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giovedì 6 agosto 2026

LA CIVILTA' DELL'AMORE

Il Papa saluta la folla fuori da Santa Maria degli AngeliIl Papa con i giovani ad Assisi: costruire la civiltà dell'amore non delle contrapposizioni

 Nella piazza di Santa Maria degli Angeli, Leone risponde alle domande dei ragazzi spiegando il senso della radicalità evangelica, che è “l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti”, accoglienti verso tutti. Esorta a non strumentalizzare la religione, ad andare oltre i muri alimentati da cattiva informazione e pregiudizio. Poi accenna al proprio cammino vocazionale fino all'elezione a Pontefice: "Dio mai mi ha lasciato solo"

-di Antonella Palermo – Città del Vaticano

Come applicare l’eredità spirituale di San Francesco d’Assisi nell’oggi, come portare uno stile di servizio e accoglienza in un mondo sempre più pervaso da logiche di sopraffazione e consumismo, come fidarsi ancora della Chiesa non immune da crisi e contraddizioni? Sono alcune delle questioni presentate oggi, 6 agosto, al Papa da tre giovani che si sono fatti portavoce di istanze simili assai diffuse non solo nelle nuove generazioni. Leone XIV, che proprio ai ragazzi e alle ragazze ha voluto dedicare il primo appuntamento della sua visita pastorale nella piazza di Santa Maria degli Angeli, nella cittadella umbra, risponde ampiamente a ciascun interrogativo, spunto per ribadire concetti fondamentali: dal ‘no’ alla strumentalizzazione politica della religione al ‘sì’ per un modello di leadership liberante, responsabile, partecipato. Lo fa in un clima di grande e sincera amicizia e affetto filiale - "Sono veramente contento di essere qui con voi!", esclama all'inizio dell'incontro - con cui è stato abbracciato da giovani ma anche da famiglie, religiose, educatori, sacerdoti. Decine e decine le mani strette durante il percorso, all'arrivo e dopo il dialogo con i giovani, con un popolo di Dio che in questa terra è particolarmente legato a tante esperienze di santi e mistici e oggi ha l'occasione di ravvivare un fuoco sacro.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLE PAROLE DEL PAPA CON I GIOVANI AD ASSISI

Andare controcorrente: purificare la memoria, coltivare la riconciliazione

La prima a prendere la parola è Karolina, da Zagabria. Chiede come si fa a rimanere autentici discepoli di Cristo, come contagiare di una fede viva che non rimanga chiusa nelle chiese. Il Papa risponde tornando sul tema della guerra, anche alla luce della provenienza geografica di Karolina, “una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo”, ricorda. L’educazione secolare al dialogo, promossa dai francescani anche in questi contesti ha contribuito alla convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Questo è l’approccio su cui perseverare, suggerisce Leone.

Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione. Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità.

Cattiva informazione e pregiudizi creano paure, Cristo allarga il cuore

Vivere da figli spirituali di Francesco d’Assisi significa, sottolinea il Pontefice, cogliere il senso autentico della radicalità evangelica che “è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”. Si tratta, insomma, di intraprendere anche strade non accomodanti, lascia intendere il Successore di Pietro, non modaiole, svincolate da qualsiasi tentativo manipolatorio.

Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio.

La tecnologia disabitua a stare insieme, testimoniare fraternità

Papa Leone approfondisce quell’intuizione di San Francesco per cui la povertà può avvicinare i lontani, ricorda il significato di essere Chiesa: una casa aperta a tutti, in ascolto, che gusta il sapore della fraternità, che recupera la concretezza dei corpi oltre ogni virtualità e quel silenzio che “è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà”.

“Cari giovani, come è bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà!”

Testimoniate questo stile dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa.

Le scelte definitive, l’atto più rivoluzionario

Giovanni, da Bologna, pone dinanzi al Papa la domanda su come dire un "sì" pieno a Dio in un mondo dove prevalgono atteggiamenti che non guardano al lungo periodo, all’eternità. Il giovane si spinge anche a chiedere cosa abbia aiutato Robert Prevost nel suo cammino vocazionale. Il Pontefice incoraggia: “Compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario”. Il problema è che oggi è in voga “una lettura a volte confusa della libertà” che può nutrire illusioni: “che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano”. Il più delle volte, avverte il Papa, moltiplicare esperienze, contatti, consumi corrisponde a un vuoto interiore che può anche portare all’uso delle persone, come fossero merce. Amare veramente è ben altro.

Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione.

 Il "sì" a diventare Papa, obbedienza a un Dio che non lascia soli

“Provocato” da Giovanni, Leone si concede accenni al proprio vissuto personale per dire che le decisioni sono da prendere ogni giorno, che la vocazione è “cammino di redenzione e guarigione” ed è da rinnovare ogni giorno, restando vigili su quell’inquinamento della chiarezza, così lo definisce, generato dal peccato.

Nella mia esperienza posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.

Quei muri invisibili che riempiono le città

Il siciliano ventiduenne Luigi affida al Papa una considerazione che ha a che fare con il tema dell’obbedienza al Successore di Pietro, anche quando ci sta stretta, quando si osservano scandali nella Chiesa. Come si fa a rimanere in “questo Amore riparatore?”, chiede. A Gesù sta a cuore l’unità, insiste Leone XIV che ne ha fatto il proprio motto episcopale. Un’unità, anch’essa “rivoluzionaria”. Semplicemente, afferma il Papa, questa è possibile ed è visibile, nonostante cadute e ferite.

Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!

Il potere di Gesù: forza che non umilia, ma solleva

La risposta del Papa rovescia la logica del mondo, riecheggia il canto del Magnificat. Il potere si misura non nella capacità di guardare sé stessi ma nella capacità di servire l’altro, umilmente. “Non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza”.

Il desiderio di Gesù per la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non umilia, ma solleva.

Vatican News


 

martedì 24 febbraio 2026

FRANCESCO E LE SUE OSSA

 


"Fratelli e sorelle,

mi avete chiamato qui.

Avete aperto una teca, avete acceso luci, avete disposto fiori.
Porterete i vostri figli, le vostre preghiere, le vostre attese.

E io vi domando - non per rimprovero, ma per amore:
che cosa venite a cercare?

Le mie ossa?
Io le ho lasciate volentieri alla terra.
Non sono mai state il luogo dove Dio abitava.

Io ho conosciuto un sepolcro vuoto.
E da lì ho imparato che "Dio non si trattiene".

Se il Signore è risorto, perché lo cercate tra le cose ferme?
Se Cristo vive, perché lo volete custodire?

Quando camminavo per le strade, non avevo nulla da mostrare.
Né reliquie, né segni, né potere.
Avevo solo una Parola che bruciava nel cuore e dei poveri che mi insegnavano a capirla.

Mi dite che la fede ha bisogno di vedere.
Io vi dico che "la fede ha bisogno di servire".

Mi dite che l’uomo cerca un contatto.
È vero.
Ma il contatto che salva non è con le ossa dei santi, è con la carne viva dei fratelli feriti.

Avete riempito le chiese di cose da guardare perché avevate paura di ascoltare.

Ascoltare è pericoloso.
Perché chi ascolta il Vangelo non può più restare come prima.

Guardare è più facile.
Si può guardare, piangere, commuoversi e poi tornare a casa senza cambiare nulla.

Ma il Signore non ha detto: “Beati quelli che hanno toccato” bensì: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”

Io non vi chiedo di distruggere nulla.
Vi chiedo di non fermarvi qui.

Se vi inginocchiate davanti alle mie ossa ma restate in piedi davanti al povero, non avete capito nulla di me.

Se baciate una teca ma evitate il lebbroso di oggi, 
avete tradito il Vangelo.

Se cercate in me un intercessore
per non ascoltare il Cristo vivente,
mi state usando come un alibi.

Non fate di me un oggetto sacro.
Io volevo essere un fratello.

Non chiedetemi miracoli.
Chiedetevi per chi siete disposti a perdere la vita.

La vera reliquia non è ciò che resta di un santo morto.
La vera reliquia è una Chiesa che vive povera, libera e fedele.

Se uscite di qui più miti,
più giusti,
più attenti agli ultimi,
allora benedico il vostro cammino.

Ma se uscite soltanto consolati
e non convertiti,
chiudete pure la teca.

Io non abito lì.

Io vi aspetto per strada."

venerdì 3 ottobre 2025

IL GIULLARE DI DIO



San Francesco, complesso e radicale.

 Ecco perché ha senso prenderlo a modello

 Dal 2026 il 4 ottobre tornerà festa nazionale 

per ricordare un uomo che nutre 

il nostro immaginario collettivo da secoli.

 

-         Vito Mancuso

Che cosa in realtà festeggeremo il 4 ottobre di ogni anno celebrando a partire dall'anno prossimo la memoria di san Francesco d'Assisi trasformata in festa nazionale? La figura di questo popolarissimo santo, infatti, è ben lungi dall'avere la medesima interpretazione. 

Da un lato fu il primo nella storia a ricevere le stigmate e come tale è il simbolo del dolore di Cristo; dall'altro venne soprannominato "il giullare di Dio" già dai suoi contemporanei e come tale è diventato il simbolo altrettanto efficace della gioia spirituale che rasenta la pazzia. 

Da un lato fu un ribelle intransigente alle regole dell'economia, della politica e del potere alla base di questo mondo; dall'altro fu estremamente obbediente alla Chiesa e ai suoi ministri insegnando ai frati ad applicare scrupolosamente la medesima sottomissione. 

Da un lato superò l'antropocentrismo per il suo amore verso la natura e le prediche agli uccelli; dall'altro nella sua laude detta Cantico delle creature o di Frate Sole non nomina neppure un animale. 

Da un lato dimostra una cultura elementare e un uso del latino spesso imperfetto; dall'altro compone una delle poesie più belle e più amate della letteratura italiana. 

Da un lato disprezza i libri e lo studio mettendo in guardia i suoi frati dal dedicarvisi; dall'altro è all'origine di un ordine religioso da cui presto nasceranno alcuni tra i più acuti teologi e filosofi del tempo quali Alessandro di Hales, Ruggero Bacone, Roberto Grossatesta, Bonaventura, Duns Scoto, e Guglielmo di Occam dalla logica implacabile tramite il suo cosiddetto "rasoio". 

Da un lato si recò amichevolmente dal sultano d'Egitto dando vita a uno dei primi episodi del dialogo interreligioso, tant'è che Assisi è diventata la patria dell'ecumenismo e del pacifismo; dall'altro il suo ordine fu tra i più zelanti nel perseguitare gli eretici rivaleggiando con l'ordine dei domenicani nel sostenere la Santa Inquisizione, tant'è che Dostoevskij vestì il suo Grande Inquisitore non con l'abito cardinalizio ma con un saio. 

Da un lato il governo fascista ne promosse la memoria e D'Annunzio lo proclamò «il più italiano dei santi e il più santo degli italiani»; dall'altro la sinistra vede in lui il padre dell'ecologia e della lotta contro le ingiustizie, con la teologia della liberazione sudamericana che l'ha assunto quale modello e con papa Bergoglio che decise di chiamarsi proprio come lui. Chi fu quindi veramente Francesco d'Assisi, figlio di Pietro di Bernardone, un mercante che aveva scelto di chiamarlo così (e non Giovanni come voleva la moglie) per onorare i suoi affari con la Francia? 

Come per altri grandi personaggi del passato a partire da Gesù, la domanda sulla vera identità di san Francesco, e di conseguenza sul vero oggetto della festa nazionale, è destinata a rimanere senza una risposta definitiva. Il motivo è la situazione delle fonti francescane, cioè di quella ventina di opere sulle vicende biografiche di Francesco composte nei decenni successivi alla sua morte le quali presentano palesi difformità e vere e proprie contraddizioni. Lo mise in luce per primo lo storico francese Paul Sabatier con la sua Vita di San Francesco del 1894, dando origine alla cosiddetta "questione francescana" e subendo il subitaneo inserimento nel famigerato Indice dei libri proibiti della Chiesa cattolica. Ma i problemi non si risolvono con la censura e la violenza, e infatti a distanza di oltre un secolo la questione sollevata da Sabatier rimane del tutto intatta. Non a caso Alessandro Barbero nel suo recente libro su san Francesco pubblicato da Laterza ha scelto di non presentare "la" biografia del santo, ma di analizzare sette diverse versioni della sua vita, affermando all'inizio: «Certamente non mi illudo di essermi avvicinato più di altri a stanare il "vero" Francesco»; e concludendo alla fine: «L'enorme sforzo profuso dall'Ordine francescano per conservare la memoria di Francesco ha finito per creare non tanto il ricordo di un uomo veramente esistito, quanto un personaggio dell'immaginario collettivo». 

In questa società che vive sempre più di immagini individuali prodotte artificialmente dalla potentissima industria dell'intrattenimento, l'immaginario collettivo è molto importante e va nutrito, se non vogliamo perdere del tutto il fatto di essere una collettività, una società, forse addirittura una civiltà. E che tale immaginario collettivo venga nutrito tramite la figura di Francesco d'Assisi è una scelta, a mio avviso, assai felice, perché in questo mondo dove tutto sembra sottoposto alla logica del denaro e del potere, la figura di questo santo testimonia da otto secoli che l'esistenza umana si compie davvero quando vive onestamente in funzione di qualcosa di più grande di sé e di più grande del potere. 

Il punto di svolta nella sua vita fu l'incontro con la povertà più sconvolgente, quella dei lebbrosi. In un imprecisato giorno d'autunno del 1205 Francesco, allora ventiquattrenne, vide un lebbroso, scese da cavallo e lo baciò. Il risultato fu un radicale cambiamento interiore, descritto così nel suo Testamento del 1226: «E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo». Dicendo «uscire dal mondo» Francesco intendeva l'ingresso nella vita religiosa, ma, come ha scritto padre Balducci, egli «in realtà entrò nel mondo proprio nel momento che ne uscì». È nell'incontro con il dolore, infatti, che si attua la più profonda e più autentica comunione con la realtà che chiamiamo mondo. Prendersi cura del dolore e delle sue vittime produce quell'inaspettato cambiamento dell'intenzione del cuore e dello sguardo sul mondo che porta a riconoscere ciò che veramente conta nella vita e ad abbandonare le futilità. Ma c'è un incredibile paradosso: che la presa in carico del dolore produce in chi la compie l'opposto, cioè il sorgere della gioia. Per questo Francesco prescrisse nella Regola non bollata del 1221: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri». Penso sia precisamente questa stretta connessione tra dolore e vera gioia la prospettiva da cui emerge la preziosità di san Francesco e della sua festa per chiunque abbia ancora fiducia nell'umanità e nella sua capacità di bene.

La Stampa

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venerdì 18 luglio 2025

LAUDATO SI' SIGNORE MIO

 


Da 800 anni il Cantico

 delle creature

ci insegna a vivere

 “senza misure”

 Nell’anno in cui si ricorda l’ottavo centenario della composizione, una riflessione sul testo di san Francesco e sulla sua capacità di rispondere all’odierna idolatria consumistica. «È un invito a riscoprire che tutto è dono»


-di GIUSEPPE CAFFULLI*

 Quest’anno, all’interno del percorso dedicato ai Centenari francescani che preparano all’ottavo centenario della morte del santo di Assisi (nel 2023 sono stati ricordati la Regola bollata e il presepe di Greccio, nel 2024 le stigmate) celebriamo la composizione del Cantico delle creature (o di Frate Sole). Il Cantico è considerato il primo testo poetico in volgare italiano, ma il suo valore trascende la letteratura per toccare corde più profonde. È una preghiera, un inno alla vita, alla fraternità cosmica, un atto di lode a Dio attraverso l’intero Creato, vissuto non come oggetto da usare ma come dono da accogliere. Proprio per questa sua struttura relazionale, il Cantico – a ben guardare – si offre oggi come un manifesto contro l’idolatria contemporanea, che si esprime nella logica del possesso, del denaro, del consumo e del dominio.

Abitare il mondo non possederlo

Francesco d’Assisi si chiamava in realtà Giovanni di Pietro di Bernardone. Il nome « Francesco» gli fu dato dal padre, ricco mercante di stoffe, forse per via dei suoi rapporti commerciali con la Francia. Francesco nasce e cresce in un ambiente di mercanti e commercianti, tra botteghe, tessuti e bilance. Impara fin da piccolo il valore delle cose, il linguaggio dello scambio, la logica del guadagno. Sa misurare, valutare, contrattare. La sua formazione è legata al mondo degli affari e alla mentalità borghese che, nel XIII secolo, si afferma con forza nelle città.

Non si può non tenere conto di questo aspetto per capire fino in fondo la radicalità della scelta di Francesco. Quando sceglie la povertà, non compie solo un gesto spirituale, ma un atto di rottura con la cultura mercantile del misurare, del valutare, del contrattare, del guadagnare... Si spoglia nudo davanti al vescovo e alla città, restituisce tutto al padre, rinuncia a ogni proprietà: un gesto simbolico che segna il rifiuto della «logica economica» nella vita che sta intraprendendo. La sua fede è imitazione concreta di Cristo povero, non solo nella parola, ma nella forma di vita. Proprio perché conosce bene la misura delle cose Francesco sceglie di vivere senza misura, nel dono totale, sottraendosi a ogni calcolo e alla logica dello scambio, del potere e del denaro.

Se rileggiamo in questa luce il Cantico delle Creature appare chiara la distinzione, implicita ma radicale, tra l’abitare e il possedere. San Francesco non celebra la natura come qualcosa da sfruttare, da soggiogare, da ridurre a oggetto, bensì come realtà vivente con cui intrattenere relazioni di fraternità. Il Sole, la Luna, il Fuoco, l’Acqua, la Terra – tutte le creature sono chiamate fratello o sorella. Il linguaggio del Cantico non è metaforico, ma teologico: ogni creatura partecipa della stessa origine, è segno della presenza del Creatore e ha una sua dignità intrinseca.

In questa visione, abitare il mondo significa riconoscere la propria collocazione all’interno di una rete di relazioni. Significa vivere di ciò che il Creato offre con gratitudine, sfuggendo all’ansia dell’accumulo. L’abitare è legato al rispetto, all’ospitalità e alla cura; il possedere, invece, genera distacco, alienazione, competizione.

Il linguaggio di Francesco è pervaso da un senso di meraviglia. Ogni creatura è lodata per ciò che è, non per l’uso che se ne può fare. Il Sole, la Luna, l’Acqua, la Terra non sono elementi da sfruttare ma realtà che esistono in sé, con la loro bellezza e la loro voce. Questo stupore è il contrario dell’atteggiamento consumistico, che riduce tutto a risorsa da consumare, esaurire o merce da scambiare.

Nel Cantico, l’economia del dono sostituisce quella dell’appropriazione. Se tutto è dono, nulla è veramente posseduto. L’uomo non è il vertice della creazione ma il fratello del Sole e della Luna, perché ad esse accomunato dall’unico Padre Creatore cui solo «se konfane le laude et onne benedictione». Insomma, il Cantico propone un’etica dell’interdipendenza e della fraternità cosmica.

Ora, potrebbe sembrare un azzardo, come accennavo all’inizio, ma credo che il Cantico si offra come un sorprendente manifesto contro l’idolatria contemporanea. Dove l’economia del desiderio, con i suoi idoli, ha sostituito il senso del limite e il marketing ha colonizzato con i suoi «fantasmi » l’immaginario (fantasmi che spingono a desiderare oltre il desiderabile), il Cantico appare come una contro-narrazione potente: non siamo padroni del mondo, ma ospiti.

Una critica all’idolatria del nostro tempo

L’idolatria contemporanea non è fatta di vitelli d’oro o divinità pagane, ma di beni di consumo, ideologia del successo e della produttività. È un’idolatria sottile, pervasiva e perversa, che trasforma i mezzi in fini e confonde l’essere con il possesso. In questa prospettiva, la casa non è più luogo delle relazioni affettive ma status symbol; il lavoro non è più servizio ma strumento di affermazione; la natura non è più madre ma risorsa da spremere. Il Cantico delle creature smaschera queste idolatrie proponendo una logica opposta: l’essere invece dell’avere, la relazione invece del dominio, la nostra finitezza come benedizione. Il mondo non è un supermarket a nostra disposizione, ma un mistero da abitare. L’uso strumentale della Creazione è una forma di idolatria perché mette l’uomo al centro, come misura di tutte le cose, cancellando ogni riferimento al Creatore e alla gratuità del dono. San Francesco, invece, restituisce la centralità a Dio, lodandolo per tutte le creature, non al posto loro. È il rifiuto umile di un antropocentrismo arrogante, che invita a riconosce il valore della realtà che ci circonda oltre la sua utilità.

Nell’era del riscaldamento globale, della crisi ecologica che segna una frattura tra uomo e natura, il Cantico delle creature è più attuale che mai. Non è solo un testo spirituale, ma un manifesto etico e culturale che propone un altro modo di «abitare» il mondo. Rileggere oggi il Cantico – a scuola, nelle università, nei gruppi, nelle parrocchie ma anche in famiglia – significa riscoprire la bellezza del piccolo, la forza della semplicità. Significa imparare a ringraziare invece di pretendere, a contemplare invece di possedere. San Francesco, uomo del Medioevo ma profeta del futuro, ci invita in sostanza con il Cantico a un cambiamento radicale di sguardo. Non è un testo per devoti baciapile, ma una bussola esistenziale capace orientarci nelle secche dell’idolatria consumistica.

In un mondo che ci divora e si divora, il Cantico è un invito a lodare, ad abitare, a custodire. A riscoprire che tutto è dono. E ciò che è dono non si possiede, ma si accoglie.

 *Coordinatore della Commissione per i Centenari francescani in Lombardia

 www.avvenire.it

 Immagine: Giotto, San Francesco predica agli uccelli


 

venerdì 29 novembre 2024

LA POESIA RISERVA DI UMANITA'

 


Il cardinale de Mendonça: 

la Chiesa 

ha bisogno dei poeti, 

riserva d'umanità


Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione presenta l’incontro internazionale di poesia "Nel nome del Cantico", promosso per onorare gli 800 anni del "Cantico delle Creature" di San Francesco. Per iniziativa del Dicastero l’incontro radunerà, dal 2 al 4 dicembre, una delegazione di poeti e poetesse di tutto il mondo, tra Roma e Assisi, per riscoprire attraverso la poesia i valori della pace e della fraternità

- di Fabio Colagrande – Città del Vaticano

“Abbiamo bisogno di poeti che possano aiutarci a amare il mondo, a trovare parole di speranza, a riprendere un rapporto più sano, più equilibrato con la natura. Abbiamo bisogno della riserva di umanità e di visione che i poeti rappresentano”. Il cardinale José Tolentino de Mendonça, teologo e lui stesso poeta, parla con passione dell’iniziativa promossa dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione di cui è prefetto, per onorare gli 800 anni del Cantico delle Creature di San Francesco. Dal 2 al 4 dicembre, farà parte di un gruppo di poeti e poetesse di fama internazionale che si riuniranno in Vaticano, e poi ad Assisi e Roma, per lasciarsi ispirare dal quel testo fondante della letteratura italiana, condividere opere ispirate ai valori francescani, riscoprire attraverso la poesia i valori della pace e della fraternità. L’evento, intitolato Nel nome del Cantico, è organizzato in collaborazione con il Comitato Nazionale italiano per la Celebrazione dell’Ottavo Centenario della Morte di San Francesco e vuole celebrare la sua eredità come figura di connessione tra i popoli, custode del creato e promotore di relazioni umane fondate sul perdono e sulla libertà. 

Semi di novità

Ma perché riunire 18 poeti e poetesse di nazionalità diversa in Vaticano? “I poeti sono importanti e la loro relazione con la Chiesa e il cristianesimo non è nuova”, spiega il cardinale intervistato dai media vaticani. “Quest’anno celebriamo gli 800 anni del Cantico delle Creature e sappiamo come quella composizione poetica abbia avuto un ruolo seminale nella spiritualità, nella visione del mondo, nell'esperienza cristiana, nel rapporto anche con le altre creature”. “Possiamo dire che abbia generato davvero una nuova sensibilità. Ed è questo che ci aspettiamo anche dai poeti del nostro tempo, che portino semi di novità, di futuro, che possano dirci il nuovo, evidenziando nuove possibilità”.

I “poeti sociali” di Papa Francesco

Papa Francesco ha pubblicato nel luglio 2024 una Lettera sul ruolo della letteratura in cui sottolinea la capacità della poesia di toccare il cuore dell’essere umano e recentemente - nella prefazione al volume nel libro Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa - ha definito il poeta colui che “con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza”. “Tante volte parlando in pubblico, sia ai letterati, ma anche ai ragazzi nelle scuole, Papa Francesco ha utilizzato il termine poeta come sinonimo di creativo”, spiega ancora il  prefetto del Dicastero per la cultura e l'educazione. “Un creativo in ambito anche sociale, qualcuno cioè che può immaginare, può trasportare al presente nuove possibilità, ciò che ancora non esiste ma che può arricchire molto la realtà”.

I poeti: riserva di umanità

“Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi”, disse Paolo VI in chiusura del Concilio nel Messaggio agli artisti, dopo che già in Cappella Sistina, nel ’64, aveva voluto ristabilire l’amicizia con loro. Possiamo dire che anche oggi la Chiesa chiede aiuto ai poeti? “Assolutamente sì”, commenta il cardinale Tolentino de Mendonça. “È quello che ribadisce oggi Papa Francesco. Noi abbiamo bisogno dei creativi, degli scrittori, dei romanzieri, dei nuovi narratori, abbiamo bisogno di poeti che possano aiutarci a amare il mondo, a trovare un parole speranza, aiutarci a riprendere un rapporto più sano, più equilibrato con la natura. Di questo intreccio di umanità i poeti sono custodi”. “Un poeta - spiega ancora il porporato - è una sorta di riserva di umanità, perché nelle sue parole cerca sempre di umanizzare i sentimenti, le esperienze. E di questo noi abbiamo bisogno: della riserva di umanità e di visione che i poeti rappresentano”.

Un seme nascosto nel cuore del tempo

Nel nome del Cantico si propone anche come momento di confronto tra artisti e artiste della parola per riscoprire l’attualità del Cantico di Frate Sole che, secondo gli studiosi, Francesco d’Assisi compose tra il 1224 e il 1226, anno della sua morte. “È ‘un'attualità enorme e trasversale”, spiega il cardinale. “L’incontro vuole riflettere sulla posterità del Cantico, sul suo impatto, non solo a livello della cultura e della lingua in Italia e in altre culture, ma anche sulla visione, il modo di essere poeta, di essere artista”. “Vogliamo riflettere sul suo impatto su generazioni di lettori che hanno imparato a costruire un rapporto più universale e fraterno con tutte le creature proprio partendo da quel cantico”, spiega ancora Tolentino de Mendonça. “Pensiamo a quante poesie, quanti film, quanti romanzi, opere di cultura sono state create meditando proprio questa composizione che è come un seme nascosto nel cuore del tempo”.

“Può raccontare questo?”

In un secolo in cui l'umanità si trova di nuovo a fare i conti con l’orrore della guerra, il contributo dei poeti alla promozione della pace può sembrare secondario. Il prefetto del Dicastero per la cultura non è d’accordo. “Ricordo un aneddoto legato alla biografia della poetessa russa Anna Achmátova, che in un periodo di guerra e di deportazione, cercava l figlio. Un tale che cercava anche lui disperatamente il figlio la riconobbe e guardandola le chiese: ‘Può raccontare questo?’.” “Ecco - spiega Tolentino de Mendonça - i poeti sono quelli che possono raccontare: raccontare il dramma della guerra -  pensiamo alla poesia di Primo Levi in “Se questo è un uomo” - fare le domande che aiutano gli uomini a cercare la pace e a capire che è l'unica soluzione veramente umana, auspicabile.”

Maestri del silenzio

Papa Francesco ha scritto che i poeti possono aiutarci a comprendere meglio Dio come “poeta dell'umanità”. Il cardinale sottolinea con una metafora l’attitudine degli scrittori ad aprire la nostra immaginazione al mistero di Dio. “Un poeta è una sorta di antenna, una sonda per intercettare l'invisibile, intercettare il silenzio. E Dio parla nel silenzio”. “Se noi come società rimuoviamo il silenzio, rimuoviamo anche una possibilità di accesso al mistero di Dio che si fa sentire nel silenzio. I poeti sono maestri del silenzio, della parola sicuramente, ma tutti i poeti sono una conseguenza del silenzio e sanno abitare il silenzio in un modo teologico”.

 Il programma delle tre giornate

L’incontro internazionale di poesia Nel nome del Cantico radunerà per iniziativa del Dicastero per la cultura una rappresentanza di scrittori e scrittrici di diverse nazionalità e lingue: diciotto poeti, tredici uomini e cinque donne, provenienti da Italia, Spagna, Portogallo, Israele, Stati Uniti e Argentina. L’evento si articola in tre giornate: un incontro Seminariale riservato solo ai poeti presso il Dicastero, la mattina del 2 dicembre, seguito nel pomeriggio da un Reading Pubblico nella chiesa di San Francesco a Ripa. Il 3 dicembre il Pellegrinaggio ad Assisi e infine il dialogo con il pubblico alla fiera dell’editoria “Più Libri Più Liberi” alla Nuvola all’EUR, mercoledì 4 dicembre. “È un'articolazione che permette di arrivare a pubblici molto diversi”, spiega Tolentino de Mendonça. “Cominciamo con un  lavoro di ascolto reciproco dei poeti che così si conoscono e cercano di presentare il proprio lavoro. Poi, il reading a San Francesco a Ripa sarà un soffio di preghiera, plasmato dalle parole dei poeti. La visita ad Assisi è stata chiesta da tutti i poeti, perché significa ascoltare il luogo dove il Cantico è nato. E infine l'incontro con i lettori, i lettori di questi poeti e i lettori di Francesco di Assisi”.

De Mendonça, la poesia è un esercizio di responsabilità verso il proprio tempo

Francesco: il Cantico delle Creature, grande lezione sulla cura del creato

Il Papa: cari poeti, aiutateci a sognare