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giovedì 10 settembre 2026

IL VOTO A SCUOLA

 

Quel numero 

preso a scuola 

che non è mai 

soltanto un numero





Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni,

 per capire cosa ci rivelano del nostro mondo


Un risultato negativo può provocare rabbia e sconforto, uno positivo soddisfazione e orgoglio. Ma quel dato descrive una prestazione in un preciso momento, non stabilisce chi siamo né che cosa potremo diventare

-di LUIGI BALLERINI

La definizione proposta dalle ragazze e dai ragazzi coglie subito il fatto interessante che la parola « voto» contiene accezioni molto diverse. Può essere un’offerta fatta a una divinità, una scelta politica, oppure il numero o il giudizio con cui a scuola si valuta una prestazione. È soprattutto quest’ultimo significato, però, a toccare la loro esperienza, perché il voto scolastico non è mai soltanto un numero. Trascina con sé tante emozioni: soddisfazione e orgoglio, delusione e sconforto. Il punto è allora capire che uso ne facciamo. I ragazzi scrivono che, quando il voto è negativo, insegnanti e studenti spesso gli attribuiscono significati differenti. Secondo il docente dovrebbe rappresentare uno stimolo a impegnarsi di più e a migliorarsi, ma per chi lo riceve può essere difficile coglierne subito tale funzione positiva, perché prevalgono tristezza e rabbia. È un’osservazione realistica in quanto una valutazione può davvero toccare il modo in cui ciascuno guarda a se stesso, soprattutto in quel delicato periodo della vita che è l’adolescenza. Per questo è importante distinguere sempre il voto, che è misura, dalla valutazione. Misurare produce un dato, valutare significa attribuire un significato a quel dato. Se la misura risponde alla domanda “quanto?”, valutare significa chiedersi anche “che cosa possiamo fare adesso?”. Un 5, un 7 o un 9, seppur necessari, rappresentano delle riduzioni di un percorso più complesso. Non spiegano da soli perché uno studente abbia ottenuto quel risultato, che cosa abbia compreso e quale passo successivo potrebbe aiutarlo.

È

qui che la definizione dei ragazzi diventa particolarmente significativa quando afferma che « per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta». Il rischio esiste davvero. Dire «hai preso 5» significa descrivere l’esito di una prova. Dire o far pensare «sei da 5» significa trasformare quel risultato in un giudizio sulla persona. La prestazione si appiccica alla persona e diventa così identità. È un rischio che la letteratura rende visibile con grande forza. In Cattedrale di Raymond Carver il narratore sta per incontrare Robert, un vecchio amico della moglie, cieco. Prima ancora di conoscerlo lo ha già classificato: per lui Robert è innanzitutto “il cieco”. Il dato è corretto, ma diventa ingiusto quando pretende di spiegare l’intera persona. Da quella caratteristica ricava pregiudizi e aspettative che l’incontro reale poi sarà in grado di smentire. Succede qualcosa di simile anche a scuola quando «è debole in matematica » diventa « non è portato per la matematica », oppure quando un comportamento osservato più volte diventa «è fatto così». Un dato parziale finisce per colonizzare la persona. Carver ci aiuta a capire anche un secondo aspetto. Quando Robert chiede al narratore di descrivergli una cattedrale vista in televisione, il narratore, che vede, scopre di non saper davvero spiegare ciò che ha davanti. Vedere non equivale necessariamente a comprendere. Allo stesso modo, possedere un dato non significa ancora saperlo interpretare. Possiamo conoscere voti, errori e percentuali di risposte corrette, ma questi dati non parlano da soli. La valutazione comincia dai dati, ma non può finire lì.

La buona valutazione dovrebbe allora essere precisa sul presente senza pretendere di definire l’intera persona. Dovrebbe dire «oggi, rispetto a questo compito e a questi criteri, sei qui» e non «tu sei questo». Apprendere richiede infatti tempo. Ciò che oggi non riesce può riuscire domani, una difficoltà può essere compresa dopo, una capacità può emergere più avanti. Se il voto diventa una sentenza, il tempo scompare. Dobbiamo invece tenere sempre avere l’accortezza che i giovani abbiano e si pensino con un futuro. Tra l’altro le ragazze e i ragazzi scrivono che «ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente ». Il giudizio quindi, che non viene chiesto di essere eliminato, ha bisogno di essere compreso affinché non si limiti a segnalare una mancanza o la distanza dall’ideale, ma renda riconoscibili i passi successivi. Gli studenti ci chiedono di non restare gli oggetti passivi della valutazione, ma di diventare soggetti capaci di leggere il proprio lavoro. Si apre così la strada anche al capitolo della auto-valutazione, processo oggi più che mai necessario per la componente di spirito critico e consapevolezza che porta con sé.

Voto

«Offerta di qualcuno a una divinità per esprimere gratitudine per un bene ricevuto o per impegnare la divinità a concedere qualcosa: far v. Dichiarazione della propria volontà in un procedimento elettivo o deliberativo, che vale come diritto di voto ma rientra anche nel processo di valutazione nella scuola. Quest’ultimo significato è il motivo di grande interesse.

A scuola il voto scatena diverse emozioni: fierezza e gioia, se positivo; delusione e rabbia se negativo. Per gli insegnanti il voto negativo dovrebbe spronare gli studenti a fare di più, ma noi siamo troppo tristi e arrabbiati per capirlo. Per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta, ma ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente. Sia il voto negativo che quello positivo hanno lo scopo di dare delle indicazioni su come stiamo imparando. In quest’ottica se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene».

Questo vale anche per il voto positivo, e la definizione dei ragazzi ha il merito di ricordarlo. Si tende a pensare che soltanto l’insufficienza abbia bisogno di essere interpretata, mentre un 8 o un 9 sembrano parlare da soli. Ma pure un buon voto è un dato che non racconta l’intera persona. Può certo indicare una competenza acquisita, ma non dice automaticamente come quel risultato sia stato ottenuto. Esistono ragazzi che raggiungono risultati molto alti pagando un prezzo elevato in termini di ansia, paura dell’errore, bisogno continuo di conferma, rinuncia ad altri interessi. Il successo scolastico non coincide necessariamente con il benessere della persona. Anche il voto positivo dovrebbe allora generare domande: che cosa ha funzionato? Questa prestazione corrisponde a un apprendimento solido o a uno sforzo difficilmente sostenibile nel tempo? A quale costo è stata ottenuta? Valutare bene significa guardare alla prestazione senza confonderla con la persona, sia quando è fragile sia quando è eccellente.

L’etichetta

 Il rischio dell’etichetta diventa ancora più serio quando dal presente si passa al futuro. In questo passaggio può aiutarci The Giver di Lois Lowry. Nella comunità raccontata dal romanzo, i ragazzi vengono osservati durante tutta la loro la crescita e, a dodici anni, viene assegnata a ciascuno la futura funzione sociale. Il sistema, in quel contesto distopico, attribuisce alla valutazione un potere enorme: la descrizione del soggetto diventa prescrizione, l’ipotesi diventa destino. È una forma estrema di qualcosa che può comparire anche nella scuola quando si dice di un ragazzo che “non è portato per…”, “non è adatto a…”, “è uno da…”. Queste formule trasformano ciò che una persona mostra oggi in ciò che sarà domani. Ma i percorsi di crescita raramente sono lineari. Un limite può modificarsi, un’attitudine può emergere più tardi, un interesse può nascere da un incontro inatteso. Anche l’orientamento dovrebbe indicare possibilità realistiche senza pre-assegnare una destinazione.

Valutare

Valutare significa leggere il presente, mai sequestrare il futuro. L a definizione dei ragazzi arriva a una conclusione equilibrata: se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene. È una buona base, a cui conviene che noi adulti aggiungiamo un passaggio. Il voto negativo oltre a dire che “si può migliorare”, dovrebbe essere seguito dalle indicazioni necessarie a capire per quale via. E il voto positivo, che davvero dice “stiamo lavorando bene”, dovrebbe anche accompagnarsi all’aiuto a riconoscere le modalità di apprendimento che sono più efficaci e anche se il modo in cui si sta lavorando è davvero buono per la persona e lascia spazio ad altre dimensioni oltre alla scuola.

L’alternativa secca non si gioca tra abolire il voto o dargli un potere assoluto. Conviene restituirgli la giusta misura. Un voto è utile quando fotografa qualcosa senza pretendere di esaurire tutto; quando informa senza etichettare; quando riconosce un risultato senza trasformarlo in identità; quando segnala un limite senza trasformarlo in destino.

La buona valutazione non dice a un ragazzo chi è. Gli dice dove si trova oggi e gli offre elementi per capire quale passo può compiere domani.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avvenire.it

mercoledì 2 settembre 2026

IL PARERE DEGLI ALTRI

 

“Cosa diranno gli altri?”: quando la paura del giudizio degli altri decide al posto tuo




Indice

1.    Quando il giudizio degli altri comanda le scelte

2.    Guarda il video su cosa fare quando il giudizio degli altri ti blocca

3.    Da dove nasce il bisogno continuo di approvazione

4.    Come il bisogno di approvazione blocca identità, studio e scelte

5.    Spostare il centro: dall’approvazione degli altri all’auto-riconoscimento

Preferisci ascoltare il riassunto audio?

Quando il giudizio degli altri comanda le scelte

Voler essere apprezzati dagli altri è del tutto normale: ci aiuta a sentirci parte di un gruppo, a costruire relazioni e a capire come muoverci nelle situazioni sociali. Il problema nasce quando il bisogno di approvazione diventa così forte da condizionare quasi ogni decisione.

Può succedere, per esempio, quando:

  • cambi idea solo per non contraddire gli altri, anche se quella scelta non ti rappresenta;
  • dici sempre sì a richieste e favori, anche quando vorresti rifiutare;
  • eviti di esporti o di provare qualcosa di nuovo per paura di sbagliare davanti agli altri;
  • rinunci a ciò che ti interessa davvero per non rischiare critiche o giudizi.

Quando accade, il punto non è più soltanto voler piacere agli altri: la paura di essere criticati finisce per pesare più dei propri desideri. E, scelta dopo scelta, può diventare sempre più difficile capire cosa vogliamo davvero.

Da dove nasce il bisogno continuo di approvazione

Spesso alla base c’è una storia precisa: una mancanza di riconoscimento emotivo nei primi anni di vita. In molte famiglie l’affetto è legato al risultato: “Ti voglio bene se fai bene, se non sbagli, se ti comporti come voglio”.

In questi contesti possono accadere alcune cose:

  • I successi non vengono valorizzati, oppure non bastano mai.
  • Gli errori vengono trattati solo come fallimenti, non come tappe di crescita.
  • Le emozioni del bambino non vengono ascoltate o prese sul serio.

Chi cresce così impara che il proprio valore dipende da quanto piace agli altri, non da ciò che è.

Con il tempo questo schema può trasformarsi in:

  • perfezionismo basato sulla paura di deludere;
  • bisogno costante di conferme prima di decidere;
  • difficoltà a esporsi o a provare qualcosa di nuovo per timore del giudizio.

 Come il bisogno di approvazione blocca identità, studio e scelte

Quando l’approvazione esterna diventa il parametro principale, si perde il contatto con ciò che davvero conta per sé. Questo ha effetti concreti, soprattutto in età scolastica e universitaria.

Può succedere di:

  • scegliere un indirizzo di studi per far felici i genitori, non per reale interesse;
  • evitare corsi, esami o progetti impegnativi per paura di non essere “all’altezza”;
  • riempire l’agenda di impegni solo per dimostrare di essere produttivi.

In questo modo:

  • ci si allontana da valori, passioni e obiettivi personali;
  • si rinuncia a opportunità per timore di sbagliare;
  • si vive con l’idea di dover “recitare” un ruolo accettabile.

Il risultato è una vita che appare “corretta” verso l’esterno, ma che internamente lascia una sensazione di vuoto o di incompletezza.

Un consiglio in più

Fai i test che ti aiutano a conoscerti meglio:

"Potevi fare di più": perché si ha la sensazione di non aver fatto abbastanza e come spegnere la voce che logora la mente

Spostare il centro: dall’approvazione degli altri all’auto-riconoscimento

Uscire dalla dipendenza dal giudizio altrui richiede un percorso di consapevolezza volto a dare priorità al proprio punto di vista, iniziando col distinguere ciò che si compie per valore autentico da ciò che si fa solo per compiacere gli altri. Un esercizio fondamentale consiste nel chiedersi come cambierebbero le proprie scelte e il proprio carattere in assenza di osservatori esterni, identificando così gli impegni mantenuti solo per timore della disapprovazione. Per consolidare questo cambiamento, è necessario allenare l'

autostima attraverso azioni concrete, come il riconoscimento costante delle proprie qualità e la valorizzazione dei propri successi, evitando di minimizzarli.

Perché essere sempre «bravo ragazzo» ti stressa più di quanto pensi

Un passaggio psicologico cruciale riguarda lo spostamento del locus of control da esterno a interno: smettere di attribuire ogni evento al caso o al volere altrui permette di recuperare la responsabilità personale e il potere decisionale sulla propria vita. Praticamente, risulta utilissimo imparare a prendersi del tempo prima di aderire a una richiesta, valutando se l'impegno sia compatibile con le proprie energie o se nasca dalla paura di deludere.

Questo processo di emancipazione si completa con l'auto-riconoscimento emotivo, ovvero la capacità di legittimare i propri bisogni e sentimenti senza giudicarsi, un obiettivo che può essere facilitato da un percorso psicoterapeutico strutturato. In definitiva, ridurre il bisogno di approvazione non significa isolarsi, ma smettere di sacrificare la propria identità per un consenso esterno, costruendo una vita basata sulla reale autenticità.


Il coraggio di non piacere. Liberati dal giudizio degli altri e trova l’autentica felicità

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martedì 4 marzo 2025

La FINESTRA DI OVERTON


COME FARTI ACCETTARE CIO' CHE NON VUOI 

La finestra di Overton è un meccanismo psicologico che deriva dalla tendenza della nostra mente ad ancorarsi a un punto di riferimento e utilizzarlo per giudicare i cambiamenti.

 La finestra di Overton altro non è che la “finestra” di possibilità accettabili e considerate normali all’interno dell’insieme di tutte le possibilità.

Quando ci viene proposto qualcosa, la nostra mente considera dove quella proposta si colloca rispetto al nostro punto di riferimento. Se rientra nella finestra di ciò che consideriamo normale, la proposta verrà accettata immediatamente. Se si pone al confine potremmo fare resistenza, ma con le giuste motivazione la accetteremo. Tanto più lontana la proposta si colloca rispetto alla nostra finestra tanto più considereremo l’idea inaccettabile.

Ti sei mai chiesto perché altre persone accettano cose che tu non accetteresti mai? Come possono alcuni cinesi mangiare cani? Perché i matrimoni gay sono normali in certe nazioni e considerate un’aberrazione in altre?

La finestra di Overton determina ciò che è accettabile e la finestra di Overton… si sposta.

La teoria della finestra di Overton

Nel mondo esistono idee, regole e leggi che sono considerate radicali o impensabili, cose che nessuno penserebbe mai di fare, né di proporre, per paura delle conseguenze.

Cosa accadrebbe se un partito politico proponesse che le mogli siano di proprietà dei mariti? Che reazioni ci sarebbero se un’azienda proponesse di vendere carne di cane? Come giudicherebbe la gente un gruppo di persone che pratica il cannibalismo?

Muovendo la finestra di Overton, cioè spingendo piano piano il consenso verso un estremo, è possibile far accettare alle persone ciò che prima avrebbero rifiutato.

Il termine “finestra di Overton” è stato coniato da Joseph P. Overton che affermò che la fattibilità di un’idea politica dipende principalmente dalla sua posizione rispetto a ciò che è accettato dall’opinione pubblica, piuttosto che dalle preferenze personali del politico che la propone. La finestra di Overton incornicia l’intervallo delle norme che un politico può proporre senza apparire troppo estremo dato il clima dell’opinione pubblica del momento.

 La fattibilità di un’idea politica dipende principalmente dalla sua posizione rispetto a ciò che è accettato dall’opinione pubblica, piuttosto che dalle preferenze personali del politico che la propone. La finestra di Overton incornicia l’intervallo delle norme che un politico può proporre senza apparire troppo estremo dato il clima dell’opinione pubblica del momento.

La tecnica della finestra di Overton

La finestra di Overton è semplicemente un modo per identificare quali norme saranno più facilmente accettate dalla popolazione e quindi evitare che delle proposte vengano rigettate, magari con conseguenze negative sulla popolarità di chi le porta avanti.

La finestra di Overton può però cambiare posizione e ciò che era inaccettabile qualche anno prima diventa la preferenza della maggioranza. Ad esempio, nel 2008 lo stato della California votò per rendere illegali i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nel 2015 i matrimoni tra persone dello stesso sesso erano legali e accettati dalla maggioranza della popolazione.

Un modo per visualizzare la finestra di Overton è questa:

finestra di Overton cos'è

Lo spazio all’interno della curva è la finestra di Overton. Tanto più centrale sarà una proposta, tanto più facilmente verrà accettata. Se la proposta è verso la periferia sarà accettata, ma con qualche resistenza. Le proposte appena al di fuori della finestra sono controverse e non saranno accettate subito, ma potrebbero essere accettate in un secondo momento, allo spostarsi della finestra. Le proposte in posizioni estreme rispetto alla finestra di Overton sono considerate inaccettabili.

Come puoi muovere la finestra di Overton

Il fatto che una proposta sia inaccettabile però non significa che sarà impossibile da realizzare. Significa semplicemente che è necessario prima “spostare” la finestra di Overton fino a che quella proposta non entri all’interno.

È così che proposte politiche che vengono considerate estreme e inaccettabili vengono poi accettate senza troppo riserve qualche anno dopo. La finestra si muove e cambia forma, includendo o escludendo idee nel tempo. Quando la finestra cambia, cambia ciò che è politicamente possibile proporre, ciò che è accettato e ciò che non lo è.

Esistono tre fenomeni che spostano la finestra di Overton.

Le crisi

Accade qualcosa di grande e al di fuori del controllo delle persone, che diventano disposte ad accettare soluzioni che altrimenti avrebbero rigettato.

Un esempio è l’attacco alle torri gemelle a seguito del quale il governo americano cambiò le leggi sulla privacy nel nome della sicurezza nazionale. Il pubblico non avrebbe mai accettato quelle norme in una situazione normale, ma lo fece di fronte alla paura della minaccia terroristica. La finestra di Overton era stata spostata dalla crisi.

 

È difficile all’interno di un’azienda cambiare il modo di fare delle persone. È più facile fare le cose come sono sempre state fatte, ma i cambiamenti diventano più facili da far accettare se l’azienda entra in crisi. Le persone diventano disposte ad agire diversamente per ovviare al pericolo. Il pericolo della crisi è superiore in intensità al pericolo di accettare un’idea nuova.

Ci sono cose che non vorresti mai fare, ma se ti trovassi in una situazione molto difficile, potresti accettare di cambiare le tue abitudini e persino i tuoi valori pur di migliorare la situazione.

Persuasione graduale

Al contrario della crisi, che fa “saltare” la finestra di Overton in un’altra posizione a causa di un singolo evento, la persuasione graduale sposta la finestra poco alla volta cosicché le persone neppure si rendono conto che la loro idea è stata cambiata.

Questo fenomeno si osserva spesso quando un gruppo di persone possiede un’idea che vuole venga accettata dal resto della popolazione e propone l’idea per stadi. Ad esempio, per i primi gruppi per i diritti gay era impensabile proporre l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, perché prima era necessario far accettare l’idea dell’omosessualità, poi convincere le persone che l’omosessualità non era una minaccia per la società e via dicendo.

 

Da notare come questi fenomeni sono indipendenti dal valore “morale” dell’idea, né è importate che tu personalmente approvi l’idea. Non è un fenomeno né “buono” né “cattivo”, è semplicemente il modo in cui proposte sociali e politiche vengono ad essere accettate o rigettate. Che queste proposte siano “buone” o “cattive” non importa.

Il leader carismatico

In questo caso la finestra di Overton viene spostata in maniera graduale ma attiva da una singola persona, un leader carismatico che porta avanti l’idea. Le persone saranno più disposte ad accettare l’idea perché questa viene “garantita” da una persona di cui si fidano.

Il ragionamento suona così: “non sono sicuro di questa cosa, ma mi fido di te”, oppure “non avevo mai pensato che quest’idea fosse buona, ma adesso che me lo dici tu sto cambiando idea”.

Esempi estremi di questo fenomeno sono i leader dei movimenti per i diritti civili, da Mandela a Martin Luther King, ma anche i leader dittatoriali, come Hitler o Stalin.

Anche in questo caso, la finestra di Overton non si sposta necessariamente perché l’dea proposta è “migliore”, ma perché viene spinta da un leader carismatico che la rende accettabile. È un fenomeno che capita spesso in politica.

La finestra di Overton applicata a te

Una volta che hai capito come questi fenomeni avvengono, li vedrai accadere continuamente nel panorama politico nazionale e mondiale, ma anche in cerchie più ristrette sia professionali che personali.

Le persone spesso applicano la finestra di Overton inconsapevolmente quando cercano di far cambiare idea agli altri. La persuasione graduale è per esempio molto diffusa. Invece di andare subito al traguardo, sapendo che la proposta verrà rigettata, fai una piccola proposta, così innocente che sarebbe irragionevole rifiutarla. La finestra si sposta, anche se solo di poco, e la prossima volta potrai chiedere di più, finché anche la proposta finale suonerà normale e non più così strampalata, e verrà accettata.

 INBREVE

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martedì 18 febbraio 2025

L'IMPORTANZA DI NON PIACERE

 


 Liberarsi dalle aspettative altrui 

e trasformare 

le fragilità in salvezza 



di Thomas Leoncini (Autore)

 

Sapete qual è uno dei grandi, nuovi mali del nostro secolo? La convinzione di dover piacere a tutti, e a tutti i costi. Piacere per non sentirsi esclusi, per essere come gli altri, gratificati e «normali».

Troppo spesso fatichiamo a comprendere che ciò di cui abbiamo bisogno per stare bene non lo troveremo negli sguardi esterni, ma dentro di noi: solo noi possiamo tracciare la nostra strada verso la serenità. E chi ci accetterà per ciò che siamo potrà camminare al nostro fianco.

Dobbiamo liberarci dalla dipendenza e dalla paura del giudizio se vogliamo arrivare a esprimere pienamente il nostro potenziale.

Prendendo le mosse da queste considerazioni, il nuovo libro di Thomas Leoncini è un prezioso alleato per dire «basta!» Basta vivere la vita che gli altri vorrebbero per noi, ma che non ci appartiene e per questo ci rende infelici. Basta omologarsi alla società, se non è quello che desideriamo. Basta basare le nostre giornate sul tentativo di strappare un like o un'approvazione che ci confermi che stiamo facendo bene.

Attraverso un sorprendente ribaltamento dei luoghi comuni e grazie ad alcuni autotest semplici, intuitivi e chiarificatori per comprendere quali emozioni ci condizionano la vita, lo psicologo e autore del bestseller

L'ansia del colibrì accompagna i lettori in un nuovo e rivoluzionario viaggio alla scoperta del proprio mondo interiore, per conquistare la libertà di diventare, finalmente, sé stessi.

All'interno, rivoluzionari autotest per misurare rapidamente la nostra indipendenza emotiva e il nostro livello di autostima, paura, vergogna e magia.

sabato 31 agosto 2024

TANTO NON SI VEDE

 


Ventiduesima domenica del T.O. anno B

1 settembre 2024

 

Dt 4,1-2.6-8   Sal 14   Giac 1,17-18.21-22.27   Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

«Leggi, o ascolti, le parole: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi;

e tu nutri tali sentimenti d’orgoglio da ritenerti senza peccato?

In questa maniera, siccome tu non vuoi temere,

non ti rimarrà altro che apparire quel pallone gonfiato che sei».

Sant’Agostino, Esposizione sul salmo 118, Discorso 2, 1

 

Commento di Gaetano Piccolo*

L’apparenza inganna

 La storia e l’esperienza ci insegnano a non fidarci delle apparenze. Lo avevano imparato bene gli abitanti di Troia, che si erano fatti ingannare da un cavallo lasciato alle porte della loro città come un regalo. In realtà, all’interno, il cavallo nascondeva i nemici greci che facilmente, con questo stratagemma, penetrarono nella città per espugnarla. Nonostante ciò, continuiamo a investire ampiamente sull’immagine esteriore, come se fosse la cosa più importante. Il motivo è da ricercare forse proprio nel piacere di essere ingannati. In fondo ci piace nascondere, siamo contenti di vivere in un mondo dove quello che conta è quello che appare in superficie.

 L’interiorità inutile

 L’interiorità è faticosa da curare e comunque nessuno la vedrebbe. Sarebbe difficile essere apprezzati e riconosciuti e quindi non vale la pena investire su qualcosa che gli altri non possono valorizzare in modo immediato. Meglio seguire le mode e cercare di distinguersi in quello che è socialmente riconosciuto come un valore. In alcuni ambenti, preservare l’immagine è l’unico modo per fare carriera e per essere accettati dal gruppo. Anche a questo scopo, occorre giocare d’anticipo e andare a caccia di chi non rispetta i canoni formali per appartenere al gruppo, in modo da poter facilmente eliminare un possibile avversario. Siamo in fondo una società di ipocriti, persone con poco giudizio, come dice il termine, che si accontentano di una esteriorità superficiale.

 La pretesa di giudicare

 La domanda che gli scribi e i farisei, paladini della correttezza formale, rivolgono a Gesù, va proprio in questa direzione: i discepoli non rispettano una prassi legalistica e non stanno dentro le norme. Purtroppo, questi ragionamenti li sentiamo spesso anche all’interno del contesto ecclesiale, che si rivela tante volte più farisaico che evangelico, pretendiamo infatti di giudicare chi può stare dentro la comunità solo alla luce di una prassi esteriore non rispettata secondo alcuni canoni prescritti. Ma è davvero quello il peccato che ci rende indegni? E, soprattutto, se per Gesù quello che conta è l’interiorità, come possiamo avere la pretesa di conoscerla e di giudicarla?

 Ipocriti contemporanei

 Si vedono in giro molti tromboni che con le loro labbra si dicono fedeli e osservanti. E attraverso le loro parole riescono a comunicare un’immagine costruita e falsa di se stessi. Ma dal loro cuore escono invece invidia, maldicenza, pettegolezzo, odio e rancore. Formalmente però sono a posto. Anzi, molte volte sono proprio quelli che si ergono a giudici degli altri e vanno a caccia dell’imperfezione esteriore per eliminare il presunto peccatore. È il loro modo per acquisire una patente esteriore di correttezza che li preserva da qualunque accusa.

 Fare verità

 Le parole di Gesù sono per ciascuno di noi un invito a chiederci a cosa stiamo prestando maggiore attenzione, dove stiamo investendo le nostre risorse. Possiamo chiederci se siamo più preoccupati di quello che si vede o di quello che c’è veramente nel nostro cuore. Possiamo chiederci se stiamo lavorando alla costruzione di un’immagine esteriore di correttezza o se ci stiamo prendendo cura della nostra vita interiore. Spesso le mele lucide del cesto del fruttivendolo sono quelle che all’interno sono marce. Al contrario le mele che hanno più difetti all’esterno, sono probabilmente senza conservanti, sono più vere e hanno un sapore migliore.

 Leggersi dentro

 Quanto sono preoccupato della mia immagine?

Che cosa c’è nel mio cuore?

 

Alzogliocchiversoilcielo

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*Gesuita, professore ordinario di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana