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venerdì 28 agosto 2026

SCUOLA E VITA

 
Recalcati: “Un bravo insegnante non è forse quello che crede che un’ora di lezione possa cambiare la vita?” 

La scuola è incontro, relazioni e scoperte che possono segnare il futuro.

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La Redazione

"Non basta parlare, limitarsi alle nozioni ma il tutto deve essere associato a ciò che l’insegnante ha dentro, a ciò che lo ha spinto a diventare insegnante, alla passione e al desiderio..."

“Abbiamo conosciuto un tempo dove bastava che un insegnante entrasse in classe per far calare il silenzio. Era lo stesso tempo dove era sufficiente che un padre alzasse il tono della voce per incutere nei suoi figli un rispetto misto a timore” queste sono le parole di Massimo Recalcati, psicanalista, che utilizza per raccontare un'epoca in cui bastava la presenza per ottenere il silenzio, sia a scuola che in famiglia.

La rigidità di un tempo però, dichiara l’esperto: “ non impediva che le teste degli allievi cadessero sui banchi e che i loro sguardi vagassero annoiati nel vuoto, o che i figli lasciassero immediatamente uscire dalle loro orecchie le parole senza appello dei padri. Ebbene questo tempo è finito, defunto, irreversibilmente alle nostre spalle. Non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della voce severa del maestro, né dello sguardo feroce del padre”. Ogni epoca ridefinisce le proprie regole, soprattutto quando si ha a che fare con figli e studenti.

Se da un lato oggi l’educazione può apparire più fragile, dall’altro non possiamo non notare la difficoltà di chi educa nel mantenere alta l’attenzione dei giovani. Infatti, continua Recalcati: “Quando un insegnante entra in aula (o quando un padre prende la parola in famiglia), deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola, non potendosi più appoggiare sulla forza della tradizione – che nel frattempo si è sbriciolata – ma facendo appello alla sola forza dei suoi atti”.

Per gli insegnanti educare è diventato una sfida quotidiana, serve passione, impegno, meraviglia. Serve sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che, appunto riesca a mantenere viva la loro attenzione: “occorre che l’insegnante sappia preservare il giusto posto dell’impossibile.  Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma colui che sa entrare in un rapporto singolare con l’impossibilità che attraversa il sapere, che è l’impossibilità di sapere tutto il sapere”. Ed è qui che la persona acquista una posizione di centralità, non più un semplice “ripetitore” ma qualcuno capace di trasmettere passione e desiderio.

Qualcuno che, attraverso le proprie potenzialità, sappia far innamorare ancora una volta: “Ogni insegnante insegna a partire da uno stile che lo contraddistingue. Non si tratta di tecnica né di metodo. Lo stile è il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna a partire dalla singolarità della sua esistenza e del suo desiderio di sapere”.

Insegnare deve essere un’esperienza viva e autentica perché, dichiara l’esperto: "uno dei nemici acerrimi del lavoro dell’insegnante è la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto, ridurre l’amore per il sapere a pura amministrazione di un sapere che non riserva più alcuna sorpresa”.

Dunque, seguendo le parole dell’esperto, insegnare è diventata una vera e propria missione, più difficile sì ma anche più autentica. Dove non basta trasmettere nozioni conta ciò che l’insegnante è, la passione e il desiderio per questo lavoro. Recalcati, infatti, conclude: “La Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali, l’eros. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi? Non è quello che crede ancora che un’ora di lezione possa cambiare la vita?”

SCUOLANOTIZIE

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mercoledì 11 settembre 2024

LEZIONE FRONTALE. CUI PRODEST ?

DIPENDENTI
 o RICERCATORI ?


 Il pedagogista Daniele Novara, nel suo articolo “La lezione non serve”, pubblicato su rivista Conflitti n°2-2018, si sofferma sul tema della lezione frontale.

 

“La scuola italiana ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Questo problema non riguarda l’architettura tradizionale del sistema scolastico, i cosiddetti cicli d’istruzione, né la distribuzione delle materie nel curriculo. Non è l’abbandono scolastico, o i voti numerici e neppure la formazione degli insegnanti e il sistema di valutazione. Il problema della scuola italiana nasce da un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale” scrive.

 “Oggi siamo passati dal manoscritto al tablet, ma il sistema resta sostanzialmente lo stesso: l’assunto che muove comunque ancora gran parte della didattica della scuola italiana è che per far imparare qualcosa a qualcuno, e quindi per insegnare, il metodo più scontato, lineare e apparentemente efficace sia quello di utilizzare il sistema della lettura di un testo associata a una spiegazione” prosegue.

 “E la didattica della lezione frontale, ancora così diffusa e persistente, se non nell’ideale decisamente nella pratica, è il retaggio di questo imprinting. È un metodo che implica una concezione dell’apprendimento come processo trasmissivo, fondato sostanzialmente sul canale verbale, e richiede tempi attentivi che tutti gli studi più recenti han­no verificato non essere sostenibili da un adulto, figurarsi da un bambino o da un ragazzo” aggiunge.

Novara continua: “Il perpetrarsi di generazione in generazione di questo meccanismo didattico nasce anche dal suo essere un dispositivo pedagogico essenziale nella sua semplicità e facilità applicativa, fondato sul codice della dipendenza. È un sistema in solo tre passaggi, accessibili e sostenibili da chiunque conosca una materia scolastica. La competenza pedagogica non serve, basta spiegare attraverso la lettura parziale o totale di testi, richiedere e incentivare lo studio individuale e infine interrogare concedendo all’alunno la possibilità di essere valuta­to in ordine alla comprensione della spiegazione dell’insegnante, che si aspetta sostanzialmente una ripetizione, più o meno pedissequa“.

 “Anche Paulo Freire, il pedagogista brasiliano tra i più importanti teorici del­ l’educazione del secolo scorso, si è espresso duramente contro la concezione da lui definita “depositaria” dell’istruzione della scuola e dell’educazione: l’educazione “depositaria” si perpetua nell’atto di trasferire, depositare come se fossero un pacchetto, conoscenze e valori in un contenitore vuoto, l’alunno, in un’azione che scaturisce da un rapporto verticale fondato su un’asimmetria di sapere e possibilità” conclude.


martedì 15 marzo 2022

SLIDE: CIO' CHE NON DICONO


 -         di Carlo Fedeli*

-          

Una riflessione sull’utilizzo di PowerPoint approfondisce le implicazioni di questa didattica, oggi diffusamente praticata a scuola, nell’esperienza sia dell’insegnante sia dello studente.

L’uso delle slide è attualmente una pratica didattica molto diffusa a scuola. L’autore guarda in profondità sia l’esperienza del docente che le concepisce, le costruisce e le utilizza come strumento principe della comunicazione con gli studenti sia l’esperienza dello studente che osserva, ascolta e su di esse studia per imparare. Analizza poi i molti aspetti problematici che da questa forma di didattica derivano in ordine alla perdita dell’oralità e della relazione docente-studente. «Oralità, relazione personale e tempo» sono i fattori costitutivi della narrazione, esperienza fondamentale e irrinunciabile per l’insegnamento grazie alle valenze conoscitive ed educative in essa implicate.

Questo contributo intende proseguire la riflessione avviata ne La serietà ontologica dell’ora di lezione, concentrandosi su uno degli interrogativi emersi in alcuni intensi dialoghi con la redazione e diversi collaboratori della rivista.

 Le cifre sintetiche della didattica prevalente nella scuola italiana, già prima del COVID

Se ci domandassimo attorno a quali principi ideali e pedagogici ha preso forma – nel corso degli ultimi venticinque anni, attraverso il combinarsi di molte spinte culturali, accademiche, politiche ed economiche – la didattica oggi prevalente nella scuola italiana, potremmo rispondere indicando i due costrutti teorici della «competenza» e delle «competenze chiave di cittadinanza». Entrambi affondano la loro ideazione e legittimazione in una visione dell’istruzione e della formazione che si vuole sempre più funzionale alle trasformazioni in corso: più nello specifico, a quanto richiesto dai mondi del lavoro, della comunicazione e della governance della società e delle istituzioni. Tale visione ha trovato la sua massima espressione nelle teorie formulate dal movimento della School Effectiveness Research, largamente diffusesi dagli Stati Uniti agli altri paesi a economia avanzata, e ha ispirato in larga misura i disegni di trasformazione dei sistemi scolastici e formativi, non solo su scala internazionale ma anche nel nostro Paese, a partire dalle riforme avviate dai ministri Berlinguer e Moratti e poi ridimensionate dai governi successivi.

Non posso in questa sede entrare nel dettaglio in tali processi, per la ricostruzione dei quali rinvio all’ampia letteratura disponibile2. Mi limito a evidenziare la conseguenza principale che essi hanno avuto sulle modalità d’intendere e di praticare l’insegnamento e l’apprendimento:

«Il progressivo spostamento del lavoro formativo a scuola verso un apprendimento centrato sulle competenze si riflette inevitabilmente anche sulle metodologie di insegnamento. L’espressione «didattica laboratoriale» sintetizza un insieme di proposte metodologiche orientate verso la costruzione attiva del proprio apprendimento da parte dell’allievo, in sintonia con gli orientamenti più recenti della ricerca psico-pedagogica. Prendendo a prestito un’espressione affermatasi in campo internazionale possiamo sintetizzare gli attributi chiave del paradigma socio-costruttivista con l’espressione CSSC learning (De Corte, 2000), per sintetizzare i caratteri che lo contraddistinguono: costruttivo (constructive), autoregolato (self-regulated), situato (situated) e collaborativo (collaborative)»3.

Una riflessione critica su tale evoluzione, sui suoi guadagni e sulle sue aporie e, più in là, da un lato sul paradigma socio-costruttivista, dall’altro sulla traslazione del baricentro della formazione scolastica dall’insegnamento all’apprendimento richiederebbe molto spazio. Vorrei brevemente enunciare due dei principali focus attorno ai quali, a mio giudizio, essa va sviluppata.


Vai al PDF per l’INTERO articolo

 *Carlo M. Fedeli - (Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino)

Il Sussidario


 

venerdì 17 aprile 2020

ESSERE E FARE SCUOLA CON LA DIDATTICA A DISTANZA - WEBINAR

AIMC FORMAZIONE A DISTANZA


Siamo lieti di proporvi un nuovo evento di formazione a distanza in programma.

Sarà  mercoledi 22 aprile 2020 alle ore 17.00. 

 Di seguito i dettagli dell'evento e le modalità di iscrizione.

Essere e fare scuola con la didattica a distanza
secondo incontro

- Introduzione
- DAD e relazione educativa
- Didattica a distanza e alunni BES
- Organizzare una lezione con DAD
 
 L'evento è gratuito e aperto a tutti  

Per iscriversi è necessario compilare il modulo che trovate cliccando il seguente link: 




Cordiali saluti,
Aimc formazione
Associazione Italiana Maestri Cattolici
Clivo di Monte del Gallo n. 48/50 - 00165 ROMA

mercoledì 18 marzo 2020

TECNOLOGIA PIÙ CONDIVISIONE: COSÌ SI PUÒ FARE BUON E-LEARNING

L’emergenza costringe a ripensare le pratiche didattiche. 
E rivalutare il digitale

Pier Cesare Rivoltella

Il bisogno, l’emergenza, le situazioni estreme sono il momento in cui ci si accorge del valore delle cose. È vero per tante esperienze della vita: in questi giorni lo si sta sperimentando anche per la scuola, l’università, la possibilità della formazione. Lo capiscono i docenti, privati dei loro studenti; lo capiscono gli studenti, cui sono sottratte le relazioni con maestri e amici.
Occorre partire da qui per provare a comprendere il significato di quello che da più parti, anche se impropriamente, viene definito home schooling. Si fa lezione, si impara, si studia a casa, ma non perché si sia scelta questa situazione come alternativa alla scuola (è quel che capita nell’educazione parentale, l’home schooling vero), bensì perché lo stato del contagio ci ha costretti a questo. Sarebbe più opportuno parlare di smart learning, o di smart teaching, dove lo smart allude alle possibilità che la tecnologia ci garantisce di surrogare l’impossibilità della presenza. Gli ambienti di videocomunicazione, le piattaforme eLearning, le applicazioni per l’apprendimento a distanza come un modo per non rimanere deprivati di tutto ciò che la scuola, dall’infanzia all’Università, rappresenta. 
L’ esperienza non è nuova nel nostro Paese, anche se forse ce ne siamo dimenticati. La formazione per corrispondenza nel secondo Dopoguerra aveva risposto al bisogno di manodopera specializzata. La Scuola Radioelettra di Torino rappresenta in questa prospettiva un momento importante della nostra storia. Come Telescuola, il protocollo di intesa tra la Rai e il ministero dell’Istruzione che aveva pensato alla televisione come strumento di massa per la lotta all’analfabetismo e l’innalzamento dei livelli culturali della popolazione: il volto del maestro Manzi e le trasmissioni di Non è mai troppo tardi ne sono una pagina indimenticabile. E poi la stagione della FAD, la formazione a distanza, la nascita dei primi centri universitari alla fine degli anni 90 – il CARID all’Università di Ferrara, il CEPaD all’Università Cattolica di Milano – l’esperienza del consorzio Nettuno fino al decreto Moratti/Stanca che sancisce la nascita delle università telematiche. 
Nel frattempo la scuola, con il Piano Nazionale per l’Informatica e il primo Piano di Sviluppo delle Tecnologie Didattiche, tra anni 70 e 80 aveva cominciato a ridurre il gap con gli altri Paesi europei. Da lì erano seguite le stagioni del multimedia in classe, delle Lim, delle classi 2.0, con l’Indire a svolgere una funzione importante nell’affermare, anche nella formazione degli insegnanti, la cultura dell’eLearning e dell’uso della tecnologia. Occorre ricordare questi passaggi per capire che quel che di positivo sta succedendo oggi tra classi di scuola e aule universitarie non è frutto del caso ma di un lungo percorso di preparazione. Anche se poi, nell’opinione diffusa, alla formazione a distanza si è finito per associare l’idea di qualcosa che ha meno valore rispetto alla formazione fatta in aula, in presenza.
M a cosa sta succedendo oggi? Stante lo stop alle attività didattiche in presenza, il ricorso alla tecnologia sta garantendo che la scuola e l’università non si fermino. Certo, la situazione è a macchia di leopardo, c’è chi lavora più e meno bene, ci sono esperienze di eccellenza e altre che andrebbero riviste. Ma è importante che tutti ci stiano provando e, soprattutto, che ci si accorga che non è solo un problema di tecnologia. Non basta mettere gli studenti davanti allo schermo di un computer o assegnare loro compiti attraverso il registro elettronico. Occorre che tutto questo si inserisca all’interno di una progettazione didattica, si avvalga di una regia metodologica.
L’apprendimento on line richiede un’attenzione particolare allo studente, ne vanno gestite la motivazione e l’attenzione. Non basta 'mandare in onda' la lezione e continuare a parlare come si sarebbe fatto in aula. Va studiata una sceneggiatura: materiali da mettere a disposizione prima, indicazioni di lavoro precise, ricorso alla comunicazione sincrona (chat e videocomunicazione) per chiarire i dubbi, discutere i problemi. E poi si tratta di favorire la cooperazione tra gli studenti: il vero valore aggiunto della tecnologia è la possibilità della condivisione, di lavorare in gruppo. Si tratta di una modalità di lavoro che già dovrebbe appartenere alla normale didattica degli insegnanti e che ora le condizioni eccezionali in cui siamo costretti a muoverci stanno rendendo necessaria. Qui troviamo un primo aspetto di grande rilievo.
È probabile che il virus stia riuscendo laddove anni di politiche educative hanno fallito: costringerci tutti a riflettere sulle nostre pratiche didattiche, studiare nuove forme per renderle efficaci, fare tutto questo in vista dello studente.
Si scopre così che il digitale si può rappresentare diversamente. Non è solo ciò che erode spazio alle nostre relazioni, indebolisce i legami sociali, genera una vera e propria dipendenza. Al contrario il digitale può riallestire il tessuto sociale, creare le condizioni perché le persone si riavvicinino, generare nuove reti di rapporti e di significati. Le tecnologie diventano allora tecnologie di comunità. Significa porsi il problema del divario ed eliminarlo: accorgersi che molti non hanno connessione, non hanno strumenti, non posseggono gli alfabeti, e creare le condizioni perché questi impedimenti siano superati. Significa chiedersi come fare inclusione nei confronti di chi fa fatica, soffre una disabilità, sconta la differenza della lingua e della cultura: sono di comunità le tecnologie se sanno trasformare tutto questo in una diversità che arricchisce e non in un ostacolo che aggiunge separazione. Significa attivare i territori. Le 'aule digitali' sono aperte: aperte ai genitori, alla comunità locale con le sue risorse, alle altre agenzie educative. Da questa crisi possiamo uscire più forti, più coesi, più uniti. È in questi momenti che il capitale sociale può essere ripristinato e questo nel caso della comunità cristiana aggiunge valore al valore.
C’ è un rischio. Che finita l’emergenza si torni alla normalità: la vecchia didattica trasmissiva, il 'bla bla bla' per dirla con Paulo Freire. Occorre lavorare a che non succeda. E per farlo serve pensare che la qualità della relazione non è una questione di formati o di strumenti e che il digitale non è un’alternativa alla presenza ma una sua dimensione. La relazione è il risultato dell’intenzionalità educativa, è la consapevolezza che l’altro è al centro della mia attenzione. E il digitale può essere uno dei modi per mantenercelo. Lo è se diviene carezza nei momenti di sconforto, supporto nei momenti di difficoltà, legame nelle situazioni di solitudine, presenza quando si sperimenta l’assenza. Capitava già prima del virus: nelle scuole in ospedale, nei progetti di istruzione domiciliare, nelle scuole dei piccoli plessi, in tutte quelle situazioni in cui tanti docenti anonimi, senza protagonismi, hanno sempre dato testimonianza di cosa significhi insegnare.




sabato 4 gennaio 2020

SCUOLA: UNA PASSEGGIATA AL GIORNO PER APPRENDERE MEGLIO

A lezione di passeggiata: 
da Nord a Sud, queste scuole fanno camminare gli studenti ogni giorno

La passeggiata sta diventando a tutti gli effetti una vera e propria lezione in alcune scuole del nostro paese. Camminare fa bene, tiene lontane le malattie e aiuta il benessere psicologico degli studenti (e non solo).
Passeggiare non è una semplice pausa ma un momento importante al pari di materie come italiano, matematica, storia, geografia, ecc. Almeno in alcune scuole che hanno aderito al progetto “Un chilometro al giorno”, promosso dalla Lega Italiana per la Lotta ai Tumori. Si tratta delle seconde elementari del plesso Don Orione dell’istituto comprensivo Japigia 1 Verga di Bari, della scuola primaria di Coggiola, in provincia di Biella, e della scuola media Gramsci di Collegno (provincia di Torino).
I benefici di questa iniziativa sono molti: interrompere le tradizionali lezioni per dedicare del tempo a camminare migliora la salute dei ragazzi e gli permette di vivere un’esperienza di gruppo divertente e allo stesso tempo benefica. Un modo per combattere anche sovrappeso ed effetti negativi della dipendenza da schermi e tv, riscoprendo la bellezza di stare all’aria aperta.
Nella scuola di Bari la passeggiata è d’obbligo anche se il meteo non è dei migliori. Il lunedì e il martedì mattina sono dedicati ai genitori che possono partecipare alle passeggiate che si svolgono nel quartiere della scuola, mercoledì e giovedì invece si cammina in giardino e venerdì di nuovo la passeggiata avviene al di fuori delle mura scolastiche con la possibilità di spingersi fino al mare o al parco. I bambini hanno anche realizzato dei cartelloni che portano con sé durante la passeggiata per farsi notare dai passanti.
A Biella, invece, la scuola propone ogni giorno tra le 10 e le 10 20 una passeggiata a passo veloce di circa un km. Le maestre sostengono che, una volta tornati in classe, i bambini mostrano una maggiore concentrazione e sono più rilassati durante le lezioni.
Anche la scuola media Gramsci di Collegno ha aderito al progetto “1 km al giorno” e agli studenti vengono proposti due percorsi diversi: uno nelle giornate di bel tempo in cui si percorrono prati e giardini e l’altro più riparato quando il tempo non è dei migliori.
Un’ottima iniziativa che fa bene a corpo, mente e umore che sempre più scuole stanno seguendo e che ci auguriamo si estenda a macchia d’olio in tutti gli istituti di ogni ordine e grado del nostro paese.
Leggi anche:
Francesca Biagioli




venerdì 13 aprile 2018

LEZIONE FRONTALE ...... QUANTO SERVE?


STUDENTI CATATONICI? 
 È LA LEZIONE FRONTALE

CATATONIA (dal gr. κατά "sotto" e τόνος "tono"). - Quadro psicopatico a base dissociativa, nel quale l'azione si svincola quasi interamente dalle motivazioni razionali e affettive e resta inceppata in contrasti automatici che l'irrigidiscono o la rendono saltuaria e stolida. 
I catatonici stanno fermi e ritti in atteggiamenti statuarî,  
(Da Enciclopedia Treccani)..

di Daniele Novara

      La scuola italiana ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale.
     La didattica della scuola italiana si basa ancora sulla convinzione che il metodo più efficace perché bambini e ragazzi apprendano consista nella spiegazione dell’insegnante. La lezione frontale richiede molta capacità di attenzione, che, come dimostrato da tante ricerche neuroscientifiche, non è sostenibile neanche dagli adulti, figurarsi da bambini e ragazzi. Non implica alcuna competenza pedagogica: si spiega, si richiede agli studenti lo studio individuale, attraverso la ripetizione dei contenuti spiegati, e, infine, si interroga e si valuta l’alunno.
      L’attenzione è 'selettiva', ossia sceglie di cogliere alcuni stimoli e ne ignora altri, da cui il cervello è bombardato simultaneamente. I bambini sviluppano presto l’attenzione 'selettiva' e, piano piano, crescendo diventano capaci di gestirla in modo 'volontario', sviluppando nell’adolescenza una sempre maggiore capacità di concentrazione. È un processo fisiologico, estremamente individuale, influenzato da numerosi fattori: le risorse individuali, la motivazione, le caratteristiche personali, la stanchezza. La massima capacità di attenzione si registra attorno ai 18/26 anni e non supera i 40/45 minuti di tempo. Inoltre, considerato che in classe alunni e studenti sono sottoposti a infiniti fattori di interazione e disturbo, è facile rendersi conto come la lezione frontale sia chiaramente fallimentare.           
          Quindi, dopo 50 minuti di spiegazione, è normale che i ragazzi abbiano adottato la tecnica dello sguardo catatonico: si concentrano sull’insegnante senza minimamente ascoltarlo. Il miglior processo di apprendimento non si attiva in solitudine. Il genio intellettuale, che studia isolato, come Vittorio Alfieri che si lega alla sedia o Giacomo Leopardi rinchiuso nella biblioteca paterna, non sono modelli ma personaggi speciali, l’eccezione che conferma la regola. Le scoperte legate al sistema dei neuroni specchio confermano l’importanza dell’interazione sociale per imparare: osservando gli altri, nel nostro cervello si attivano le stesse aree necessarie per acquisire quelle informazioni. 
         Inoltre, il gruppo attiva numerosi elementi emotivi e motivazionali e favorisce le capacità cognitive. 
          La scuola, per sua natura sociale, gestisce un processo di apprendimento di gruppo, in cui la logica dell’isolamento è fuori contesto. Purtroppo nella pratica tutto ciò viene scarsamente considerato, anzi, constatiamo quotidianamente che nella maggior parte delle classi di ogni ordine e grado ha ancora un ruolo egemone la trasmissione nozionistica e l’individuazione della risposta considerata 'esatta', che deve essere rielaborata in solitudine, nella convinzione diffusa che il confronto con gli altri sia solo una perdita di tempo, un elemento che disturba il tradizionale processo di conoscenza.
         Anche la maieutica, come la lezione frontale, risale alla notte dei tempi ma, al contrario di quella, risulta ancora oggi innovativa perché più aderente alle condizioni che permettono di imparare in modo efficace. 
        Da Socrate a sant’Agostino, fino a Maria Montessori, Danilo Dolci o Paulo Freire, l’approccio maieutico all’apprendimento parte dall’assunto che, all’opposto della lezione frontale, l’attore del processo di apprendimento è lo studente, non il docente. 
          La maieutica è orientata a sviluppare la capacità di acquisire apprendimenti che portano l’alunno a fare da solo e a essere in grado di costruire delle competenze permanenti, non estemporanee né basate su performance puramente ripetitive. Può essere sintetizzato in un’idea: «Fare esperienza insieme agli altri e affrontare in gruppo i problemi che rendono capace di imparare autonomamente». 
        Il presupposto fondamentale è che chi impara deve attivarsi, sviluppare le proprie risorse, non restare abbarbicato alla presunta sicurezza della pura e semplice ripetizione. La scuola che verrà non potrà che essere una vera comunità di apprendimento.

Sabato 14 aprile (Teatro Carcano a Milano, corso di Porta Romana 63, ore 9-17) si svolge il convegno «La lezione non serve - La scuola come comunità di apprendimento», organizzato dal Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (Cpp) fondato e diretto da Daniele Novara. Il convegno ha l’obiettivo di mettere in discussione la lezione frontale per proporre un nuovo modo di insegnamento basato sul coinvolgimento diretto e sociale degli alunni.

da AVVENIRE  - www.avvenire.it 


lunedì 26 luglio 2010

RIPETITORI O MAESTRI?


«Il rapporto» esistente tra il libro di testo e le lezioni «è paragonabile al rapporto che esiste tra il meccanismo e l’organismo». «I primi termini di questa proporzione (libri di testo, meccanismo) sono costruiti secondo un piano prestabilito». Rimandano a moduli «messi insieme, costruiti con parti preconfezionate», ad un «tirar fuori dai depositi di un’erudizione astratta conclusioni già pronte, in formule stereotipate», oppure concretizzano una «dossografia», cioè la descrizione di opinioni o verità dette da altri ma non necessariamente fatte proprie e interiorizzate........
CONTINUA