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venerdì 16 ottobre 2026

L'INVENZIONE DI DIO

 


Dio

 è 

un'invenzione

 umana?




-di VITO MANCUSO


Lo è nel senso latino del termine inventio, dal verbo invenire, che significa "scoprire", "incontrare"; per cui inventio significa "incontro", "scoperta".

L'invenzione di Dio: ovvero, la scoperta di Dio.

Tra noi vi sono alcuni che l'hanno scoperto, e altri invece no: per i primi Dio è un'esperienza; per gli altri è una fantasia, sigla dell'ignoranza e della paura, ignoranza della natura, paura della morte.

Esiste una domanda, a mio avviso, decisiva in ordine al Divino: quando un essere umano avverte dentro di sé indignazione di fronte al male, alla disonesta furbizia, alla malizia, alla prepotenza, alla falsità, e quando viceversa avverte ammirazione e talora commozione di fronte al bene, alla giustizia, alla purezza, all'onestà, è un ingenuo che non ha ancora capito come va il mondo?

Che non ha capito che non c'è nessun senso nella storia e nella natura, se non la lotta, la guerra, la seduzione, insomma armi, acciaio, malattie? Oppure no?

Oppure non è un ingenuo, ma sta sperimentando la dimensione più vera della vita?

Una dimensione che attraversa questo mondo ma che non coincide con esso, e che per questo si può chiamare trascendenza?

Io penso sia vera la seconda alternativa.

#VitoMancuso

venerdì 9 ottobre 2026

DOMANDE SENZA RISPOSTA

 


Vi sono domande che non troveranno mai una risposta definitiva. 



-di Vito Maucuso

Per quanto esistano da sempre nella storia del pensiero umano, esse, a dispetto di alcuni filosofi che hanno preteso il contrario, non hanno mai trovato né mai troveranno una risposta certa e incontrovertibile tale da generare un sapere assoluto da tutti accettato e condiviso come avviene in ambito scientifico.

Noi non sapremo mai rispondere in modo esente da dubbi alle questioni sulla nostra identità, sull’essenza e il senso del tempo, sull’origine e il fine del desiderio, e su altre questioni decisive dell’esistere.

Ad esempio: cos’è il bene? Cos’è il male? È più forte il bene o il male? Nel mondo esiste la giustizia o esiste solo la legge imposta dal più forte? Esiste l’amore, o esiste solo la libido e qualche sentimento variamente cangiante? C’è una bellezza oggettiva e universale, o è tutto questione di gusti? C’è Dio? C’è una vita dopo la morte? L’anima muore con il corpo, oppure “va in cielo”, oppure trasmigra in altri corpi?

Perché c’è l’essere e non il nulla? Perché c’è questo essere ordinato, e non l’essere allo stato caotico? Qual è l’origine della vita? Qual è il suo senso (direzione e significato)? Che cosa mi spinge a domandare? Cos’è la coscienza? Come spiegare che un pezzo di materia divenga cosciente e consapevole di sé? E come spiegare che diventi anche coscienza morale? Perché il mondo è così bello e produce così tanto dolore?

Nonostante la mancanza di risposte certe porsi interrogativi che non hanno possibilità di risposte definitive serve pur sempre a qualcosa, perché ponendoceli, noi diventiamo esseri pensanti. E diventando esseri pensanti, diventiamo più attenti, più veri, nel senso di più veritieri, più miti, meno duri, meno intransigenti, meno superbi.

Il pensare è sempre capacità di ricerca, vuole conoscere ma parte dal dubbio; anzi, fa del dubitare il suo metodo, secondo quanto viene definito, a partire da Cartesio, «dubbio metodico».

 #VitoMancuso

 

mercoledì 26 luglio 2023

LIBERTA', UNA CONQUISTA


Non si può avere tutto dalla vita: è come quando si cucina, nessuno lo fa mettendo tutti gli ingredienti insieme.

 Bisogna selezionarli per dare un sapore preciso al piatto».

-          

-         di Vito Mancuso


Possiamo fare tutto, dire tutto, sperimentare tutto: vestirci di lustrini per andare a fare la spesa e praticare l’amore “liquido”, magari rivendicando bellamente la nostra “fluidità”; andare in Australia in poche ore e discettare di materie che non ci appartengono neppure un po’, eventualmente senza dover rendere conto a nessuno delle scempiaggini che abbiamo lasciato ai posteri sui social. Ma siamo davvero liberi?

 In pochi possono rivendicarlo davvero: non concede sconti alla realtà Vito Mancuso, teologo ed editorialista della Stampa in tour in Puglia in questi giorni con l’attore Mario Perrotta e la giornalista di Repubblica Cultura Sara Chiappori con lo spettacolo “Libertà rampanti - Indagine a tre voci sul concetto di libertà” (ieri al Castello Svevo di Bari, oggi al Castello di Manfredonia, domani al Parco archeologico di Canne della Battaglia, dopodomani al Parco archeologico di Egnazia).

Non è un paradosso, uno spettacolo sulla libertà, in un’epoca in cui il ventaglio delle possibilità di fare e dire quel che ci pare si estende quotidianamente?

 «Bella domanda, ma al di là di quest’apparenza immediata - ciascuno si muove, si veste, parla, si atteggia, si determina come ritiene - se scendiamo nella profondità di noi stessi sappiamo tutti benissimo che si tratta appunto di un’illusione. La libertà non è fare quel che mi pare, perché così facendo io cado prigioniero del mio desiderio e di quello che gli altri impongono al mio desiderio mediante musiche, prodotti e via dicendo. Per questo c’è bisogno di riflettere su cosa sia davvero quest’esperienza, cominciando a capire che il primo momento decisivo della libertà si chiama liberazione, ovvero capire di non essere per nulla liberi: per carattere, per ambiente in cui nasciamo, per sollecitazioni della società, per il fatto stesso di dover morire… per tutta una serie di motivi, il primo passo verso la libertà è capire che la libertà non c’è. Non è a portata di mano, devi appunto scalare, faticare, arrampicarti… essere rampante, come il Barone del libro di Calvino: finché pensi che libertà sia andare in giro mezzo nudo e dire quello che ti pare, pratichi solo un’anarchia selvaggia e vuota».

 Libertà non come desiderio, ma come cessazione dello stesso.

«In ordine al desiderio ci sono almeno tre scuole di pensiero: la prima afferma che libertà è non desiderare, appunto - corrente ascetica rappresentata dal buddismo, prima ancora in Occidente dallo stoicismo, ma pure da molte forme del Cristianesimo; la seconda, quella che imperversa ai nostri giorni, che teorizza esattamente il contrario - bisogna seguire ogni desiderio, altrimenti non si è liberi. Io appartengo alla terza, quella che ritiene il desiderio struttura imprescindibile della vita umana: noi siamo desiderio e volontà desiderante, e questo desiderio non può essere soppresso perché verrebbe meno il motore pulsante della vita, ma neppure essere assecondato in ogni sua forma espressiva, perché cadremmo suoi schiavi. Quindi bisogna orientarlo, trasformarlo in aspirazione: I desideri, che sono un fatto naturale, devono essere vagliati da quell’energia intellettuale speciale che è la coscienza morale. Vanno valutati, soppesati: ad alcuni va detto sì, ad altri no. Non si può avere tutto dalla vita: è come quando si cucina, nessuno lo fa mettendo tutti gli ingredienti insieme. Bisogna selezionarli per dare un sapore preciso al piatto».

 Ancora una volta, dunque, in medio stat virtus.

«Sì, penso di sì. Ancora una volta credo che quel principio della classicità sia una luce da seguire».

Come è cambiato il concetto di libertà dopo la pandemia, che ha messo a dura prova la nostra resistenza psicologica, ma per certi versi ha peggiorato anche le nostre abitudini nonostante i proclami “Andrà tutto bene” e “Ne usciremo migliori”?

 «Non si può rispondere a questa domanda in generale. Ci sono state persone che hanno approfittato di quel momento per ricalibrarsi, per riorientare la propria esistenza comprendendo le cose importanti della vita, che poi sono davvero poche: non farsi rubare il tempo e non distrarsi, per esempio. Poi c’è altra gente che invece ha già dimenticato tutto ed è diventata peggio di prima: il fenomeno umano è come sempre contraddittorio, basta camminare per strada per accorgersi di come esistano persone che denotano educazione, stile e pensiero e selvaggi, barbari che dimostrano il contrario: è stato sempre così e sempre così sarà».

 Libertà come scelta del bene, dunque?

 «La libertà è una scala, un processo a livelli. Il primo è appunto la liberazione, come già detto: dall’ignoranza, dalle catene che ci opprimono fin dalla nascita. Il secondo e il terzo sono invece libero arbitrio, la cui esistenza è pure negata da alcuni, e dedizione… Forse la maggior parte di noi non ci arrivano, ma quelli che optano per il bene comune, sacrificando se stessi, toccano davvero la libertà, anche quando la scelta è onerosa: pensiamo a quando il giudice Rosario Livatino rifiuta la scorta dicendo “Tanto mi ucciderebbero comunque”. Non è mero istinto di sopravvivenza, è dedicare la vita a qualcosa di più grande e farlo con convinzione: la vera libertà».

 

Intervista di Leda Cesari per Il Quotidiano di Puglia