ci salva
dal terrore
della nostra fine'
Ma per non avere paura l’unico antidoto
è una solidarietà più forte.
-
di Massimo Recalcati
Nessun
altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande
angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che
ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi
ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire
nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova
pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qohèlet.
Se anche ai conflitti più
aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi
economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto
inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo
ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene
costantemente rimossa dagli esseri umani.
Anzi si potrebbe dire che
l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente
dagli altri animali, della necessità della sua fine -, ma che sia un animale
mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del
reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale
dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli
esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno
inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a
distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista
del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica
per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che
sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine,
nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il
proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo
stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello
dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro
prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia
delle loro continue guerre.
Siamo solo una “masnada
di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della
guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico
l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come
teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché
confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun
altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se
provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce
come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più
sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più
vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che
il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede
resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla
rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata
con la fortuna.
Proviamo invece a
smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere
come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla
caduta.
Proviamo a vedere cosa
accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue
fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza
del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe
non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci
ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non
rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, della aggressione e della
costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe
potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la
morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte
potrebbe rendere possibile.
Si rilegga in questa luce
anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne
ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”,
ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come
nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di
quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti
bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora
prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qohelet: «guai a chi cade ed è
solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non
dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune
destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione
di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni
legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere
dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi
legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di
essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di
fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono
fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non
dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci se non dalla morte almeno
dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti.
Alzogliocchiversoilcielo
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