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sabato 23 maggio 2026

AUTONOMIA INCOMPIUTA

 


Il compleanno

 senza candeline 


Una Regione a statuto davvero “speciale”


-di Giuseppe Savagnone

Il 15 maggio scorso ha compiuto ottant’anni la Regione Siciliana. Pochi se ne sono accorti, nessuno l’ha festeggiata. Il giudizio drasticamente negativo sull’Autonomia regionale siciliana costituisce, in un panorama politico in cui è difficile trovare due posizioni convergenti, un rarissimo caso di piena unanimità. Il sostantivo più usato, nelle riflessioni in proposito, è «fallimento». Ma, prima di chiedercene le ragioni, è forse opportuno fornire qualche notizia su un argomento di cui gli stessi siciliani sanno poco e gli altri italiani ancora meno.

Pochi, per esempio, ricordano che quello della Sicilia è l’unico Statuto che precede la nascita della Repubblica e la Costituzione (anche se fu poi da essa confermato nell’art. 116). Fu promulgato il 15 maggio 1946, quando ancora c’era la monarchia, da re Umberto II di Savoia tramite un regio decreto, pochi giorni prima del referendum del 2 giugno che segnò l’avvento del regime repubblicano e delle votazioni che, lo stesso giorno, elessero l’Assemblea costituente (notiamo di passaggio che in Sicilia la monarchia ebbe la schiacciante maggioranza del 64,7% dei voti, in linea del resto con la tendenza del Meridione).

Le motivazioni storiche di questa precedenza, rispetto alle altre regioni a statuto speciale, nonché a tutte quelle ordinarie che, molto più tardi, sono state istituite, risalgono alle spinte autonomistiche operanti in Sicilia già a partire dall’Ottocento ed esplose, dopo lo sbarco nell’Isola degli Alleati, nel luglio del 1943. A rappresentarle fu il Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis), che chiedeva la separazione della Sicilia dall’Italia (per un momento aleggiò perfino l’ipotesi di un suo ingresso negli Stati Uniti) e che diede vita anche a un’organizzazione paramilitare, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (Evis), di cui entrò a far parte anche il famoso bandito Salvatore Giuliano, le cui clamorose gesta criminali, compiute sotto l’etichetta dell’Evis, riempirono le cronache.

Si comprende come, per cercare di spegnere questo incendio, sia stato ritenuto necessario concedere alla Sicilia un’autonomia amplissima, che effettivamente svuotava di forza la spinta separatista, pur mantenendo l’Isola nel contesto dello Stato italiano. Lo Statuto, infatti, configura un regime che, secondo molti, faceva della Sicilia uno Stato nello Stato. Simbolico il fatto che l’organo legislativo assumesse il nome di Assemblea Regionale (ARS), ai cui membri veniva riconosciuto il titolo e il trattamento economico dei deputati del Parlamento nazionale, mentre in tutte le altre regioni, a statuto speciale come a statuto ordinario, si parla di Consigli Regionali e i membri che ne fanno parte si chiamano consiglieri.

L’Assemblea regionale siciliana aveva potestà esclusiva (cioè poteva legiferare come uno Stato sovrano, con il solo limite di rispettare le norme di rango costituzionale) in materie come beni culturali, agricoltura, ambiente, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Su altre, di carattere prevalentemente sociale o di maggiore interesse pubblico (sanità, lavoro, banche, ad esempio), aveva potestà concorrente, dovendo rispettare anche i principi generali dell’ordinamento italiano. Sulle restanti ancora (le pochissime materie riservate allo Stato come le leggi di rango costituzionale, la difesa, i trattati internazionali, l’ordinamento civile, penale e processuale), soltanto potere di iniziativa, potendo comunque formulare delle “leggi-voto” che tuttavia poi sarebbero dovute essere sottoposte al Parlamento italiano.

Dopo ottant’anni…

Si trattava di poteri molto ampi – anche se in seguito in parte ridimensionati – che però da soli non potevano garantire il loro corretto uso. E già al momento del varo dello Statuto don Luigi Sturzo metteva in guardia chi fideisticamente immaginava che l’Autonomia, da sola, fosse sufficiente per far “compiere il prodigio di salvare l’avvenire della Sicilia”; il futuro per Sturzo stava, invece, tutto nella qualità e nella responsabilità delle classi dirigenti che la Sicilia si sarebbe data.

Che questa condizione non si sia realizzata lo dimostra, con dolorosa evidenza, la situazione in cui la Sicilia si trova dopo ottant’anni di governo autonomo. Un dato emblematico è la fuga dei giovani più qualificati. Ogni anno, secondo il rapporto Censis, 40.000 studenti – futuri laureati – scelgono di andare a studiare in atenei del Centro-Nord. E non con la prospettiva di tornare, finiti gli studi, ma proprio perché attratti da opportunità di inserimento nel mercato del lavoro, dopo la laurea, che in Sicilia non potrebbero mai avere.

Un disastro umano, che evidentemente impoverisce, anno dopo anno, il patrimonio umano dell’Isola, privandolo degli elementi più giovani e intraprendenti. Ma anche un disastro finanziario, che è stato calcolato in 4,1 miliardi: il valore dei cervelli che ogni anno il Sud forma…e il Nord accoglie, valorizzandoli e impiegandoli nel suo processo di sviluppo.

E poi ci sono quelli che partono dopo la laurea. Negli ultimi dieci anni oltre 56.000 laureati siciliani hanno abbandonato l’Isola. Una diaspora silenziosa, fatta di talenti che non trovano lavoro adeguato o stipendi dignitosi. Restano gli altri. In Sicilia solo 2 giovani su 10 sotto i 40 anni sono laureati. Al Centro-Nord sono il doppio.

È la cartina di tornasole di una storia in cui la classe politica è stata incapace di utilizzare le ampie possibilità createsi con l’Autonomia per promuovere lo sviluppo. Non sono mancati i soldi, che sono affluiti, soprattutto in passato, abbondanti. Ma sono stati in gran parte sprecati da una logica clientelare che a pioggia li ha distribuiti agli “amici”, invece di impiegarli per produrre effettiva ricchezza. Oppure – in particolare i fondi europei – sono stati persi per l’incapacità di elaborare i relativi progetti o anche semplicemente di spenderli nei termini tassativamente previsti.

In compenso, la macchina dell’Autonomia ha finanziato se stessa attraverso la moltiplicazione dei “posti”. Anche qui un caso emblematico può servire. In Lombardia i lavoratori forestali sono 350. In Veneto 277. In Canada, che ha un’estensione di foreste di oltre 400mila km quadrati, il corpo forestale conta 4.200 ranger. In Sicilia – dove appena l’8% del territorio è effettivamente boscato, contro una media nazionale del 38% – sono circa 20.000, compresi quelli stagionali (trimestrali o semestrali).

Alla base, una classe politica inadeguata e autoreferenziale, dedita alle lotte interne per il potere e al mantenimento dei propri privilegi piuttosto che alla soluzione dei problemi dell’Isola.  Un episodio che ha suscitato forti polemiche è stato, nel febbraio del 2023, il voto con cui i 70 deputati regionali si sono aumentati lo stipendio di 890 euro mensili, passando da una retribuzione di 11.000 euro al mese a una di 12.000, malgrado le pressioni in senso contrario da parte delle segreterie nazionali, prime fra tutte quelle di FdI e di Fi, che nell’Assemblea regionale hanno la maggioranza.

Per non parlare della presenza pervasiva della mafia nella vita politica siciliana, come del resto in tutto il tessuto sociale ed economico dell’Isola. Una presenza emblematicamente rappresentata da figure emergenti, come quelle di Salvo Lima o di Marcello Dell’Utri – mediatori tra Cosa Nostra e i poteri romani – e confermata dalla condanna di Totò Cuffaro, presidente della Regione siciliana dal luglio 2001 al gennaio 2008, per favoreggiamento verso Cosa Nostra.

Ben lungi dall’eliminare il fenomeno mafioso, l’Autonomia è convissuta con esso. Come del resto hanno denunciato, anche recentemente, i vertici della magistratura siciliana, che hanno messo in guardia dall’illusione che, dopo i duri colpi inflitti a Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa abbia cessato di essere un pericolo. Al contrario, è stato segnalato dai giudici, essa si è dimostrata capace di reinventarsi e di trovare nuovi spazi di azione, sfruttando le occasioni offerte da fondi del PNRR e infiltrandosi ancora più profondamente nei gangli vitali del tessuto economico e politico della Sicilia.

Tornare alla partecipazione politica

Davanti a questo quadro, non c’è da stupirsi che si sia posta la domanda se l’Autonomia non sia stata per la Sicilia una disgrazia, piuttosto che un’opportunità, e se non sia auspicabile la sua fine. Situazione paradossale, in un momento in cui alcune regioni del Nord spingono per ottenere maggiore autonomia, nella fiducia che essa consentirebbe loro di accelerare ancora la loro crescita.

Non è andata, però, sempre così. Ci sono stati alcuni momenti in cui la classe politica ha saputo gestire l’Autonomia in funzione di una reale crescita sociale ed economica. Si pensi alla votazione del 21 novembre 1950, con cui l’Assemblea regionale – dopo settimane di tensioni, emendamenti, opposizioni e speranze – approvò la legge di riforma agraria, aprendo la strada al passaggio di migliaia di ettari dalle mani dei latifondisti a quelle dei contadini. Un provvedimento che, malgrado alcuni gravi limiti, andava nel senso della giustizia e della crescita economica e civile.

Così pure, tra le manifestazioni positive della creatività consentita dall’Autonomia, va ricordato che la Sicilia è stata la prima a introdurre, con una legge regionale del 1993, l’elezione diretta dei sindaci.

E non sono mancate figure coraggiose di uomini politici siciliani, come Piersanti Mattarella, eletto presidente della Regione nel febbraio del 1978, che ha dato un chiaro impulso alla lotta contro la corruzione e la mafia, pagando con la vita nel tragico attentato del 6 gennaio 1980.

Questi esempi virtuosi – e ce ne sono altri – dimostrano che il problema non è l’Autonomia, ma l’inadeguatezza di una classe politica che in troppi casi non ha avuto la capacità e l’onestà per gestirla correttamente.

E, forse, andando ancora più alla radice, la responsabilità è di una società civile che non ha saputo impegnarsi nella vita pubblica, esprimendo le proprie migliori energie nella partecipazione alla gestione del bene comune, invece di limitarsi a curare quello privato. Alla Sicilia – come del resto, forse, a tutta l’Italia – serve un ritorno delle persone alla politica. Nel caso dell’Isola, è in gioco il senso dell’Autonomia, la possibilità che essa, da alibi per il mantenimento del degrado e dell’ingiustizia, svolga la sua vera funzione di stimolo alla crescita civile ed economica. Allora forse, in qualche suo prossimo compleanno, potremo aver voglia di accendere le candeline della torta.

www.tuttavia.eu


mercoledì 13 marzo 2024

REGIONI DIFFERENZIATE


Pubblichiamo, per gentile concessione dell’Ufficio per la Pastorale della cultura della diocesi di Palermo, il testo di Giuseppe Savagnone sulla reazione dei vescovi delle diocesi siciliane al ddl Calderoli (sulla «autonomia differenziata» delle regioni), già approvato in Senato (23 gennaio) e ora in discussione alla Camera. Questo articolo sarà in seguito pubblicato nella rubrica «I chiaroscuri» che l’autore firma per il sito della Pastorale della cultura.

 - di Giuseppe  Savagnone*

Ha destato una notevole eco sulla stampa (con l’eccezione dei giornali governativi) il comunicato stampa dello scorso 5 marzo, con il quale i vescovi di Sicilia hanno preso posizione nei confronti del disegno di legge sulla autonomia differenziata, attualmente in discussione alla Camera dopo l’approvazione in Senato, il 23 gennaio scorso.

 Sarebbe riduttivo vedere in questo documento una semplice preoccupazione per gli interessi della Sicilia. Esso va letto alla luce della grande attenzione che la Chiesa italiana ha manifestato, alla fine del secolo scorso e nei primi anni di questo, ai rapporti fra le diverse aree del nostro paese, e in particolare tra Settentrione e Meridione.

 Non si può infatti dimenticare che il tema dell’autonomia delle regioni si intreccia strettamente con quella che una volta veniva chiamata «questione meridionale». Lo evidenzia, se non altro, il fatto che a chiedere con insistenza la riforma sono le prospere regioni del Nord, anche se quelle del Sud, almeno quelle governate da maggioranze di destra, Sicilia compresa, si sono dette anch’esse favorevoli.

 Lo sfondo dottrinale

Forse non tutti ricordano che su questa complessa problematica la Conferenza Episcopale Italiana ha sentito l’esigenza di pronunziarsi con due ampi documenti, Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, del 1989, e Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, del 2010, che autorevolmente leggono la questione alla luce della dottrina sociale cattolica e meritano perciò, soprattutto in questo momento, l’attenzione di tutti, e in particolare dei credenti.

 In entrambi questi documenti il punto fondamentale su cui i vescovi poggiavano la loro riflessione era che «il paese non crescerà se non insieme» e che «il bene comune è molto di più della somma del bene delle singole parti» (Per un Paese solidale, n.1).

 Siamo lontanissimi, però, da un cieco statalismo, che i cattolici italiani hanno sempre strenuamente combattuto fin dal tempo del Risorgimento. Nella Costituente sono stati loro a volere introdurre nella Costituzione repubblicana il regionalismo. E il principio di sussidiarietà, oggi spesso invocato in sede sia nazionale che europea, ha la sua prima matrice proprio nell’insegnamento sociale della Chiesa. A questo proposito si ricordava, nel secondo documento della CEI, «la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro» (n. 8). Alla luce della loro storia, nessuno è meno sospetto dei cattolici di voler misconoscere i valori e le esigenze differenziate delle diverse regioni italiane.

 Ciò che i vescovi hanno voluto combattere, già dalla fine del secolo scorso, è piuttosto una deriva culturale che «ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n. 5). Il silenzio calato sulla questione meridionale era ai loro occhi un indizio inquietante dell’eclisse del senso del bene comune che si è registrata in questi ultimi anni in Italia.

 È dunque in nome di questo bene comune e della solidarietà da esso richiesto che la Chiesa fissava, già nel 2010, dei limiti precisi alle autonomie reginali. Perché, se la solidarietà richiede sempre la sussidiarietà, è vero anche il reciproco: «La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia». Ciò che serve, sottolineavano i vescovi, è un «federalismo solidale», che «rafforzerebbe l’unità del Paese, rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali».

 Secondo la Conferenza Episcopale Italiana «un sano federalismo rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio», costringendo in qualche modo gli amministratori meridionali a «rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini». Ma «l’impegno dello Stato deve rimanere intatto (…) per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale» (n. 8).

 La solidarietà nazionale compromessa

È su questo sfondo che va letto il comunicato dei vescovi siciliani. In esso la critica fondamentale al DDL sull’autonomia differenziata è di non tener conto degli «squilibri strutturali ed economici fortemente presenti nel meridione e che potrebbero portare a colpire in modo grave l’unità nazionale in favore di preoccupanti spinte secessioniste istituzionalizzate». Invece di favorire una sussidiarietà al servizio della solidarietà, la riforma rischia, secondo loro, di dissolvere l’unità nazionale in nome degli interessi particolaristici di alcune regioni.

 In questa logica, nel documento della Conferenza Episcopale sicula si sottolinea che «la differenziazione è da considerarsi come un corollario del principio di sussidiarietà» all’interno di un quadro nazionale unitario, e che perciò «la dislocazione differenziata di funzioni legislative in singole Regioni non è affatto (…) un “diritto” di alcune Regioni (o dei loro “popoli”)».

E in questa luce si comprendono le «criticità» del ddl in esame alla Camera segnalate nel comunicato dei vescovi. Ne sono un esempio, secondo loro, «le modalità di finanziamento delle funzioni attribuite» alle regioni autonome, previste agli art. 5 e 6.

 Il ddl prevede che questo finanziamento avvenga «attraverso compartecipazioni al gettito di uno o più tributi erariali maturato nel territorio regionale». Ma «la compartecipazione si collega alla produttività dei territori regionali, con la conseguenza che territori maggiormente produttivi avrebbero introiti maggiori di altre realtà territoriali con una produttività storicamente ridotta e ciò trasformerebbe la differenziazione in diseguaglianza con l’evidente rischio di colpire concretamente la coesione dei territori mettendo in grave pericolo l’unità nazionale».

 Questo pericolo, si osserva nel comunicato, è ancora più evidente se si considera che «nell’art 10, dedicato alle misure perequative, non v’è traccia di fondo perequativo di solidarietà nazionale che permetta di riequilibrare le forti disomogeneità territoriali». Su questo punto i vescovi siciliani sono molto chiari: «Fino a che le regioni del meridione non raggiungono, con un fondo dedicato, almeno la media della capacità fiscale nazionale per abitante non si può affrontare per nessuna regione il tema dell’autonomia differenziata a meno che non si preveda un fondo di solidarietà nazionale vincolato a sanare le disparità delle capacità fiscali territoriali».

 E aggiungono: «Anche la riduzione del cosiddetto “Fondo complementare” da 4 miliardi e 400 milioni di euro, a poco più di 700 milioni di euro rappresenta un ulteriore rischio per le regioni più povere».

 Le «criticità» relative ai LEP

Da parte della maggioranza si insiste sempre sulla garanzia rappresentata dai LEP (livelli essenziali delle prestazioni), che dovrebbero essere determinati prima di procedere alla realizzazione della riforma. Ma nel comunicato dei vescovi proprio il tema dei LEP è considerato motivo di ulteriore «criticità». Innanzi tutto, perché nel ddl «manca un esplicito e necessario richiamo all’art. 2 Cost. fonte del dovere di solidarietà sociale in favore dei soggetti meno abbienti, che costituirebbe un ulteriore e migliore ancoraggio costituzionale anche a garanzia e vincolo nella determinazione dei LEP».

 Inoltre, in riferimento all’art. 3 del ddl, si fa notare che «appare poco prudente la scelta di consentire al Governo di adottare dei decreti legislativi per la determinazione dei LEP posto che con tale scelta il Parlamento, attraverso delle Commissioni, potrà soltanto esprimere un parere su quanto deciso dal Governo ed in caso di silenzio il Decreto legislativo potrà essere comunque adottato».

 Le conseguenze per la Sicilia (e per le altre regioni di difficoltà)

È in questo contesto più ampio, e che riguarda tutto il nostro paese, che i vescovi siciliani guardano alle conseguenze per l’Isola del passaggio a «uno Stato “Arlecchino”», facendo notare «che secondo degli studi fatti dalla Ragioneria Generale dello Stato, la Sicilia perderà 1 miliardo e 300 milioni di euro circa l’anno: un impatto disastroso per una economia già in grande sofferenza».

 Infine, sempre per quanto riguarda la Sicilia, regione a Statuto speciale, il comunicato fa presente che, prima di perseguire ulteriori forme di autonomia differenziata, bisognerebbe che venisse effettivamente realizzato il dettato dello Statuto della Regione siciliana che, all’art. 38, prevede:

 «1. Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici. 2. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale. 3. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo».

 «Quindi», osservano i vescovi, «oltre che rilevare ciò che di critico esiste nell’attuale riforma, la classe dirigente politica siciliana dovrebbe chiedere al governo nazionale l’attuazione completa dello statuto e non sprecare le risorse in dotazione».

 L’ultima frase accenna – per la verità forse troppo di passaggio e timidamente − al grande problema che fa da contraltare alle sperequazioni della riforma e che da sempre viene segnalato, sia a livello di CEI che di CESi, e che è quello delle responsabilità della classe politica del Meridione e di quella siciliana in particolare.

 Già nel documento della Conferenza Episcopale Italiana del 1989 si diceva chiaramente: «Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera Nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il Sud sarà nel futuro» (n. 15).

 La soluzione non può essere l’assistenzialismo. L’aiuto che il Paese può e deve dare al Sud è di stimolarlo a trovare in se stesso le energie e le risorse per uscire dal degrado. E ciò richiede un impegno dei cattolici per rinnovare una classe politica meridionale che, al di là delle contrapposizioni partitiche, risente ancora spesso di un invasivo stile clientelare, in cui affonda le sue radici la presenza della mafia.

 Ma il rimedio a questo non è certo una dissoluzione dell’unità nazionale, che rischia di consegnare il Sud alle sue peggiori derive.

*Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo

sabato 29 agosto 2020

MIGRANTI. CHE NE FACCIAMO?

SI NAVIGA "A VISTA"

di Giuseppe Savagnone *

L’Ordinanza del presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci che sancisce l’espulsione dei migranti e chiude loro i porti dell’Isola – Ordinanza poi impugnata dal governo nazionale, con la motivazione che «la gestione del fenomeno migratorio è competenza dello Stato e non delle Regioni», e in seguito sospesa dal Tar –, ha suscitato, come prevedibile, un vespaio di polemiche, riattualizzando la contrapposizione su questo delicato tema tra “destra” e “sinistra” (a livello politico) e tra sostenitori e oppositori di papa Francesco (all’interno della Chiesa).
Per una riflessione pacata
L’esperienza insegna, purtroppo, quali falsificazioni della realtà possano essere perpetrate quando si discute di immigrazione, sotto la spinta di stati d’animo esasperati e di interessi di parte. Da qui l’opportunità di provare a fare una riflessione pacata, volta, prima che a sostenere una tesi o l’altra, ad avviare un confronto civile, degno di una società democratica e di una comunità ecclesiale. Questo non vuol dire che io non abbia un mio punto di vista (chi segue i miei “chiaroscuri” dovrebbe saperlo), ma che desidero tenere conto anche di quello degli altri, senza affrettarmi a catalogarli sotto questa o quella etichetta offensiva, come oggi si usa fare.
Una rabbia comprensibile
La prima considerazione che mi viene in mente è che la rabbia del presidente Musumeci è comprensibile. Nell’hotspot di Lampedusa sono stipate da giorni 1.400 persone, a fronte di una capienza massima di 192. Questo mentre altri sbarchi si susseguono.
Si aggiunga a questo la gravità della situazione sanitaria. Il virus non lo portano certo gli immigrati. Il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli proprio in questi giorni ha chiarito che, «a seconda delle Regioni, il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia. Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono, è minimale, non oltre il 3-5% sono positivi e una parte si infettano nei centri di accoglienza dove è più difficile mantenere le misure sanitarie adeguate».
Sgombrato il terreno da questa bufala, instancabilmente alimentata dagli organi d’informazione (?!) di “destra”, resta vero che, nelle condizioni disumane in cui i migranti vengono trattenuti, non solo i contagi tra loro sono più facili, ma negli hotspot si verificano sempre più spesso disordini e tentativi di fuga che ne rendono meno controllabile la diffusione, con pericoli anche per la popolazione del territorio.
La latitanza del governo
Di fronte a questo inferno, non è stato solo Musumeci a protestare per la scarsa incisività delle istituzioni nazionali. «Il governo» – ha denunciato il sindaco di Lampedusa – «continua ad affrontare il problema come se fosse una situazione ordinaria, mentre il Presidente del Consiglio dovrebbe assumersi la responsabilità di quanto accade».
Si ha effettivamente l’impressione che, al di là di qualche intervento occasionale, manchi un piano organico, da parte dello Stato, per fronteggiare la situazione. Così come continua ad essere assente, dopo tanti discorsi, una rigorosa pianificazione a livello europeo. Né si possono certo addebitare queste carenze all’emergenza, visto che di questa crisi si parla ormai da anni.
Ma è anche per i migranti che ci si preoccupa?
Tuttavia – ed è questa una seconda considerazione che mi si impone – , leggendo l’ampia premessa con cui si apre l’Ordinanza, si ha la netta impressione che a motivarla non sia stata la legittima preoccupazione per le condizioni disumane in cui i migranti vengono a trovarsi, ma il fatto che la loro tragica situazione «incide in modo significativo e allarmante sul rischio concreto di diffusione del contagio» e la convinzione che «deve essere tutelata l’incolumità e la salute di tutti i cittadini siciliani».
Anche se poi, nelle sue dichiarazioni, Musumeci ha cercato di correggere il tiro, l’Ordinanza non nasce da una logica umanitaria, ma da una visione egoisticamente regionalistica. Come conferma il fatto che essa non si pone minimamente il problema della sorte degli espulsi: dice solo che essi  «devono essere improrogabilmente trasferiti e/o ricollocati in altre strutture fuori del territorio della Regione Siciliana».
Prospettiva locale e prospettiva nazionale
Si potrà osservare che non è compito del presidente di una Regione affrontare il problema nel suo complesso. Ma è proprio questo che il governo e i sostenitori dell’illegittimità del testo normativo hanno obiettato. La politica dell’accoglienza non può essere gestita dai poteri locali – come già in altre occasioni essi hanno preteso di fare – con uno sbrigativo «fuori dai piedi» o l’equivalente «ovunque, tranne che da noi». Se non altro perché una giusta distribuzione è possibile solo in una logica nazionale, che ne stabilisca ragionevolmente, in rapporto alle diverse situazioni territoriali, le modalità.
Un’eclatante ambiguità: il rinnovo dell’accordo con la Libia
Resta il fatto che, alla base di questa situazione sbagliata non c’è solo l’improntitudine del presidente della Regione Sicilia, ma prima di tutto l’incapacità del governo di proporre un progetto serio per la gestione dell’accoglienza e dell’integrazione di migranti.
Quella di questi giorni non è l’unica occasione in cui lo si è visto. Ai primi di febbraio si è lasciato che scattasse la proroga automatica, per altri tre anni, senza sostanziali modifiche, del memorandum Italia-Libia, in base a cui il nostro Paese ha finanziato generosamente la Libia perché bloccasse con tutti i mezzi – compresi i lager e le violenze della guardia costiera sui naufraghi – le partenze verso le nostre coste.
Il vero Salvini è stato Minniti
Le indignate denunzie della “sinistra” contro le prese di posizione di Salvini nei confronti dei migranti hanno oscurato il fatto che quell’accordo era stato firmato dal governo Gentiloni nel febbraio del 2017 e gestito dal ministro degli Interni – del PD – Minniti. Salvini è stato abile nel contribuire a questa smemoratezza, per lucrare i consensi derivanti da scelte altrui e dalla conseguente drastica diminuzione degli sbarchi (risalente in realtà ai mesi precedenti alla sua entrata in carica). Ci sarebbe aspettati, adesso, che quell’ “errore” fosse corretto introducendo nel memorandum clausole vincolanti contro le violazioni sistematiche dei diritti umani da parte del governo libico. E invece lo si è rinnovato così com’era, pur dichiarando che ci si riservava di chiedere in futuro delle modifiche (ma le modifiche andavano chieste prima, non dopo il rinnovo! E infatti, anche la recente visita del ministro Lamorgese non sembra aver prodotto più di qualche generica raccomandazione umanitaria, tutt’altro che cogente).
La mancata abolizione dei “Decreti sicurezza”
Analoga ambiguità il governo ha avuto nei confronti dei due “Decreti sicurezza” voluti da Salvini e bollati, giustamente, come “Decreti insicurezza”, perché, essendo volti a rendere quanto più possibile difficile l’integrazione, rischiano di condannare alla clandestinità permanente persone che, a questo punto, diventerebbero effettivamente pericolose.
Dopo le vivacissime proteste che questi due testi normativi avevano  giustamente suscitato, ci si poteva aspettare che fosse una priorità del nuovo governo abolirli o almeno modificarli radicalmente. Invece, no. La sola cosa che è cambiata è l’atteggiamento dei rappresentanti delle istituzioni, ora meno fiscale e rigoroso di quando Salvini gestiva il ministero degli Interni. Delle deroghe si sono fatte riaprendo i porti per rendere di nuovo possibile l’accoglienza. Restano però tutte le limitazioni previste dai Decreti che rendono difficile l’integrazione. Si naviga a vista.
Insomma, mentre quello di Salvini è un progetto politico, questo non lo sembra esserlo. Certo, bisogna dare atto che quello delle migrazioni è un problema di amplissime proporzioni e di difficilissima soluzione, di cui sarebbe follia pretendere la soluzione in tempi brevi. Ma l’attuale governo sembra incapace non solo di risolverlo, bensì di affrontarlo con una sua precisa linea politica, che possa costituire un’alternativa a quella (disastrosa) dei governi precedenti.
Così si svalutano anche gli appelli di papa Francesco
A questo punto non c’è da stupirsi se molti cittadini hanno dato ragione a Musumeci. Anche tanti cattolici, che sarebbero in astratto d’accordo con papa Francesco sulla necessità di accogliere i poveri, in concreto si sentono minacciati da un’accoglienza caotica e senza prospettive di una corretta integrazione. In questo modo non si rende un buon servizio neppure agli immigrati. E acquistano forza le sorde resistenze, anche nell’ambito ecclesiale, nei confronti degli accorati appelli di Francesco, che ancora in questi giorni ci ha messi in guardia dalla “cultura dello scarto”. Dimenticando che lo stesso pontefice ha sempre sottolineato che l’accoglienza, senza integrazione, non è una soluzione, anzi perpetua in altre forme la logica dello scarto.
Senza un linea politica adeguata, vincerà la paura
La verità è che la carità non può fare a meno della giustizia e la giustizia non può fare a meno della politica. Se quest’ultima continuerà a barcamenarsi tra dichiarazioni di principio umanitarie e una effettiva mancanza di progettualità e di efficienza nel tradurle in scelte e misure concrete, è inevitabile che l’opinione pubblica – già nel recente passato molto sensibile alla “propaganda della paura” di matrice sovranista – finisca per concludere che la linea del respingimento dei migranti è l’unica realisticamente praticabile. E questo, al di là delle controversie tra “destra” e “sinistra”, per il nostro Paese significherebbe ricadere in una regressione ben più grave di quella economica, perché coinvolgerebbe non il Pil, ma la nostra umanità.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo