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martedì 4 marzo 2025

La FINESTRA DI OVERTON


COME FARTI ACCETTARE CIO' CHE NON VUOI 

La finestra di Overton è un meccanismo psicologico che deriva dalla tendenza della nostra mente ad ancorarsi a un punto di riferimento e utilizzarlo per giudicare i cambiamenti.

 La finestra di Overton altro non è che la “finestra” di possibilità accettabili e considerate normali all’interno dell’insieme di tutte le possibilità.

Quando ci viene proposto qualcosa, la nostra mente considera dove quella proposta si colloca rispetto al nostro punto di riferimento. Se rientra nella finestra di ciò che consideriamo normale, la proposta verrà accettata immediatamente. Se si pone al confine potremmo fare resistenza, ma con le giuste motivazione la accetteremo. Tanto più lontana la proposta si colloca rispetto alla nostra finestra tanto più considereremo l’idea inaccettabile.

Ti sei mai chiesto perché altre persone accettano cose che tu non accetteresti mai? Come possono alcuni cinesi mangiare cani? Perché i matrimoni gay sono normali in certe nazioni e considerate un’aberrazione in altre?

La finestra di Overton determina ciò che è accettabile e la finestra di Overton… si sposta.

La teoria della finestra di Overton

Nel mondo esistono idee, regole e leggi che sono considerate radicali o impensabili, cose che nessuno penserebbe mai di fare, né di proporre, per paura delle conseguenze.

Cosa accadrebbe se un partito politico proponesse che le mogli siano di proprietà dei mariti? Che reazioni ci sarebbero se un’azienda proponesse di vendere carne di cane? Come giudicherebbe la gente un gruppo di persone che pratica il cannibalismo?

Muovendo la finestra di Overton, cioè spingendo piano piano il consenso verso un estremo, è possibile far accettare alle persone ciò che prima avrebbero rifiutato.

Il termine “finestra di Overton” è stato coniato da Joseph P. Overton che affermò che la fattibilità di un’idea politica dipende principalmente dalla sua posizione rispetto a ciò che è accettato dall’opinione pubblica, piuttosto che dalle preferenze personali del politico che la propone. La finestra di Overton incornicia l’intervallo delle norme che un politico può proporre senza apparire troppo estremo dato il clima dell’opinione pubblica del momento.

 La fattibilità di un’idea politica dipende principalmente dalla sua posizione rispetto a ciò che è accettato dall’opinione pubblica, piuttosto che dalle preferenze personali del politico che la propone. La finestra di Overton incornicia l’intervallo delle norme che un politico può proporre senza apparire troppo estremo dato il clima dell’opinione pubblica del momento.

La tecnica della finestra di Overton

La finestra di Overton è semplicemente un modo per identificare quali norme saranno più facilmente accettate dalla popolazione e quindi evitare che delle proposte vengano rigettate, magari con conseguenze negative sulla popolarità di chi le porta avanti.

La finestra di Overton può però cambiare posizione e ciò che era inaccettabile qualche anno prima diventa la preferenza della maggioranza. Ad esempio, nel 2008 lo stato della California votò per rendere illegali i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nel 2015 i matrimoni tra persone dello stesso sesso erano legali e accettati dalla maggioranza della popolazione.

Un modo per visualizzare la finestra di Overton è questa:

finestra di Overton cos'è

Lo spazio all’interno della curva è la finestra di Overton. Tanto più centrale sarà una proposta, tanto più facilmente verrà accettata. Se la proposta è verso la periferia sarà accettata, ma con qualche resistenza. Le proposte appena al di fuori della finestra sono controverse e non saranno accettate subito, ma potrebbero essere accettate in un secondo momento, allo spostarsi della finestra. Le proposte in posizioni estreme rispetto alla finestra di Overton sono considerate inaccettabili.

Come puoi muovere la finestra di Overton

Il fatto che una proposta sia inaccettabile però non significa che sarà impossibile da realizzare. Significa semplicemente che è necessario prima “spostare” la finestra di Overton fino a che quella proposta non entri all’interno.

È così che proposte politiche che vengono considerate estreme e inaccettabili vengono poi accettate senza troppo riserve qualche anno dopo. La finestra si muove e cambia forma, includendo o escludendo idee nel tempo. Quando la finestra cambia, cambia ciò che è politicamente possibile proporre, ciò che è accettato e ciò che non lo è.

Esistono tre fenomeni che spostano la finestra di Overton.

Le crisi

Accade qualcosa di grande e al di fuori del controllo delle persone, che diventano disposte ad accettare soluzioni che altrimenti avrebbero rigettato.

Un esempio è l’attacco alle torri gemelle a seguito del quale il governo americano cambiò le leggi sulla privacy nel nome della sicurezza nazionale. Il pubblico non avrebbe mai accettato quelle norme in una situazione normale, ma lo fece di fronte alla paura della minaccia terroristica. La finestra di Overton era stata spostata dalla crisi.

 

È difficile all’interno di un’azienda cambiare il modo di fare delle persone. È più facile fare le cose come sono sempre state fatte, ma i cambiamenti diventano più facili da far accettare se l’azienda entra in crisi. Le persone diventano disposte ad agire diversamente per ovviare al pericolo. Il pericolo della crisi è superiore in intensità al pericolo di accettare un’idea nuova.

Ci sono cose che non vorresti mai fare, ma se ti trovassi in una situazione molto difficile, potresti accettare di cambiare le tue abitudini e persino i tuoi valori pur di migliorare la situazione.

Persuasione graduale

Al contrario della crisi, che fa “saltare” la finestra di Overton in un’altra posizione a causa di un singolo evento, la persuasione graduale sposta la finestra poco alla volta cosicché le persone neppure si rendono conto che la loro idea è stata cambiata.

Questo fenomeno si osserva spesso quando un gruppo di persone possiede un’idea che vuole venga accettata dal resto della popolazione e propone l’idea per stadi. Ad esempio, per i primi gruppi per i diritti gay era impensabile proporre l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, perché prima era necessario far accettare l’idea dell’omosessualità, poi convincere le persone che l’omosessualità non era una minaccia per la società e via dicendo.

 

Da notare come questi fenomeni sono indipendenti dal valore “morale” dell’idea, né è importate che tu personalmente approvi l’idea. Non è un fenomeno né “buono” né “cattivo”, è semplicemente il modo in cui proposte sociali e politiche vengono ad essere accettate o rigettate. Che queste proposte siano “buone” o “cattive” non importa.

Il leader carismatico

In questo caso la finestra di Overton viene spostata in maniera graduale ma attiva da una singola persona, un leader carismatico che porta avanti l’idea. Le persone saranno più disposte ad accettare l’idea perché questa viene “garantita” da una persona di cui si fidano.

Il ragionamento suona così: “non sono sicuro di questa cosa, ma mi fido di te”, oppure “non avevo mai pensato che quest’idea fosse buona, ma adesso che me lo dici tu sto cambiando idea”.

Esempi estremi di questo fenomeno sono i leader dei movimenti per i diritti civili, da Mandela a Martin Luther King, ma anche i leader dittatoriali, come Hitler o Stalin.

Anche in questo caso, la finestra di Overton non si sposta necessariamente perché l’dea proposta è “migliore”, ma perché viene spinta da un leader carismatico che la rende accettabile. È un fenomeno che capita spesso in politica.

La finestra di Overton applicata a te

Una volta che hai capito come questi fenomeni avvengono, li vedrai accadere continuamente nel panorama politico nazionale e mondiale, ma anche in cerchie più ristrette sia professionali che personali.

Le persone spesso applicano la finestra di Overton inconsapevolmente quando cercano di far cambiare idea agli altri. La persuasione graduale è per esempio molto diffusa. Invece di andare subito al traguardo, sapendo che la proposta verrà rigettata, fai una piccola proposta, così innocente che sarebbe irragionevole rifiutarla. La finestra si sposta, anche se solo di poco, e la prossima volta potrai chiedere di più, finché anche la proposta finale suonerà normale e non più così strampalata, e verrà accettata.

 INBREVE

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martedì 18 febbraio 2025

L'IMPORTANZA DI NON PIACERE

 


 Liberarsi dalle aspettative altrui 

e trasformare 

le fragilità in salvezza 



di Thomas Leoncini (Autore)

 

Sapete qual è uno dei grandi, nuovi mali del nostro secolo? La convinzione di dover piacere a tutti, e a tutti i costi. Piacere per non sentirsi esclusi, per essere come gli altri, gratificati e «normali».

Troppo spesso fatichiamo a comprendere che ciò di cui abbiamo bisogno per stare bene non lo troveremo negli sguardi esterni, ma dentro di noi: solo noi possiamo tracciare la nostra strada verso la serenità. E chi ci accetterà per ciò che siamo potrà camminare al nostro fianco.

Dobbiamo liberarci dalla dipendenza e dalla paura del giudizio se vogliamo arrivare a esprimere pienamente il nostro potenziale.

Prendendo le mosse da queste considerazioni, il nuovo libro di Thomas Leoncini è un prezioso alleato per dire «basta!» Basta vivere la vita che gli altri vorrebbero per noi, ma che non ci appartiene e per questo ci rende infelici. Basta omologarsi alla società, se non è quello che desideriamo. Basta basare le nostre giornate sul tentativo di strappare un like o un'approvazione che ci confermi che stiamo facendo bene.

Attraverso un sorprendente ribaltamento dei luoghi comuni e grazie ad alcuni autotest semplici, intuitivi e chiarificatori per comprendere quali emozioni ci condizionano la vita, lo psicologo e autore del bestseller

L'ansia del colibrì accompagna i lettori in un nuovo e rivoluzionario viaggio alla scoperta del proprio mondo interiore, per conquistare la libertà di diventare, finalmente, sé stessi.

All'interno, rivoluzionari autotest per misurare rapidamente la nostra indipendenza emotiva e il nostro livello di autostima, paura, vergogna e magia.

sabato 31 agosto 2024

TANTO NON SI VEDE

 


Ventiduesima domenica del T.O. anno B

1 settembre 2024

 

Dt 4,1-2.6-8   Sal 14   Giac 1,17-18.21-22.27   Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

«Leggi, o ascolti, le parole: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi;

e tu nutri tali sentimenti d’orgoglio da ritenerti senza peccato?

In questa maniera, siccome tu non vuoi temere,

non ti rimarrà altro che apparire quel pallone gonfiato che sei».

Sant’Agostino, Esposizione sul salmo 118, Discorso 2, 1

 

Commento di Gaetano Piccolo*

L’apparenza inganna

 La storia e l’esperienza ci insegnano a non fidarci delle apparenze. Lo avevano imparato bene gli abitanti di Troia, che si erano fatti ingannare da un cavallo lasciato alle porte della loro città come un regalo. In realtà, all’interno, il cavallo nascondeva i nemici greci che facilmente, con questo stratagemma, penetrarono nella città per espugnarla. Nonostante ciò, continuiamo a investire ampiamente sull’immagine esteriore, come se fosse la cosa più importante. Il motivo è da ricercare forse proprio nel piacere di essere ingannati. In fondo ci piace nascondere, siamo contenti di vivere in un mondo dove quello che conta è quello che appare in superficie.

 L’interiorità inutile

 L’interiorità è faticosa da curare e comunque nessuno la vedrebbe. Sarebbe difficile essere apprezzati e riconosciuti e quindi non vale la pena investire su qualcosa che gli altri non possono valorizzare in modo immediato. Meglio seguire le mode e cercare di distinguersi in quello che è socialmente riconosciuto come un valore. In alcuni ambenti, preservare l’immagine è l’unico modo per fare carriera e per essere accettati dal gruppo. Anche a questo scopo, occorre giocare d’anticipo e andare a caccia di chi non rispetta i canoni formali per appartenere al gruppo, in modo da poter facilmente eliminare un possibile avversario. Siamo in fondo una società di ipocriti, persone con poco giudizio, come dice il termine, che si accontentano di una esteriorità superficiale.

 La pretesa di giudicare

 La domanda che gli scribi e i farisei, paladini della correttezza formale, rivolgono a Gesù, va proprio in questa direzione: i discepoli non rispettano una prassi legalistica e non stanno dentro le norme. Purtroppo, questi ragionamenti li sentiamo spesso anche all’interno del contesto ecclesiale, che si rivela tante volte più farisaico che evangelico, pretendiamo infatti di giudicare chi può stare dentro la comunità solo alla luce di una prassi esteriore non rispettata secondo alcuni canoni prescritti. Ma è davvero quello il peccato che ci rende indegni? E, soprattutto, se per Gesù quello che conta è l’interiorità, come possiamo avere la pretesa di conoscerla e di giudicarla?

 Ipocriti contemporanei

 Si vedono in giro molti tromboni che con le loro labbra si dicono fedeli e osservanti. E attraverso le loro parole riescono a comunicare un’immagine costruita e falsa di se stessi. Ma dal loro cuore escono invece invidia, maldicenza, pettegolezzo, odio e rancore. Formalmente però sono a posto. Anzi, molte volte sono proprio quelli che si ergono a giudici degli altri e vanno a caccia dell’imperfezione esteriore per eliminare il presunto peccatore. È il loro modo per acquisire una patente esteriore di correttezza che li preserva da qualunque accusa.

 Fare verità

 Le parole di Gesù sono per ciascuno di noi un invito a chiederci a cosa stiamo prestando maggiore attenzione, dove stiamo investendo le nostre risorse. Possiamo chiederci se siamo più preoccupati di quello che si vede o di quello che c’è veramente nel nostro cuore. Possiamo chiederci se stiamo lavorando alla costruzione di un’immagine esteriore di correttezza o se ci stiamo prendendo cura della nostra vita interiore. Spesso le mele lucide del cesto del fruttivendolo sono quelle che all’interno sono marce. Al contrario le mele che hanno più difetti all’esterno, sono probabilmente senza conservanti, sono più vere e hanno un sapore migliore.

 Leggersi dentro

 Quanto sono preoccupato della mia immagine?

Che cosa c’è nel mio cuore?

 

Alzogliocchiversoilcielo

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*Gesuita, professore ordinario di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana

 

giovedì 9 marzo 2023

L'APPARENZA INGANNA

I funghi sono come gli uomini; 

spesso i più belli sono i più pericolosi.

 

- di G. Ravasi

 Quando nei boschi della mia infanzia andavo con mio nonno alla ricerca dei funghi, vivevo un’esperienza esaltante e deludente al tempo stesso: la scoperta di questi segreti e affascinanti prodotti della natura di solito sfociava nella delusione, perché io bambino mi gettavo entusiasta su quelli più sontuosi che inesorabilmente mio nonno scartava.

Passano davanti ai miei occhi quei ricordi mentre sfoglio un album di incisioni ottocentesche sui funghi: nella prima pagina campeggia il proverbio che ho sopra citato e che viene attribuito all’Umbria, non so con quale fondamento.

Certo è che il detto coglie non solo il succo di quella mia antica esperienza ma anche una verità che, pur scontata, merita sempre di essere proposta, particolarmente nei nostri giorni ove l’apparire è tutto, il mostrarsi è legge, il trucco è consuetudine. Sembra quasi che il consiglio fondamentale sia quello di non avere mai l’aria di ciò che si è realmente.

Già Shakespeare ricordava che «la scorza e le vesti strappano la reverenza agli sciocchi e conquistano anche lo spirito dei saggi». Il principio medievale che unificava bello-buono-vero ora si è del tutto infranto e da questa dissociazione nascono l’inganno e il relativismo. 

La capacità di giudizio è, quindi, decisiva. Potremmo, allora, trascrivere in un altro senso (facilmente comprensibile) un celebre monito di Cristo orientato diversamente: «Non giudicate secondo l’apparenza! » (Giovanni 7,24).

 

G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori


sabato 21 novembre 2020

COSA RESTERA' DI QUESTO TEMPO INQUIETO E DOLENTE?


-  Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti? E il re risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?. Allora egli risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Cosa resterà di questo tempo inquieto e dolente?

Cosa resterà di questa mia vita, fatta di sogni, di paure, di slanci e di frenate, di contraddizioni, di entusiasmi e sofferenza che si alternano, di desideri inespressi o irrealizzati, di delusioni e sconfitte? Cosa resterà della mia ricerca di fede, a volte entusiasta e travolgente, più spesso lenta e abitudinaria? Cosa rimane alla fine della vita? Della mia vita? Di ogni vita?

L’amore. Solo l’amore. Rimane quanto ho saputo amare. Quanto mi sono lasciato amare. Quanto ho desiderato amare. Perché l’amore dirige il mondo, perché l’Amore lo ha creato e plasmato e lo fa fiorire. Non i successi, i denari, i like rimangono ma l’amore che siamo riusciti a costruire nella concretezza del quotidiano. L’amore accolto da Dio, l’amante. Donato al meglio delle nostre possibilità, non come sforzo, ma come effusione di un amore ricevuto. Questo celebriamo in questa domenica che chiude l’anno liturgico e si avvia a concludere questo difficilissimo anno civile. Anno della prova, della verità, della manifestazione di quello che siamo e che siamo diventati. E la Parola sfida interpreta, scuote, consola, rapisce, illumina, indica, tormenta. E lo fa in un modo inatteso, decisamente fuori moda.

Regalità

Leggendo il vangelo conclusivo di Matteo restiamo sconcertati ed interdetti. Il clima è cupo, la visione di questo giudice implacabile come alcuni pittori ce l’hanno riportata, il possente Cristo di Michelangelo della cappella Sistina, ad esempio, fa paura.  Cosa ha che vedere questa pagina con il resto del vangelo? Matteo si è sbagliato? O ci siamo sbagliati noi quando continuiamo a professare il volto di un Dio compassionevole? I pastori, sul fare della sera, separavano le pecore dalle capre. Le capre, senza il “cappotto” fornito da madre natura, pativano il freddo proveniente dal deserto ed andavano ricoverate in un posto più caldo, come una stalla o sotto una roccia. Quest’immagine è lo sfondo del racconto di Gesù, una separazione che è una protezione, un’attenzione verso i soggetti deboli. Il pastore accoglie le pecore che lo hanno riconosciuto nel volto del povero, del debole, del perseguitato. Era prassi comune nel mondo ebraico, ma ne troviamo traccia anche in altre culture!, valorizzare i gesti di compassione verso i deboli.  Due sono le novità apportate dal vangelo di Matteo: Gesù lascia intendere che è lui che curiamo nel povero, identificandosi nell’uomo sconfitto. In secondo luogo questa identità è sconosciuta al discepolo che resta stupito nell’avere soccorso Dio senza saperlo. 

Gesù si identifica nel povero.  E afferma che il gesto di carità scaturisce da un cuore compassionevole, non necessariamente dal cuore di un credente. Il messaggio che Matteo ci rivolge è piuttosto chiaro: l’incontro con Dio cambia il tuo modo di vedere gli altri, riesci ad incontrarlo anche nel volto sfigurato del povero. Gesù non parla di “buoni” poveri o di carcerati vittime di un errore giudiziario!  Anche nel povero che ha sperperato tutto per colpa o nell’omicida (!) possiamo riconoscere un frammento della scintilla di Dio.

Siamo chiamati ad amare a prescindere perché amati a prescindere. Ad amare nella concretezza del gesto: cibo, bevanda, coperta, visita, accoglienza, conforto.

Ripetizione 

Gesù ripete la stessa idea, ma in negativo, questa volta. Come era consuetudine per i rabbini, che sempre ribadivano il proprio insegnamento una volta in positivo e una volta in negativo. Per calcare la mano Gesù conclude che colui che non lo riconosce brucerà nel fuoco della Geenna. Lasciate perdere le immagini orribili dell’inferno e il timore di Dio che non è paura del Padre ma paura di perdere il suo amore per nostra negligenza! La Geenna è una delle valli che circonda Gerusalemme, mai abitata perché, secondo la storia, lì i Gebusei praticavano sacrifici umani prima della conquista della città da parte del re Davide. Al tempo di Gesù nella valle della Geenna si bruciavano le immondizie. Se non sappiamo riconoscere il volto di Dio nel fratello siamo immondizia.  Gettiamo via la nostra vita, la sprechiamo.

Quindi

Alla fine dei tempi, davanti al Cristo in maestà che succederà?  Lo trovate scritto, leggete bene, e mettete da parte il taccuino su cui avete segnato puntigliosamente le ore di preghiera, le messe e le confessioni sopportate con cristiana rassegnazione e le eventuali giustificazioni da tirare fuori nel caso Dio fosse più esigente di quello che ci raccontavano.  Il Signore ci chiederà se lo avremo riconosciuto, nel povero, nel debole, nell’affamato, nel solo, nell’anziano abbandonato, nel parente scomodo. Sì: avete capito bene.  Il giudizio sarà tutto su ciò che avremo fatto. E sul cuore con cui lo avremo fatto.  Saremo giudicati sull’amore, con amore. 

La fede è concretezza, non parole, la preghiera contagia la vita, la cambia, non la anestetizza, la celebrazione continua nella città, non si esaurisce nel Tempio.  Allora, certo, la preghiera, l’eucarestia, la confessione, sono strumenti di comunione col Cristo e tra di noi per fare della nostra vita il luogo della fede.  Nel mio ufficio, alla mia facoltà, in casa a spadellare mi salverò. Se saprò portare la fede da dentro a fuori, da lontano a vicino, e riconoscere il volto del Cristo adorato nel volto del fratello che incontro ogni giorno, mi salverò. 

 La regalità di Cristo, oggi, si manifesta nei nostri gesti.  Cristo è Signore se sapremo sempre di più amare i fratelli, diventare trasparenza della misericordia, testimoni credibili della compassione.  Cristo è re se, in questi tempi oscuri, sappiamo conservare la speranza, costruire ponti, indicare sentieri.

Cristo vince se l’amore trionfa. Anche nella mia vita.


 

giovedì 13 dicembre 2018

STRAGE IN DISCOTECA E PENSIERO UNICO


di Massimo Recalcati

       Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. 
       Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria —, i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. 
     Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo. Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. 
     Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? 
       Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. 
        Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? 
      L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. 
     Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. 
     Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.


Fonte; La Repubblica, 11 dicembre 2018




venerdì 30 novembre 2018

MATTARELLA : CULTURA, RICERCA E SPIRITO CRITICO PER ESSERE PROTAGONISTI DELLA SOCIETA'

“…… L’esortazione a portare la cultura ovunque, a diffonderla, a renderla patrimonio comune della società è davvero di grande rilievo ….. La cultura e la ricerca producono spirito critico. È la loro funzione, la loro natura. È il caso di ricordare che una cultura, o meglio, uno studio senza capacità di spirito critico non produrrebbe cultura.
La differenza tra cultura e erudizione è ben nota, così come è ben nota la differenza con l'atteggiamento di chi è chiuso nell’apparente certezza delle proprie convinzioni. ….

Quello della cultura aperta, capace di trasmettere conoscenza e quindi produttrice di spirito critico è un elemento indispensabile per ogni società che voglia essere protagonista e costantemente in crescita e progresso. ….. lo spirito critico è quello, ad esempio, che induce, quando si tratta di valutare un documento (sia esso interno o internazionale) a leggerlo, ad esaminarlo prima di formulare un giudizio, perché non si esprimono opinioni e giudizi sul ‘sentito dire’. ….. spirito critico induce e suggerisce a un atteggiamento protagonista nella società di cui si fa parte, nella comunità in cui si vive e si opera. Questo è un elemento indispensabile in qualunque democrazia; lo è nella nostra Repubblica, lo è perché è conforme al modello indicato dalla nostra Costituzione. Parlo della partecipazione attiva. Non bisogna essere soggetti passivi. Essere attivamente protagonisti della vita comune è un ingrediente indispensabile per la nostra democrazia. …. tutti ne siamo partecipi e che tutti siamo coinvolti, necessariamente e consapevolmente, nella vita comune e nella vita istituzionale….. “

Dal discorso  del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Verona in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2018-2019 dell’Università degli Studi di Verona

giovedì 12 luglio 2018

I TALENTI A SCUOLA

Essere giudicati perché altri hanno fatto meglio

Talenti. Parola desueta e incomprensibile anche in un liceo classico. Messa lì sullo sfondo di un concetto innominabile e innominato: la vocazione. Provo perciò a partire da quello che potrebbero conoscere. "Che cosa vuol dire talent scout?" "Ah, chi va alla ricerca di campioni dello sport o di potenziali promesse del mondo dello spettacolo". Non ho ancora ben capito se Lucia sia istintiva o abbia voglia di mettersi in mostra, ma quasi sempre è la prima a rispondermi.
               "Quindi, per voi, - ribatto - avere un talento significa eccellere, o almeno provarci, in una settore della vita? E chi non ha capacità di eccellere non ha talenti?". Stefano tenta di precisare: "Eh, beh, avere talento per qualcosa vuol dire essere portati, avere delle capacità che tutti non hanno". "Quindi, per voi, il talento è solo di qualcuno?". "Si, di solito si. - quasi in coro".
               "Allora - gli dico - forse bisogna precisare che cosa vuol dire avere un talento. Potremmo provare a prendere il testo del vangelo da cui questa parola è entrata nel nostro linguaggio". E ho letto per loro Mt 25,14-30. Verso la fine della lettura Pierpaolo salta su e dice: "Ma scusi prof. perché chi ne ha ricevuto uno solo viene giudicato male per averlo riportato senza nessun interesse? Il padrone non glielo chiede di guadagnare qualcosa con ciò che distribuisce. Perché allora gli viene imputato come un atto sbagliato?"
               "Ottima domanda Pierpaolo". In effetti non avevo fatto caso nemmeno io a questo dettaglio del testo. Perciò apprezzo sul serio la sua provocazione. Gli rimando: "Qualcuno ha un'idea per rispondere a Pierpaolo?", anche per prendermi il tempo di ragionare sulla sua provocazione. Sempre Lucia: "Beh, gli altri due hanno ognuno guadagnato qualcosa e perciò lui viene giudicato male per questo".
               Ma alla classe questa idea non piace. Enrica lo traduce per tutti: "Ma non è mica giusto essere giudicati solo perché altri hanno fatto meglio di noi". "Sono d'accordo - rispondo - e infatti non credo che questa sia la risposta sensata. Forse il testo stesso, più in basso, ci da una indicazione, quando dice: dalle tue stesse parole ti giudico".
               E Pierpaolo si accende: "Ah, prof. cioè, il terzo servo è stato condannato perché non è stato coerente con sé stesso. Questo mi torna già di più". "Esatto Pierpaolo - rispondo -. Credo che il senso sia questo. Visto che la sua aspettativa era che il padrone gli avrebbe chiesto di più di ciò che aveva avuto in consegna, avrebbe dovuto almeno procurare a lui gli interessi bancari. Ma perché non lo ha fatto, secondo voi?"
               C'è un po' di silenzio e nei volti appare la perplessità o lo stupore, sulla mia domanda. Poi Enrica ci prova: "Io credo per paura, paura di perdere quell'unico talento che aveva". "Ci può stare, ma allora gli altri due hanno agito bene solo perché avevano avuto più talenti in sorte?". "No, non mi piace - ancora Pierpaolo. Non so perché ma non mi sembra giusto".
               "E hai ragione - gli dico -. Infatti credo che la differenza non stia qui, ma nell'immagine che i tre servi hanno del loro padrone. La paura del terzo non è forse tanto, o solo di perdere l'unico talento che ha, ma di non essere all'altezza dell'idea che lui ha del suo padrone. Ho l'impressione che forse voi stessi, spesso vi sentiate un po' così davanti al mondo degli adulti: inadeguati, impauriti, con la voglia di mettervi al riparo, al sicuro, più che di rischiare ed esporvi".
               Enrica allora chiede la parola: "Forse un po' siamo così, è vero, ma se ci pensiamo bene non è che si arriva molto lontano in questo modo, e alla fine, come il terzo servo, si resta senza nulla. Ad esempio credo che i primi due servi avessero una idea molto diversa del loro padrone, probabilmente di una persona che si fida di loro, che non pretende nulla e che sa apprezzare ciò che loro hanno guadagnato anche senza che lui glielo avesse chiesto. Cioè, loro due lo hanno fatto per loro, liberamente, di rischiare, non tanto per il padrone".
               "Ottimo Enrica - le dico - credo tu abbia colto nel segno. Tiro tre conclusioni per voi.
               Primo. Il "talento" era un'unità di misura, non un determinato bene in sé. Tradotto vuol dire: è il nostro metro con cui giudichiamo la realtà e il nostro rapporto con essa che definisce la nostra possibilità, più o meno alta, di realizzare quel che siamo, non tanto quello che abbiamo come capacità effettive. Ecco perché un "talento" si realizza solo se è "speso", cioè rischiato per qualcosa di più grande, perché se facciamo questo significa che noi crediamo nelle nostre possibilità di "incidere" sulla realtà, di lasciare un segno, per quanto piccolo, affinché le cose non siano perfettamente identiche a prima. 
            Secondo. Tenere per sé il proprio talento lo fa morire perché ci condanniamo da soli a pensare di essere incapaci di incidere sulla realtà, mostriamo la paura di un mondo attorno a noi che ci sembra ostile, difficile, esigente.
        Terzo. Allora tutti abbiamo talenti, perche tutti diamo una certa lettura del mondo che ci circonda. La differenza vera è tra chi li spende e chi no".
  
Gilberto Borghi


(articolo tratto da www.vinonuovo.it)