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sabato 7 settembre 2024

TEMPO di PROGETTARE ed AGIRE



Inizio di anno! Per gli studenti, per le comunità, per le associazioni è tempo di progettare. 

Nell’arte del progettare entrano in gioco la visione, l'etica, il desiderio, la competenza, la condivisione, la memoria, la lungimiranza, il coraggio, la lealtà, le relazioni, la comunità, la valorizzazione, l’impegno e la costanza, ma anche la passione, l’amore e l’entusiasmo, per essere (o volere essere) vivi e fecondi, visibili e credibili, non semplici viventi. 

Autoreferenza, arroganza, nepotismo, tiepidezza, passiva consuetudine non favoriscono la progettualità e la fecondità. Danneggiano il 'bene comune', creano sterilità e false illusioni, non cammino e vita .

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-         di Alessandro D’Avenia

-           “E io ancora mi sveglio aspettando un messaggio che non arriva… tutta la vita”. Così canta Drast, cantautore del 2001, in un verso che sintetizza la ricerca della sua generazione: l’attesa vana di un messaggio d’amore. La canzone, intitolata “Tutta la vita”, si riferisce a una ragazza sparita all’improvviso, ma quando nel finale chiede: “Dove sei andata?”, la domanda si può adattare alla vita stessa, promessa d’amore non mantenuta. Ed è infatti questa la domanda dei ragazzi con cui ho a che fare tutti i giorni a scuola: dove è finita la vita?

Viventi o vivi?

Hanno “tutto” per “essere viventi”, ma “poco” per “essere vivi”. Il combinato di consumismo, nichilismo e individualismo (che chiamo CONIND, vera pandemia esistenziale) di cui li abbiamo dotati paralizza il desiderio e quindi il destino, rendendoli anzitempo apatici, impauriti o depressi. Ma il dolore è anche la loro salvezza, perché il desiderio non può essere mai distrutto, è più radicale della paura di non essere abbastanza: la spinta a nascere sempre di più caratterizza gli umani, che sanno coniugare i verbi al futuro e sono apparsi sulla Terra cominciando a seppellire i loro simili, convinti che l’oltre, non la morte, ha l’ultima parola. 

A ispirare quest’oltre è il desiderio: principio di umanizzazione e animazione della vita, che sin da bambini impariamo ad allenare o distruggere guardando quello che desiderano gli adulti. Lo diceva già due secoli fa Leopardi: “Sebbene spento nel mondo il grande e il bello, non ne è spenta in noi l’inclinazione. Se è tolto l’ottenere, non è tolto né possibile a togliere il desiderare. Non è spento nei giovani l’ardore che li porta a procacciarsi una vita, e a sdegnare la nullità e la monotonia” (Zibaldone, agosto 1820). Sta a noi adulti nutrire il loro desiderio e non solo il loro stomaco, non scambiare la gioia(creare/amare) con il pienessere (consumare/usare). 

La felicità

La felicità è scoprire ciò in cui ciascuno di noi è insostituibile e agire di conseguenza. I ragazzi vengono immessi in un sistema culturale che invece chiede a tutti la stessa cosa, e così a poco a poco il loro desiderio si spegne, il loro destino evapora. Quando arriva maggio cerco di chiudere programmi e verifiche, per dedicare le ultime settimane di scuola all’esplorazione della loro vocazione attraverso esercizi, letture, test. La maturità, esame che promuove il 99,8% dei ragazzi ed è quindi inutile, si chiude con la paternalistica domanda di rito: “Dopo che vuoi fare?”. Questa domanda, posta in corner e non sempre (in genere solo ai “bravi”), indica tutta l’inadeguatezza di un sistema educativo in cui la vocazione di ciascuno, invece di essere la prima, è l’ultima delle preoccupazioni. Dovrebbe essere “la” domanda, la prima, appena seduti all’esame: “Perché sei venuto al mondo?”. Se dopo 13 anni a scuola con adulti “educatori” non hai scoperto i tuoi talenti e i tuoi limiti che cosa abbiamo fatto con te? Ti abbiamo educato o addestrato? Fatto nascere o imbalsamato? Dove troverai mai il coraggio di vivere, anzi di “essere vivo”, se non sai neanche che cosa “ti rende vivo”? La domanda a cui questa generazione va allenata è questa: “Perché sei qui?” e non “Che cosa vuoi fare?”. 

Il “perché?”

Il “perché” è ciò che poi genera qualsiasi “che cosa” e “come”: chi sa il “perché” può affrontare poi ogni “come” e “che cosa”. Per capirsi: il mio perché non è fare l’insegnante, lo scrittore, il narratore, l’editorialista… questi sono solo i “come” e “che cosa” di una più radicale vocazione, ciò che mi fa essere vivo, il perché sono qui, che cosa posso essere e fare solo io, ciò che mi consente ogni giorno di venire alla luce e al mondo: sono qui per aiutare gli altri a trovare la propria vocazione attraverso la bellezza, risvegliare il loro desiderio addormentato o scoprire quello ancora sconosciuto. Che poi questo diventi “lavoro” (e quindi valore riconosciuto e retribuito) attraverso una lezione, un articolo, un libro o un racconto teatrale, lo detta la contingenza storica e le occasioni incontrate. 

Il desiderio

Il desiderio è quel principio di ispirazione che libera dalla “bipolarità” di cui è prigioniera questa generazione (e non solo): piacere (faccio solo quello che mi va) e dovere (prima o poi sono costretto a far qualcosa). Oscillare tra piacere e dovere significa avere rinunciato alla libertà, lasciar decidere altro o altri, in balia di emozioni passeggere o costrizioni eterodirette. Per questo poi l’arena per esistere un po’ di più diventano i social, vite schermate utili a lenire il dolore di non essere nessuno, cioè di nessuno (solo chi appartiene esiste, solo chi si riceve nelle relazioni buone poi si avventura nella vita). Ma per fortuna la vita è generosa, e sempre qualcosa o qualcuno risveglia l’ispirazione, il desiderio, che ha dentro sia il dovere (chiunque ami qualcosa si impegna, costi quel che costi, per ciò che ama, altrimenti non lo ama), sia il piacere, per la persona “ispirata” tutto diventa piacere, anche la fatica, perché tutto punta a fare altra vita, creare e crearsi: ricrearsi. 

Maturare un’arte di vivere

Ma come può questa generazione maturare un’arte di vivere, senza prima averne l’ispirazione: il desiderio o vocazione che dir si voglia? E come può farlo se nessuno li aiuta a scovarla? Che me ne faccio di un ragazzo che sa chi è Telemaco se poi non riesce ad essere Telemaco (nome che vuol dire “colui che combatte da lontano”: per chi e cosa lotti tu “da lontano”, cioè fin da ora, anche se non lo ottieni subito?) ma si limita ad essere Telefono (una vita schermata)? E qui il tema diventa politico come segnalava sempre Leopardi: “L’ardore giovanile, cosa naturalissima, universale, importantissima, una volta entrava grandemente nella considerazione degli uomini di Stato. Questa materia vivissima, e di sommo peso, ora non entra più nella bilancia dei politici e dei reggitori, ma è considerata appunto come non esistente. Eppure, esiste ed opera senza direzione nessuna, senza provvidenza, senza esser posta a frutto”. 

La politica 

La politica di cui parlo non è quella dei politicanti che spesso è solo farsa o retorica del potere, ma la cura operata da chiunque abbia affidate delle vite, un progetto da realizzare e non la gestione di risorse da esaurire (da quando le persone si chiamano “risorse umane” non possiamo che esser tutti esauriti: tutto comincia sempre dalle parole sbagliate). Manca un progetto educativo, una paideia che abbia a cuore i destini di ciascuno e quindi di tutti. La scuola continua a servirsi del lessico militare con cui è nata a fine Ottocento, quando serviva a mettere dietro una scrivania dei contadini: appello, file, classe… anziché aprirsi a quello della bottega (maestro, movimento, stile…). Non basta più un sistema che punta ancora a “intruppare” anziché a “individuare”, nell’unico modo in cui ci si individua: all’interno di relazioni generative (sin da quando siamo bambini impariamo a dire “io” dopo aver detto “tu”) e trovando lo stile originale di ciascuno. 

L’energia

Leopardi, riferendosi ancora all’ardore giovanile continua così: “laddove anticamente era una materia impiegata e ordinata alle grandi utilità pubbliche, ora questa materia così naturale e inestinguibile divenuta estranea alla macchina e nociva, circola e serpeggia e divora sordamente come un fuoco elettrico, che non si può sopire né impiegare in bene né impedire che non scoppi in temporali e terremoti”. Gli era già tutto chiaro: i giovani rivolgono l’energia inespressa del desiderio o contro gli altri o contro se stessi (chi non crea de-crea, chi non genera de-genera): violenza, suicidi, dipendenze, patologie alimentari, abulie o iperattivismo, depressioni… ne sono la crescente evidenza. Questa fragilità è fragilità del desiderio oppresso o represso. 

La concretezza

Può sembrare un quadro fosco, ma non lo è, perché lo riporta a una concretezza possibile. Infatti, vedo fiorire o rinascere chi trova adulti disposti a chiedere: “Perché sei venuto al mondo?”, adulti che ascoltano la risposta senza imporre copioni, e rimangono a far la strada insieme, anzi magari la aprono. La riposta dei giovani non è quasi mai: sono qui per comprare cose, fregarmene di tutto e tutti, e divertirmi più che posso… queste sono solo fughe dal dolore profondo del desiderio dimenticato e quindi del destino mancato. Non sono ottimista, perché ritengo l’ottimismo l’ideologia paternalistica che parla dei giovani (mai “con” i giovani) come “il futuro” senza poi fare nulla, ma sono invece pieno di speranza, che è azione concreta rivolta a ciò che ho per le mani. 

Il futuro

Un giovane non è il futuro, ma ha il futuro in sé, solo se impara a dargli un nome, il proprio: ciò che solo lui può essere e fare, scoprendo che i talenti che ha non gli appartengono ma sono già del mondo che li sta aspettando, la sua unicità è per la comunità. Solo così scopre che è necessario al mondo, proprio facendo venire al mondo quello per cui è fatto, e si tira fuori dall’anonimato nichilista, consumista e individualista, diventa “vivo” non solo lui ma tutto attorno a lui. 

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Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 8 febbraio 2024

ACCORPARE LE SCUOLE. QUALE PROGETTO ?

 Se gli accorpamenti “nascondono” l’assenza di un progetto educativo serio

Carenza di iscrizioni, via agli accorpamenti. 

La scuola pullula sempre più di iniziative "estranee" alle discipline. 

Non lamentiamoci se è considerata un parcheggio.

-di  Innocenzo Calzone

Da qualche anno preannunciato, pare sia arrivato il tempo, per molte scuole italiane, di essere soggette ad uno accorpamento dai più non molto desiderato. Diverse esigenze, soprattutto un calo di iscrizioni legato alla carenza di nascite, questioni economiche, speculative, bilanci di qua e bilanci di là hanno determinato una soluzione così drastica. Il risultato: eliminazione di storie legate ai luoghi, riduzione di personale, cancellazione di ogni sorta di umanità, disorientamento. Certo in un momento storico in cui la natalità è pari a zero, prima o poi doveva pur accadere che venissero fatti tagli. Questo sì. Di aumento di stipendi invece guai a parlarne. Grave è che si possa affermare senza remora, come ha fatto il direttore dell’ufficio scolastico regionale campano, che a lui non interessa se un ragazzo debba svegliarsi alle cinque del mattino per prendere l’autobus e spostarsi nella città più vicina, anche a 50/60 km, per poter studiare. Tutti abbiamo fatto sacrifici, lui non so. Il dio denaro impera anche in ambiti educativi: pago, compro, quindi imparo. Valanghe di iniziative in una scuola serbatoio di denaro pubblico per enti e associazioni esterne che di scuola poco sanno, luogo disponibile per progetti e progettini distogliendo l’alunno da un ambito familiare, se c’è ancora, e da un impegno serio con le materie. “Basta che resta a scuola professó, io a casa non riesco a tenerlo”. Tempo pieno? Di più. “Devo lavorare, devo essere libera, mio figlio ingombra” …parole sempre più ricorrenti e imbarazzanti tra le genitrici di ragazzi lasciati crescere con la nonna, con la zia, …con la scuola parcheggio.

E in tutto questo balbettare educativo la scuola cosa fa? Compra le coscienze, il sapere degli alunni con attività profumatamente sostenute dove del destino dei singoli poco interessa se non giustificarsi dicendo che i soldi, in fondo, li ha messi; responsabilità del dirigente, dei docenti che non hanno saputo gestirli. Pochi soldi, poche risorse, che si fa? Si accorpa. Ma è vero accorpamento di scuole o un tentativo di accoppare le menti? Sembra si tratti di tarpare le ali a storie di scuole, di edifici, di luoghi attorno o dentro i quali ci sono stati destini che hanno trovato in quei luoghi il riconoscimento di legami, amicizie, di una storia. Accoppa menti, accoppa storie, accoppa identità, questo è. Senza alternative concrete, si chiude. Si manifesta sempre più un allontanamento dalle questioni cruciali, regalando iniziative e fondi ai docenti che non hanno più voglia e tempo, tanto sono immersi in burocrazie delle più svariate.

 PNRR, Futura, Scuola Viva, Orientamento, recuperi, potenziamento, cineforum, laboratori. Tutto bello, tutto giusto, …tutto superfluo? Ormai tali proposte non interessano neanche agli alunni, desiderosi di evadere dalle quattro mura scolastiche, che diventano oggettivamente oppressive, per poter fare attività sportiva, passeggiate, amicizie. Dopo aver trascorso sette e più ore di permanenza nelle aule e non avendo neanche spazi aperti, cortili per poter dialogare, passeggiare, sgranchirsi gambe e cuore. Accoppare dunque sembra il verbo più idoneo per indurre a far soccombere, a schiacciare le fragili personalità di ragazzi che vorrebbero un po’ di ordine, indicazioni più snelle, attività libere. E invece il ministero pensa a riempire spazi apparentemente vuoti, a proporre una vita decisa a tavolino, a organizzare momenti “costruttivi per il bene della società”. Verrebbe la voglia di accoppare certi dirigenti, accoppare certe fantasticherie psichiatriche, accoppare chi della burocrazia fa un vanto. E invece, cosa si fa? Si accorpano scuole.

 

Il Sussidario

 

sabato 17 dicembre 2022

A CACCIA DI UNA BUONA SCUOLA

 *IL GRAN BALLO DEGLI OPEN DAYS*

È vero che l’open day è la carta di identità della scuola, perché dice qual è il trend. E c’è da preoccuparsi: una miriade di attività dove la lezione è una perfetta estranea.

                                    - di Corrado Bagnoli

C’era una volta, nell’industriosa, fiorente Brianza una giovane insegnante di nome Alice. Detta così sembrerebbe una fiaba. Ma Alice, che abita davvero nella laboriosa Brianza, è la mia giovane collega, mica un personaggio da fiaba. Anche se, ascoltando il suo racconto, verrebbe proprio da pensare che la realtà, oggi, è più fantasiosa delle fiabe.

Alice, come ho già scritto altrove, ogni santissimo giorno, entrando a scuola sospira una frase – come una specie di mantra – in cui esprime il suo desiderio: “vorrei insegnare”, magari con in mezzo ai due verbi un anche, a rendere meno pretenziosa la sua richiesta.

Ma ad Alice capita anche di avere un figlio che deve andare alla scuola primaria. E così per qualche settimana si trova catapultata dall’altra parte della barricata. Mamma giustamente interessata al futuro scolastico del figlio, frequenta open day dalle 10 del mattino alla mezzanotte – perché qualche scuola si è inventata l’open night: vuoi mettere? Tutti organizzano open day, ma di open night nemmeno l’ombra. E forse un motivo c’è.

Fatto sta che la mia giovane collega più che essere Alice nel paese delle meraviglie, rischia di diventare Cenerentola al ballo del principe. Non demorde, lascia i quaderni con i compiti dei suoi alunni da correggere, i piatti dentro il lavandino – che tanto poi li laviamo domani – i figli dalla mamma, e con il marito ne gira un po’ di queste feste sciagurate. In scuole pubbliche paritarie con motto in latino, scuole cooperative bilingue con pulmino con stemma fintomedievale, scuole statali con bandiere arcobaleno alle finestre.

Lei e il marito vengono accolti da maestre e dirigenti scolastici; qualche volta dagli alunni che con piglio sicuro illustrano la loro scuola; talvolta da file di sedie in ordine davanti a uno schermo su cui proiettano slide, video, interviste, tutto abilmente montato su pc e asetticamente mostrato ai genitori entusiasti.

Loro lo sono un po’ meno di fronte a questo scintillio di moderna tecnologia, all’elencazione di laboratori, progetti, attività extracurricolari. Del resto, Alice vorrebbe anche insegnare nella sua scuola e in fondo ne cerca una per suo figlio dove possa accadere che lui impari, perché qualcuno insegna.

Comincia a essere delusa, guarda sconsolata il marito, quasi le viene da tirare i remi in barca. Ma c’è ancora qualche scuola da visitare e prende coraggio, si iscrive all’ennesimo open day, come ci si iscrive appunto al gran ballo del principe ereditario.

Così entra in una scuola statale piccola, inquadrata dentro un comprensivo con tutte le sue carte in regola, ma con pochi lustrini e una signora cordiale e bonaria che dice di essere la dirigente scolastica e presenta la sua collega di religione che aprirà la serata di presentazione: niente pc, niente megaschermi, niente musiche d’accoglienza. E poi un’insegnante di religione – cosa piuttosto insolita – un sorriso e una voce: che sia questa la scuola giusta?

L’insegnante di religione si avvicina cordiale ai genitori presenti e innanzitutto li rassicura: “Sì, lo so, si chiama religione cattolica la materia che insegno. Ma non dovete temere: noi in questa scuola mica insegniamo a pregare. C’è anche l’ora alternativa alla religione cattolica, ma in verità chiunque di voi può tranquillamente iscriversi all’ora di religione. Che è, come tutta la nostra scuola, totalmente inclusiva: niente dogmi, e se qualche volta ci capita di parlare di Dio è perché magari la storia o l’arte ci costringono a farlo. Del resto, abbiamo su tutto un approccio metodologico altamente inclusivo: quello a cui vogliamo portare i nostri ragazzi è una seria coscienza civile, quello a cui vogliamo indirizzarli è il rispetto di valori condivisi – che poi sono anche alla base del cristianesimo – come il rispetto della natura, degli animali e delle cose. Per questo abbiamo, soprattutto per i bimbi portatori di bisogni speciali, aree dedicate con orti e giardini in cui le parole diventano buone pratiche quotidiane”.

Alice, sconcertata, guarda suo marito: lavora anche lei in un comprensivo e sa che l’insegnamento della religione cattolica è regolamentato da un concordato, da accordi tra istituzioni, indicazioni didattiche condivise tra scuola e autorità ecclesiastiche. Possibile che si sia persa qualcosa?

In realtà la questione della religione non era neanche la prima delle sue preoccupazioni. Ma se in una scuola sono capaci di insegnare una cosa che in realtà è un’altra, che cosa potrebbe capitare al suo bambino? In quale buca è caduta Alice? Quale Regina di cuori ha riscritto la storia? Il Papa e i vescovi che chiedono coraggio alla Chiesa lo sanno che gli insegnanti di religione hanno il culto del cavolfiore e del pomodoro?

Alice non aspetta mica il coniglio che grida e ripete “Presto, che è tardi”. Viene via sconsolata. Le rimangono ancora due open day e una notte di mezzo. E spera che il suo brutto sogno finisca.

 

Il sussidiario

lunedì 16 agosto 2021

L'INTRAPRENDENZA, UNA RISORSA

Intraprendere, una questione di relazioni “Al centro di ogni impresa vi sia l’uomo: non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze e le sue fatiche” . E' da questa prospettiva indicata da Papa Francesco che prende spunto la riflessione di Giovanni Marseguerra, docente di Economia Politica 

 -di Giovanni Marseguerra* 

 Alla base di ogni attività imprenditoriale vi è sempre una persona con il suo desiderio di fare qualcosa di grande e importante. È questo desiderio la molla che guida e consente di dare concretezza ad ogni specifica attività economica. Si può dire che il desiderio di intraprendere è intrinseco alla natura umana e al suo tendere verso una meta infinita. La libera creatività umana è poi essa stessa un dono di Dio che ha come essenziale complemento, per il suo pieno dispiegarsi, la responsabilità che deve sempre accompagnare l’agire umano, anche quello relativo alla sfera economica: responsabilità verso chi condivide l’iniziativa, responsabilità verso gli altri, verso la società intera. Come chiarisce Papa Francesco, il senso di responsabilità deve essere la cifra dell’impegno di ogni imprenditore: “La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo” (Evangelii Gaudium, n. 203). 
 La Dottrina sociale della Chiesa ha saputo elaborare, nel corso del tempo, una ricca e articolata visione dell’impresa e dei suoi fini, basata sui principi della solidarietà, della sussidiarietà e del bene comune. E in cui la centralità della persona è sempre confermata e rinnovata: “Al centro di ogni impresa vi sia l’uomo: non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze e le sue fatiche” (Papa Francesco, Discorso agli imprenditori riuniti in Confindustria, 27 febbraio 2016). L’iniziativa in campo economico è una delle tante espressioni dell’umana intelligenza e nasce dall’esigenza di rispondere ai bisogni dell’uomo attraverso l’uso della creatività e della collaborazione. Ma l’imprenditorialità è una vocazione tanto nobile quanto difficile da praticare: “La nobile vocazione dei leader dell’imprenditoria diventerà evidente nella misura in cui ogni attività umana diverrà una testimonianza di speranza nel futuro e un incentivo a una maggiore responsabilità e preoccupazione sociale attraverso il saggio uso da parte di ogni persona dei propri talenti e capacità” (Messaggio di Papa Francesco ai Partecipanti al XXVI Congresso mondiale dell’UNIAPAC, 22 novembre 2018). 

* Docente di Economia Politica

Vatican News

sabato 13 marzo 2021

L'EREDITA' CHE IL COVID CI LASCERA'

Nessuno più dubita che la pandemia sia tra quegli eventi che segnano un spartiacque nella storia dell’umanità, una svolta epocale. Forse neppure in tempo di guerra la vita era cambiata in modo così radicale.

 


-         di Giuseppe Savagnone*       

È legittima la previsione che un cambiamento di questa portata sia destinato non solo a segnare il nostro attuale modo di vivere, ma anche a lasciare tracce profonde su quello che avremo quando la pandemia sarà superata.

Probabilmente queste tracce si depositeranno anzi sul nostro stesso essere. Come saranno, da grandi, i figli della generazione del lockdown, quella che non ha potuto frequentare, nel migliore dei casi, in modo regolare, la scuola, per un periodo di tempo ancora non determinabile? Che non ha potuto vivere quelle esperienze di relazioni, di svaghi, di viaggi, che le generazioni precedenti, ameno nei Paesi industrializzati, avevano vissuto?

Per quanto riguarda le conseguenze della chiusura delle scuole, è prevedibile che questi ragazzi avranno per sempre dei vuoti culturali, più o meno gravi a seconda delle loro condizioni sociali ed economiche, perché è dimostrato che la Dad (Didattica a distanza) penalizza molto di più i poveri (minore disponibilità di strumenti tecnici adeguati, abitazioni anguste dove non è facile isolarsi, mancanza dei supporti familiari di cui godono spesso i figli di famiglie socialmente più favorite). Le differenze di opportunità di lavoro e di guadagno, già adesso enormi, saranno perciò inevitabilmente accresciute.

Ma anche i figli dei ricchi porteranno sulla loro pelle lo stigma di una esperienza di isolamento che non ha precedenti e che sta incidendo sulla loro gioia di vivere e sulle loro capacità di sperare. Anche i più maturi ed equilibrati non possono non avvertire la sofferenza per mesi ed anni desinati naturalmente alla espansione della loro esperienza di vita e invece di fatto perduti. Che cosa comporterà questo nei loro equilibri di adulti? Non possiamo dare risposte, ma l’interrogativo rimane inquietante.

Lo smart-working : le conquiste destinate a durare

È vero però che questi effetti duraturi della pandemia possono essere visti non solo come conseguenza negativa di una catastrofe, ma anche, per altri versi, come una opportunità.

Si pensi allo smart working. Il virus ci ha costretto a scoprire che in molti casi non era necessario affrontare ogni giorno lunghi ed estenuanti viaggi di trasferimento (andata e ritorno!), in treno o in automobile, per recarsi in ufficio, e che la stragrande maggioranza di quello che si faceva all’interno delle grandi strutture fisiche di cemento, di acciaio e di vetro si poteva egualmente svolgere affidandosi alle vie impalpabili della rete.

Non si tratta solo del lavoro dipendente. Lo stesso sta accadendo anche per molte riunioni d’affari o perfino per convegni che comportavano la convergenza dei partecipanti da località diverse, impiegando giorni interi per il viaggio e la permanenza lontano da casa. Almeno per alcune di esse, si sta constatando che, incontrandosi su zoom o su meet, si possono scambiare egualmente delle idee e stabilire delle intese, guardandosi negli occhi (questa è una differenza fondamentale rispetto al telefono).

Una scoperta che è difficile sia dimenticata quando si tornerà alla vita “normale”. Troppi sono i vantaggi – in termini economici, ma soprattutto di tempo e di qualità della vita – di questa drastica riduzione degli spostamenti per lavoro.

Le ricadute sulle città

Se questa prospettiva, che non sembra azzardata, troverà conferma, enormi saranno le conseguenze. Già da adesso gli esperti prevedono che, in città come Milano, enormi spazi attualmente adibiti ad uffici dovranno essere rimodulati per nuove finalità. Questo è vero per tutte le grandi metropoli, che vedranno cambiare il loro volto. Si parla di nuovi spazi dove ospitare attività che favoriscano la vita comunitaria dei rispettivi quartieri. Ma è aperto tutto un ventaglio di possibilità che ancora dev’essere esplorato. Anche in collegamento con la redistribuzione delle aree destinate all’edilizia e quelle invece dedicate al verde pubblico.

Tutto ciò comporta già e comporterà sempre di più una ricaduta sui rapporti tra periferie e centro. Venendo meno l’esodo quotidiano che portava ogni giorno gli abitanti delle prime a spostarsi verso il secondo, diventerà più plausibile una riqualificazione di quartieri fino adibiti a semplici dormitori, restituendoli a una piena dimensione umana.

Anzi molti pensano che la possibilità del lavoro da casa, unitamente al problema del distanziamento (che rimarrà, probabilmente, anche quando la fase peggiore della pandemia sarà superata), favorirà un rilancio dei borghi – nel nostro Paese ce ne sono di bellissimi e quasi disabitati –, dove la qualità della vita, grazie al contatto con la natura, sarà sicuramente migliore che nelle sovraffollate città di oggi.

Con benefici per il traffico, che resterà inevitabilmente snellito da questo rarefarsi degli spostamenti fisici. Anche perché la necessità di evitare gli affollati mezzi pubblici sta favorendo la diffusione di monopattini elettrici e biciclette, facendo scoprire a molti la loro comodità e lasciando prevedere che, anche dopo la fine della pandemia, questi mezzi continueranno ad avere una diffusione impensabile un paio di anni fa.

Gli aspetti problematici dello smart-working

Anche per lo smart-working, tuttavia, sarebbe unilaterale limitarci agli aspetti positivi dell’eredità che il Covid sembra destinato a lasciarci. Già oggi si segnalano aspetti estremamente problematici di cui bisogna tener contro, per evitare che si perpetuini e gravino sul nostro futuro.

Perché è vero che lavorare da casa esonera da una serie di problemi, ma ne lascia e a volte ne crea altri. Uno è il rapporto con i figli, soprattutto se bambini. È noto che nel periodo del Covid sta diminuendo l’accesso delle donne al lavoro, anche da casa. E la ragione è evidente: la chiusura delle scuole rende impossibile non solo lasciarli soli a casa – e questo, anzi, lo smart-working lo eviterebbe – ma anche delle attività diverse dall’accudirli. Qui però la responsabilità non è del tipo di lavoro, ma dell’assenza di asili e di altre strutture in grado di intrattenere i figli più piccoli. Già da prima del Covid, l’Italia non è un Paese per le madri.

Invece è strettamente legato alla formula del lavoro da casa un altro problema, molto sofferto in questo periodo da tutti i lavoratori, che è l’invasività delle attività professionali nella loro vita personale. Di fatto si lavora di più, perché si lavora sempre.

La rivincita dello spazio, sconfitto con la possibilità di evitarne la tirannia, si manifesta nel fatto che, senza di esso, il confine tra l’ambiente di lavoro e quello della vita personale e familiare si assottiglia e diventa permeabile. Chi usciva dalla scuola o dall’ufficio poteva lasciare dietro di sé i problemi che aveva in quell’ambito. Ora invece tutto è diventato per così dire, ambiente di lavoro. Non si stacca mai del tutto.

Una delle minacce più gravi sulla vita delle nostre società “evolute” era già da prima il carattere troppo assorbente del lavoro. Non che questa dimensione non faccia parte della vita in modo essenziale e non costituisca un valore in sé. Non si lavora solo per vivere. Ma non può e non deve esaurire l’essere umano in tutti gli aspetti del suo essere e del suo realizzarsi. Non si vive solo per lavorare. Il lavoro da casa rischia di aggravare questa tendenza e di renderla inarrestabile.

Prevedere per progettare responsabilmente

Qualcuno si potrebbe chiedere perché – in un momento in cui, in Italia e nel mondo, si registra la catastrofica “terza ondata” della pandemia, con decine di migliaia di contagiati e un tributo corrispondente di morti – dedicarsi a previsioni che non riguardano le brucianti urgenze del presente. La risposta, molto semplice, è che al presente gli esseri umani, a differenza degli animali non umani, sono sempre stati capaci di guardare non solo per farvi fronte nell’immediatezza del suo presentarsi, ma per interpretarlo e cogliervi i segni degli sviluppi in esso potenzialmente contenuti.

Il Covid non lascerà il mondo così com’è. Ed è illusorio credere che quello di domani debba essere necessariamente migliore di quello attuale, che già lascia tanto a desiderare. La verità è che, in realtà, potrebbe essere anche peggiore. Siamo noi, gli esseri umani, a determinare gli effetti degli eventi naturali nella nostra convivenza. Ma per farlo responsabilmente, dobbiamo imparare a leggere l’impatto che hanno sulla società e a capirne il senso. Lo smart-working è solo un esempio. Progettare il futuro, sentirsene responsabili, non è meno importante che gestire il presente. Il nostro destino non è scritto nelle stelle. E non lo è quello della nostra civiltà dopo il coronavirus.

 

*Pastorale Scolastica Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 30 ottobre 2020

CORONA VIRUS. NESSUNO SCAGLI LA PRIMA PIETRA

DI CHI E' LA COLPA?

-          Giuseppe Savagnone *

 A differenza di quello che era accaduto prima dell’estate – quando era sembrato che il Paese si stringesse intorno al governo, perdonandogli le non poche incertezze e contraddizioni con cui aveva affrontato la pandemia –, il clima che si respira in questi giorni in Italia appare fortemente deteriorato. Le proteste di piazza sono solo la punta dell’iceberg. Il malcontento, la sfiducia, la rabbia si sono diffusi con la stessa rapidità del virus. Anche qui, naturalmente, ci sono livelli diversi di contagio: dietro quelli che gridano, ce ne sono molti altri – gli asintomatici – che la preoccupazione e la disillusione se la portano dentro.

Di nuovo colti di sorpresa!

Ad essere sul banco degli imputati, in questo processo virtuale, è naturalmente il governo, e, prima di tutti, il presidente del Consiglio. Gli si rimprovera di non avere saputo prendere le misure necessarie – né sul piano sanitario, né su quello economico – per fronteggiare la prevedibile (e ampiamente prevista) “seconda ondata”. Oggi ci ritroviamo con l’acqua alla gola, come e peggio che a marzo, costretti di nuovo a contare con ansia i posti ancora liberi negli ospedali, soprattutto nei reparti di terapia intensiva, e a prendere atto della carenza di personale medico e infermieristico. Si ha la netta sensazione che sia mancato un progetto organico e che siamo stati di nuovo “colti di sorpresa”, come a marzo. Con la differenza che allora la sorpresa era legittima, adesso no.

La mancata elaborazione di un piano complessivo

Anche sul piano economico, non sembra che il governo abbia elaborato un piano complessivo per fronteggiare la crisi che inevitabilmente – lo si sapeva – avrebbe colpito il Paese, soprattutto la piccola imprenditoria e alcuni settori. E anche quando ha cercato di predisporre misure per proseguire alcune attività, queste non sono state abbastanza tempestive e risolutive da evitare che il ritorno in forze del virus costringesse, dopo tante spese, a una parziale chiusura o – come è stato nel caso delle lezioni nella scuola superiore – a un sostanziale ridimensionamento.

Il carente apporto dell’opposizione

Abbiamo dunque un colpevole da lapidare? A farne dubitare è la prova offerta, a sua volta, dall’opposizione. I leader dei partiti di destra hanno ragione di criticare lo stile verticistico del premier. Ma, quando si va a vedere nel merito quali sono state, in questi mesi, le loro proposte, si constata che esse hanno oscillato da un estremo all’altro, come se fossero ispirate più alla necessità di far sentire la propria voce critica nei confronti del governo, che non a una coerente progettualità. Ed anche per quelle poche rivendicazioni su cui l’opposizione è stata schierata univocamente, è difficile rimpiangere che non siano state prese in considerazione. Basti pensare alla richiesta ossessivamente ripetuta di nuove elezioni, del tutto irrealistica, nel contesto attuale di emergenza, o a quella di chiudere i porti, accusando i migranti di essere la causa dell’aumento dei contagi. Accusa smentita dai dati oggettivi, secondo cui solo il 3-5% degli immigrati erano positivi e molti a causa delle disumane condizioni dei nostri centri di accoglienza.

Le responsabilità delle regioni

Insomma, se il governo ha fatto degli errori, neanche i partiti di opposizione è innocente. Tanto più che ad essi appartengono i governatori di ben quindici regioni su venti, tra cui la Lombardia, che è stata e rimane l’epicentro della pandemia. E, per quanto riguarda i servizi relativi alla tutela della salute dei cittadini, dal punto di vista giuridico, la competenza delle regioni e quella dello Stato si intrecciano strettamente, rendendo difficile stabilire le rispettive responsabilità di ciò che sta accadendo.

Ma la colpa non è solo della politica

La colpa di tutto, allora, è della classe politica nel suo insieme? Ancora una volta, si tratta di una risposta troppo semplice e troppo comoda, anche se molti se ne accontentano e la traducono in slogan qualunquisti. La verità è che anche gli italiani nel loro complesso hanno sottovalutato la minaccia. Pur con l’attenuante del comprensibile bisogno di libertà e di svago, dopo la cupa stagione del lockdown, i nostri giovani si sono scatenati nelle discoteche e nella movida, ed anche gli adulti hanno preso spesso alla leggera le raccomandazioni degli esperti che invitavano alla prudenza, affollandosi nelle code delle vacanze e sulla spiagge – ovviamente senza mascherina –, o festeggiando senza alcuna cautela, in locali privati e pubblici, matrimoni, lauree, battesimi, successi professionali.

Perché il governo non è intervenuto?

Certo, il governo avrebbe potuto bloccare tutto questo con rigorosi divieti. Ma dobbiamo dargli atto che a impedirlo erano due ordini di difficoltà. Le prime, quelle derivanti delle esigenze oggettive di categorie legate al turismo e alla ristorazione, che avevano particolarmente sofferto per le chiusure dei mesi precedenti. L’altro ordine di difficoltà è stato costituito dalle prese di posizione di quegli scienziati che, contrapponendosi alla maggioranza dei loro colleghi, hanno dato man forte al partito di coloro (ancora una volta l’opposizione in questo ha avuto il suo peso) che accusavano il governo di sfruttare il virus per limitare le libertà personali. Ricordiamo tutti i nomi di questi medici che irresponsabilmente – oggi posiamo dirlo senza esitazioni – hanno cavalcato la voglia diffusa di spensieratezza, invitando le persone a non preoccuparsi più del virus e a vivere la propria vita “normalmente”.

Davvero essere positivi non significa nulla?

«Essere positivi non significa essere malati», è stato lo slogan di questi illustri studiosi, applauditi dalla folla dei negazionisti o semi-negazionisti. Ed è vero. Ma hanno dimenticato di aggiungere quello che essere positivi significa: poter infettare altri, che invece il virus fa ammalare e può uccidere o menomare gravemente (sempre più i medici segnalano dei seri danni anche nell’organismo di coloro che risultano guariti). Che l’aumento vertiginoso dei positivi “non significhi nulla” lo smentisce clamorosamente il rapporto con la crescita dei casi di malattia vera e propria. Oggi in Italia ci sono più 16.000 pazienti che hanno avuto bisogno di essere ricoverate in ospedale e di esse 1.500 sono in terapia intensiva. E si tratta di numeri purtroppo in costante, rapidissima crescita. Per non parlare dei decessi, che in sole ventiquattr’ore ormai raggiungono e superano la soglia dei 200. Chi ha convinto gli italiani a sfidare le regole della prudenza, suggerite e ribadite dalla maggioranza del corpo scientifico, forse dovrebbe riflettere sulle responsabilità dei cattivi maestri.

Gli scenari mondiali ed europei relativizzano i nostri errori

Nessuno, in questo contesto, ha il diritto di tirare la prima pietra. Tanto più che, per quanto grandi siano stati gli errori commessi da tutti nel nostro Paese, la situazione degli altri – a livello mondiale, come a quello europeo – ci avverte che le difficoltà oggettive create dal virus sono immani. Questo vale anche per il governo. Avremmo voluto Macron, o Johnson, o Sánchez oppure Trump, al posto di Conte? I loro Paesi stanno peggio del nostro. Perfino la Germania, le cui strutture sono da sempre ben più solide ed efficienti di quelle italiane, si trova oggi a decretare misure ancora più drastiche di quelle che suscitano le proteste degli italiani.

Lasciamo cadere le pietre e tendiamoci a vicenda le mani

Forse sarebbe il caso, allora, di cambiare tutti atteggiamento e di passare, dalla caccia ai colpevoli, al riconoscimento degli sforzi che ognuno, comunque, con i suoi limiti, ha fatto e sta facendo e alla decisione di collaborare al bene comune del Paese in questo concreto momento storico. L’urgenza vera non è un governo di unità nazionale – che sarebbe, nel clima attuale, solo l’occasione per una diversa suddivisione delle famose “poltrone” –, ma l’unità nazionale, di cui questo governo se mai potrebbe essere, successivamente, l’espressione. A questo ognuno può fin da ora contribuire, tendendo la propria mano, dopo aver lasciato cadere la pietra che stringeva.

 *Pastorale Cultura – Diocesi Palermo

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sabato 29 agosto 2020

MIGRANTI. CHE NE FACCIAMO?

SI NAVIGA "A VISTA"

di Giuseppe Savagnone *

L’Ordinanza del presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci che sancisce l’espulsione dei migranti e chiude loro i porti dell’Isola – Ordinanza poi impugnata dal governo nazionale, con la motivazione che «la gestione del fenomeno migratorio è competenza dello Stato e non delle Regioni», e in seguito sospesa dal Tar –, ha suscitato, come prevedibile, un vespaio di polemiche, riattualizzando la contrapposizione su questo delicato tema tra “destra” e “sinistra” (a livello politico) e tra sostenitori e oppositori di papa Francesco (all’interno della Chiesa).
Per una riflessione pacata
L’esperienza insegna, purtroppo, quali falsificazioni della realtà possano essere perpetrate quando si discute di immigrazione, sotto la spinta di stati d’animo esasperati e di interessi di parte. Da qui l’opportunità di provare a fare una riflessione pacata, volta, prima che a sostenere una tesi o l’altra, ad avviare un confronto civile, degno di una società democratica e di una comunità ecclesiale. Questo non vuol dire che io non abbia un mio punto di vista (chi segue i miei “chiaroscuri” dovrebbe saperlo), ma che desidero tenere conto anche di quello degli altri, senza affrettarmi a catalogarli sotto questa o quella etichetta offensiva, come oggi si usa fare.
Una rabbia comprensibile
La prima considerazione che mi viene in mente è che la rabbia del presidente Musumeci è comprensibile. Nell’hotspot di Lampedusa sono stipate da giorni 1.400 persone, a fronte di una capienza massima di 192. Questo mentre altri sbarchi si susseguono.
Si aggiunga a questo la gravità della situazione sanitaria. Il virus non lo portano certo gli immigrati. Il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli proprio in questi giorni ha chiarito che, «a seconda delle Regioni, il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia. Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono, è minimale, non oltre il 3-5% sono positivi e una parte si infettano nei centri di accoglienza dove è più difficile mantenere le misure sanitarie adeguate».
Sgombrato il terreno da questa bufala, instancabilmente alimentata dagli organi d’informazione (?!) di “destra”, resta vero che, nelle condizioni disumane in cui i migranti vengono trattenuti, non solo i contagi tra loro sono più facili, ma negli hotspot si verificano sempre più spesso disordini e tentativi di fuga che ne rendono meno controllabile la diffusione, con pericoli anche per la popolazione del territorio.
La latitanza del governo
Di fronte a questo inferno, non è stato solo Musumeci a protestare per la scarsa incisività delle istituzioni nazionali. «Il governo» – ha denunciato il sindaco di Lampedusa – «continua ad affrontare il problema come se fosse una situazione ordinaria, mentre il Presidente del Consiglio dovrebbe assumersi la responsabilità di quanto accade».
Si ha effettivamente l’impressione che, al di là di qualche intervento occasionale, manchi un piano organico, da parte dello Stato, per fronteggiare la situazione. Così come continua ad essere assente, dopo tanti discorsi, una rigorosa pianificazione a livello europeo. Né si possono certo addebitare queste carenze all’emergenza, visto che di questa crisi si parla ormai da anni.
Ma è anche per i migranti che ci si preoccupa?
Tuttavia – ed è questa una seconda considerazione che mi si impone – , leggendo l’ampia premessa con cui si apre l’Ordinanza, si ha la netta impressione che a motivarla non sia stata la legittima preoccupazione per le condizioni disumane in cui i migranti vengono a trovarsi, ma il fatto che la loro tragica situazione «incide in modo significativo e allarmante sul rischio concreto di diffusione del contagio» e la convinzione che «deve essere tutelata l’incolumità e la salute di tutti i cittadini siciliani».
Anche se poi, nelle sue dichiarazioni, Musumeci ha cercato di correggere il tiro, l’Ordinanza non nasce da una logica umanitaria, ma da una visione egoisticamente regionalistica. Come conferma il fatto che essa non si pone minimamente il problema della sorte degli espulsi: dice solo che essi  «devono essere improrogabilmente trasferiti e/o ricollocati in altre strutture fuori del territorio della Regione Siciliana».
Prospettiva locale e prospettiva nazionale
Si potrà osservare che non è compito del presidente di una Regione affrontare il problema nel suo complesso. Ma è proprio questo che il governo e i sostenitori dell’illegittimità del testo normativo hanno obiettato. La politica dell’accoglienza non può essere gestita dai poteri locali – come già in altre occasioni essi hanno preteso di fare – con uno sbrigativo «fuori dai piedi» o l’equivalente «ovunque, tranne che da noi». Se non altro perché una giusta distribuzione è possibile solo in una logica nazionale, che ne stabilisca ragionevolmente, in rapporto alle diverse situazioni territoriali, le modalità.
Un’eclatante ambiguità: il rinnovo dell’accordo con la Libia
Resta il fatto che, alla base di questa situazione sbagliata non c’è solo l’improntitudine del presidente della Regione Sicilia, ma prima di tutto l’incapacità del governo di proporre un progetto serio per la gestione dell’accoglienza e dell’integrazione di migranti.
Quella di questi giorni non è l’unica occasione in cui lo si è visto. Ai primi di febbraio si è lasciato che scattasse la proroga automatica, per altri tre anni, senza sostanziali modifiche, del memorandum Italia-Libia, in base a cui il nostro Paese ha finanziato generosamente la Libia perché bloccasse con tutti i mezzi – compresi i lager e le violenze della guardia costiera sui naufraghi – le partenze verso le nostre coste.
Il vero Salvini è stato Minniti
Le indignate denunzie della “sinistra” contro le prese di posizione di Salvini nei confronti dei migranti hanno oscurato il fatto che quell’accordo era stato firmato dal governo Gentiloni nel febbraio del 2017 e gestito dal ministro degli Interni – del PD – Minniti. Salvini è stato abile nel contribuire a questa smemoratezza, per lucrare i consensi derivanti da scelte altrui e dalla conseguente drastica diminuzione degli sbarchi (risalente in realtà ai mesi precedenti alla sua entrata in carica). Ci sarebbe aspettati, adesso, che quell’ “errore” fosse corretto introducendo nel memorandum clausole vincolanti contro le violazioni sistematiche dei diritti umani da parte del governo libico. E invece lo si è rinnovato così com’era, pur dichiarando che ci si riservava di chiedere in futuro delle modifiche (ma le modifiche andavano chieste prima, non dopo il rinnovo! E infatti, anche la recente visita del ministro Lamorgese non sembra aver prodotto più di qualche generica raccomandazione umanitaria, tutt’altro che cogente).
La mancata abolizione dei “Decreti sicurezza”
Analoga ambiguità il governo ha avuto nei confronti dei due “Decreti sicurezza” voluti da Salvini e bollati, giustamente, come “Decreti insicurezza”, perché, essendo volti a rendere quanto più possibile difficile l’integrazione, rischiano di condannare alla clandestinità permanente persone che, a questo punto, diventerebbero effettivamente pericolose.
Dopo le vivacissime proteste che questi due testi normativi avevano  giustamente suscitato, ci si poteva aspettare che fosse una priorità del nuovo governo abolirli o almeno modificarli radicalmente. Invece, no. La sola cosa che è cambiata è l’atteggiamento dei rappresentanti delle istituzioni, ora meno fiscale e rigoroso di quando Salvini gestiva il ministero degli Interni. Delle deroghe si sono fatte riaprendo i porti per rendere di nuovo possibile l’accoglienza. Restano però tutte le limitazioni previste dai Decreti che rendono difficile l’integrazione. Si naviga a vista.
Insomma, mentre quello di Salvini è un progetto politico, questo non lo sembra esserlo. Certo, bisogna dare atto che quello delle migrazioni è un problema di amplissime proporzioni e di difficilissima soluzione, di cui sarebbe follia pretendere la soluzione in tempi brevi. Ma l’attuale governo sembra incapace non solo di risolverlo, bensì di affrontarlo con una sua precisa linea politica, che possa costituire un’alternativa a quella (disastrosa) dei governi precedenti.
Così si svalutano anche gli appelli di papa Francesco
A questo punto non c’è da stupirsi se molti cittadini hanno dato ragione a Musumeci. Anche tanti cattolici, che sarebbero in astratto d’accordo con papa Francesco sulla necessità di accogliere i poveri, in concreto si sentono minacciati da un’accoglienza caotica e senza prospettive di una corretta integrazione. In questo modo non si rende un buon servizio neppure agli immigrati. E acquistano forza le sorde resistenze, anche nell’ambito ecclesiale, nei confronti degli accorati appelli di Francesco, che ancora in questi giorni ci ha messi in guardia dalla “cultura dello scarto”. Dimenticando che lo stesso pontefice ha sempre sottolineato che l’accoglienza, senza integrazione, non è una soluzione, anzi perpetua in altre forme la logica dello scarto.
Senza un linea politica adeguata, vincerà la paura
La verità è che la carità non può fare a meno della giustizia e la giustizia non può fare a meno della politica. Se quest’ultima continuerà a barcamenarsi tra dichiarazioni di principio umanitarie e una effettiva mancanza di progettualità e di efficienza nel tradurle in scelte e misure concrete, è inevitabile che l’opinione pubblica – già nel recente passato molto sensibile alla “propaganda della paura” di matrice sovranista – finisca per concludere che la linea del respingimento dei migranti è l’unica realisticamente praticabile. E questo, al di là delle controversie tra “destra” e “sinistra”, per il nostro Paese significherebbe ricadere in una regressione ben più grave di quella economica, perché coinvolgerebbe non il Pil, ma la nostra umanità.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo



giovedì 27 agosto 2020

SCUOLA. PRECARIETÀ PERMANENTE


INCERTEZZA 

CHE VIENE DA LONTANO

di ALESSANDRO ZACCURI

Passano i giorni, la data del 14 settembre si avvicina, non diminuisce l’incertezza su quello che, da qui a qualche settimana, avverrà o non avverrà nelle scuole italiane. Si tratta di una sensazione ben nota a studenti e famiglie, a insegnanti e dirigenti. Non da oggi, e neppure da ieri, da quando cioè l’emergenza sanitaria scatenata dal Covid-19 ha fatto spuntare le ruote ai banchi, reso dinamiche le unità di misura e aperto il dibattito sull’obbligo di indossare le mascherine chirurgiche in classe. Sono almeno vent’anni, infatti, che la scuola italiana è diventata imprevedibile e non di rado imperscrutabile, inducendo un’assuefazione al contrordine che dispensa ormai dalla conoscenza dell’ordine in via di smentita.
Si cambia di continuo e sempre per un buon motivo, d’accordo: sempre per tenersi al passo con i tempi, per accettare una sfida, per essere competitivi e aggiornati. È una frenesia forse indotta dal passaggio di millennio, è il rincorrersi di riforme che ogni volta sembrano prescindere dalle decisioni prese solo qualche anno prima. Una colossale impresa bipartisan, nel senso che ognuno dei Governi succedutisi negli ultimi due decenni l’ha rivendicata e fatta propria, poco o nulla recependo di quanto era stato stabilito dal Governo precedente.
Quante volte, per esempio, è cambiato l’esame di maturità? Anche ad anno scolastico già avviato, come sappiamo, con il conseguente riconteggio dei crediti scolastici, con le ambiguità pressoché inestricabili nel rapporto con il mondo del lavoro (lo stage, l’alternanza), con le stesse prove d’esame continuamente rimesse a punto, rimodulate e sempre migliorate, si capisce. Perché ogni riformina è la migliore possibile, guardiamo avanti e non pensiamoci più. Fino alla prossima correzione di rotta, fino al prossimo provvedimento quasi definitivo. C’è poco da fare gli spiritosi, si dirà: la scuola è una priorità, va presa seriamente. Ora, 'priorità' è parola impegnativa, la si sente ripetere spesso anche in questi giorni, con il rischio che da una ripetizione all’altra della parola resti solo il suono e vada perduto il significato.
Così come è accaduto dal 2000 in poi, o da un po’ prima, in realtà, se si considera che le basi della poi riformatissima riforma Berlinguer risalgono al 1997. Appena insediato, ogni esecutivo annunciava l’intenzione irrevocabile di mettere mano alla scuola e, il più delle volte, si affrettava a mantenere la promessa. Fatte salve le motivazioni ideali, non era difficile intuire l’ombra di una qualche opportunità politica, magari nella direzione del rafforzamento o allargamento del bacino elettorale.
Niente di male, se tutti questi entusiasmi prioritari avessero prodotto un’edilizia scolastica più sicura o un precariato meno umiliante e aleatorio (la formazione dei docenti, com’è noto, è stata a sua volta caratterizzata da norme e procedure contraddittorie).
Purtroppo, però, non sono questi i risultati ottenuti. Per riassumere la situazione in un’immagine, basta considerare un semplice dato di fatto: non esiste oggi un cittadino italiano ventenne – poco più o poco meno – che abbia concluso il suo iter formativo così come lo aveva intrapreso al momento dell’ingresso nella scuola primaria. Non era una pretesa eccessiva, nonostante molto là fuori stesse cambiando. Anzi, la radicalità stessa delle trasformazioni in atto avrebbe dovuto indurre ad adottare una strategia il più possibile condivisa, alla quale si è preferito un tatticismo estemporaneo la cui estrema conseguenza è rappresentata dalla confusione di cui siamo spettatori in questi giorni.
L e responsabilità dell’attuale Governo sono fuori discussione e non risultano affatto attenuate dal senso di abnegazione abbondantemente dimostrato dalla stragrande maggioranza degli insegnanti già durante i mesi del lockdown. A loro, così come alle famiglie e – in primo luogo – agli studenti, adesso vanno date risposte chiare e indicazioni certe. Questa non è più una priorità: questo è un allarme.





giovedì 20 febbraio 2020

EDUCAZIONE: MOVIMENTO ECOLOGICO, INCLUSIVO, PACIFICATORE, DI SQUADRA

PAPA FRANCESCO 
ALLA CONGREGAZIONE 
PER L'EDUCAZIONE

" .... L’educazione è una realtà dinamica, è un movimento, che porta alla luce le persone. Si tratta di un peculiare genere di movimento, con caratteristiche che lo rendono un dinamismo di crescita, orientato al pieno sviluppo della persona nella sua dimensione individuale e sociale. Vorrei soffermarmi su alcuni suoi tratti tipici.
Una proprietà dell’educazione è quella di essere un movimento ecologico. È una delle sue forze trascinanti verso l’obiettivo formativo completo. L’educazione che ha al centro la persona nella sua realtà integrale ha lo scopo di portarla alla conoscenza di sé stessa, della casa comune in cui è posta a vivere e soprattutto alla scoperta della fraternità come relazione che produce la composizione multiculturale dell’umanità, fonte di reciproco arricchimento.
Questo movimento educativo, come ho scritto nell’Enciclica Laudato si’, contribuisce al recupero dei «diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio». Ciò richiede, naturalmente, educatori «capaci di reimpostare gli itinerari pedagogici di un’etica ecologica, in modo che aiutino effettivamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione» (n. 210).
Quanto al metodo, l’educazione è un movimento inclusivo. Un’inclusione che va verso tutti gli esclusi: quelli per la povertà, per la vulnerabilità a causa di guerre, carestie e catastrofi naturali, per la selettività sociale, per le difficoltà familiari ed esistenziali. Un’inclusione che si concretizza nelle azioni educative a favore dei rifugiati, delle vittime della tratta degli esseri umani, dei migranti, senza alcuna distinzione di sesso, di religione o etnia. L’inclusione non è un’invenzione moderna, ma è parte integrante del messaggio salvifico cristiano. Oggi è necessario accelerare questo movimento inclusivo dell’educazione per arginare la cultura dello scarto, originata dal rifiuto della fraternità come elemento costitutivo dell’umanità.
Un’altra tipicità dell’educazione è quella di essere un movimento pacificatore. È armonico – poi ne parlerò, ma sono collegati –, un movimento pacificatore, portatore di pace. Ce ne danno testimonianza gli stessi giovani, che con il loro impegno e con la loro sete di verità ci «richiamano costantemente al fatto che la speranza non è un’utopia e la pace è un bene sempre possibile» (Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2020). Il movimento educativo costruttore di pace è una forza da alimentare contro la “egolatria” che genera la non-pace, le fratture tra le generazioni, tra i popoli, tra le culture, tra le popolazioni ricche e quelle povere, tra maschile e femminile, tra economia ed etica, tra umanità e ambiente (cfr Congregazione per l’Educazione Cattolica, Patto Educativo Globale. Instrumentum laboris, 2020). Queste fratture e contrapposizioni, che fanno ammalare le relazioni, nascondono una paura della diversità e della differenza. Per questo l’educazione è chiamata con la sua forza pacificatrice a formare persone capaci di comprendere che le diversità non ostacolano l’unità, anzi sono indispensabili alla ricchezza della propria identità e di quella di tutti.
Un altro elemento tipico dell’educazione è quello di essere un movimento di squadra. Non è mai l’azione di una singola persona o istituzione. La Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis afferma che la scuola «costituisce come un centro, alla cui attività e al cui progresso devono insieme partecipare le famiglie, gli insegnanti, i vari tipi di associazioni a finalità culturali, civiche e religiose, la società civile e tutta la comunità umana» (n. 5). Da parte sua, la Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae, di cui ricorre quest’anno il trentesimo della promulgazione, afferma che «l’Università cattolica persegue i propri obiettivi anche mediante l’impegno di formare una comunità autenticamente umana, animata dallo spirito di Cristo» (n. 21). Ma ogni università è chiamata ad essere una «comunità di studio, di ricerca e di formazione» (Cost. Ap. Veritatis gaudium art. 11 § 1).
Questo movimento di squadra è da tempo entrato in crisi per diverse ragioni. Perciò ho sentito la necessità di promuovere per il prossimo 14 maggio la giornata per il patto educativo globale, affidando l’organizzazione alla Congregazione per l’Educazione Cattolica. È un appello rivolto a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, amministrative, religiose ed educative per ricomporre il “villaggio dell’educazione”. Il trovarsi insieme non ha l’obiettivo di elaborare programmi, ma di ritrovare il passo comune «per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Il patto educativo non dev’essere un semplice ordinamento, non dev’essere un “ricucinato” dei positivismi che abbiamo ricevuto da un’educazione illuministica. Dev’essere rivoluzionario.
Mai come ora c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna». Per raggiungere questi obiettivi ci vuole coraggio: «Il coraggio di mettere al centro la persona […]. Il coraggio di investire le migliori energie […]. Il coraggio di formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità» (Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019). Il coraggio di pagare bene gli educatori.

Vedo nel comporsi di un patto educativo globale anche la facilitazione della crescita di un’alleanza interdisciplinare e transdisciplinare, che la recente Costituzione Apostolica Veritatis gaudium ha segnalato per gli studi ecclesiastici, ma vale per tutti gli studi, come «principio vitale e intellettuale dell’unità del sapere nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici, correlate e convergenti espressioni, […] anche in rapporto al frammentato e non di rado disintegrato panorama odierno degli studi universitari e al pluralismo incerto, conflittuale o relativistico, delle convinzioni e delle opzioni culturali» (Proemio, 4 c). ... "