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mercoledì 20 dicembre 2023

SCUOLA DELL'INFANZIA, LUOGO DI CONNESSIONI

 


Scuola dell’infanzia

 luogo di

 «connessioni» umane

 

UNA SCUOLA APERTA AL TERRITORIO

 

-         di FELICE ACCROCCA *

 Ho insegnato per decenni, sempre però a persone anagraficamente adulte, in gran parte religiosi o sacerdoti, vale a dire in istituti teologici e università pontificie, mai a bambini. Ho avuto tuttavia un gran daffare con i più piccoli, nei lunghi anni in cui sono stato parroco in diverse realtà della diocesi di Latina-Terracina- Sezze-Priverno, e so quanta importanza ha, nello sviluppo futuro della persona, l’esperienza di quei primi anni di vita.

 Ebbene, la scuola dell’infanzia potrebbe agire positivamente per un rilancio delle ‘aree interne’? La mia risposta è positiva e credo che sarebbe in grado di farlo in modo efficiente, favorendo nei piccoli una struttura idonea alle connessioni umane, un carattere più pronto ad affrontare le difficoltà agendo in autonomia, più idoneo a resistere alle sempre più pervasive pressioni dei social. Non dobbiamo infatti dimenticare che i nostri ragazzi sono oggi abilissimi nello sviluppare rapporti in rete, ma poco attrezzati per quanto riguarda anche le più banali relazioni nella vita civile: non è raro trovare giovani che in quattro e quattr’otto si rivelano bravissimi nel reperire le cose più impensabili per via informatica, espertissimi ad effettuare ogni specie di pagamento online, ma del tutto incapaci ad affrontare un impiegato dietro a uno sportello, dimostrandosi tanto impreparati a spiegare de visu, a voce e con calma, un reclamo, quanto sono invece abili a gridare la loro rabbia sui social. È quindi di una struttura idonea a stabilire connessioni umane che le persone hanno soprattutto bisogno, di un pensiero capace di elaborare criticamente le notizie per risultare meno manipolabili, per poter agire in autonomia limitando il più possibile i condizionamenti esterni. Nel settembre 2017, in una lettera diretta agli studenti presenti nell’arcidiocesi di Benevento, scrivevo: «V’invito quindi a darvi un progetto di vita e a perseguirlo con costanza; a inseguire ciò che amate, come diceva Collodi, per non essere costretti ad amare quel che troverete. Perché questo si realizzi è necessario che diate il meglio di voi stessi, che vi impegniate nel vostro percorso d’apprendimento e nella vostra formazione, evitando di pensare che poi, alla fin fine, ‘certe cose’ nella vita non serviranno, dal momento che lo studio -quello vero e serio - apre le menti, purifica i cuori, consente di cogliere il nocciolo essenziale delle cose, aiuta a capire e a leggere in profondità il proprio tempo: vi rende, cioè, più ricchi di acume critico, di oggettività; in una parola, meno asservibili e manipolabili». Ritengo che affinché tutto ciò avvenga, sia più facile porne le basi in una scuola dell’infanzia collocata in area interna. Quando si parla di piccoli centri si parla anche di perimetri ristretti, facilmente percorribili a piedi, privi di quelle grandi insidie che - in ambito urbano o, ancor più metropolitano - il traffico pone a tante attività educative. Un piccolo centro dell’area interna avrà, con molta facilità, anche un centro di ritrovo per gli anziani, visto che anziana sarà sicuramente la gran parte della (scarsa) popolazione, e scuola e centro si ritroveranno collocati, con tutta probabilità, a breve distanza l’una dall’altro.

 Con tutte le cautele del caso, con tutte le garanzie e la salvaguardia e tutela della legge, non si potrebbero allora pensare programmi di scambio, anche in orari extrascolastici, nei quali gli anziani potrebbero far vedere ai piccoli come un tempo si costruivano tanti utensili in legno o con altri materiali naturali che con il tempo sono stati invece sostituiti dalla plastica? Non potrebbero far vedere loro come si cucinava quando ci si doveva affidare essenzialmente ai prodotti del suolo o della stalla? Non potrebbero - quegli stessi anziani - allestire e curare regolarmente piccoli orti botanici nei quali fornire ai bambini nozioni e abilità che sarebbero per loro utili nella vita, educandoli al tempo stesso a un rapporto amichevole e rispettoso con l’ambiente? Non potrebbero insegnare ai piccoli i giochi che si facevano quando essi erano piccoli e scorrazzavano liberamente in strada e i giocattoli dovevano fabbricarseli da soli con materiali naturali o di scarto? In verità, se c’è qualcosa che dobbiamo prendere tremendamente sul serio è la difficoltà, ormai generalizzata, dei bambini a giocare con altri bambini, visto che ognuno tende a chiudersi nel proprio mondo con il videogioco che più gli garba. Tutto ciò consentirebbe ai bambini di sviluppare la propria manualità, di acquisire esperienze che non dimenticherebbero più, perché è vero che se uno ascolta dimentica, se vede ricorda, se fa capisce (e ne trattiene il ricordo). Inoltre - e non è cosa da poco -, costituirebbe pure per gli anziani un’occasione per rendere più bella e serena la loro vecchiaia, di sentirsi ancora utili, di fare un pieno di energia che, alla fin fine, ritornerebbe anche come ricchezza economica a disposizione dello Stato, perché si avrebbero meno persone depresse (e sappiamo quanto tali patologie incidano sulla spesa sanitaria) e molte più energie a disposizione senza particolari aggravi per la finanza pubblica.

 * Arcivescovo di Benevento

Da “Prima i Bambini” periodico Fism

 www.avvenire.it


mercoledì 30 agosto 2023

LA SOLITUDINE DI STUDENTI, INSEGNANTI E FAMIGLIE


La lettera sulla scuola


“La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti”. Su ilLibraio.it la lettera sulla scuola scritta da Franco Lorenzoni, maestro elementare e fondatore del centro di sperimentazione educativa Casa-laboratorio di Cenci, dal nuovo numero della rivista “Sotto il vulcano”: “Fuori dalle classi i meccanismi di esclusione sono ancora più spietati…”

 

-di Franco Lorenzoni *

 Un gruppo di studenti di un liceo di Terni, rispondendo all’invito della preside di indicare possibili miglioramenti per la loro scuola, ha proposto di istituire uno psicologo bidello. Uno psicologo sempre presente, in corridoio, che si possa interpellare al momento del bisogno senza passare al vaglio di insegnanti o genitori.

 Tra bidelle e bidelli, come gli studenti chiamano il personale Ata, ci sono talvolta figure che incarnano un’attenzione curiosa verso la vita di ragazze e ragazzi e che sanno entrare in relazione con loro al di là degli esiti scolastici.

 Proviamo a prendere sul serio questa espressione ingenua di un bisogno.

 Un numero sempre più ampio di studentesse e studenti ha un evidente bisogno di aiuto. Se ascolto una ragazza di seconda media che dice “mi taglio le braccia per soffrire meno”, se assistiamo a una moltiplicazione geometrica di casi gravi che si presentano alle Asl e ai centri di igiene mentale, se crescono a dismisura disturbi dell’alimentazione e forme di autolesionismo o di isolamento e chiusura totale, non possiamo non pensare che ci sia qualcosa da ripensare con radicalità e urgenza nella scuola, perché la scuola è il principale e spesso unico luogo pubblico di incontro tra le generazioni.

 Il decennio della cura

 Nei mesi che seguirono la fase più acuta della pandemia ci siamo trovati a ragionare sulla necessità di inaugurare un decennio da dedicare alla cura.

 Cura delle persone, a partire dai più giovani, che avevano subito l’isolamento domestico ed erano stati costretti a considerare il contatto come contagio con conseguente avvilimento del corpo, in una età in cui il corpo è primario ed essenziale luogo di conoscenza e desiderio. Intorno al corpo e alla percezione di sé, tra l’altro, si stanno giocando negli ultimi anni sommovimenti profondi nelle nuove generazioni, i cui sintomi vanno dall’esplosione delle tematiche di genere a nuove inibizioni che accompagnano relazioni vissute frequentemente solo a distanza.

 Il paradigma della cura non riguarda tuttavia solo il corpo e la salute dei singoli, ma la relazione con l’intero pianeta ferito, i cui equilibri sono a rischio per via dei cambiamenti climatici, avvertiti dalle nuove generazioni con maggiore sensibilità.

 Quello che, nelle prime settimane della pandemia, in cui sembrava prevalere la solidarietà, era apparso come un momento di svolta e di presa di coscienza dell’insostenibilità dei nostri modi di vivere e abitare la terra, si è dissolto velocemente.

 Non appena ci siamo liberati dalle mascherine c’è stata una rimozione collettiva pressoché assoluta di ciò che era accaduto, mentre a livello individuale ragazze e ragazzi e bambine e bambini anche piccoli, si sono trovati a dovere affrontare in solitudine le conseguenze profonde di quel trauma.

 A tutto questo si è aggiunta una guerra percepita come vicina, dal momento in cui la Russia di Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina: un bambino, che vede alla televisione le conseguenze di un bombardamento scoprendo che non è finzione, non può non esserne colpito e offeso.

 La distanza tra generazioni

 La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti.

 Già in un articolo sul “Giornale dei genitori” del 1962 Ada Gobetti descrive “genitori che si mostrano e si dichiarano il più delle volte smarriti, impotenti, sprovveduti, […] che ancora conservano, pur senza rendersene conto, molte caratteristiche dell’adolescenza: incerti, instabili, disorientati essi stessi, quale sicurezza possono dare ai loro figli?”. Aggiungendo poi: “Non sanno offrire modelli a cui i figli possano ispirarsi o contro cui possano polemicamente ribellarsi; troppo assorti nei propri problemi, difficilmente sanno uscire da se stessi per dare ai figli quell’amore completo e disinteressato capace di colmare da solo ogni lacuna di preparazione culturale e pedagogica”.

 L’analfabetismo che allarmava Ada Gobetti oltre sessanta anni fa non riguardava tanto la preparazione culturale, quanto l’incapacità di “uscire da se stessi”, che è base imprescindibile per costruire un confronto positivo con figlie e figli, sapendo accogliere il fatto che possano incarnare punti di vista diversi dal nostro.

 Le relazioni sono rese ancora più difficili da una distanza tra le generazioni che si è enormemente ampliata per la costante dipendenza che tutti abbiamo verso strumenti di comunicazione, informazione, gioco e distrazione permanentemente accesi.

 Questa distanza è alimentata ulteriormente dall’ossimoro che caratterizza il comportamento di molti genitori: un bisogno di controllo sempre più accentuato unito a una presenza incostante e intermittente.

 Questo vuoto, questa difficoltà di relazioni nelle famiglie, viene talvolta compensata, paradossalmente, da una difesa a oltranza di qualsiasi comportamento anche improprio di figlie e figli nella scuola. Da cui una sfiducia diffusa, che a volte sfocia in aggressività e violenza verso gli insegnanti e il loro ruolo educativo.

 Teniamo presente anche il fatto che ormai più della metà dei bambini sono figli unici e non conoscono dunque il salutare allenamento alla condivisione di spazi e oggetti che aiuta a ridimensionare l’espansione illimitata delle proprie esigenze.

 La terza solitudine riguarda noi insegnanti, in grande difficoltà nel costruire regole condivise con ragazze e ragazzi che incorporano esperienze segnate dalla difficoltà adulta di assumersi le proprie responsabilità nello stabilire confini sensati, nella vicinanza.

 Si arriva così a un altro paradosso. Ragazze e ragazzi pensano a volte di poter fare ogni cosa pur sapendo, con maggiore o minore consapevolezza, che li aspetta un mondo dominato da vecchi spesso incattiviti, che stanno sottraendo loro libertà e futuro, perché rimandare ogni scelta sul clima o minare le fondamenta del welfare riguarda molto concretamente la qualità della vita che li aspetta.

 Pronto soccorso culturale

 Molti anni fa Felice Pignataro, geniale artefice di interventi artistici e laboratori proposti nelle periferie di Napoli, invocava la necessità di un pronto soccorso culturale, più che mai necessario oggi.

 E allora una domanda che dovremmo porci con rigore e radicalità riguarda il ruolo giocato dalla scuola in questi decenni, in cui evidentemente noi che insegnavamo e provavamo ad educare non siamo stati in grado di elaborare un controcanto convincente, capace di criticare e contrastare ciò che stava accadendo nelle famiglie e nella società riguardo al disprezzo per la cultura e a una sfiducia crescente verso il sapere come terreno per la realizzazione di una vita migliore.

 La peggiore offesa all’infanzia sta nel costringere bambine e bambini e adolescenti a trascorrere ore e ore a scuola insieme ad adulti pigri, demotivati e frustrati, a insegnanti che hanno smesso di ricercare e credere nella cultura come luogo di conoscenza di sé e leva di trasformazione individuale e collettiva.

 Ma noi sappiamo che fuori dalla scuola i meccanismi di esclusione e discriminazione sono ancora più spietati, perché chi è ricco di parole, curiosità e domande potrà utilizzare al meglio le potenzialità della rete e di future “intelligenze” artificiali, mentre chi è più povero di riferimenti culturali e desideri di conoscenza si troverà relegato alla mercé di un mercato che non privilegia certo la qualità.

 Tra chi prova a fatica ad affrontare la dispersione scolastica e le crescenti povertà educative si sta sviluppando una discussione di cui tenere conto. Dobbiamo puntare a un ampliamento del tempo della scuola o dobbiamo immaginare e finanziare altri apporti educativi da parte del volontariato sociale, del terzo settore in collaborazione con le istituzioni locali, moltiplicando progetti capaci di dare vita a comunità educanti aperti al contributo delle famiglie?

 Alcuni tentativi di costruzione di comunità educanti locali stanno dando risultati interessanti.

 In altre situazioni, invece, il finanziamento di progetti educativi nati fuori dalla scuola sta alimentando diffidenze tra insegnanti e famiglie, che a volte sono invadenti, o tra scuola e terzo settore.

 Tra scuola e territorio

 Personalmente penso che chiunque lavori per migliorare la qualità culturale del territorio sia un alleato indispensabile per chi nella scuola non rinuncia a battersi contro ogni forma di discriminazione.

 Penso tuttavia che la scuola debba mantenere le sue peculiarità e sforzarsi di essere un luogo di costruzione culturale lenta. E che dunque noi docenti non possiamo sottrarci al tentativo di intrecciare sempre il ruolo di insegnanti a quello di educatrici ed educatori, sapendo trasformare l’incontro con arte, scienza, letteratura e bellezza come luoghi possibili di quel bisogno di cura di cui siamo noi i responsabili.

 Il cuore dell’educazione attiva sta nel costruire strumenti per arricchire le qualità e potenzialità di ciascuno alimentando la fiducia in sé stessi. Al tempo stesso il nostro ruolo sta nella capacità di seminare inquietudine, cercando ogni modo per moltiplicare le domande.

 Seminare inquietudine dovrebbe essere un anelito costante in chi educa, con la consapevolezza che a scuola stiamo svolgendo una funzione politica nel senso più ampio e autentico del termine, cioè di allenamento all’arte del convivere e di cura del bene comune.

 La mezza verità

 Mario Lodi, nel più noto dei suoi diari didattici che intitolò Il paese sbagliato, fa un’unica lunga citazione, tratta da un saggio dello psicologo e pedagogo svizzero Jean Piaget: “Lo scopo dell’educazione intellettuale non è quello di saper ripetere o conservare verità belle e fatte, perché una verità che viene ripetuta non è che una mezza verità: ma è piuttosto quello di apprendere e conquistare da se stessi il vero, a rischio di metterci molto tempo e di passare per tutte le traversie che una attività reale richiede. Non è possibile formare delle personalità autonome nel campo morale se l’individuo è sottoposto a una costrizione intellettuale tale che egli debba limitarsi ad apprendere a comando senza scoprire da se stesso la verità: se passivo intellettualmente non saprà essere libero moralmente”.

 Offrire la possibilità di scoprire e costruire la propria verità imparando a ricercare e a pensare insieme è una funzione sociale che la scuola deve fare propria con convinzione, facendosi magari anche aiutare da altre figure professionali, ma non delegandola a nessuno.

 Il libraio

venerdì 2 settembre 2022

CAPIRE L'ACQUA

PER USARLA MEGLIO

 Parla Giulio Boccaletti, ricercatore del Mit ed esperto di problemi climatici: «È utile studiare come il problema è stato affrontato nella storia: la risposta è sociale» «Ci sono parti del mondo storicamente aride, ma ci sono anche esempi di luoghi desertici che hanno imparato a gestire la situazione L’Italia è un Paese ricco di risorse idriche e quanto è successo quest’anno col Po in secca è dato dal contesto ma anche dalla povertà di infrastrutture efficaci»

 - di EUGENIO GIANNETTA

 «La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili». È stata questa frase di William S. Burroughs a ispirare la scelta del concetto di movimento come filo conduttore della XIX edizione del Festival della Mente. Attraverso la declinazione del concetto di movimento, il festival si interroga perciò sui temi più urgenti della contemporaneità e sulle grandi sfide che riserva il futuro: la questione dei rifugiati, la salute, la guerra, l’online, gli adolescenti e il cambiamento climatico. Anche i danni causati dal cambiamento climatico, come la siccità o le inondazioni, sono infatti tra le principali cause di migrazione. Oggi, come diecimila anni fa, l’acqua determina la vita dell’uomo. Ne abbiamo parlato con Giulio Bocca-letti, ricercatore del Mit e della Smith school di Oxford e senior fellow del 'Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici', nonché autore di Acqua. Una biografia( Mondadori, pagine 468, euro 28), anticipando insieme alcuni dei temi che affronterà nell’incontro “Fermi, mentre l’acqua attorno scorre”, che si terrà sabato 3 settembre in Piazza Matteotti, dove si interrogherà sulle sfide che dovremo affrontare a causa del cambiamento climatico che sta modificando la distribuzione delle acque sulla Terra.

La crisi climatica in questi ultimi anni ci ha portato a rivedere il nostro rapporto col territorio?

Nell’ultimo secolo la transizione verso l’urbanizzazione ha portato la maggioranza delle persone a lavorare e vivere in città e pochi oggi hanno a che fare col territorio, a differenza di anni fa. Quindi oggi il territorio è solo una scenografia. Le esperienze col territorio erano più normali un tempo perché le infrastrutture erano limitate, ma questo momento ci sta chiedendo un ritorno al territorio. Per via del riscaldamento globale stiamo sostituendo i combustibili fossili con le rinnovabili e questa transizione avrà un grosso impatto. Il lavoro da fare sarà soprattutto di infrastrutture, ma bisogna tenere conto che oggi abbiamo anche aspettative che prima non avevamo, e al tempo stesso dobbiamo pensare alla gestione delle emergenze.

La politica come dovrebbe intervenire?

Contribuendo alla costruzione di cittadini informati. Con la recente approvazione della modifica all’articolo 9 della Costituzione, l’Italia fa un passo importante verso la tutela dell’ambiente. In particolare, il testo introduce il riconoscimento della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Il concetto di biodiversità non è univoco, parte dalla partecipazione e può essere compreso al meglio nella collettività. Perciò credo che la politica dovrebbe prima di tutto fare divulgazione sul linguaggio e sui ruoli dei vari attori, formando e rendendo trasparenti dati e informazioni.

Qualche anno fa si parlava di acqua virtuale e impronta idrica, ora se ne parla meno, ma quello era un tema politico oltre che ecologico, perché l’acqua impiegata nella produzione di alimenti, spostandosi comporta cambiamenti nell’equilibrio dei Paesi.

Quello dell’impronta idrica è un concetto molto valido in letteratura, ma si ferma più o meno lì. Il punto è che i litri d’acqua utilizzati sono un problema in base al luogo da cui provengono, non lo sono a prescindere, inoltre dipende dalle quantità di cui si parla. In generale l’acqua c’è nel mondo, ma il vero problema è che non sempre c’è in un posto quando serve, quindi dipende dalla situazione specifica locale, oltre che dal contesto. Quello dell’impronta idrica è però un concetto molto utile per illustrare quanto e come siamo dipendenti dall’idrologia di altri luoghi.

Secondo una mappatura del World resources institute di qualche anno fa i Paesi più a rischio in relazione ai più alti livelli di stress idrico sono oltre trenta e ci sono altri luoghi nel mondo che affrontano carenze idriche tutto l’anno.

Anche in questo caso le mappature sono utili soprattutto per illustrare alcune questioni, come ad esempio sapere dove sono i problemi per poter intervenire in modo mirato. Ci sono parti del mondo storicamente aride, ma quello che è davvero importante è il modo in cui la società gestisce il problema per operare in un contesto arido. Ci sono esempi di posti aridi che hanno creato infrastrutture efficaci, ma il problema rispetto a questo argomento è che per farlo si possono calcolare solo le statistiche passate, dove però è difficile calcolare le variabili dei cambiamenti climatici.

L’Italia in che situazione si trova?

L’Italia è un Paese ricco d’acqua, ma anche un Paese fortemente agricolo e non uniforme. Quello che è successo quest’anno col Po in secca è dato dal contesto, ma anche dalla povertà di infrastrutture.

Il rapporto tra società e acqua è al centro del suo libro.

Il mio è un libro fondamentalmente storico. Rivela come la nostra società abbia nel proprio codice la stratificazione di generazioni che nel tempo hanno risposto a tutte le domande sull’acqua. Credo sia utile per meglio comprendere come si muove l’acqua intorno a noi.

In questi mesi spesso si è parlato di guerra per l’acqua. È un rischio?

 La verità è che nessuno sa davvero per cosa scoppino le guerre, e comunque non è mai solo per un’unica ragione. Anzi, potrebbe essere vero l’opposto: esistono esempi nel mondo di luoghi in conflitto, i cui pochi rapporti di dialogo sono proprio nella gestione delle acque che condividono. Per cui credo sia una semplificazione parlare di guerre per l’acqua, perché ogni situazione ha molteplici fattori di cui tenere conto.

 www.avvenire.it

 

giovedì 21 novembre 2019

CAMPIONATI NAZIONALI DI GEOGRAFIA

Al via l’edizione 2020 dei Campionati della Geografia

Per il sesto anno consecutivo SOS Geografia e  l’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (A.I.I.G.) di Toscana e di Liguria,  , organizzano  i Campionati italiani e interregionali della Geografia , in collaborazione con I.I.S. “D. Zaccagna” di Carrara e Associazione “Zaccagna, ieri e oggi” riservati agli studenti della secondaria di primo e secondo grado .
L’Italia ha bisogno di cittadini  che sappiano conoscere e interpretare i fenomeni fisici, umani , politici ed economici che caratterizzano il loro Paese ed il Pianeta .
Lo scopo dei Campionati è quello, da un lato,  di far divertire e appassionare  gli studenti , dall’altro , di attirare l’attenzione dei legislatori e dei governanti su una disciplina che , pur essendo strategica per la formazione, continua a rimanere colpevolmente e scandalosamente negletta . 
I giochi saranno a squadre di quattro studenti e verteranno su prove al computer , ricerca delle coordinate geografiche, carta muta ,  riconoscimento di alcune località attraverso fotografie di luoghi e personaggi  , domande a risposta multipla e puzzle e si svolgeranno, come sempre all’I.I.S. “Domenico Zaccagna” di Carrara.

Queste le date :
 - Campionati italiani scuola secondaria di secondo grado sabato 21 marzo 2020  . Possono partecipare tutte le classi di tutti gli istituti di istruzione superiore .
Giochi Interregionali (riservati alle province di Massa e Carrara, La Spezia, Genova, Parma, Reggio Emilia, Modena e Lucca) venerdì 27 marzo 2020 . Possono partecipare le seconde e le terze della scuola secondaria di primo grado.
Campionati italiani scuola secondaria di primo grado sabato 28 marzo 2020 . Possono partecipare le terze delle scuole secondarie di primo grado.
 Le iscrizioni scadranno il 15 febbraio 2020  e verranno accolte  in ordine cronologico (massimo 32 squadre per Campionato e 2 per scuola ) .
I  premi saranno numerosi e tutti ovviamente a tema geografico . 
Le squadra vincitrici avranno come Premio un soggiorno nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano ,  nel Parco Nazionale delle Cinque Terre e nel Parco Geominerario della Sardegna che ringraziamo per la disponibilità e collaborazione.
Questi i  bandi e le schede di iscrizione:

- Giochi Interregionali (BANDO SCHEDA DI PARTECIPAZIONE)
- Campionati italiani scuole secondarie di primo grado  (BANDO SCHEDA DI PARTECIPAZIONE)
- Campionati italiani scuole secondarie di secondo grado  (BANDO - SCHEDA DI PARTECIPAZIONE)
Per iscriversi o per avere ulteriori informazioni gli interessati possono scrivere a giochidellageografia@gmail.com .