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lunedì 5 gennaio 2026

SERENDIPITY


 Il significato di Serendipity, l’affascinante parola inglese che celebra le piccole fortune inattese della vita

Serendipity è trovare qualcosa di prezioso senza cercarlo intenzionalmente. 

Scopri il significato di questa bellissima parola inglese, la sua origine e la sua importanza nella vita quotidiana.

 

-di Natalia Cristiano

 

Ci sono parole che non si limitano a descrivere un concetto, ma sembrano contenere interi mondi. Serendipity è una di queste. Non è soltanto un affascinante parola inglese, ormai adottata da molte lingue, ma un’idea complessa, sfaccettata, quasi una filosofia di vita. Evoca l’incontro con l’inaspettato, la scoperta non programmata, quei momenti in cui qualcosa di prezioso emerge mentre eravamo intenti a cercare tutt’altro, o magari mentre non stavamo cercando nulla di preciso.

In un'epoca che esalta l’organizzazione minuziosa, la produttività e il controllo costante, la Serendipity appare come una necessaria controcorrente. Ci ricorda che non tutto ciò che ha valore può essere pianificato, misurato o previsto. Al contrario, spesso le esperienze più significative arrivano quando smettiamo di forzare il percorso e lasciamo spazio a ciò che non avevamo previsto.

Se ripensiamo alle nostre vite con onestà, ci accorgiamo che molte svolte decisive sono nate “per caso”. Un incontro avvenuto in modo fortuito, una scelta fatta quasi per deviazione, un errore che si è rivelato più fertile di un successo. Dare un nome a questi eventi significa riconoscerne la dignità e il valore. La Serendipity suggerisce che il caso non è solo caos o disordine, ma può diventare una forma inattesa di dono.

In questo articolo esploriamo il significato di Serendipity, le sue origini, il suo ruolo nella scienza e nella cultura, e ciò che può insegnarci su come abitare il mondo con maggiore apertura, curiosità e consapevolezza.

Il significato di serendipity: oltre la semplice fortuna

La definizione comune di Serendipity come “scoperta fortunata e casuale” è corretta ma incompleta. Non si tratta semplicemente di fortuna passiva, di un evento fortuito che capita senza coinvolgimento. La vera serendipità nasce dall’incontro tra eventi imprevisti e una mente pronta a riconoscerne il valore. Richiede sensibilità, apertura mentale e la capacità di fare collegamenti tra cose apparentemente scollegate. In altre parole, è spesso l’atteggiamento di chi sa vedere oltre l’evidenza immediata, cogliendo opportunità che altri non percepiscono. 

Trovarsi davanti a qualcosa di prezioso mentre si cercava altro, o assistere a un evento imprevisto che spalanca nuove possibilità, può dipendere da una combinazione di attenzione, intuizione e prontezza di spirito. La serendipità non è quindi solo ciò che succede: è il modo in cui rispondiamo a ciò che succede. Due persone possono vivere la stessa coincidenza: una potrebbe ignorarla, l’altra potrebbe trasformarla in un’opportunità. In questo senso, il fenomeno ha molto a che fare con il modo in cui guardiamo al mondo. 

Origine del termine: una storia letteraria e geografica

Il termine Serendipity fu coniato nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Walpole, celebre anche come autore e figura culturale del suo tempo. Walpole utilizzò questa parola in una lettera al suo amico Horace Mann per descrivere una scoperta inaspettata che aveva fatto, evidenziando come spesso gli eventi fortuiti possano portare a risultati di grande valore se accompagnati da sagacia e attenzione.

La parola deriva da Serendip, l’antico nome persiano dell’isola oggi chiamata Sri Lanka. Questo nome è a sua volta entrato nelle lingue occidentali attraverso forme arabe come Sarandib, derivate dal sanscrito Siṃhaladvīpaḥ, che significa “isola dei Singhalesi” o “isola del leone”.

Walpole si ispirò a una fiaba persiana intitolata I tre principi di Serendip, tradotta in italiano da Cristoforo Armeno e pubblicata a Venezia nel 1557. Nel racconto, tre principi compiono una serie di scoperte sorprendenti non perché le stiano cercando, ma grazie alla loro capacità di osservare, dedurre e interpretare indizi apparentemente insignificanti. Questo elemento di intuizione unito al caso fu ciò che colpì Walpole e lo spinse a creare un termine che potesse racchiudere questa combinazione di accidente e sagacia.

Nonostante sia nato in un contesto letterario, il termine ha via via assunto significati e applicazioni più ampi, fino a entrare nei lessici di molte lingue, tra cui l’italiano, dove si trova ormai nei dizionari con il significato di "La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.

Il metodo di apprendimento passivo dell'inglese consente di imparare nuovi vocaboli e regole grammaticali semplicemente guardando serie TV, leggendo libri o ascoltando musica nelle lingua straniera. Ti spieghiamo quali sono i vantaggi e i limiti di questa strategia.

Serendipity nella scienza

La storia della scienza offre numerosi esempi di serendipità applicata alla ricerca. Alcune delle scoperte più rivoluzionarie non sono nate da progetti intenzionalmente diretti, ma da osservazioni inaspettate che sono state riconosciute e valorizzate da menti aperte. Un famoso esempio è quello di Alexander Fleming, che notò una muffa in una piastra di Petri che stava inattivamente uccidendo batteri, portando alla scoperta della penicillina, un punto di svolta nella medicina moderna.

Altri esempi includono invenzioni come i Post-it, nati da un adesivo considerato inizialmente inutile, o la scoperta dei raggi X, emersi da osservazioni inattese durante esperimenti con tubi a raggi catodici. In ciascuno di questi casi, la differenza tra un evento casuale e una vera serendipità risiede nella capacità di riconoscere l’importanza del fenomeno e di trarne senso e opportunità.

Serendipity nella vita quotidiana e nella cultura

Nel contesto quotidiano la serendipità può manifestarsi in mille modi: un incontro casuale che cambia il corso di una relazione, una scelta fatta d’impulso che apre nuove prospettive, persino un errore che si rivela più fertile di un successo previsto. La cultura popolare ha spesso celebrato questo concetto attraverso racconti, romanzi e film. Un esempio celebre è il film Serendipity – Quando l’amore è magia (2001), in cui il destino e gli eventi imprevedibili giocano un ruolo centrale nel legare due persone.

In psicologia, filosofia e sociologia della conoscenza, si discute spesso di serendipità come attitudine, condizione di apertura verso l’imprevisto e modalità di relazione con l’ambiente circostante. Piuttosto che considerare il caso come semplice coincidenza, la serendipità invita a riconoscerne il potenziale creativo e trasformativo.

SpeakUp

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lunedì 20 ottobre 2025

LA SCUOLA CHE INSEGNA A PENSARE

RISVEGLIARE LA COSCIENZA CRITICA


 “L’educazione è un processo di vita, 

e non una preparazione alla vita futura.”

 J. Dewey 



La libertà di imparare


Ci sono date che meritano di essere ricordate non per le guerre vinte o per i troni conquistati, ma per le idee che hanno cambiato il destino dell’uomo. Il 20 ottobre 1859 nasceva John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, il cui pensiero avrebbe rivoluzionato per sempre il modo di intendere la scuola.

Per Dewey, educare non significava riempire la mente di nozioni, ma risvegliare la coscienza critica. Una scuola viva, capace di formare cittadini consapevoli, non sudditi obbedienti. Un luogo in cui imparare a osservare, a fare, a sbagliare, a discutere, a comprendere il mondo attraverso l’esperienza.

“L’educazione non è preparazione alla vita. È la vita stessa”, scriveva. In questa frase si condensa la sua visione: la scuola come laboratorio dell’esistenza, come spazio in cui allenare la mente e il cuore alla complessità della realtà.

 Il pensiero come esperienza

Dewey rifiutava l’idea di un sapere astratto e sterile. Vedeva nel pensiero una forma di azione, un processo dinamico e trasformativo. Non un “sapere per sapere”, ma un pensare per comprendere e per vivere meglio.

Nella sua concezione, l’insegnante non è un’autorità che impone, ma una guida che accompagna. La conoscenza non cala dall’alto, nasce dal dialogo e dalla cooperazione. Ogni bambino porta con sé un mondo da scoprire e da valorizzare.

Il suo sogno era semplice e radicale: una società capace di pensare insieme. Una democrazia viva, costruita ogni giorno dentro e fuori dalle aule.

 Intervista immaginaria a John Dewey

Abbiamo immaginato di poterlo incontrare oggi, in una scuola di periferia, tra tablet, lavagne digitali e ragazzi che vivono con un piede nel reale e uno nel virtuale.


Dottor Dewey, cosa direbbe ai ragazzi di oggi che faticano a trovare un senso nella scuola?

Direi loro di non cercarlo nei voti o nei giudizi, ma nelle domande che li abitano. La scuola non serve a dare risposte, ma a imparare a formulare domande vere. È il dubbio, non la certezza, che ci fa crescere.

 E agli insegnanti, spesso disillusi e stanchi?

Ricordate che siete custodi di possibilità. L’insegnamento non è un mestiere, è una forma d’arte: la capacità di trasformare la curiosità in conoscenza, e la conoscenza in libertà.

 Cosa pensa della tecnologia in classe?

Ogni strumento può essere utile, se è al servizio dell’esperienza e non della distrazione. Non temete la tecnologia, ma chiedetevi sempre: ci sta aiutando a comprendere la vita o ci sta solo intrattenendo?

 C’è ancora speranza per l’educazione nel mondo di oggi?

La speranza nasce ogni volta che un insegnante ascolta un bambino. Ogni volta che qualcuno impara a pensare con la propria testa. La scuola non deve cambiare il mondo, deve insegnarci a non subirlo.

 La lezione dimenticata

 Nel tempo della velocità e dell’informazione, il pensiero di Dewey torna come un promemoria silenzioso: la scuola non è una fabbrica di risultati, ma un luogo di crescita interiore e collettiva.

Forse è tempo di tornare a una pedagogia del sentire, dove ogni lezione diventa occasione di scoperta, e ogni errore un passo verso la comprensione. Una scuola che non si limiti a insegnare cosa pensare, ma insegni come pensare.

 Citazione d’autore

“L’educazione è un processo di vita, e non una preparazione alla vita futura.”

John Dewey

Consiglio consapevole

La prossima volta che osservi un bambino che fa una domanda, non rispondere subito. Lascia che la sua curiosità respiri, che il pensiero cresca da solo. È in quel momento che nasce l’intelligenza autentica: quando impariamo a pensare con libertà e meraviglia.

 Blog UAM

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giovedì 16 ottobre 2025

PER UN PUGNO DI ALBERI

 


 Un esercizio 

per ritrovare 

la realtà (e noi stessi)

 



-di Alessandro D’Avenia

 

Ho dato questo compito ai miei studenti: fare una passeggiata senza cellulare lungo un notissimo tragitto cittadino, parco compreso.

 Dovevano trovare: tre alberi diversi, un pozzo, un mercato, delle palle di cannone, una statua... e rimanere aperti a tutto ciò che sarebbe accaduto nel frattempo. 

 È stato bello ascoltare lo stupore di chi si era accorto di quanta realtà contenga la realtà quando le diamo il tempo di accadere. E così c'è chi si è goduto la musica di un artista di strada, chi le prime caldarroste, chi la storia di un ambulante... e poi gli alberi di cui non avevano idea se non in astratto: lungo il tragitto ce ne sono almeno 30 tipi (dal tasso al ginkgo, dall'acero al liquidambar). Il concetto generico di albero si è popolato di singolarità e poi di nomi (letti sui cartelli del parco). 

 Riuscire a dare del tu alle cose è l'unico modo di custodirle: non possiamo dire amico qualcuno di cui non conosciamo il nome e le caratteristiche che lo rendono unico. La violenza comincia sempre dall'eliminare l'unicità come dice Vasilij Grossman all'inizio del suo capolavoro: «Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene – e non ce ne sono – due identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne» (Vita e destino). Se la vita si spegne non dipende da lei ma dalla violenza, che inizia dalla disattenzione. Come uscirne?

 Dallo stupore dei miei studenti ho colto che il desiderio di connessione con il mondo è fortissimo, ma è addormentato dall'uso pervasivo degli schermi. 

 L'intelligenza artificiale dei telefoni più recenti è «visiva»: basta puntarli su qualcosa per sapere che cosa stiamo guardando. La prossima frontiera sono infatti gli occhiali a intelligenza artificiale, avremo lo sguardo «informatizzato». 

 Ma se l'informazione precede l'incontro con le cose rischiamo di perdere la connessione emotiva con la loro vita, invertendo il percorso che da millenni ha guidato il Sapiens: prima viene il rapporto vivo con il mondo, lo stupore, e poi la sua scoperta, la conoscenza. Non ci innamoriamo di qualcuno leggendone il curriculum, ma incontrandolo. 

La vita «datificata» è più fredda di quella «data». La «datificazione» del reale ne offusca il livello simbolico (di «legame», che è il significato originario della parola simbolo) cioè relazionale. Non a caso un'alunna ha raccontato del tasso, che non conosceva e che l'ha colpita perché le assomiglia: un albero fa scoprire a una quattordicenne della gen Z qualcosa di sé. Non si ama «la natura» in astratto, ma ciò che si sente come parte di sé. Un'educazione «cosmica» stringe legami (simboli) con le cose, ciò che scopro fuori di me parla a me e di me: «Il tasso mi assomiglia: piccolo rispetto ad altri alberi ma resistente a tutto e sempreverde». Non se lo dimenticherà più, ha aggiunto un nome alla realtà (il tasso fuori di lei) e a sé stessa (il tasso in lei), in un simbolo-legame che dà consistenza all'esistenza irripetibile di entrambi. Un altro ragazzo ha parlato del «bagolaro» perché è un albero meno noto, originale, come lui. Invece la bellezza dei colori già autunnali del ginkgo non poteva sfuggire ad una ragazza appassionata di armocromie e moda. 

 La profondità delle cose è attinta solo nell'incontro tra due unicità, e questa dimensione che potrebbe sembrare solo estetica e psicologica è in realtà etica: il legame con le cose offre sempre un orientamento, una scelta, un destino. 

 Mia madre mi ha raccontato che quando piangevo metteva la carrozzina sotto un albero, il movimento delle foglie illuminate mi calmava e incantava per ore, credo venga da lì il mio amore per gli alberi e per la contemplazione. Solo lo stupore conosce: ci innamoriamo prima di sapere, ma poi vogliamo sapere di più di ciò che amiamo e quel sapere diventa amore, in un circolo virtuoso che si chiama «appartenere». 

 Oggi il mondo è disincantato per mancanza di simboli, i legami con le cose: siamo schermati e la curiosità (che viene da cura e della cura è il primo gradino) si riduce a dispersione e dopamina (la ricompensa immediata), e non diventa amore e profondità. Tutto va contro il più semplice ed efficace degli obblighi educativi: «Guarda!», l'invito con cui il genitore o il maestro accompagnano il dito che indica qualcosa di bello, là fuori, perché il bambino avverta il miracolo del mondo grazie a chi lo ha già incontrato e ne passa il testimone (lo testimonia). 

 Lo scrittore David Foster Wallace diceva infatti che scrivere è «fare il massaggio cardiaco agli elementi di umanità e di magia che ancora resistono e luccicano malgrado l'oscurità dei tempi». Cioè: «Guarda!». Ridimensionare il «sé schermato» in favore del «sé aperto» ci fa ritrovare un rapporto vitale con cose e persone: è lì che nascono le vocazioni, perché «presto attenzione» solo a ciò a cui sono legato. 

 Dell'autunno, ridotto a foto del foliage, ignoriamo chi lo indossa in stili differenti e unici: laricifrassinicastagniquerceaceri... E chi perde le differenze, diventa pian piano in-differente. Gli esseri viventi si estinguono o nascono dentro di noi prima che fuori. Siamo poveri di mondo perché ci viene consegnato da fredde astrazioni e non da unicità, da informazioni e non da narrazioni, da dati e non da stupori. Sappiamo differenziare i rifiuti ma non le cose vive. 

 Dobbiamo tornare a stare nel mondo come fine e non solo come mezzo, solo questo consentirà alla realtà di rivelarci come vuole che ci prendiamo cura di lei, perché ognuno ne è sedotto in modo diverso. Quando Ulisse, tornato dopo vent'anni a Itaca, non viene riconosciuto dal padre, gli dice: «I nomi degli alberi di questo frutteto ben coltivato io ti dirò: un tempo me li donasti e io, ancora bambino, te li chiedevo uno per uno venendoti dietro nell’orto; in mezzo ad essi andavamo e tu mi dicevi il nome di tutti; tredici peri mi desti, e dieci meli, e quaranta fichi, cinquanta filari di viti mi promettesti, che maturano in tempi diversi, e vi sono grappoli di ogni tipo, nelle stagioni di Zeus». Al sentire queste parole a Laerte «si sciolsero le ginocchia e il cuore nel riconoscere i segni sicuri che gli rivelava Odisseo». In questa scena è il figlio a restituire al padre «i segni sicuri» del «guarda!» di un tempo, e gli alberi, uno per uno, nome per nome, sono simboli (legami) della verità: «Sono io, tuo figlio». Il padre allora «vede» il figlio attraverso i nomi del mondo che gli aveva dato in eredità quando era bambino, un vissuto che nessun paio di occhiali «intelligenti» avrebbe potuto rivelare, perché apparteneva solo a loro. 

 Ho chiesto ai miei studenti perché non fanno più spesso queste camminate se sono così belle e mi hanno detto che non hanno tempo, salvo poi verificare sul minutaggio delle app che di tempo ne avrebbero in abbondanza. 

 La vita è sì scomponibile in «data» (i dati), ma è prima di tutto «data» a chi si fa trovare. Anche solo in una passeggiata...

 Corriere della Sera

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giovedì 29 agosto 2024

GENITORI ZOMBI


 Paolo Crepet e i genitori zombie: «Credono che la responsabilità sia dare tutto ai figli: è questo il loro mantra. Continuano a dare, dare, dare e quindi tolgono, tolgono tolgono»

-         Lo psichiatra e opinionista porta avanti una battaglia culturale contro l'indifferenza e la perdita delle emozioni attraverso una conferenza-spettacolo ispirata al suo nuovo libro. Ci ha spiegato il suo punto di vista sul ruolo dei genitori, sugli sbagli dei nonni e sulla forza dell'empatia: «ciò che può salvarci dalla barbarie-         

Da tempo lo psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano denuncia proprio gli effetti collaterali che questa anestesia emotiva unita a certe «disfunzioni» sociali stanno producendo su giovani e adulti. Lo fa portando avanti anche una battaglia culturale contro l’indifferenza e la perdita di responsabilità che sempre più genitori stanno mostrando. Genitori che lo stesso Crepet, in passato ha definito simili a «zombie», incapaci di fermezza, di prese di posizione decise e soprattutto di responsabilizzare i figli, educandoli alla vita.

-                            Che cosa significa essere un «genitore zombie»? «Significa tante cose. Intanto una sorta di disorientamento che la gente sente e che non è necessariamente legato a un orientamento o a un “riorientamento”. Ho l'impressione che molti abbiano capito che essere disorientati è anche molto confortante. Significa essere in una sorta di comfort zone in cui non hai responsabilità. Puoi alzare la manina e re: “Io sono disorientato, quindi non aspettatevi risposte da me”. E così ognuno fa quello che vuole, sostanzialmente continua la sua passeggiatina esistenziale che non porta da nessuna parte, se non al parco a sedersi su una panchina e accendere il telefonino. Mi pare che sia pieno di queste persone: madri, padri, parenti vari che fanno di tutto - spero incoscientemente - per rovinare i propri figli».

-          -         E il senso di responsabilità che fine ha fatto? «Queste persone ritengono che la responsabilità sia dare tutto ai loro figli: è un po' questo il loro mantra e quindi, poveretti, continuano a dare, dare, dare e invece tolgono, tolgono tolgono. Questo è l'aspetto forse più inquietante».

-          -         Lei sottolinea l'importanza di imparare sin da piccoli a fare i conti con «la vita vera». Dove sbagliano i genitori di oggi? «Posso citare il titolo dell’ultima opera che ho scritto: Mordere il cielo. Ecco, i genitori non lo vogliono più fare. Perché è faticoso e comprende anche un po’ di rischio».

-          -         Il problema maggiore non sono tanto i ragazzi quanto i genitori, quindi? «Beh, anche i nonni».

-          -         In che senso? «Un contributo negativo lo hanno dato anche loro. Perché i nonni, quando sono stati ragazzi, hanno fatto la vita che più o meno descrivo io, cioè quella in cui monti su una motocicletta e te ne vai via. Per gioco o per costrizione, per miseria o per virtù, sono stati comunque una generazione che ha accettato l'idea dell’ignoto, del costruire, del cantiere che tira su un edificio che si chiama vita. Poi, però, hanno smesso di farlo. Come se a un certo punto arrivasse un'età in cui c’è una sorta di gong a dire "fermi tutti, state pure tranquilli", come fosse il ciak finale di un film. Questo è stato delittuoso da parte nostra, sicuramente, perché poi si è trasmesso a una generazione, quella più o meno genitoriale, che ha fatto una sorta di rinuncia al pensiero: il pensiero è diventato un optional, un gadget di cui possiamo fare a meno. Oggi è più importante avere un autista sotto casa che pensare. Il che è terribile, ed è anche un atto di enorme presunzione».

-          -         Nel suo nuovo libro, Mordere il Cielo lei pone l’accento anche sul fatto che ci stiamo avviando verso una neutralizzazione emotiva sempre più forte. Che cosa sta spegnendo le emozioni? «La ripetitività delle cose. Se si vuole spegnere il senso di una cosa, proprio come se si avesse in mano un telecomando, basta ripeterla all’infinito. Esempio: se si prende il tentato assassinio di Trump e lo si vede non più tante volte, come accadeva un tempo con la televisione, ma 100, 1000, 10.000 volte attraverso i social, si toglierà definitivamente l’emozione da quella pallottola».

-         -          Lei ha parlato di «anestesia dell'anima», in riferimento alle relazioni, all'incontro con l'altro. Davvero è così? «Sì, è così. I bambini non si abbracciano più, quasi non giocano neanche più. Abbiamo proprio buttato il Napalm sulle emozioni».

-             Nel suo nuovo libro ha parlato anche dell'empatia: manca è dovremmo riacquisirla «per evitare la barbarie». Ma l'empatia si può imparare o è innata? «No, non è innata e sì, si può imparare. Per esempio, crescendo in un ambiente si gioca, si litiga con gli amici, si incontrano nuovi bambini simpatici. Si tratta di una grande ginnastica mentale e porta alla nascita di un tessuto neuronale che spinge alla ricerca dell’altro, alla curiosità per l’altro. L’empatia è questo».

-              Si può imparare anche da adulti? «Magari con dosi di difficoltà maggiori, se non la si conosce. La differenza è che a 30 anni è un impegno cosciente, a 5 anni no: giochi e basta, viene da sé. Diciamo che fare i castelli di sabbia sul bagnasciuga è empatia, perché poi magari arriva qualcuno che te lo distrugge, un altro ti dice che è bellissimo o uno che lo fa più bello del tuo».

-         Come dovrebbero intervenire i genitori per crescere nuovi adulti empatici e quindi con un atteggiamento diverso nei confronti della vita? «C'è un compito ben preciso che gli adulti hanno, per la verità, una grossa responsabilità. Perché, per esempio, non c'è più un tempo dell'ozio sociale? Perché consideriamo moderno e contemporaneo e futuribile addirittura una sorta di solipsismo digitale? Che cosa ha di così interessante? È un ergastolo! Se un padre si prendesse invece del tempo per raccontare al proprio figlio adolescente di quando da giovane prendeva un treno con tre amici e arrivava in Danimarca, di cosa succedeva, del freddo che faceva, di cosa mangiava e dove dormiva, degli incontri che faceva, del concerto che ha visto, insomma: della vita che ha vissuto durante quel viaggio, questo farà innamorare dell'idea del viaggio e allora, il minimo che possa succedere è che quel figlio o quella figlia possano aprirsi alla vita e dire, a un certo punto: “Vado con i miei amici in Finlandia!”»

         Dottor Crepet, qual è l'emozione che le manca più di tutte le altre in questo momento storico? «La sorpresa».

 

-         Alzogliocchiversoilcielo

martedì 7 marzo 2023

IL GRANDE CIELO

L'AVVENTURA DEL CAMMINARE

PER CONOSCERE 

SE STESSI 

"Questa è la storia di un uomo di pianura e di metropoli che ha sempre guardato alla montagna per amor di valico, di salita, di cielo.

 È la storia di come quell'uomo ha sempre sentito il camminare 'in salita' come un'avventura che, senza trasformarsi in 'specialità sportiva', ha nutrito l'immaginazione e il sentimento. 

È un'avventura: quella del 'guardare in su', della conquista del cielo a cui siamo appoggiati più di quanto non siamo appoggiati sulla terra; di come le forme ci accompagnano in quel moto ascensionale, di prato in roccia, di bosco in pietraia, di malga in solitudine. 

È la storia di una educazione sentimentale, ma insieme la storia di come quell'uomo ha imparato a leggere la montagna, non solo attraverso l'apprendimento del cammino ma anche attraverso il filtro della pittura, della musica, della memoria locale, dei racconti orali. 

Che cosa sia un sentiero, lo si sa quando se ne perdono le tracce. Quell'uomo di pianura e di metropoli lo conosco bene, perché mi somiglia, e somiglia a quanti mi sono stati compagni in quella avventura." (Alberto Rollo)

 Il grande cielo. Educazione sentimentale di un escursionista

di Alberto Rollo

Editore: Ponte alle Grazie

Data di Pubblicazione: febbraio 2023

EAN: 9788833318806

ISBN: 883331880X

Pagine: 208

Formato: brossura

Argomenti: Alpinismo, arrampicate e scalate, Passeggiate, escursioni, trekking


 

venerdì 14 ottobre 2022

ALLA SCOPERTA DELLA BELLEZZA

Giornate Fai d’autunno, festa dei luoghi di bellezza nascosta e del volontariato

 

Torna l’evento nazionale del Fondo per l’ambiente italiano, per la partecipazione attiva alla salvaguardia del patrimonio artistico, storico e naturale del Paese. Aperti al pubblico 700 luoghi inaccessibili o poco valorizzati di 350 città, grazie all’impegno di 7 mila volontari. Una selezione di proposte da Nord a Sud, le iniziative nel bolognese e l’esperienza di 30 studenti di un liceo classico di Bologna, in un palazzo del ‘500, che fanno da “ciceroni” per le bellezze della loro scuola

 

- di Alessandro Di Bussolo

 

Una festa della bellezza di tanti luoghi d’Italia normalmente non visitabili e del servizio di 7 mila volontari del Fondo per l’ambiente italiano, il Fai, che con il loro entusiasmo permettono di rendere vivi per cittadini e turisti palazzi, chiese, giardini, parchi, ville, fabbriche e anche edifici scolastici, non conosciuti per il loro reale valore artistico, storico, culturale e naturale. Sono le Giornate Fai d’Autunno che tornano per l’undicesima edizione, sabato 15 e domenica 16, e che permettono l’apertura alla visita di più di 700 luoghi in 350 città d’Italia, in tutte le regioni, grazie all’impegno dei gruppi Fai Giovani e tutte le delegazioni Fai cittadine, diffuse e attive in tutta italia. In dieci edizioni, le Giornate hanno coinvolto più di un milione e 400 mila visitatori.

Settecento meraviglie nascoste, il 350 città italiane

Settecento meraviglie da scoprire, “nascoste in luoghi poco conosciuti e solitamente inaccessibili – spiegano al Fai - che raccontano storia e natura dell’Italia, spaziando dall’archeologia all’architettura, dall’arte all’artigianato, dalla tradizione alla memoria, dall’antico al moderno, dalla città alla campagna”. Un patrimonio che va “dai palazzi delle istituzioni alle architetture civili - ospedali, carceri, scuole e università, e perfino porti - da chiese e conventi a dimore private, ville e castelli, da siti archeologici a moderni centri di ricerca, dai borghi immersi nella natura a parchi, giardini e orti in città, dai villaggi operai ai laboratori artigianali e alle industrie del made in Italy”. Bellezze che il Fai svela al pubblico in due giorni di festa, di divertimento, ma anche di apprendimento e sensibilizzazione.

Armiraglio: di nuovo una festa di piazza dopo la pandemia

Perché questi luoghi speciali sono a pieno titolo “il nostro patrimonio” e perciò “tutti siamo chiamati a curarli e a proteggerli per le generazioni presenti e future, com’è nella missione del Fai, cominciando innanzitutto a conoscerli, per scoprirne il valore”. A presentarci le Giornate Fai dell’Autunno 2022 e alcuni dei luoghi più interessanti è Federica Armiraglio, responsabile contenuti Campagne nazionali Fai.

Tornano le giornate Fai d'autunno, dopo le difficoltà legate alla pandemia. Vi aspettate una ripresa della partecipazione di cittadini e turisti? Avete per questo ho cercato anche di aumentare il numero di luoghi aperti?

 

Speriamo davvero in una grandissima partecipazione, perché le giornate Fai d'autunno sono sempre una festa e sono una festa di tutti, non solo del Fai. Noi mettiamo la chiave che apre le serrature delle porte di luoghi che normalmente non sono visitabili, ma la festa è soprattutto per le persone che questi luoghi li rendono nuovamente vivi. Parliamo di 350 città con oltre 700 luoghi aperti, di tutti i tipi. Ci saranno le classiche ville e castelli, ma ci sono anche tanti luoghi speciali e diversi dai soliti da scoprire insieme al Fai questo fine settimana.

Dove avere informazioni sui luoghi aperti e su come visitarli? È sempre necessaria la prenotazione?

Andate sul sito www.giornatefai.it , potete fare una ricerca per regione, per comune, o per curiosità, e trovare tra le varie aperture quelle che più vi interessano. La prenotazione è richiesta soltanto in alcuni luoghi, di solito beni istituzionali; quindi, di proprietà di enti pubblici che lo hanno specificamente richiesto. Ma proprio per tornare appunto alla festa che sono sempre state le giornate Fai, gran parte dei luoghi in realtà è senza prenotazione. Quindi vi aspettiamo in piazza, magari con un pochino di pazienza, per scoprire questi luoghi che sono aperti in via eccezionale questi due giorni.

Tra le 700 proposte in 350 città italiane di cui ci ha parlato prima, ce ne può segnalare qualcuna di particolare, magari nuova per le Giornate, tra sud centro e Nord?

Partirei dal nord, facendo una carrellata di beni artistici e naturalistici, con qualche luogo molto curioso. A Doberdò del lago, in provincia di Gorizia, c’è un’apertura a cui teniamo molto, sono quattro percorsi diversi nel Carso, che è stato colpito da un grande incendio a fine luglio. Quest'apertura vuole quindi anche sensibilizzare le persone e sul patrimonio storico, artistico e naturalistico che il Carso ha, perché saremo una riserva naturale, ma anche ovviamente sulla necessità di fare attenzione alla tutela del nostro territorio e le giornate del Fai hanno sempre un valore anche sociale. A Venezia apre il complesso di San Francesco della Vigna, che ha questo nome proprio perché conserva la più grande vigna di Venezia che da 600 anni si affaccia sulla laguna nord e che normalmente non si può visitare. A Firenze apre il conservatorio Cherubini, in una villa del Settecento, un luogo veramente molto molto speciale, come il vicino castello di Montauto, siamo sempre nei dintorni di Firenze. O a Recanati, ad esempio, apre Villa Koch, che è stata il set de Il giovane favoloso, il film dedicato a Giacomo Leopardi. Così come invece a Sassari apre l'ex carcere di San Sebastiano, normalmente chiuso, anche se ha abbandonato, quindi anche questa è un’ apertura eccezionale, dov'è stato girato un altro film “Aria ferma” con Toni Servillo.

E a Palermo si potrà salire in maniera straordinaria sul campanile che prospetta sulla cupola del Carmine, da cui ti abbraccia non soltanto un panorama straordinario sul centro di Palermo, ma anche su questa cupola che è una delle più belle e monumentali addirittura di tutta Italia. E poi ancora a Campobasso, per esempio, vi cito il Museo dei misteri, che sono in realtà quelli religiosi della processione del Corpus Domini e lì si vedranno gli ingegni creati nel Settecento che sono strutture su cui vengono installate le persone, soprattutto bambini, durante questa processione. Le processioni storiche italiane, tra l’altro, sono candidate a diventare patrimonio immateriale dell'Unesco. E a Roma, all'interno del complesso di Santa Croce in Gerusalemme, ci sarà non soltanto una narrazione della Chiesa, della storia delle reliquie di Sant'Elena, Santa Croce in Gerusalemme deve il suo nome anche allo straordinario patrimonio di reliquie che conserva, ma si potranno visitare anche la biblioteca normalmente chiusa al pubblico, una sala affrescata molto sontuosa e soprattutto l'orto giardino che era parte del convento dei monaci. I monaci non ci sono più da qualche anno, ma è stata realizzata una ristrutturazione di questo orto giardino dall’ architetto paesaggista come Paolo Pejrone. E fra l'altro, il giardino era chiuso all'interno delle mura di un anfiteatro romano. Quindi anche questa è una vista molto speciale che senza il Fai non sarebbe possibile

Accennava però anche ad alcune visite particolari, e curiose, che potrebbero interessare un pubblico giovanile?

Per esempio, il parco di antenne del Campo di Radioastronomia a Medicina, in provincia di Bologna, che è una delle sedi dell’Istituto nazionale di astrofisica, quindi un patrimonio che non ci si aspetta. Oppure nel porto di Livorno apre l’antico silos granario, quindi un momento di archeologia industriale che non è più utilizzato come silos ed  è stato da pochissimo restaurato, e offre una visita davvero estremamente suggestiva. E poi ancora a Lecce apre il conservatorio, che sarà di nuovo visibile in maniera eccezionale, oppure a Sorrento l'Hotel Parco dei Principi, che è stato realizzato da Giò Ponti negli anni Cinquanta del secolo scorso e si entra davvero in un capolavoro di architettura contemporanea.

Le visite sono gratuite, chiedete solo un piccolo contributo, non obbligatorio, dai 3 euro in su. Ma quali sono gli altri modi per contribuire all'impegno del Fai di proteggere aprire, e guidare nella visita, queste bellezze che altrimenti resterebbero chiuse e nascoste?

Il Fai è un’organizzazione no profit e non riceve contributi fissi. Chiaramente solo il sostegno degli iscritti, dei visitatori delle giornate Fai e tutte le persone che contribuiscono all’ operato del Fai, permette alò Fai di continuare a offrire manifestazioni come le Giornate di primavera e d'autunno. Quindi un modo per fare di più è mandare un contributo via sms, o chiamare da rete fissa il 45583, perché davvero ogni piccolo contributo aiuta il Fai a continuare a svolgere la sua missione. Più di centomila euro vengono investiti ogni mese dal Fai per la manutenzione dei beni che gli sono affidati. Il Fai possiede o ha in concessione 71 beni in tutta Italia, gran parte dei quali è permanentemente aperta al pubblico. Mentre i luoghi che vengono aperti durante le giornate Fai, oltre ai beni del Fai, sono luoghi di proprietà privata o sedi istituzionali che vengono aperti maniera straordinaria solo in questi due giorni.

 

Oltre che per i visitatori, le giornate Fai sono una bella esperienza anche per i vostri volontari, che apriranno i luoghi e faranno da guide. Quanti saranno? E quanti di questi gli studenti formati, grazie al vostro progetto “Apprendisti ciceroni”?

 

Sono più di settemila le persone che dedicano due giorni del loro tempo alla gestione delle giornate di autunno, quindi a poter garantire queste straordinarie aperture. Senza il loro apporto davvero non sarebbe possibile, e in gran parte dei luoghi come narratori ci saranno dei giovanissimi allievi delle scuole medie e delle scuole superiori che vengono formati insieme ai loro insegnanti durante l'anno. Proprio perché avvicinarsi al racconto della bellezza e alla scoperta del nostro patrimonio è un'esperienza che ha un grandissimo valore educativo. La missione del Fai non è soltanto culturale, ma è davvero sociale ed educativa. Ecco perché sostenere il Fondo permette anche di realizzare progetti educativi come questo che si chiama “Apprendisti ciceroni”, che è un bel regalo proprio per crescere in un Paese che vogliamo sia sempre il più bello del mondo, ma anche il più vissuto e amato da tutti noi, che abbiamo la fortuna di essere italiani.

Acri: Bologna, i palazzi e gli studenti "ciceroni" nella loro scuola

Andiamo a Bologna e ci facciamo guidare alla scoperta delle undici proposte del Fai per la città delle due torri e l’area metropolitana dal capo delegazione cittadino, l’avvocato Pietro Acri.

Hanno un sapore particolare le giornate Fai d'autunno a Bologna, quest'anno, finalmente senza troppe preoccupazioni per la pandemia. Vi aspettate una buona risposta da bolognesi e turisti? 

Finalmente quest’anno riusciamo a tornare alle giornate Fai come evento di piazza, nel quale accogliamo tutti i visitatori che si mettono in fila e quindi possono partecipare anche senza prenotazione, a questo evento. Ci aspettiamo quindi una bella risposta da parte del pubblico sia visitatori che turisti, che a Bologna in questo momento sono veramente tanti. Questo è un modo per noi di dire ai bolognesi che vogliamo far sì che il patrimonio artistico e culturale sia fruibile al massimo da tutti e con serenità.

I luoghi Fai aperti eccezionalmente questi giorni nel cuore di Bologna, sono soprattutto tre palazzi. Ce li può presentare?

Il primo è il Palazzo Vassè Pietramellara, che ha un importante apparato decorativo interno, molto bello e anche poco conosciuto dai bolognesi, con soffitti dipinti del Cinquecento e una splendida galleria, invece di stampo seicentesco con all' interno una splendida e molto rara meridiana interna. Poi abbiamo Casa Saraceni, sede attuale della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, che è un palazzo di fine Quattrocento, uno splendido esempio di edificio rinascimentale bolognese e che al suo interno ha però un apparato decorativo realizzato invece da questo artista dell'art nouveau bolognese degli anni Trenta, Roberto Franzoni, che riprende proprio lo stile rinascimentale del Cinquecento, quindi un richiamo all'epoca del palazzo. E infine Palazzo Lambertini Taruffi anche questo del Cinquecento bolognese che presenta un apparato decorativo sempre cinquecentesco molto bello e assolutamente interessante per essere all'interno di un istituto scolastico.

 

Nella visita di Palazzo Lambertini Taruffi a fare da guida saranno gli studenti stessi del Liceo classico che ha sede in quell’edificio. Quanti saranno e come si sono preparati gli apprendisti ciceroni?

Saranno circa 30 e sono stati preparati unitamente dal Fai e dai loro docenti di storia dell'arte e abbiamo pensato che fosse importante che in questa apertura fossero i ragazzi che vivono quotidianamente il loro liceo a raccontarlo in una chiave storico artisti ai visitatori che in queste due giornate potranno conoscere non solo la storia della scuola, ma anche il perché questo edificio è così importante per la storia di Bologna.

Studenti volontari come anche lei, che nella vita fa l'avvocato. Perché spendere il proprio tempo per le bellezze del nostro Paese?

Il Fai da’ sempre grandi stimoli e porta i volontari a spendersi molto perché ogni giorno ci rendiamo conto che il nostro Paese è ricchissimo di beni di interesse culturale artistico e tutti quanti possiamo contribuire a far sì che questo patrimonio sia conosciuto, valorizzato e diffuso al massimo proprio per la fruibilità di tutti. Quindi noi ci troviamo insieme, come volontari. E viviamo della gioia nel far riscoprire ai nostri visitatori quanto è bello il nostro Paese.

La chiesa ortodosso di San Basilio, a Bologna, ricavata da un ex oratorio cattolico

La chiesa ortodosso di San Basilio, a Bologna, ricavata da un ex oratorio cattolico

Guardando alle altre aperture, sono in tutto undici tra Bologna e città metropolitana, vediamo che ci sono luoghi di fede, chiese cattoliche e ortodosse, bellezze della natura, ville private con parchi non aperte solitamente al pubblico e anche un palazzo comunale…

Quest’anno abbiamo voluto spingere molto l'attenzione su tutto il territorio della città metropolitana che per Bologna è assolutamente importante, noi ci sentiamo una realtà integrata e sul territorio si trovano appunto queste realtà molto diverse e particolari. Partendo dalla chiesa ortodossa di San Basilio il grande, la prima chiesa ortodossa della città di Bologna, eretta nel 1973 proprio della sede di un ex oratorio cattolico risalente alla metà del Trecento. Poi spostandoci invece a San Giovanni in Persiceto, la chiesa della Madonna della cintura che rappresenta un luogo di fede importantissimo per la comunità e con tracce storiche veramente importanti. Andando poi in altra sedi della città metropolitana, abbiamo un luogo naturale, le splendide Grotte di Labante, che sono nel cuore dell'Appennino a Castel D'Aiano, e rappresentano una delle grotte in travertino più importanti d'Europa. Sempre a San Giovanni faremo visitare un importantissimo museo di arte sacra che raccoglie opere pittoriche della scuola bolognese tra il XV e il XIX secolo. E poi anche ville private, a Medicina ci sono le bellissime ville Pasi e Modoni che sono aperte e rappresentano l'impianto. settecentesco della città di Medicina. E Villa La Riniera a Castel San Pietro con uno splendido parco. In questo luogo abbiamo l'unione tra natura e apparato storico-artistico. E poi infine il Palazzo Comunale della città di Imola, il luogo simbolo per eccellenza dell’amministrazione per i cittadini. Alcune visite addirittura saranno accompagnate come guida dallo stesso sindaco di Imola. E questo per me questo è un valore aggiunto.

 

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