Visualizzazione post con etichetta stile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stile. Mostra tutti i post

lunedì 16 dicembre 2024

LA GRANDE ABBUFFATA NATALIZIA

 La guida alle abbuffate "spirituali" di Natale

 Religiosi, esperti di fede 

e antropologi a confronto 

contro l'imbarbarimento 

dello stare a tavola. 

 


Enzo Bianchi: "Non aggrediamo gli alimenti, 

serve silenzio e calma"


 -         di Fabio Di Chio 

 

Natale è tempo di feste e grandi tavolate. Ma attenzione: “Mangiare cibi geneticamente modificati o artefatti ci rende barbari”. A dirlo è Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, nell’area del comune piemontese di Magnano, in provincia di Biella.

La “grammatica”

  Il religioso non si riferisce a ogm con dentro chissà quale forza vitale in grado di rendere chi li mangia maleducato e rozzo nei modi. Semmai, però, a organismi subdolamente capaci di provocare una inaspettata confusione a livello spirituale. “Non credo – precisa - che questi alimenti nutrano allo stesso modo la nostra umanità. Il cibo è frutto di cultura, lavoro, tradizione e, soprattutto, di quel dono di amore che proviene da chi ha fatto da mangiare. Invece, ultimamente – nota l’ex priore della comunità - una povertà si è impossessata delle nuove generazioni, che non sanno più cos’è un peperone, un sedano, non hanno più la grammatica elementare degli alimenti che servono al nostro cibo. Tutto questo è un imbarbarimento, un impoverimento del modo di mangiare”. 

Lo stile 

Rimedi? In primis, Enzo Bianchi raccomanda l’importanza dello stile di stare a tavola. E cita quello dei monaci: “Non bisogna aggredire gli alimenti – suggerisce - ma consumarli in silenzio e con calma. Benediciamo il Signore per i doni che ci ha fatto – aggiunge - e prendiamo consapevolezza di quel che mangiamo, con gioia e gratitudine. La tavola – sintetizza - è un grande magistero di vita: s’impara a parlare, a stare insieme, a fare comunità; a mangiare, bere, gioire e soffrire assieme”. 

Per il religioso, il massimo sarebbe di avvicinarsi allo stile orientale. “Lì – spiega - c’è un senso dell’unità dell’uomo molto più forte che da noi. Si dice: perché ci sia un uomo ben riuscito occorre che abbia accanto a sé un dietologo, un medico e un padre spirituale. Dobbiamo imparare da questo”. 

E infatti, secondo le regole buddiste il cibo è proprio un canale privilegiato di comunione con il divino. Come scrive il sacerdote Guidalberto Bormolini nel libro "I vegetariani nelle tradizioni spirituali, “nelle dottrine yogiche ogni cibo esercita un'influenza tanto fisica quanto mentale e spirituale sulla natura dell'uomo”. Per lo yoga (e l’induismo) la pietanza è impregnata di energia, il prana. E - continua il teologo - “può essere assorbito dalla pelle, dalla respirazione e dalla nutrizione: più dalla lingua che dallo stomaco e dall'intestino”. 

La condivisione

 Quindi, il dettaglio che rafforza le parole di Enzo Bianchi: “I cuochi nelle comunità religiose – specifica l’autore - sono generalmente sacerdoti della casta dei brahmani, che cucinano per i discepoli con l'intenzione di benedirli attraverso il cibo”. Invece, nel cristianesimo “il vero comandamento è la condivisione - illustra l’antropologo Marino Niola in Mangiare come Dio comanda, scritto assieme a Elisabetta Moro - e l’unico precetto è la temperanza. Il cristianesimo ha compiuto un passo decisivo verso un’alimentazione libera da tabù e ha fatto della convivialità un valore supremo”. 

La sobrietà

 Tutto confermato pure da Enzo Bianchi: “Siamo liberi di mangiare quello che vogliamo – rassicura – ma nella sobrietà e nella condivisione”. Ed è proprio sul concetto di comune partecipazione, nello specifico sui banchetti in parrocchia per i meno fortunati, che il religioso ha qualcosa da dire. “Secondo me – chiarisce - fare queste mense in chiesa non è carità vera ma presbite: si ama, si fa del bene, purché questi poveretti restino lontani da casa propria. Invece – sollecita – ritengo sia molto più serio che nei giorni di Natale ogni famiglia cristiana inviti a casa un emigrante, un povero, uno scarto della società e lo metta alla tavola, gli dia quella dignità e mangi in piena comunione. Questo è uscire dal regime, oserei dire, dell’elemosina per entrare in quello della comunione”. 

 -         Le grandi abbuffate

 Immagine

 

I

I

 


venerdì 20 settembre 2024

EDUCAZIONE E LEADERSHIP

 


IL BUON GOVERNO, 


LA GIOIA 


E LA SPERANZA


-       

  Spunti di riflessione

-d-

 di Giovanni Perrone*

Il repentino mutamento dei tempi, i nuovi stili di vita, la crisi valoriale, le nuove tecnologie, i vari e complessi problemi che turbano il mondo ci sfidano e ci disorientano.   

Emerge la necessità di riflettere sul nostro modo di essere, di educare, di agire, di relazionarci con noi stessi e con il mondo intero.

Papa Francesco ci sollecita a cambiare stile di vita e a riscoprire i valori del Vangelo, ma spesso le sue illuminate parole vengono inascoltate o travolte dal disinteresse, dall’arroganza delle persone e dal folle turbinio degli eventi.

Ecco alcune semplici e incomplete riflessioni che possono essere utili per discuterne coi colleghi:

-          Educare è un cammino, con e per gli altri; un cammino che ci arricchisce ogni giorno di più. È un cammino di scoperta, di riflessione, di impegno a farci persone nuove. Il cammino di Gesù con gli apostoli ci insegna molto a proposito. Purtroppo, per molti, l’educazione è un cammino autoreferente, di chiusura, di arroganza. Educare è apprendere a dischiudere le ali per volare, per conquistare nuovi orizzonti. Siamo, perciò, invitati a ripensare ai percorsi educativi, a percorsi di formazione degli educatori, alle relazioni che ogni percorso propone ai valori e alle  conoscenze e competenze necessarie.

-          Leadership,  l’arte del dirigere (se stessi e gli altri)

E Essere leader non è (solo) occupare una posizione di comando, ma un viaggio continuo di autoperfezionamento e di ispirazione per gli altri. 
La direzione presuppone la presenza di valori, la presenza di una meta, l’arte del sapersi orientare e del saper orientare. Valori, empatia, autorevolezza, responsabilità, competenza, relazioni, intraprendenza, lungimiranza e servizio sono colonne portanti della leadership. Il vero leader valorizza e promuove, non celebra se stesso. Egli non cerca medaglie per arricchire il suo curriculum o primeggiare. Il potere-servizio del leader libera non rende schiavi! Anche in questo caso il Vangelo ha molto da insegnarci.

-          La figura di buon leader favorisce e garantisce il buon governo, al servizio di tutti, per costruire il bene comune.

-          Il buon governo è l’arte di costruire il bene comune. Esso è, infatti, impegnato a aiutare tutti, anche i più emarginati, a viver meglio, con impegno ed entusiasmo, per essere felici. Il buon governo valorizza la speranza, non una speranza illusione, ma una speranza-virtù che sostiene ed orienta, anche nei momenti difficili o complessi. Infatti, non si può  dirigere ed educare se non si è testimoni di vera speranza e ricchi di entusiasmo.

-          “Il tema della felicità ci riporta al cuore del Vangelo, che è annuncio di gioia e via di felicità, vera, di pace, giustizia, amore. La via della felicità non è benessere a poco prezzo o garanzia di non avere problemi! Anzi! È una parola dura perché ferisce l’orgoglio e libera dalle difese, chiede di metterci in gioco e ci fa affrontare le paure”[1].

-           “La gioia è il segno del cristiano…Essa si esprime necessariamente nel rapporto con il mondo, con gli altri, con Dio ….  Le Beatitudini portano alla gioia, sempre. Esse sono la strada per raggiungere la gioia”[2].

-         Le associazioni professionali, nazionali e internazionali, possono essere ambienti favorevoli e importanti per rinnovare la qualità dell’educazione. Però, debbono avere il coraggio di rigenerarsi per testimoniare impegno e vitalità, al servizio di tutti. Esse, però, debbono volere e sapere testimoniare, nel quotidiano, la ricerca e il servizio;  non l’autoreferente apparire.

-          “Il vostro compito (di associazione professionale), in tal senso, è quello di aiutare gli insegnanti a tener vivo il desiderio di crescere insieme ai loro colleghi e studenti, a trovare i modi più efficaci per trasmettere (e fare sperimentare) la gioia della conoscenza, la virtù della speranza e il desiderio di verità…. Non lasciatevi rubare la speranza, perché questa forza è una grazia, un dono di Dio che ci porta avanti guardando il Cielo”[3].

[1] Cardinale Zuppi, presidente CEI, 25 Agosto 2024

[2] Papa Francesco

[3] Papa Francesco, Assemblea generale UMEC-WUCT, novembre 2022

venerdì 7 luglio 2023

DIALOGHI, NON DUELLI


Non è soltanto 

una questione di stile

o di convenienza

 

- di Davide Magatti

Quando carichiamo gli altri delle nostre fatiche, riservando a chi ci cammina accanto una risposta secca, una frase saccente, un modo scortese, ci giustifichiamo, in genere, subordinando i modi ai contenuti, dimenticando che la qualità della comunicazione costituisce sempre una porzione essenziale del messaggio stesso.

Le accelerazioni aggressive o i toni supponenti compongono un segnale inequivocabile, benché implicito, di disapprovazione, di squalifica dell’altro che ci ascolta. È un modo per salire sul palco e sottrarci allo scambio alla pari, al dialogo autentico, forzando l’altro al duello verbale o, in alternativa, alla resa.

Quando ci dimentichiamo di ascoltare, di accogliere ed andiamo all’attacco, stiamo iniziando ad impoverire lo spazio del confronto, minando potentemente l’efficacia e l’esito della comunicazione.

Ogni "persona che si ritiene  per bene", in particolare ogni educatore, deve saper essere sempre cortese. Ma la cortesia non è semplice garbo, bel modo.

Cortesia è soprattutto attenzione e presenza all’altro. Cortesia non è semplice riproposizione di comportamenti codificabili come gentili, bensì è la disposizione di chi sa porsi con umiltà e rispetto nei confronti di un’altra persona.

È aprendo spazio che possono prodursi contenuti non scontati; è frenando la presunzione che possiamo aprire a punti di vista nuovi; è attraverso l’ascolto che possiamo tentare di comprendere ed è, infine, attraverso un clima di fiducia, non di prevaricazione, che possiamo noi stessi ricevere ascolto.

Pensiamoci. Non è soltanto una questione di stile, bensì di intelligenza e di reale attitudine all’ascolto.

 RS -Servire

martedì 30 maggio 2023

MATTARELLA, TESTIMONE COERENTE E GARBATO DI SERVIZIO E DI RESPONSABILITA'

 Il Papa premia Mattarella: dedizione al bene del Paese ispirata da valori cristiani

UN DISCORSO CHE STIMOLA TUTTI COLORO CHE RIVESTONO RUOLI DI  RESPONSABILITA'


Francesco consegna il Premio Paolo VI al presidente della Repubblica italiana e richiama l'invito di Papa Montini alla responsabilità veso il bene comune: bisogna andare controcorrente “rispetto al clima di disfattismo e lamentela, per sentire proprie le necessità altrui”. 

Il capo dello Stato devolve la somma collegata al riconoscimento alla Comunità Giovanni XXIII, che nell'Emilia Romagna ha delle case di accoglienza gravemente colpite dall'alluvione dei giorni scorsi

 

- di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 Credo che oggi il conferimento del Premio Paolo VI al presidente Mattarella sia proprio una bella occasione per celebrare il valore e la dignità del servizio, lo stile più alto del vivere, che pone gli altri prima delle proprie aspettative. È questo servizio che rende l’agire politico una forma di carità, afferma Francesco nella sala Clementina del palazzo apostolico, in occasione della consegna del premio intitolato a Papa Montini al presidente della Repubblica Italiana, che per servire lo Stato ha rinunciato al riposo dopo tanti anni di lavoro. Il riconoscimento, nato per iniziativa dell’Istituto Paolo VI al fine di segnalare personalità eminenti che si sono distinte nei diversi ambiti della cultura e nella promozione di una convivenza umana giusta e che, in modi diversi, testimoniano la vitalità dell’eredità spirituale di Papa Montini, viene conferito a Mattarella, si legge nella motivazione, “per la sua dedizione al bene comune in un impegno politico ispirato ai valori cristiani e, insieme, rigoroso nel servizio delle istituzioni civili”.

 Nel suo discorso il Pontefice ricorda che proprio Paolo VI, rivolgendosi ai rappresentanti dell’Unione Europea dei Democratici Cristiani, nel 1972, “disse che quanti esercitano il potere pubblico devono considerarsi ‘come i servitori dei loro compatrioti, con il disinteresse e l’integrità che convengono alla loro alta funzione’”. E in una udienza generale - il 9 ottobre 1968 - poi, precisò che “il dovere del servizio è inerente all’autorità” e che “tanto maggiore è tale dovere quanto più alta è tale autorità”. Al contrario, “tentazione diffusa, in ogni tempo, anche nei migliori sistemi politici”, è quella “di servirsi dell’autorità anziché di servire attraverso l’autorità”, osserva Francesco, rimarcando quanto “è facile salire sul piedistallo” e difficile invece “calarsi nel servizio degli altri”.

Il servizio e la responsabilità

Il Papa evidenzia che “servire crea gioia e fa bene anzitutto a chi serve” e richiama, a tal proposito, quanto scritto da Alessandro Manzoni - definito da Paolo VI “genio universale”, “tesoro inesauribile di sapienza morale”, “maestro di vita” - ne “I promessi sposi”: “Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”.

 Ma il servizio rischia di restare un ideale piuttosto astratto senza una seconda parola che non può mai esserle disgiunta: responsabilità. Essa, come indica la parola stessa, è l’abilità di offrire risposte, facendo leva sul proprio impegno, senza aspettare che siano altri a darle. Quante volte, Signor Presidente, prima con l’esempio che con le parole, Lei lo ha richiamato! Anche in questo non si può che notare una feconda affinità con Giovanni Battista Montini.

L’impegno di ciascuno per il bene comune

E ancora, di Paolo VI, Francesco richiama la Lettera apostolica Octogesima adveniens, dove viene sottolineato che “le parole servono a poco ‘se non sono accompagnate in ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità’”, perché, prosegue il documento, “è troppo facile scaricare sugli altri la responsabilità delle ingiustizie, se non si è convinti allo stesso tempo che ciascuno vi partecipa e che è necessaria innanzi tutto la conversione personale”. Un’affermazione ancora attuale, costata il Papa, “quando viene quasi automatico colpevolizzare gli altri, mentre la passione per l’insieme si affievolisce e l’impegno comune rischia di eclissarsi davanti ai bisogni dell’individuo”.

La responsabilità, invece, come ci mostrano in questi giorni tanti cittadini dell’Emilia-Romagna, chiama ciascuno ad andare contro-corrente rispetto al clima di disfattismo e lamentela, per sentire proprie le necessità altrui e riscoprire sé stessi come parti insostituibili dell’unico tessuto sociale e umano a cui tutti apparteniamo.

L’impegno per la legalità

A proposito, poi, di responsabilità, Francesco parla anche di “impegno per la legalità”, che “richiede lotta”, “determinazione” e anche “memoria di quanti hanno sacrificato la vita per la giustizia”, come Piersanti Mattarella, fratello del capo dello Stato italiano, e “le vittime della strage mafiosa di Capaci”.

San Paolo VI notava che nelle società democratiche non mancano istituzioni, patti e statuti, ma “manca tante volte l’osservanza libera ed onesta della legalità” e che lì “l’egoismo collettivo insorge”. Anche in quest’ambito, Signor Presidente, con le sue parole e il suo esempio, avvalorati da quanto ha vissuto, Lei rappresenta un coerente maestro di responsabilità.

Il sogno di Paolo VI: le comunità solidali

Infine, il Papa fa notare quanta importanza attribuì San Paolo VI alla “responsabilità di ciascuno per il mondo di tutti”, con il suo invito, nella Populorum progressio, “a lottare senza rassegnarsi di fronte agli squilibri delle ingiustizie planetarie” e a “fronteggiare le sfide climatiche”, convinto che l’ambiente sarebbe diventato intollerabile all’uomo per la distruttiva attività dell’uomo stesso "che, spadroneggiando sul creato, si sarebbe trovato a non padroneggiarlo più”. Circa l'eredità lasciata da Montini, Francesco si sofferma su quella impegnativa di edificare comunità solidali”, e aggiunge che quel sogno del suo predecessore di “comunità di partecipazione e di vita”, che si prodigassero “per costruire solidarietà attive e vissute”, “si scontrò con vari incubi diventati realtà”, come la “terribile vicenda di Aldo Moro”. E a conclusione del suo discorso, lieto di aver consegnato al presidente Mattarella il Premio Paolo VI, perché “testimone coerente e garbato di servizio e di responsabilità”, il Pontefice cita ancora Papa Montini, che nella Evangelii nuntiandi scriveva: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.

Le parole del Papa sono state precedute da un breve intervento del presidente Mattarella, che, commosso, ha ringraziato l'Istituto Paolo VI per avergli conferito il Premio e Francesco per averglielo consegnato. Il capo dello Stato ha poi chiesto di destinare la somma collegata al riconoscimento alla Comunità Giovanni XXIII, che è nata in Romagna e che nella regione ha delle case di accoglienza, "gravemente colpite dall'alluvione dei giorni scorsi". "Penso che con il Premio, più che la mia personale azione, si sia inteso e si intenda indicare un modo di interpretare l'impegno nella società e nelle istituzioni, che molti hanno praticato e sviluppato ispirandosi alla visione di Paolo VI e ai suoi insegnamenti" ha detto Mattarella, confidando che gli scritti di Papa Montini sono stati per lui e per tanti altri "fondamentali punti di orientamento". "Con i suoi insegnamenti - ha terminato il capo dello Stato - San Paolo VI ha collocato e trasmesso, in una visione armonica, chiara, compiuta, fede, dignità umana, libertà e pace".


DISCORSO DEL PAPA



 

lunedì 18 luglio 2022

CAMMINARE CON STILE

Il cammino del cristiano è

 (anche) questione di stile

Nel 1963, a otto anni, entrai come 'Lupetto' in un gruppo scout, il Genova 4°, nella città dove allora abitava la mia famiglia. Era ancora il tempo dall’Asci, l’associazione maschile, che solo nel decennio successivo si sarebbe unita con quella femminile, l’Agi, per dar vita all’Agesci. Una delle cose che mi colpirono di più fu il fatto che tra le voci dei diversi punteggi che venivano attributi alle varie sestiglie che componevano il Branco, ce n’era una che riguardava lo 'stile'. Io pensavo che fosse legata al come ci si presentava, al come ci si comportava, e per esempio tenevo moltissimo a che la mia uniforme fosse sempre impeccabile (sicuramente lo era quando arrivavo alle riunioni, poi ci mettevo un minuto a ridurla a uno straccio). Dieci anni più tardi, divenuto a mia volta capo e con già due 'campi scuola' alle spalle, ho capito che quando si parlava di stile la 'facciata' contava veramente poco, o nulla. C’entra molto invece con il modo in cui si sta insieme, si gioca insieme, si lavora insieme.

Se ci pensiamo bene, ci rendiamo conto che tutte le cose della vita hanno un loro stile, o dovrebbero averlo. Che non è solo un fatto di educazione o di apparenza, ma di sostanza. Soprattutto quando entra in ballo la relazione, quando la nostra vita incrocia la vita di qualcun altro. C’è uno stile nel lavoro, nel fare la spesa, nell’andare a scuola, nello sport... In tutto, insomma. E, certo, esiste anche uno stile di essere cristiani, che non è quello di battersi il petto in chiesa per farsi vedere. Papa Francesco lo ripete in ogni occasione. Non si può essere cristiani 'all’acqua di rose', ed esserlo sul serio comporta tante cose, tra le quali certamente la 'facciata' non è compresa. Dai vescovi ai preti, ai laici, nessuno recita una parte in commedia.

Tutti, invece, sono chiamati a dare sostanza a una Parola che non è astratta, ma concreta.

Così, anche la carità ha un suo stile che, come ha scritto nella Deus Caritas est Benedetto XVI, non è fatto di efficienza, ma di coerenza con la fede, di testimonianza. Ricollegandosi a questa idea, Francesco domenica scorsa ha detto che «il credente somiglia molto al Samaritano: come lui è in viaggio, è un viandante. Sa di non essere una persona 'arrivata', ma vuole imparare ogni giorno, mettendosi al seguito del Signore Gesù». Il cristiano deve aprire «gli occhi sulla realtà, non è egoisticamente chiuso nel giro dei propri pensieri. Il Vangelo ci educa a vedere... superando giorno dopo giorno preconcetti e dogmatismi. Tanti credenti si rifugiano nei dogmatismi per difendersi dalla realtà». E poi il Vangelo ci insegna anche «a seguire Gesù, perché seguire Gesù ci insegna ad avere compassione: ad accorgerci degli altri, soprattutto di chi soffre, di chi ha più bisogno. Tante volte, quando mi trovo con qualche cristiano o cristiana che viene a parlare di cose spirituali, io domando se fa l’elemosina. 'Sì', mi dice. 'E, dimmi, tu tocchi la mano della persona alla quale dai la moneta?'. 'No, no, la butto lì'. 'E tu guardi gli occhi di quella persona?'. 'No, non mi viene in mente'. Se tu dai l’elemosina senza toccare la realtà, senza guardare gli occhi della persona bisognosa, quella elemosina è per te, non per lei. Pensa a questo: io tocco le miserie, anche quelle miserie che aiuto?

Io guardo gli occhi delle persone che soffrono, delle persone che aiuto?'. Vi lascio questo pensiero: vedere e avere compassione». È questo lo stile della carità.


www.avvenire.it


sabato 16 ottobre 2021

UN NUOVO STILE DI VITA

    Il Figlio dell'uomo è venuto

 per dare la propria vita 

in riscatto per molti.

Dal Vangelo secondo Marco Mc 10,35-45

 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Letture:  Is 53,10-11; Sal 32; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45


Commento di M. Augé B.

 Nel brano evangelico odierno possiamo distinguere due momenti. Nel primo, vediamo gli apostoli e fratelli Giacomo e Giovanni che si avvicinano a Gesù per chiedergli l’onore dei primi posti accanto a lui nella gloria. Notiamo che la richiesta degli apostoli segue immediatamente il terzo annuncio della passione, morte e risurrezione fatto da Gesù ai Dodici sulla strada per Gerusalemme (cf. Mc 10,32-34). Con la loro incosciente richiesta, i due figli di Zebedeo dimostrano, da un lato, la loro incomprensione delle parole che Gesù ha appena pronunciato sul futuro di sofferenza e di morte e, dall’altro, rivelano di vivere la comunità come finalizzata alla loro personale riuscita. Evidentemente gli interessi dei discepoli si muovono su un livello del tutto diverso da quello su cui si muove Gesù, totalmente proteso a fare la volontà del Padre. Nel secondo momento, troviamo la risposta di Gesù, il quale rifiuta le pretese dei discepoli e al tempo stesso propone un nuovo ordine di valori ai quali si deve attenere colui che intende seguirlo: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse […] Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. Gesù dice come orientare la tendenza a primeggiare in modo che l’agire del discepolo sia una vera contestazione del comune agire degli uomini e serva a costruire una comunità di fratelli: ognuno deve mettere i propri doni, i carismi ricevuti, al servizio del bene comune, senza ricerca di privilegi.

 Il discepolo, quindi, deve distanziarsi dalle logiche mondane e conformarsi al comportamento del Figlio dell’uomo, che “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (cf. anche la prima lettura). In queste lapidarie parole di Gesù sono racchiuse quattro avvertenze: la prima è che servire è una dimensione dell’intera esistenza, non un frammento del nostro tempo o del nostro agire. Servire cioè è un modo di esistere, uno stile che nasce dal profondo di se stessi. La seconda avvertenza è che lo stile del servizio si oppone nettamente alla logica del farsi servire. Non si possono vivere alcuni spazi come servizio e altri come ricerca di sé. La terza avvertenza è che servire significa in concreto vivere sentendosi responsabile degli altri. La quarta avvertenza e forse la più importante: il vero servizio non raggiunge soltanto i bisogni, ma accoglie la persona. Si potrebbe essere efficienti per quanto riguarda i bisogni, trascurando poi del tutto le persone. Per Gesù i “molti” per i quali dona la vita sono persone, volti, non masse anonime o semplicemente problemi da risolvere.

 L’insegnamento di Gesù punisce la nostra ambizione, il nostro pensare incentrato sull’esito personale, sulla nostra inconfessata brama di potere, la nostra ricerca di prestigio, il nostro vaneggiare di grandezza. I discepoli di Gesù siamo chiamati a porre nella società i germi concreti di uno stile di vita nuovo, di una generosità grande e piena. La parola di Gesù stigmatizza la logica dei poteri mondani, ma soprattutto si rivolge alla Chiesa. La prima testimonianza “politica” della Chiesa consiste nella sua strutturazione interna, nell’organizzazione delle sue strutture di autorità e nel modo di vivere l’autorità, che dev’essere conforme a quanto vissuto da Cristo e da lui richiesto ai discepoli.

http://liturgiaedintorni.blogspot.com/2021/10/domenica-xxix-del-tempo-ordinario-b-17.html

 

domenica 10 maggio 2020

LA RETE E LE PAROLE - SI E' CIO' CHE SI COMUNICA


Anche in versione online, torna il festival di Parole O_stili sulla comunicazione rispettosa delle persone. Oggi la presentazione del nuovo Manifesto, con dieci buone pratiche da osservare sul web
La rete accorcia le distanze, ma le parole vanno “curate”

di MATTEO MARCELLI

Se è vero che il web è il luogo di elezione per molti “odiatori da tastiera” e per i loro insulti, il lockdown imposto dal Covid19, dilatando lo spazio di utilizzo del digitale, ha aumentato il rischio di amplificare il fenomeno. Ed è stata anche questa consapevolezza ad aver convinto l’associazione Parole O_stili a non rinunciare al quarto appuntamento con il festival annuale sulla comunicazione rispettosa delle persone. Un’edizione «fatta in casa», per usare le parole della presidente Rosy Russo, e per questo pensata con ancor più cura: «La distanza è una realtà, soprattutto in questo momento, ma anche una percezione. Il web non permette di misurare l’empatia fino in fondo, ma la rete è un luogo che va abitato con tutti i nostri sensi – esorta Russo –. Vogliamo accorciare queste distanze, ma abbiamo anche bisogno di dilatare lo sguardo e credere che il web possa fare la differenza quando si porta dietro l’umanità come accade adesso. La cura, alla Don Milani per intenderci, è anche cura delle parole, dentro e fuori la rete».
L’associazione lotta da tre anni per ridefinire lo stile con cui le persone interagiscono nel digitale, nella convinzione che le parole usate in spazi virtuali abbiano conseguenze reali e che quindi, anche sul web, vadano pesate con attenzione.
Oggi, nel corso della seconda giornata di festival, sarà presentato il nuovo Manifesto per la comunicazione non ostile. Una lista di dieci principi a cui ispirarsi per scegliere parole giuste, in grado di superare le differenze, oltrepassare i pregiudizi e abbattere i muri dell’incomprensione. Il decalogo è già stato sottoposto e approvato da centinaia di sindaci, decine di aziende e alti rappresentanti delle istituzioni. Parole O_stili ne ha accompagnato la diffusione facendo formazione nelle scuole, producendo libri destinati agli studenti e organizzando decine di workshop sul territorio. A settembre sarà ospitato in alcuni testi scolastici e in un diario che l’associazione realizzerà con Pigna. Ma cosa ha comportato il lockdown per la missione dell’associazione? In realtà, la distanza sociale sembra aver offerto alcune opportunità. Dagli incontri con gli esperti e gli ospiti dei panel, è emersa una maggiore attenzione tra i ragazzi e una rinnovata capacità di valutare il digitale come parte della vita di tutti. «Viviamo un’esperienza dura. Alcune persone sembrano avere sospetto e risentimento nei con- fronti del digitale – ragiona lo scrittore Alessandro Baricco, ospite della sessione di apertura del festival –. Occorre un bilanciamento fra il nostro usare la tecnologia digitale e il nostro continuare a essere umani. Questa è la sfida del domani, perché la realtà resta un sistema unico, siamo reali ovunque».
Il lavoro di Parole o_Stili è stato seguito con attenzione dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che anche da sottosegretaria, ha sempre difeso l’utilizzo del digitale nella scuola: «Il cyber bullismo si può combattere con educazione e cultura. Ma bisogna capire che le parole possono far male più di uno schiaffo – ha ricordato la Ministra –. Siamo all’interno di una bolla virtuale al momento ed è necessaria una maggiore sensibilità nel modo di comunicare».
Una nuova etica da sviluppare in un momento in cui il Covid offre nuove prospettive: «A scuola utilizziamo un modello di apprendimento passivo. Dobbiamo avere coraggio educativo – spiega Daniela Lucangeli , docente di psicologia evolutiva e membro del comitato ministeriale per la ripresa della scuola, guidato da Patrizio Bianchi –. Questo momento potrebbe servire ad andare oltre, non ci vuole un comitato tecnico per decidere che la distanza educativa va colmata con un messaggio sullo smartphone, serve profondità».

www.avvenire.it

MANIFESTO DELLA COMUNICAZIONE NON OSTILE
  1. Virtuale è reale

    Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.
  2. Si è ciò che si comunica

    Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.
  3. Le parole danno forma al pensiero

    Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.
  4. Prima di parlare bisogna ascoltare

    Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.
  5. Le parole sono un ponte

    Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.
  1. Le parole hanno conseguenze

    So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.
  2. Condividere è una responsabilità

    Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.
  3. Le idee si possono discutere.
    Le persone si devono rispettare

    Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.
  4. Gli insulti non sono argomenti

    Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.
  5. Anche il silenzio comunica

    Quando la scelta migliore è tacere, taccio.


Scarica il Manifesto



sabato 23 novembre 2019

LE SORPRESE DEL MARE

A PROPOSITO 
DI 
SARDINE

-         di Giuseppe Savagnone

In una società che i sociologi definiscono “liquida”, era appropriata la nascita di un fenomeno autodefinitosi “le sardine”.
Dico “fenomeno” perché loro negano di essere un partito anche semplicemente un movimento. Però ci sono. Emersi d’improvviso dalla superficie di un mare, come quello della nostra situazione politica – che sembrava non potesse ormai riservare più alcuna sorpresa.
I giochi sembravano fatti. Si sapeva già come sarebbe finita. Dopo aver perso una ad una le regioni italiane, la Lega e suoi alleati si accingevano a conquistare l’ultima roccaforte rossa, l’Emilia e Romagna, la più munita, e proprio per questo anche quella che con la sua caduta dovrebbe simboleggiare la fine di un’era politica e rendere inevitabile la caduta del governo.
Dalle crepe del vecchio emerge una vita nuova
In realtà può darsi che sul piano elettorale finisca davvero così. Ma qualcosa di imprevisto è accaduto. È accaduto che dalle crepe sempre più evidenti e inarrestabili delle strutture politiche della sinistra, con i loro slogan ormai logori e astratti, con la loro classe dirigente priva di fascino e di grinta, è prima trapelata, poi dilagata, un’onda di vita che quelle strutture da tempo non rappresentavano più e che scaturisce dal basso, dalla gente.
Finora di queste persone “della strada” si era parlato solo come dei destinatari dei messaggi di paura e di odio ideati dalla macchina propagandistica di Salvini contro i migranti. O, prima ancora, del grido di rabbia di Grillo e dei 5stelle contro la “casta”.
L’Italia degli ultimi anni è stata lo scenario di questa martellante propaganda, che ha fruttato consensi a chi l’ha promossa e sembrava destinata a non trovare argini.
Al di là della rabbia e dell’odio
Ora ci sono degli italiani – e sembrano davvero tanti – che contestano precisamente questo odio e questa rabbia, che rifiutano il populismo come una forma di imbarbarimento e rivendicano la legittimità della democrazia rappresentativa.
«Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.
Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo».
E ancora: «Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie».
Sono parole del “Manifesto” pubblicato in questi giorni dalle “6000 Sardine”. Dove il primo obiettivo è quello di modificare il linguaggio della politica: «Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete».
Il coraggio della verità per svegliaci al torpore
A dire queste cose non sono i sostenitori di un partito opposto a Lega e Fratelli d’Italia. Non fanno parte di un’altra e opposta macchina propagandistica.
Sono persone “normali”, nella stragrande maggioranza giovani, ragazzi senza storie politiche alle spalle, che hanno il coraggio di dire quello che è da tempo sotto gli occhi di tutti, ma che una specie di torpore collettivo impediva di gridare ad alta voce.
È stato così che gli italiani hanno potuto essere in parte spettatori imbelli, in parte complici, il dilagare di uno stile di violenza inaudita che ha avuto come principali (anche se non esclusivi) protagonisti i vertici e gli adepti dei partiti populisti, “di sinistra” (i 5stelle) e “di destra” (Lega e Fratellli d’Italia). Fino a considerare segno di responsabilità politica i vergognosi sarcasmi  di un ministro sugli sforzi disperati di povera gente per approdare a una vita un po’ migliore.
Lo sforzo d uno stile diverso
Il merito delle “Sardine” è di avere finalmente protestato. E di avere smascherato, così, il pericolo di un incombente regime culturale – prima che politico – caratterizzato dalla volgarità e dalla mancanza di rispetto  per l’umanità degli esseri umani.
La stessa formula del flash mob, senza insulti, senza grida – il richiamo esplicito è al mutismo dei pesci, che “parlano” con la loro presenza – è il tentativo, più o meno riuscito (in realtà gli slogan ci sono ancora, e forse era inevitabile) di uno stile diverso.
Non è detto che tutto questo abbia immediate ripercussioni sull’esito delle elezioni in Emilia e Romagna e di quelle in Calabria. Il Pd rimane poco credibile e il suo tentativo di accreditarsi facendo leva su ciò che è accaduto a Bologna, sembra trovare spazio soprattutto tra i nemici delle “Sardine”, ansiosi di dimostrare che dietro di esse c’è l’uno o l’altro notabile della vecchia sinistra.
Intanto, però, migliaia di giovani in queste settimane si stanno mobilitando in innumerevoli città italiane, come sotto la spinta di un salutare contagio. È almeno il sintono che alcune esigenze di fondo non sono morte, come lasciavano temere gli sterili duelli tra i partiti, accomunati soltanto – malgrado le parole – a conservare (chi ce l’ha) o conquistare(chi non ce l’ha e lo vuole a tutti i costi) il potere (le famose “poltrone”).
La forza e il limite della morale
La forza, ma anche il limite di questa “riscossa” è il suo carattere prevalentemente etico. «La rivoluzione sarà morale o non sarà», diceva qualcuno. Da troppo tempo l’autentica indignazione morale sembrava morta.
È stato possibile, così, che gli italiani assistessero imperturbabili al rifiuto di una parte dei nostri senatori di dare il proprio voto a una Commissione che nasceva per combattere l’odio e il razzismo (nonché alla loro scelta di restare seduti e non applaudire una superstite dei lager nazisti) e ascoltassero poi – senza scoppiare in un’omerica risata collettiva – le risibili ragioni portate per cercare i giustificarsi.
Ma la morale non può sostituire la politica. E la battaglia culturale contro lo spirito della rabbia e dell’odio non basta a delineare non dico un programma, ma neppure un progetto in grado di indicare prospettive concrete.
Leggendo il manifesto delle “Sardine”, ascoltando le loro interviste, questo limite balza agli occhi.
La loro sana indignazione è una buona notizia, perché rivela la persistenza, nel nostro Paese, di una diffusa capacità di distinguere l’umano dal non umano, ma ha come risvolto l’assenza – e questa è una cattiva notizia – di un pensiero costruttivo.
Il problema della struttura politica
Del resto anche la loro stessa identità strutturale è ancora talmente vaga – dicevo prima del loro rifiuto di definirsi perfino “movimento”, figurarsi “partito” – da non consentire di parlare di un vero e proprio soggetto. Certo, gioca la brevità dei tempi e la sorprendente rapidità con cui tutto si sta verificando.
Ma resta il timore – tutt’altro che peregrino – che raccogliere questa fioritura di iniziative locali in una qualsiasi forma di organizzazione istituzionale sarà molto problematico. E questo, paradossalmente, accomuna le “Sardine” alle logiche del populismo che loro combattono.
Staremo a vedere. Per ora ci godiamo uno scenario nuovo, che non potevamo neppure immaginare un mese fa, dove tanta gente non ha paura di dire che essere “buoni” non è ridicolo, e che essere “cattivi” è sbagliato e controproducente per il bene del nostro Paese. Non sappiamo dove porterà. Ma è, in ogni caso, un bel regalo della “società liquida”.

Giuseppe Savagnone , Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.