Zekiya.

Da un messaggio della presidenza del MASCI