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martedì 9 giugno 2026

HOMO VIATOR

 


Mentre intorno a noi 

tutto scorre imperterrito, 

ci chiediamo quale sia 

il nostro posto. 

La fiducia nel futuro

 è un sintomo primordiale

 dell’essere umano,

 il vero cammino è interiore».

Homo Viator [PDF]

Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. 

La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” …

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”.  

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta?

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. 

Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

https://www.vitomancuso.it/ 

mercoledì 29 marzo 2023

UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA

 "Un altro giro di giostra" è il libro con cui il grande giornalista, Tiziano Terzani,  che ha raccontato il mondo ha intrapreso un viaggio diverso, più intimo e personale. 

L'occasione è stata la grave malattia che l'ha colpito, ma il viaggio che l'ha portato, da New York all'India, lungo le strade internazionali della medicina, sia tradizionale che alternativa, si è a poco a poco trasformato in un viaggio interiore. 

I due percorsi si sono sovrapposti e si sono conclusi simbolicamente davanti alla maestà senza tempo dell'Himalaya. 

Lì Terzani ha trovato la risposta che cercava, incarnata nel volto e nelle parole di un Vecchio saggio, e poi l'ha consegnata a queste pagine perché potesse essere di aiuto a chi si sente fuori posto, a chi sta cercando, a chi soffre: Il vero guru è quello che sta dentro di te». «Si tratta di capire che la vita e la morte sono due aspetti della stessa cosa. 

Arrivare a questo è forse la sola vera meta del viaggio che tutti intraprendiamo nascendo.»

 Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo-

venerdì 2 dicembre 2022

PAROLE PER RITROVARE SE STESSI

Tra farfalle e margherite, parole per ritrovare se stessi

 

Tre fiabe, tre racconti per bambini e per adulti scritti da Claudio Mercandelli per un viaggio affascinante alla ricerca del nostro Io disperso.

- di Paolo Vites

 

Chissà se Claudio Mercandelli apprezza le canzoni di Angelo Branduardi. C’è infatti nella sua scrittura la stessa delicatezza fiabesca del musicista, quella capacità apparentemente infantile di far vivere fiori, farfalle, addirittura molluschi e sassi in contesti non umani, ma che in realtà incarnano tutte le nostre caratteristiche di “esseri pensanti” per comunicare attraverso loro metafore, sogni, speranze del nostro essere uomini e donne.

Mercandelli opera lontano dal contesto artistico di Branduardi, ma la loro capacità di stupore per la bellezza che spesso si nasconde dietro una realtà deturpata li accomuna. Giunto al suo esordio letterario, con Mi illumino di immerso. Appunti di speleologia di un’anima (Il Settenario, 2022) dopo una carriera come insegnante, Mercandelli ha raccolto in questo volume tre di quelle che lui stesso definisce “fiabe”.

Ci siamo dimenticati che questa formula narrativa da sempre considerata per bambini o adolescenti, in realtà ha sempre contenuto “un intento formativo o di crescita morale”. Lo dice lo stesso autore nella sua introduzione, citando lo psicanalista Bruno Bettelheim a proposito di cosa le fiabe propongano al lettore: “Un’educazione morale che sottilmente e solo per induzione gli indichi i vantaggi del comportamento morale, non mediante concetti etici ma mediante quanto gli appare tangibilmente giusto e quindi di significato riconoscibile”.

Forse è per questo che in un’epoca storica dove nessuno è più in grado di comunicare “intenti formativi” e “morali”, affogati come siamo nel nichilismo, nella delusione, nell’impotenza, nel crollo di credo religiosi o politici, nessuno ne scrive più. A parte Mercandelli, ovviamente.

Il suo intento è prima di tutto il recupero della forma “parola” anche questa andata perduta, oggi che non siamo quasi più in grado di reggere una penna o una matita, abituati come siamo a tastiere di computer o smartphone, tanto da aver perso il gusto di comporla, preferendo sciocche abbreviazioni, slogan preconfezionati, meme da chat di Whatsapp. Per Mercandelli c’è il ricordo di quando “capitava che a pulsare, grondare di energia, fossero le stesse parole che la didattica aveva avvicinato, sterilizzandole, rendendole cose asettiche, cosa morta”. Occorre perciò – aggiunge – “ritrovare quelle parole non ancora logorate dal linguaggio scarnificante degli adulti”.

Questa è la missione che si è posto l’autore e dobbiamo dire che ci è riuscito benissimo. I suoi racconti, infatti, ci portano a un mondo lontano, antico, ma vivissimo, perché parlano di noi attraverso deliziose metafore, che sia una margherita che si innamora di una farfalla o un mollusco che vive rinchiuso nel proprio guscio. Ci dicono di noi con una tenerezza incontenibile e ci affascinano per la sapiente capacità dell’autore di descrivere mondi fatati, miti, leggende. Insomma, quei sogni che hanno reso irripetibile la nostra adolescenza. E ci porta per mano a recuperare il nostro stesso Io (non è un caso che la farfalla protagonista del primo racconto si chiami “Io”). Leggendolo, tanta è l’urgenza e il fascino che Mercandelli ci comunica, che difficilmente riusciamo a sospendere la lettura e andiamo avanti senza sosta, pieni di curiosità e stupore per vedere come la storia si sviluppi e vada a finire.

Mercandelli ha tantissime cose da dirci a proposito dell’amore, ad esempio: “Aver amato così tanto da accettare di perdere l’amata”. O a proposito di un falso concetto educativo: “Che la distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso sia appannaggio degli adulti e non dei più piccoli è una convenzione molto radicata, negli adulti ovviamente”.

Come suggeriscono titolo e sotto titolo, questo libro è una indagine psicologica del proprio Io, scoprendo dimensioni accantonate o mai appariscenti, soffocati come siamo dalla banalizzazione dei sentimenti e del cuore. Impossibile non riconoscersi nel mollusco che si rinchiude nel proprio guscio: “Sopravvivere era l’unico obbiettivo da perseguire, l’unica velleità, la sola ambizione”. C’è infine una urgenza particolare che si manifesta riga dopo riga: l’altro. Il prossimo senza il quale, ci fa capire l’autore, il nostro Io non si completa, perché siamo creature bisognose di una alterità a cui apparteniamo.

Scritto in modo accattivante, ricco di stimoli, è un libro caldamente consigliato agli adulti che vogliano scoprire il proprio sé dimenticato per comunicarlo ai più piccoli, che, ne siamo certi, rimarranno innamorati di questi racconti.

 

Il Sussidiario

martedì 12 ottobre 2021

COMUNICARE E' CONOSCERSI DENTRO


- Apro l’anima e gli occhi. Coscienza interiore e comunicazione
 è il nuovo libro dello psichiatra e scrittore Eugenio Borgna del quale anticipiamo un brano dalle 'premesse'. Pubblicato da Interlinea (pagine 112, euro 10,00). Il volume prende spunto dalla poetica del sacerdote rosminiano e poeta Clemente Rebora e in particolare utilizza, fin da titolo, un verso della poesia Tempo. L’idea di fondo è la riscoperta della vera anima della comunicazione che nasce sì dalle parole, ma soprattutto dal silenzio e dalla coscienza interiore.

-         di EUGENIO BORGNA

-          

Si comunica col linguaggio delle parole, che è la comunicazione verbale, e col linguaggio del silenzio e della solitudine, degli occhi e degli sguardi, delle lacrime e del sorriso, che è la comunicazione non verbale: le due grandi aree semantiche della comunicazione. Negli svolgimenti tematici del discorso vorrei indicare come queste due diverse modalità di comunicare si snodano in alcune emblematiche condizioni di vita, e come dovremmo di volta in volta comportarci al fine di renderle sempre più dotate di senso, e creatrici di umanità, e di solidarietà, di sensibilità, e di gentilezza, di attesa, e di speranza, che si intrecciano le une alle altre.

La comunicazione è l’espressione del comunicare, e in vita non è possibile non comunicare, la sola cosa che ci consenta di uscire dalla solitudine; ma è necessario distinguere ancora due diverse forme di comunicazione: quella razionale e astratta, estranea ai contenuti emozionali, e quella animata dalla passione. Lo diceva Giacomo Leopardi: solo se la ragione si converte in passione, diviene strumento di conoscenza, e di comunicazione. La comunicazione razionale è quella che, nella vita quotidiana, si limita a trasmettere cognizioni, e informazioni, con un’arida elencazione delle cose. La comunicazione emozionale è quella che espone le cose con slancio, e con viva partecipazione dialogica. Le stesse cose, esposte con freddezza, o con passione, cambiano di significato, e si imparano con una diversa rapidità, e anche con una diversa partecipazione interiore.

Una bellissima poesia di Clemente Rebora (Tempo) è la premessa, la fonte, delle mie riflessioni sulla comunicazione, e sulle sue metamorfosi, e sono grato a Roberto Cicala, che è l’attuale editore delle più belle opere del grande poeta rosminiano, di avermela proposta. Leggiamola insieme: Apro finestre e porte – ma nulla non esce, non entra nessuno: inerte dentro, fuori l’aria è la pioggia.

Gocciole da un filo teso cadono tutte, a una scossa. Apro l’anima e gli occhi – ma sguardo non esce, non entra pensiero: inerte dentro, fuori la vita è la morte.

Lacrime da un nervo teso cadono tutte, a una scossa. Quello che fu non è più, ciò che verrà se n’andrà, ma non esce non entra sempre teso il presente – gocciole lacrime a una scossa del tempo.

Questa fragile e umbratile riflessione sulla comunicazione interiore sgorga, così, da questa emblematica poesia di Rebora. Ne ho sempre letto le poesie, e i testi religiosi, che si intrecciano le une agli altri nei loro bagliori, e nella loro arcana e ardente spiritualità. I versi, che parlano dell’anima e degli occhi, colgono le radici della comunicazione, di ogni comunicazione, non solo in psichiatria, ma nella vita. Nell’ultima strofa il tempo, che è il titolo della poesia, rinasce nel suo germogliare e nel suo svanire. Nel riflettere sulla coscienza interiore, sull’interiorità, come premessa alla conoscenza e alla comunicazione di quello che noi siamo nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni, vorrei ricordare quello che sant’Agostino ha scritto sulla conoscenza di sé, in una ( De vera religione) delle sue grandi opere teologiche e filosofiche. Le sue parole celeberrime sono: «Non uscire da te stesso, rientra in te, nell’interiorità dell’uomo risiede la verità». La mia domanda è questa: ci conosciamo, meditiamo, sappiamo isolarci dalle nostre impressioni immediate, dedichiamo tempo e pazienza indispensabili a conoscere le sorgenti profonde, e non solo quelle superficiali, dei nostri gesti e delle nostre azioni, delle nostre emozioni e dei nostri pensieri?

Non c’è bisogno di essere psicologi, e psichiatri, per giungere a conoscere quello che noi siamo nella nostra vita interiore. Ci sono libri che ci aiutano in questo, e che non sono solo di matrice psicologica, ma anche di matrice poetica. Le poesie di Giacomo Leopardi, e anche quelle di Clemente Rebora, sono nutrite di una profonda interiorità e ci aiutano nel conoscere la nostra interiorità. Sì, ci sono attitudini personali nel seguire il cammino misterioso che porta alla conoscenza di sé, ma siamo (tutti) chiamati a conoscere le nostre emozioni, e quelle delle persone che la vita ci fa incontrare, se vogliamo comunicare con noi stessi e con gli altri. Cose non facili, che si devono nondimeno tenere presenti, se vogliamo dare un senso alla nostra vita e conoscere quello di cui gli altri hanno bisogno, e che non hanno magari il coraggio di chiedere. Siamo circondati da persone, che non conosciamo nella loro fragilità e nella loro delicatezza, e che dovremmo sapere riconoscere. Una straordinaria filosofa francese, Simone Weil, autrice di libri di una indicibile bellezza e di una radicale profondità, morendo a poco più di trent’anni, ha scritto: «Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti. Non essere sordo a queste grida». Quando conosciamo una persona non dovremmo mai dimenticare queste parole.

www.avvenire.it

 

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