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lunedì 25 maggio 2026

LA TORTA ODISSEA

 


NON HO L'ETA'




 
a 15 anni è ozioso

 (e cosa serve davvero).


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove? 

 Dopo aver finito la lettura ho mostrato loro il trailer di «Odissey», l'atteso film di Cristopher Nolan. I ragazzi, oltre ad aver riconosciuto personaggi e episodi, forti della lettura integrale (i libri consunti, pieni di appunti e posti-it per me sono già un voto, e una studentessa ha detto alla madre che la sua Odissea va conservata per bene) hanno notato delle incongruenze. A scuola testiamo soprattutto la capacità mnemonica, dimenticando che l'intelligenza specificamente umana non è un magazzino ma un processo, che ha nell'attenzione la linfa e nella meta-cognizione il frutto: tenuta e capacità di giudicare i propri pensieri/sentimenti, valutare il pensato e il sentito e verificare se corrispondono alla realtà o a pregiudizi, illusioni, automatismi... Non c'è intelligenza senza consapevolezza dei propri pensieri, perché intelligenza (da inter, tra, dentro, e legere, cogliere) è capacità di scegliere. Intelligente non è chi sa più dati sull'Odissea (quella è capacità mnemonica che oggi identifichiamo con l'intelligenza tanto da definire tale quella artificiale), ma chi ha attivato la «modalità» Ulisse: capacità di stare di fronte al caos del reale e decidere, di volta in volta, chi essere e che cosa fare, senza soccombere o lasciarsi manipolare.  

 Un'intelligenza attenta e attiva: osserva, giudica, valuta, discerne, sceglie, inventa, crea...  

Nel poema più volte l'eroe parla a se stesso, mostrando l'unicità umana: abbiamo quella che, metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo, l'incompiuto in sfida.  

Di recente si è discusso se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant'anni fa non erano più intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»: l'arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche nell'educazione: solo puntando più in alto si fa centro.  

Per esperienza posso dire che bisogna farlo anche prima. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il classico di classe» (lettura integrale di un'opera in ogni classe). In una, essendo a Roma, scegliemmo l'Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi, antropologi, teologi) a seconda dell'aspetto da indagare. Ho incontrato di recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l'interrogazione ma con la densità dell'esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori). Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide per la prima volta Beatrice.  

I bambini hanno diritto a storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del mondo, necessari a sviluppare un'intelligenza capace di giudicare la verità di ciò che incontrano: dove c'è realtà e dove illusione, perché chi «intellige» (legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell'umano e dell'umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio... ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».  

La scuola, dentro o fuori dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di leggere: la nostra.  

Invece di linee guida sui programmi abbiamo bisogno di una riforma dell'accompagnamento alla lettura dai 6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica, audiolibri viventi. Basterebbe un'ora a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l'ora) per regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine l'anno, o 2 da 400 o 4 da 200...). Ascolto attivo: caccia ai tesori del testo, appunti e domande. Interrogativi, non interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera nella mente, ma è immortale nella carne.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo


venerdì 1 maggio 2026

RENZO e LUCIA

 


Perché continuare a leggere 

"I promessi sposi"

 nel biennio delle superiori?"


Non solo un romanzo storico, 

ma una storia viva

 che insegna a leggere

 la realtà con occhi critici


 -         di Samuele Pinna

Qualche giorno fa mi è arrivato un testo scolastico fresco di stampa su I promessi sposi, curato dall’amico Giovanni Fighera, che ricorda come «dalla riforma Gentile del 1923 sono solo due i testi della letteratura italiana che devono essere letti obbligatoriamente nel percorso degli studi delle superiori: la Divina Commedia I promessi sposi». 

Quest’ultimo «è l’unico capolavoro della modernità che tutti gli studenti d’Italia devono conoscere» (p. 38). 

Il suo impiego nei primi anni delle scuole superiori ha un intento formativo legato alle analisi narrative, rappresentando una tappa decisiva – e ciò avviene già dai primi decenni del Regno d’Italia – per la crescita e la diffusione della lingua italiana.


Il romanzo manzoniano chiede tempo, stratificazione, ritorni, restando un laboratorio insostituibile. E, proprio per questo, dovrebbe accompagnare gli studenti lungo l’intero percorso delle superiori, diventando una sorta di bussola narrativa e linguistica che permette di attraversare registri, stili, scelte lessicali che ancora oggi plasmano la nostra italica prosa.

Sul piano del romanzo storico, poi, I promessi sposi è un modello che non smette di interrogare. Manzoni non si limita a raccontare un’epoca: la scava, la problematizza, la mette in tensione con il presente. La peste, la giustizia, il potere, la paura collettiva, la fragilità delle istituzioni, l’affidamento a ciò che si percepisce presente ma non si può controllare con l’ausilio della tecnica (la Provvidenza): temi che gli studenti riconoscono immediatamente come attuali. Ma per coglierne la profondità è necessario il tempo, serve un dialogo costante tra storia, letteratura e vita, oltre alla concreta possibilità di tornare sui capitoli con occhi diversi, anno dopo anno.

Leggere Manzoni in profondità è un investimento culturale, perché significa offrire ai ragazzi un testo che cresce con loro, che si lascia scoprire progressivamente, che educa alla complessità dell’esistenza senza rinunciare alla limpidezza dei valori che contano davvero e che non invecchiano. Vuol dire, soprattutto, restituire alla scuola la sua missione più alta: non solo inseguire i programmi, ma formare lettori capaci di pensare, interpretare, riconoscere nella grande letteratura parole decisive per la propria crescita.

Un ruolo essenziale, in questo senso, spetta agli insegnanti, che non solo devono impegnarsi a spiegare la finezza dello stile manzoniano e della lingua italiana tout-court (oggi tanto bistratta ideologicamente), ma anche a far amare quei libri fondamentali per orientare l’esistenza. La critica spesso ripetuta è che, una volta conclusa la scuola dell’obbligo, questi testi vengano rifiutati o addirittura detestati: il compito è allora quello di far emergere anche il loro messaggio più recondito, capace – com’è – di raggiungere qualsiasi persona di ogni tempo. Il buon docente, oltre ai discorsi eruditi, dovrebbe condurre al cuore del “senso” racchiuso nell’opera manzoniana (come negli altri classici), senza piegarla a ideologie di parte né scadere nell’indottrinamento, ma mostrando il tesoro che si cela tra le righe.

Non esiste un’età per imparare ad ascoltare un messaggio capace di cambiare il modo di guardare la realtà e oggi è urgente tornare a letture “vere”, “necessarie”, realmente “profonde”, evitando quelle che propagandano un mondo irreale. I giovani hanno bisogno – anche a quattordici e quindici anni – di rileggere la propria interiorità, superando gli schemi imposti da certa “cultura” e difficili da respingere perché onnipresenti in qualsivoglia piattaforma educativa e presentati come “diritti di civiltà”. Anche ne I promessi sposi si parla all’uomo in quanto uomo (e non solo a quello dell’Ottocento) e si consegna un messaggio straordinario – che sintetizzo con l’ausilio del grande pedagogista Franco Nembrini –: la vita è davvero una promessa di bene. La parola manzoniana più adeguata sarebbe “verità”: «già il titolo stesso del romanzo – I promessi sposi – identifica, fotografa il desiderio dell’uomo, che ha dentro la parola “promessa” e la parola “sposi”, cioè quella forma di unità e di pace che è il rapporto tra l’uomo e la donna, il matrimonio, la forma forse più alta e più difficile di unità e di pace e di letizia» (Che c’è d’allegro in questo maledetto paese?, p. 60).

Non saranno, forse, proprio questi valori a non piacere più in una società confusa come l’attuale?

IL TIMONE

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domenica 28 maggio 2023

MANZONI, CANTORE DEGLI ULTIMI


Il Papa: Manzoni “cantore di vittime e ultimi”, protetti dalla Provvidenza di Dio

Francesco, dopo la recita del Regina Caeli, dedica le sue prime parole all’autore de “I promessi sposi”, nel 150.mo anniversario della morte, definendolo “una delle figure più alte della letteratura”, che nel suo capolavoro descrive poveri e sofferenti come “sostenuti anche dalla vicinanza dei pastori fedeli della Chiesa”

- di Alessandro Di Bussolo – Città di Vaticano

“Cantore delle vittime e degli ultimi”: così Papa Francesco definisce lo scrittore Alessandro Manzoni, del quale lo scorso 22 maggio si è commemorato il 150° anniversario della morte, nelle prime parole dopo la recita del Regina Caeli di questa domenica. E lo qualifica “una delle figure più alte della letteratura”. Nelle opere del grande romanziere lombardo, autore de I promessi sposi, spiega il Papa le vittime e gli ultimi “sono sempre sotto la mano protettrice della Provvidenza divina, che ‘atterra e suscita, affanna e consola’”. E inoltre “sono sostenuti anche dalla vicinanza dei pastori fedeli della Chiesa, presenti nelle pagine del capolavoro manzoniano”.

"Ho letto sposi tre volte, mi ha dato tanto"I promessi

Francesco, il 19 agosto 2013, qualche mese dopo la sua elezione, nell’intervista rilasciata ad Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, affermava: “Ho letto il libro I promessi sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quand’ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: ‘Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti’”.

Francesco e le citazioni del Manzoni

Il 14 gennaio 2014, ricevendo in udienza il vescovo Anthony Palmer, responsabile ecclesiastico internazionale delle Chiese Evangeliche Episcopali, il Papa ha registrato un piccolo videomessaggio in cui riferendosi all’unità dei cristiani affermava: “Dice uno scrittore italiano famoso, il Manzoni, in un romanzo, un uomo semplice del popolo dice questa frase: ‘Non ho trovato mai che il Signore abbia incominciato un miracolo senza finirlo bene’”. E nell’udienza generale del 27 maggio 2015 dedicata ai fidanzati, evocando I promessi sposi, raccomandava: “Voi italiani, nella vostra letteratura avete un capolavoro sul fidanzamento. È necessario che i ragazzi lo conoscano, che lo leggano”.

Vatican News

MATTARELLA: MANZONI PARLA ALL'UOMO DI OGGI





venerdì 7 aprile 2023

PASQUA. GIOIA CONDIVISA

 

Auguri pasquali 2023

- p. Giuseppe Oddone

Porgo a tutti gli associati dell’AIMC i più sentiti e gioiosi auguri, accompagnandoli con la mia preghiera.

È la Pasqua del Signore! Pasqua vuol dire speranza, perché la storia di Gesù non termina con la sua morte, ma con la sua risurrezione, che ci fa rileggere alla luce di questo evento tutta la sua vita terrena.

II Signore risorto è sempre con noi! Egli viaggia con noi nella traversata della vita, ci esorta a non temere in mezzo alla tempesta, ad avere fede in Lui, unico pane di vita, a ringraziarlo perché ci ha portato la salvezza. Egli è la nostra pace e ci abbandoniamo a Lui anche quando siamo minacciati dal male, dalla guerra, dalla disperazione, dalla cattiveria, dagli errori delle persone.

La risurrezione di Gesù è un fatto reale e soprannaturale, da comprendere con la fede, anche se non può essere spiegato con le nostre categorie mentali. Ci sono tuttavia tanti indizi esterni che testimoniano la risurrezione di Gesù: il suo sepolcro è stata trovata vuoto dagli amici e dai nemici, Egli inoltre ha preso l’iniziativa di apparire ai suoi discepoli, inizialmente pieni di timore, si è fatto identificare attraverso alle sue piaghe gloriose, si è fatto continuare nella Chiesa inviando i suoi discepoli in missione in tutto il mondo. Inoltre, le prime professioni di fede e la prima predicazione degli apostoli, diretti testimoni di questo evento, affermano che il Crocifisso è risorto secondo le Scritture e che ogni persona lo può incontrare, perché Egli porta la salvezza e la redenzione a chi lo accoglie, rinnovando la sua vita.

Gesù Risorto offre al credente di ogni generazione i suoi doni: la pace del cuore, la gioia profonda di sentirsi perdonati ed amati da Dio, la presenza del suo Spirito nella profondità del nostro essere; ci rende nuove creature e ci invia nel mondo e nella storia che scorre nei secoli perché annunciamo e testimoniamo il suo amore.

Esemplifico il mistero e la forza della risurrezione di Gesù con un esempio letterario.

Ricordiamo quest’anno il 150° anno dalla morte di Alessandro Manzoni (1785-1873). Dopo la crisi giovanile ed il ritorno alla fede (1810) egli sentì il bisogno di fare oggetto della sua arte i valori in cui era stato educato nella fanciullezza e nella prima adolescenza e rinnovare la sua visione del mondo e la sua poesia. Il primo degli Inni sacri, dopo la sua conversione è appunto “La Risurrezione” (1812). È tutto pervaso da un’esplosione di gioia che riempie l’universo, i vivi ed i defunti che vissero nell’attesa del salvatore ed ha il suo vertice nel cuore di Maria, regina del cielo, il cui grembo è stato il nido in cui Dio sì è fatto uomo. Ora ella accanto al Figlio risorto inizia la sua potente intercessione. E’ Dio stesso che ha stabilito che ogni preghiera della Vergine in nostro favore fosse una legge, una decisione della sua divina volontà:

Dall’altar si mosse un grido:

Godi, o Donna alma del cielo;

Godi; il Dio cui fosti nido

A vestirsi il nostro velo,

È risorto, come il disse:

Per noi prega: Egli prescrisse,

Che sia legge il tuo pregar.

O fratelli, il santo rito

Sol di gaudio oggi ragiona;

Oggi è giorno di convito;

Oggi esulta ogni persona.

La Pasqua è gioia condivisa, è festa e convito, che anticipa quello del cielo. Ecco a cosa porta tutto il nostro cammino di conversione e purificazione, specificato negli ultimi due versi della poesia: chiunque confida nel Signore potrà salvarsi, e come lui risorgere.

Nel Signor chi si confida

col Signor risorgerà.

 

P. Giuseppe Oddone, A.E. Naz. AIMC