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sabato 12 aprile 2025

LA CURA CONDIVISA

 

Chi protegge oggi 

i beni comuni? 


Serve un governo

 della cura condivisa


- 

 Anche l'associazione, se ben vissuta e partecipata, 

può essere spazio privilegiato 

ove si sperimenta, nel quotidiano, 

 la cura condivisa dei beni comuni.


-        di Vittorio Pelligra 

C’era un tempo in cui la globalizzazione sembrava un destino ineludibile. Le sorti magnifiche e progressive. C’era chi definiva “la fine della storia” la vittoria della coppia capitalismo e democrazia rispetto a tutti i modelli alternativi. Le merci attraversavano i continenti, le persone inseguivano sogni oltreconfine, e la cooperazione internazionale pareva, almeno in teoria, la via maestra per affrontare le sfide comuni.

Poi è arrivata l’era delle “policrisi”: quella finanziaria del 2008, quella ambientale, la pandemia, le migrazioni, i conflitti armati ed ora una guerra commerciale globale. Il meccanismo si è inceppato. La cooperazione multilaterale viene subitaneamente sostituita dalla concorrenza strategica. Le prospettive sono molteplici e le possibili conseguenze davvero imprevedibili.

Vorrei qui, però, provare ad esplorare questo scenario adottando un punto visuale inusuale: quello dei beni comuni, dei commons; quei beni condivisi che non sono né pubblici né privati, ma custoditi attraverso gli sforzi collettivi di comunità che cooperano.



Durante la pandemia, in particolare, milioni di persone hanno scoperto quanto fosse essenziale ciò che prima era invisibile: la salute pubblica. Ma a fianco c’era l’aria pulita, l’acqua sicura, la partecipazione democratica, il paesaggio, la fiducia nelle istituzioni.

Avevamo scoperto il valore della cura condivisa: reti di solidarietà, orti urbani, piattaforme di mutuo aiuto. Piccoli esempi di commons che, in mezzo al caos, offrivano respiro.

Poi ci sono i global commons – l’atmosfera, gli oceani, la biodiversità, i dati, il cyberspazio – e questi non possono essere difesi a colpi di confini, perché i beni comuni globali hanno bisogno di istituzioni e politiche che si basano sulla fiducia e il rispetto a livello globale. Non serve privatizzare, statalizzare, regolamentare. Quando il presidente Trump ha annunciato, durante il suo incongruo “liberation day”, l’imposizione di dazi a livello mondiale, il messaggio è stato chiaro: “America First”. La cooperazione basata sulla fiducia cede il passo alla competizione e alla diffidenza tra potenze. Siamo ad un “liberi tutti” dove ogni Paese è incoraggiato a giocare solo per sé nonostante l’esperienza, anche la più recente, ci abbia ormai insegnato che nessuno si salva da solo.

Da tempo ci si interroga su come gestire i commons, risorse che sono vitali, da cui sempre più dipenderà la qualità della nostra vita. Per molto tempo si è creduto che solo lo Stato o il mercato potessero farlo. Poi è arrivata Elinor Ostrom, con i suoi studi sulle comunità che gestiscono risorse naturali in modo efficace, senza bisogno di gerarchie o incentivi monetari. Nel suo Governing the Commons scriveva che «né lo Stato né il mercato hanno un successo uniforme nel consentire agli individui di sostenere un uso produttivo a lungo termine dei sistemi di risorse naturali – e concludeva affermando che – non c’è motivo di credere che i burocrati e i politici, per quanto dotati di buone intenzioni, siano più bravi a gestire i commons di quanto non lo siano le persone sul posto».

Sono le comunità, quando messe in condizione di cooperare e decidere insieme, a essere le migliori custodi delle risorse di cui vivono. Questo vale per un bosco in Nepal, ma anche per una rete energetica cooperativa in Germania, per i pascoli montani del Trentino o per una piattaforma digitale autogestita a livello globale. I beni comuni non sono solo risorse, sono sistemi viventi creati e protetti attraverso le pratiche sociali del commoning, del vivere, produrre, preservare e beneficiare comunitariamente. Il bene comune non è semplicemente l’acqua o una rete wi-fi condivisa. È la relazione tra le persone e quella risorsa. È l’atto continuo del commoning, della gestione collettiva, della cura reciproca. Non è un oggetto, è un processo. Ma quando questo processo non viene riconosciuto, rischia di essere distrutto.

È quello che accade ogni giorno quando il suolo fertile viene venduto alle multinazionali, quando le foreste diventano zone estrattive, quando i dati personali vengono trattati come merce.

E non ci sono solo i beni comuni locali – fiducia, dibattito pubblico, paesaggio, conoscenza – ci sono anche i global commons: l’atmosfera, il cyberspazio, gli oceani, la biodiversità. Risorse che travalicano i confini, risorse essenziali per la sopravvivenza collettiva.

Ma chi li protegge oggi? Il cyberspazio si sta chiudendo in spazi recintati dove pochi gate-keeper esercitano poteri monopolistici. Lo spazio extra-atmosferico che viene privatizzato. Le grandi piattaforme digitali che sanno tutto di noi e detengono poteri che superano quelli di molti Stati. Laddove servirebbero strutture di cooperazione planetaria, vediamo solo frammentazione ed egoismi particolaristici. Ma davvero la cooperazione internazionale è stata soltanto un’illusione? Il sogno dell’Europa? Delle Nazioni Unite? Solo ingenue utopie? L’impressione è che l’utopia vera non sia tanto quella di colui capace di immaginare un mondo più unito, ma quella, invece, di chi crede che si possa andare avanti in questo modo.

Il messaggio profondo che ci viene dallo studio dei beni comuni è quello che ci spinge a immaginare istituzioni che partano dalla collaborazione e non dal dominio. In questa visione, i commons non sono l’eccezione, ma il cuore di un nuovo paradigma sociale, ecologico, economico. Un mondo in cui l’acqua non è solo un bene da privatizzare, ma un diritto da custodire insieme. Un mondo dove i dati non sono proprietà di pochi, ma infrastrutture comuni. Dove l’energia viene prodotta e condivisa da comunità locali e partecipative.

Serve un nuovo linguaggio e una nuova architettura politica. Serve una governance planetaria, dove anche le voci dei popoli indigeni, dei giovani, delle comunità locali abbiano spazio ed influenza. Servono istituzioni coraggiose che sappiano dire no allo sfruttamento privato selvaggio e sì alla cura condivisa. In un mondo che si spezza, la gestione collettiva dei beni comuni non è un lusso. È una necessità. È il filo rosso che può ricucire le fratture dell’economia, della politica e della natura. Possiamo scegliere se continuare sulla strada della frammentazione e della rivalità, o aprire nuovi spazi di co-creazione, cura e responsabilità condivisa. 

La politica dei commons non promette la salvezza, non garantisce stabilità. 

Costruisce speranza.

 Avvenire

Immagine

 

lunedì 19 febbraio 2024

INSEGNANTI E TUTELA DEI MINORI


DIOCESI DI MAZARA

 E AIMC

 PER LA TUTELA 

DEI MINORI

 

 Negli ultimi anni, l’attenzione della Chiesa alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili si è concretizzata con la creazione di un apposito Servizio Tutela Minori a livello nazionale, regionale e diocesano. Quest’ultimo ha il compito pastorale dell’ascolto ed accompagnamento delle vittime e della prevenzione attraverso incontri informativi e formativi rivolti a quanti si occupano di minori.

Il Servizio diocesano tutela minori è stato presentato agli insegnanti che aderiscono all’Associazione italiana maestri cattolici. A illustrarlo è stato il referente diocesano del Servizio, Antonio Ferro, che ha partecipato, in qualità di relatore, all’incontro online sul tema “Le sfide della nuova scuola”, terzo incontro programmato da parte della sezione AIMC di Mazara del Vallo. L’incontro è stato introdotto da Caterina Di Stefano, presidente della sezione. Il servizio é chiamato a collaborare e supportare l’azione pastorale della Chiesa diocesana, affinché la cura e la protezione dei minori e delle persone vulnerabili divengano concreta azione quotidiana. Il Servizio deve lavorare in stretto contatto col Vescovo.

Un ruolo centrale viene svolto da tutti gli educatori e, nel caso specifico dagli insegnanti, poiché  questi vivono una relazione costante con gli alunni, coi quali sono chiamati ad istaurare un rapporto empatico e di fiducia. Il dott. Ferro ha sottolineato quanto sia importante “essere empatici” nella relazione insegnante/alunno e di come sia fondamentale sostenere ed accrescere l’autostima e creare una relazione di fiducia che permetta all’alunno di comunicare le proprie emozioni e i propri vissuti.

Infatti, chi è più vulnerabile spesso ha una bassa autostima e cerca costantemente approvazione ed attenzione dell’altro, ciò lo espone ad un maggiore rischio di abuso. Il ruolo degli insegnanti, aldilà della trasmissione delle competenze, deve contribuire allo sviluppo armonico della personalità dell’alunno.

Il dott. Ferro, oltre a descrivere le devastanti conseguenze fisiche, psicologiche ed affettive che derivano dall’abuso sessuale, si è soffermato anche su altri tipi abuso: di potere, psicologico, di coscienza, ecc., sottolineando come alcuni comportamenti e linguaggi inappropriati, spesso danneggiano gravemente l’alunno.

L’AIMC di Mazara si è impegnata a sostenere il Servizio e ad approfondire i vari aspetti del problema, anche nelle scuole ove operano i docenti.



martedì 6 febbraio 2024

IL SUICIDIO DELL'OCCIDENTE


 Riportiamo di seguito l’intervento di Domenico Airoma al Convegno Il suicidio dell’Occidente, tenutosi presso il Senato della Repubblica.

 

-di Domenico Airoma

-          

Più che un’introduzione, è importante fare una premessa, anzi alcune premesse, come avrebbe voluto Giovanni Cantoni, il fondatore di Alleanza Cattolica.

La prima riguarda la nozione di Occidente.

L’Occidente, al pari dell’Europa, non è riducibile ad un luogo geografico, ma identifica un habitat culturale che, in qualche luogo, ha prodotto anche una civiltà.

L’Occidente è, in particolare, l’habitat che è venuto formandosi mettendo insieme tre luoghi geografici ma soprattutto ideali: Atene, Roma e Gerusalemme, che hanno concorso ad elaborare una visione dell’uomo, un’antropologia, con tutto quel che ne consegue.

L’Occidente è, dunque, la nostra patria culturale.

La seconda premessa concerne la nozione di suicidio applicata all’Occidente.

La patria non può morire, anche se si tratta di una patria culturale.

Cos’è, allora, che sta morendo? Un falso Occidente.

Sta morendo quell’identità artificiale imposta da una concezione dell’uomo nata nel seno dell’Occidente stesso, con l’obiettivo di estromettere il sacro dall’orizzonte terreno e costruire un mondo nuovo a cielo chiuso.

E si tratta di una morte per implosione più che per aggressione di nemici esterni, pur se questi ultimi non mancano e non smettono di denunciare il comune odio contro l’Occidente, vero collante della “guerra mondiale a pezzi”.

La terza premessa riguarda le cause dell’implosione.

Due sono le letture che sul punto si contendono il campo; due chiavi di lettura che conducono a due antitetiche prospettive operative.

Da un lato vi è l’occidente relativista e secolarizzato, egemone nell’accademia e nelle istituzioni sovranazionali, oltre che nei principali circuiti mediatici ed intellettuali, che, rifiutandosi di fare un salutare esame di coscienza circa le cause dell’implosione, individua nella patria che non muore la vera responsabile del fallimento, così cercando di cancellarla definitivamente, colpendo, in particolare, coloro che ne trasmettono la cultura e la memoria, squalificandoli moralmente prima ancora che socialmente.

Rifiutandosi di andare alle radici di quello che Aleksandr Solzenicyn chiamò profeticamente l’errore dell’Occidente, gli epigoni di tale contraffazione antropologica sono prigionieri della necessità di vagheggiare sempre nuove frontiere salvifiche, in un gioco al rilancio dove la posta è l’umanità ed il suo destino, non solo terreno.

Dall’altro lato, ma pur sempre in questo Occidente, vi è chi, sfidando la cortina ideologica, il costume imperante e i tanti, insospettabili, vopos di una società sempre più totalitaria, incomincia ad aprire gli occhi dinanzi al reale e a realizzare i tanti fallimenti di un uomo che ha preteso di farsi Dio e che oggi mira a superare l’umano come ultimo limite.

 Poste queste premesse, il quadro si fa un po’ più chiaro e pure l’orizzonte operativo.

Una cosa deve essere allora chiara: non siamo qui per fare una mesta orazione funebre.

Non siamo qui neppure per un’operazione di mera retrospettiva dei danni causati da un’antropologia secolarizzata e relativista, disperata e disperante pur sotto la doratura superficiale di una tecnica che promette di trasformare i desideri in diritti.

Siamo qui non per piegarci su un mondo morente che non è la nostra patria, ma per liberare la nostra vera patria da chi ne ha usurpato nome e rappresentanza.

Siamo consapevoli che la crisi è plurisecolare ed è profonda e che non ha risparmiato nessuno, neppure la Chiesa, nella misura in cui il Corpo mistico di Cristo tocca terra e ha a che fare con questo mondo.

Così come siamo consapevoli che in questo cambio d’epoca l’alternativa, come ebbe ad ammonire Giovanni Cantoni, o è totale e diametrale, o finisce con l’essere un’ennesima sfumatura del cedimento.

Siamo, infine, consapevoli che quella visione dell’uomo che è all’origine dell’Occidente e che ha prodotto grandi civiltà, compatibilmente con la strutturale imperfezione umana, non può morire, perché affonda le sue radici nella verità sull’uomo.

Ed allora siamo qui per piegarci sull’uomo piagato dalle ferite provocategli da questo falso occidente che muore, per far risvegliare in lui la nostalgia di un futuro che dipende solo da noi. Perché, se è vero che occorre ben capire con chi parliamo, in quali condizioni si trova, è altrettanto vero che non bisogna mai perdere di vista che cosa gli diciamo e perché, cioè per quale fine.

È il tempo della ricostruzione; un tempo che richiede l’esercizio di una virtù particolare, quella della pazienza storica. Quella di chi è capace di intravedere e di far intravedere -innanzitutto con il proprio esempio- il vivido chiarore dell’alba nella melanconia dell’imbrunire.

È un atto di giustizia, che dobbiamo ai nostri padri, ma soprattutto ai nostri figli.

Persuasi che, come ebbe a ricordare Rosario Livatino concludendo la sua conferenza su “Fede e diritto”, “il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico”.

 Centro Sudi Livatino

mercoledì 4 ottobre 2023

LAUDATE DEUM

 
Il grido del Papa 

per una risposta 

alla crisi climatica

Pubblicata l’esortazione apostolica di Francesco che specifica e completa l’enciclica del 2015: non reagiamo abbastanza, siamo vicini al punto di rottura. Critiche ai negazionisti: indubitabile l’origine umana del riscaldamento globale. L’impegno per la cura della casa comune scaturisce dalla fede cristiana

 «“Lodate Dio” è il nome di questa lettera. Perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso». Con queste parole si conclude la nuova esortazione apostolica di Papa Francesco, pubblicata il 4 ottobre, festa del Santo di Assisi. Un testo in continuità con la più ampia enciclica Laudato si’ del 2015. In 6 capitoli e 73 paragrafi il Successore di Pietro intende specificare e completare quanto già affermato nel precedente testo sull’ecologia integrale, e al tempo stesso lanciare un allarme e una chiamata alla corresponsabilità di fronte all’emergenza del cambiamento climatico, prima che sia troppo tardi. L’esortazione guarda in particolare alla COP28 che si terrà a Dubai tra fine novembre e inizi di dicembre. Il Pontefice scrive: «Con il passare del tempo, mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura» e «non c’è dubbio che l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita di molte persone e famiglie» (2). È una «delle principali sfide che la società e la comunità globale devono affrontare» e «gli effetti del cambiamento climatico sono subiti dalle persone più vulnerabili, sia in patria che nel mondo» (3).

 I segni del cambio climatico sempre più evidenti

Il primo capitolo è dedicato alla crisi climatica globale. «Per quanto si cerchi di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono lì, sempre più evidenti» spiega il Papa. Che osserva come «negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni estremi, frequenti periodi di caldo anomalo, siccità e altri lamenti della terra», una «malattia silenziosa che colpisce tutti noi». Inoltre Francesco afferma: «è verificabile che alcuni cambiamenti climatici indotti dall’uomo aumentano significativamente la probabilità di eventi estremi più frequenti e più intensi». Il Pontefice, dopo aver ricordato che se si superano i 2 gradi di aumento della temperatura «le calotte glaciali della Groenlandia e di gran parte dell’Antartide si scioglieranno completamente, con conseguenze enormi e molto gravi per tutti» (5), a proposito di chi minimizza il cambiamento climatico, risponde: «quello a cui stiamo assistendo ora è un’insolita accelerazione del riscaldamento, con una velocità tale che basta una sola generazione – non secoli o millenni – per accorgersene». «Probabilmente tra pochi anni molte popolazioni dovranno spostare le loro case a causa di questi eventi» (6). Anche i freddi estremi sono «espressioni alternative della stessa causa» (7).

 La colpa non è dei poveri

«Nel tentativo di semplificare la realtà - scrive Francesco - non mancano coloro che incolpano i poveri di avere troppi figli e cercano di risolvere il problema mutilando le donne dei Paesi meno sviluppati. Come al solito, sembrerebbe che la colpa sia dei poveri. Ma la realtà è che una bassa percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera e che le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono di molto superiori a quelle dei più poveri. Come dimenticare che l’Africa, che ospita più della metà delle persone più povere del mondo, è responsabile solo di una minima parte delle emissioni storiche?» (9).

 Il Papa mette a tema anche la posizione di chi dice che gli sforzi per mitigare il cambiamento climatico riducendo l’uso di combustibili fossili «porteranno a una riduzione dei posti di lavoro». Ciò che sta accadendo, in realtà «è che milioni di persone perdono il lavoro a causa delle varie conseguenze del cambiamento climatico: l’innalzamento del livello del mare, la siccità e molti altri fenomeni che colpiscono il pianeta hanno lasciato parecchia gente alla deriva». Mentre «la transizione verso forme di energia rinnovabile, ben gestita» è in grado «di generare innumerevoli posti di lavoro in diversi settori. Per questo è necessario che i politici e gli imprenditori se ne occupino subito» (10).

 Indubitabile origine umana

«L’origine umana – “antropica” – del cambiamento climatico non può più essere messa in dubbio» afferma Francesco. «La concentrazione dei gas serra nell’atmosfera... è rimasta stabile fino al XIX secolo... Negli ultimi cinquant’anni l’aumento ha subito una forte accelerazione» (11). Allo stesso tempo la temperatura «è aumentata a una velocità inedita, senza precedenti negli ultimi duemila anni. In questo periodo la tendenza è stata di un riscaldamento di 0,15 gradi centigradi per decennio, il doppio rispetto agli ultimi 150 anni... A questo ritmo, solo tra dieci anni raggiungeremo il limite massimo globale auspicabile di 1,5 gradi centigradi» (12). Con conseguente acidificazione dei mari e scioglimento dei ghiacci. La coincidenza fra questi eventi e la crescita di emissioni di gas serra «non può essere nascosta. La stragrande maggioranza degli studiosi del clima sostiene questa correlazione e solo una minima percentuale di essi tenta di negare tale evidenza». Purtroppo, osserva amaramente il Pontefice, «la crisi climatica non è propriamente una questione che interessi alle grandi potenze economiche, che si preoccupano di ottenere il massimo profitto al minor costo e nel minor tempo possibili» (13).

 Siamo appena in tempo per evitare danni più drammatici

«Sono costretto - continua Francesco - a fare queste precisazioni, che possono sembrare ovvie, a causa di certe opinioni sprezzanti e irragionevoli che trovo anche all’interno della Chiesa cattolica. Ma non possiamo più dubitare che la ragione dell’insolita velocità di così pericolosi cambiamenti sia un fatto innegabile: gli enormi sviluppi connessi allo sfrenato intervento umano sulla natura» (14). Purtroppo alcune manifestazioni di questa crisi climatica sono già irreversibili per almeno centinaia di anni, mentre «lo scioglimento dei poli non può essere invertito per centinaia o migliaia di anni» (16). Siamo dunque appena in tempo per evitare danni ancora più drammatici. Il Papa scrive che «alcune diagnosi apocalittiche sembrano spesso irragionevoli o non sufficientemente fondate», ma «non possiamo dire con certezza» ciò che accadrà (17).  È quindi «urgente una visione più ampia... Non ci viene chiesto nulla di più che una certa responsabilità per l’eredità che lasceremo dietro di noi dopo il nostro passaggio in questo mondo» (18). Ricordando l’esperienza della pandemia di Covid-19 Francesco ripete «Tutto è collegato e nessuno si salva da solo» (19).

 Il paradigma tecnocratico: l’idea di un essere umano senza limiti

Nel secondo capitolo Francesco parla del paradigma tecnocratico che «consiste nel pensare come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia» (20) e «si nutre mostruosamente di sé stesso» (21) basandosi sull’idea di un essere umano senza limiti. «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo... È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità» (23). Purtroppo, come insegna anche la bomba atomica, «l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza» (24). Il Papa ribadisce che «il mondo che ci circonda non è un oggetto di sfruttamento, di uso sfrenato, di ambizione illimitata» (25). Ricorda pure che noi siamo inclusi nella natura, e «ciò esclude l’idea che l’essere umano sia un estraneo, un fattore esterno capace solo di danneggiare l’ambiente. Dev’essere considerato come parte della natura» (26); «i gruppi umani hanno spesso “creato” l’ambiente» (27).

 Decadenza etica del potere: marketing e falsa informazione

Abbiamo compiuto «progressi tecnologici impressionanti e sorprendenti, e non ci rendiamo conto che allo stesso tempo siamo diventati altamente pericolosi, capaci di mettere a repentaglio la vita di molti esseri e la nostra stessa sopravvivenza» (28). «La decadenza etica del potere reale è mascherata dal marketing e dalla falsa informazione, meccanismi utili nelle mani di chi ha maggiori risorse per influenzare l’opinione pubblica attraverso di essi». Grazie a questi meccanismi si convincono gli abitanti delle zone dove si vogliono realizzare progetti inquinanti illudendoli che si potranno generare delle opportunità economiche e occupazionali ma «non viene detto loro chiaramente che in seguito a tale progetto» resterà «una terra devastata» (29) e condizioni di vita molto più sfavorevoli. «La logica del massimo profitto al minimo costo, mascherata da razionalità, progresso e promesse illusorie, rende impossibile qualsiasi sincera preoccupazione per la casa comune e qualsiasi attenzione per la promozione degli scartati della società... Estasiati davanti alle promesse di tanti falsi profeti, i poveri stessi a volte cadono nell’inganno di un mondo che non viene costruito per loro» (31). Esiste «un dominio di coloro che sono nati con migliori condizioni di sviluppo» (32). Francesco li invita a chiedersi, «di fronte ai figli che pagheranno per i danni delle loro azioni», quale sia il senso della loro vita (33).

 Politica internazionale debole

Nel capitolo successivo dell’esortazione il Papa affronta il tema della debolezza della politica internazionale, insistendo sulla necessità di favorire «gli accordi multilaterali tra gli Stati» (34). Spiega che «quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale» ma di «organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali». Che «devono essere dotate di una reale autorità per “assicurare” la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili» (35). Francesco deplora che «le crisi globali vengano sprecate quando sarebbero l’occasione per apportare cambiamenti salutari. È quello che è successo nella crisi finanziaria del 2007-2008 e che si è ripetuto nella crisi del Covid-19», che hanno portato «maggiore individualismo, minore integrazione, maggiore libertà per i veri potenti, che trovano sempre il modo di uscire indenni» (36). «Più che salvare il vecchio multilateralismo, sembra che oggi la sfida sia quella di riconfigurarlo e ricrearlo alla luce della nuova situazione globale» (37) riconoscendo che tante aggregazioni e organizzazioni della società civile aiutano a compensare le debolezze della Comunità internazionale. Il Papa cita il processo di Ottawa sulle mine antiuomo che mostra come la società civile crea dinamiche efficienti che l’ONU non raggiunge.

 Inutili le istituzioni che preservano i più forti

Quello proposto da Francesco è «un multilateralismo “dal basso” e non semplicemente deciso dalle élite del potere... È auspicabile che ciò accada per quanto riguarda la crisi climatica. Perciò ribadisco che se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali» (38). Dopo aver riaffermato il primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza, Francesco spiega che «non si tratta di sostituire la politica, perché... le potenze emergenti stanno diventando sempre più rilevanti». «Proprio il fatto che le risposte ai problemi possano venire da qualsiasi Paese, per quanto piccolo, conduce a riconoscere il multilateralismo come una strada inevitabile» (40). È necessario dunque un «quadro diverso per una cooperazione efficace. Non basta pensare agli equilibri di potere, ma anche alla necessità di rispondere alle nuove sfide e di reagire con meccanismi globali». Servono «regole universali ed efficienti» (42). «Tutto ciò presuppone che si attui una nuova procedura per il processo decisionale»; servono «spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale, per esprimere e includere le diverse situazioni. Non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti» (43).

 Le conferenze sul clima

Nel capitolo seguente Francesco descrive le diverse conferenze sul clima tenutesi fino ad oggi. Ricorda quella di Parigi, il cui accordo è entrato in vigore nel novembre 2016, ma «pur essendo vincolante, non tutti i requisiti sono obblighi in senso stretto e alcuni di essi lasciano spazio a un’ampia discrezionalità» (47), non sono previste sanzioni vere e proprie per gli obblighi non rispettati e mancano strumenti efficaci per garantirne l'osservanza. E «si sta ancora lavorando per stabilire procedure concrete di monitoraggio e fornire criteri generali per confrontare gli obiettivi dei diversi Paesi» (48). Il Papa accenna alla delusione per la COP di Madrid e ricorda che quella di Glasgow ha rilanciato gli obiettivi di Parigi, con molte “esortazioni”, ma «le proposte volte a garantire una transizione rapida ed efficace verso forme di energia alternativa e meno inquinante non sono riuscite a fare progressi» (49). La COP27 in Egitto del 2022 «è stata un ulteriore esempio della difficoltà dei negoziati» e anche se ha prodotto «almeno un progresso nel consolidamento del sistema di finanziamento per le “perdite e i danni” nei Paesi più colpiti dai disastri climatici» (51) anche su questo molti punti sono rimasti “imprecisi”. I negoziati internazionali «non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale. Quanti subiranno le conseguenze che noi tentiamo di dissimulare, ricorderanno questa mancanza di coscienza e di responsabilità» (52).

 Cosa ci si aspetta dalla COP di Dubai?

Guardando alla COP28 Francesco scrive che «dire che non bisogna aspettarsi nulla sarebbe autolesionistico, perché significherebbe esporre tutta l’umanità, specialmente i più poveri, ai peggiori impatti del cambiamento climatico» (53). «Non possiamo rinunciare a sognare che la COP28 porti a una decisa accelerazione della transizione energetica, con impegni efficaci che possano essere monitorati in modo permanente. Questa Conferenza può essere un punto di svolta» (54). Il Papa osserva che «la necessaria transizione verso energie pulite... abbandonando i combustibili fossili, non sta procedendo abbastanza velocemente. Di conseguenza, ciò che si sta facendo rischia di essere interpretato solo come un gioco per distrarre» (55). Non si può cercare soltanto un rimedio tecnico ai problemi, «corriamo il rischio di rimanere bloccati nella logica di rattoppare... mentre sotto sotto va avanti un processo di deterioramento che continuiamo ad alimentare» (57).

 Basta ridicolizzare la questione ambientale

Francesco chiede di porre fine «all’irresponsabile presa in giro che presenta la questione come solo ambientale, “verde”, romantica, spesso ridicolizzata per interessi economici. Ammettiamo finalmente che si tratta di un problema umano e sociale in senso ampio e a vari livelli. Per questo si richiede un coinvolgimento di tutti». A proposito delle proteste dei gruppi radicalizzati, il Papa afferma che «essi occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli» (58). Il Pontefice auspica che dalla COP28 emergano «forme vincolanti di transizione energetica» che siano efficienti, «vincolanti e facilmente monitorabili» (59). «Speriamo che quanti interverranno siano strateghi capaci di pensare al bene comune e al futuro dei loro figli, piuttosto che agli interessi di circostanza di qualche Paese o azienda. Possano così mostrare la nobiltà della politica e non la sua vergogna... Ai potenti oso ripetere questa domanda: “Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?”» (60).

 Un impegno che scaturisce dalla fede cristiana

Infine, il Papa ricorda che le motivazioni di questo impegno scaturiscono dalla fede cristiana, incoraggiando «i fratelli e le sorelle di altre religioni a fare lo stesso» (61). «La visione giudaico-cristiana del mondo sostiene il valore peculiare e centrale dell’essere umano in mezzo al meraviglioso concerto di tutti gli esseri». «Noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (67). «Questo non è un prodotto della nostra volontà, ha un’altra origine che si trova alla radice del nostro essere, perché Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda» (68). Ciò che conta, scrive Francesco, è ricordare che «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali, senza una maturazione del modo di vivere e delle convinzioni sociali, e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone» (70). «Gli sforzi delle famiglie per inquinare meno, ridurre gli sprechi, consumare in modo oculato, stanno creando una nuova cultura. Il semplice fatto di cambiare le abitudini personali, familiari e comunitarie» contribuisce «a realizzare grandi processi di trasformazione che operano dal profondo della società» (71). Il Pontefice conclude la sua esortazione ricordando che «le emissioni pro capite negli Stati Uniti sono circa il doppio di quelle di un abitante della Cina e circa sette volte maggiori rispetto alla media dei Paesi più poveri». E afferma che «un cambiamento diffuso dello stile di vita irresponsabile legato al modello occidentale avrebbe un impatto significativo a lungo termine. Così, con le indispensabili decisioni politiche, saremmo sulla strada della cura reciproca» (72).

 Vatican News

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “ LAUDATE DEUM “



martedì 25 luglio 2023

LA TERRA SFREGIATA


 Non siamo più sull'orlo dell’abisso, stiamo precipitando. Gli effetti del cambiamento climatico nel mondo sono terrificanti. Anche in Italia non si scherza, come tocchiamo con mano ogni giorno. Molti scienziati lo avevano previsto. Già cinquant'anni fa. Ma sono rimasti inascoltati. 

I grandi della Terra fingono di prestare attenzione alle parole di una ragazzina coraggiosa, ma continuano con le politiche di sempre. Il mito impossibile di una crescita infinita in un mondo finito acceca economisti e governanti senza idee e senza scrupoli. 

E ci sono sedicenti ambientalisti che continuano a predicare grandi opere e consumi senza fine. 

Che fare, dunque? Occorrono cambiamenti radicali e immediati. Che non ci saranno senza uno scontro politico in grado di smascherare ipocrisie e complicità.


Mercalli, Pepino - La terra sfregiata - ed, Gruppo Abele

mercoledì 15 febbraio 2023

SALVAGUARDIA DELLA TERRA. UN VADEMECUM

 Dicastero Sviluppo Umano: un vademecum per la salvaguardia della Terra

Presentato il vademecum  "La nostra casa comune: una guida per prendersi cura del nostro pianeta vivente" dell'Istituto per l'Ambiente di Stoccolma e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, pratico opuscolo illustrato e ricco di schemi che, partendo dai contenuti della Laudato si’ di Papa Francesco, offre informazioni scientifiche sul cambiamento climatico e le sue conseguenze e suggerisce comportamenti per un uso responsabile delle risorse

 

- di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 

Un piccolo vademecum che invita ad impegnarsi per affrontare l’attuale crisi climatica e che offre informazioni, idee e strumenti essenziali per farlo. Questo è "La nostra casa comune: una guida per prendersi cura del nostro pianeta vivente", frutto della collaborazione tra l'Istituto per l'Ambiente di Stoccolma (Stockholm Environment Institute, Sei) e il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, presentato on line questo pomeriggio. Si tratta di un opuscolo illustrato che mette in connessione la scienza riguardante il cambiamento climatico, la biodiversità e l'uso sostenibile delle risorse con i messaggi dell'enciclica di Papa Francesco Laudato si’ sulla cura della casa comune. La guida, dunque, abbraccia il sapere scientifico sulle questioni ambientali più urgenti e spiega come le persone e le comunità possono agire per costruire un futuro più sostenibile e socialmente giusto. E questo attraverso brevi panoramiche sulla crisi climatica, la biodiversità, la gestione delle risorse idriche, l’inquinamento atmosferico e la produzione alimentare sostenibile cui seguono indicazioni su cosa è necessario cambi e suggerimenti circa possibili azioni da intraprendere. 

“Coraggiosa rivoluzione culturale” per un momento storico critico

Ad aprire la presentazione del booklet è stato il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. “Siamo in un momento storico critico in cui le azioni di oggi determineranno il destino delle generazioni a venire” ha detto il porporato, aggiungendo che ci attende una sfida monumentale e che per rispondervi adeguatamente occorre una “coraggiosa rivoluzione culturale”, come scrive Papa Francesco nella Laudato si'. E audace vuole essere la guida che viene offerta “alle Chiese locali e ai gruppi comunitari” e che, ha proseguito il cardinale Czerny, “rappresenta una collaborazione importante e piena di speranza” tra i due grandi settori della scienza e della fede. “Pur partendo da visioni del mondo complementari, ciò che conta è quanto abbiamo in comune - ha affermato il porporato - la scienza e la fede condividono valori e scopi fondamentali in grado di guarire il mondo”. Il prefetto ha inoltre sottolineato che “i principi di interconnessione e corresponsabilità inquadrano il nostro clima come un bene comune e il pianeta come la nostra casa comune” e dunque “proteggere, curare e rigenerare il creato deve essere una priorità per tutti”. Per questo la guida prodotta dal Sei e dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale invita a unirsi “e ad agire” su più fronti: “dallo spreco alimentare all'inquinamento atmosferico, dall'insicurezza idrica alla perdita di biodiversità”. Il booklet presenta la terra come un'eredità condivisa, e mostra “come spostare le priorità in modo che i doni della creazione vadano a beneficio di tutti” spiega il porporato, suggerisce inoltre, “azioni pratiche che possono essere condivise e messe in rete sulla Piattaforma d'Azione Laudato Si'”.

La presentazione della guida

Måns Nilsson, direttore esecutivo dell'Istituto per l'Ambiente di Stoccolma, organizzazione internazionale di ricerca e politica senza scopo di lucro che affronta le sfide dell'ambiente e dello sviluppo, abbracciando questioni relative al clima, all'acqua, all'aria e all'uso del suolo guardando a governance, economia, genere e salute umana, ha evidenziato che il progetto realizzato con la Santa Sede si adatta bene alla missione dell’istituto. "In tutto ciò che facciamo al Sei, abbiamo una duplice missione: produrre una scienza solida e affidabile e comunicare i risultati in modo che siano chiari, convincenti e attuabili", ha affermato. Nilsson ha precisato inoltre che “le prove concrete sono più cruciali che mai”, ma che “ciò che guida le azioni delle persone sono i loro valori e il senso che hanno del loro posto nel mondo”, e allora “in un momento in cui molte persone si sentono senza speranza, come se non potessero fare la differenza”, guida realizzata da Sei e Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale “mostra che possono farlo, sia individualmente che sostenendo collettivamente un cambiamento sistemico”.

La guida per la cura della “nostra casa comune”

Per illustrare "La nostra casa comune: una guida per prendersi cura del nostro pianeta vivente", sono intervenuti anche Andrés Jato, ambasciatore di Svezia presso la Santa Sede, John Mundell, direttore della Piattaforma d’Iniziative Laudato si’ e Molly Burd, coordinatrice digitale del Sei e capo progetto del booklet e sono giunte diverse testimonianze dai vari continenti. L’opuscolo, in totale 20 pagine, corredate di foto e illustrazioni, è stato realizzato in cinque lingue: inglese, francese, italiano, spagnolo e portoghese. Di agile lettura, è disponibile online sul portale del Sei e su quello del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Ogni sezione si apre con una citazione tratta dalla Laudato si’, l’impaginazione, poi, affianca sintetiche informazioni scientifiche e schemi su ciò che nel mondo deve cambiare per il bene della “casa comune” e sulle modalità di comportamento da adottare. A chiusura dell’opuscolo la “Preghiera per la nostra terra” di Papa Francesco. Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è pronto a distribuire alle parrocchie più di 500mila copie del booklet in tutto il mondo e, insieme al Sei, lavorerà per promuovere il progetto su web evidenziando i cambiamenti che ispira. Uno strumento chiave sarà la Piattaforma di Iniziative Laudato Si', l’hub online gestito dal Dicastero che riunisce i cattolici mobilitatisi per affrontare le sfide ecologiche in linea con l'invito all'azione del Papa.


Vatican News

 

domenica 1 agosto 2021

SALVANDO I BOSCHI SALVIAMO NOI STESSI

 


Cosa insegnano gli incendi che hanno distrutto intere foreste (e non solo) e come possiamo migliorare le strategie di intervento

La prevenzione significa cura e presidio del territorio, ma anche coinvolgimento delle comunità. Il clima che cambia richiede capacità di adattamento e di mitigazione

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-          di MARCO MARCHETTI

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La Sardegna è una terra che brucia da sempre, lo sappiamo. E non solo: in queste ore l’emergenza-roghi riguarda anche la Sicilia, come altre volte in passato. Tuttavia i megafire, i grandi incendi che superano la capacità tecnica di estinzione, erano finora stati rari e limitati: Curraggia-1983 e Coghinas-1994, per fare alcuni esempi, arrivarono a 7.500 ettari. In questi giorni, nello stesso lasso tempo, il fuoco ha percorso 13mila ettari. Le condizioni scatenanti sono mutate: dal punto di vista meteo, con ondate di calore e siccità più intense e prolungate, spinte dalla crisi climatica dovuta ai cambiamenti causati dall’uomo, e da quello della vegetazione, cioè il combustibile. Pochi sanno che la Sardegna è la regione più forestale d’Italia e, come nel resto del Paese, i boschi sono in fase di rapida espansione: i campi e i pascoli, non più coltivati e sempre meno frequentati dal bestiame, sono terreno ideale per l’insediamento di alberi che nell’arco di pochi anni edificano nuove formazioni forestali così continue da offrire alla propagazione del fuoco vie preferenziali. C iò che sta avvenendo nel Montiferru è una sintesi di tali processi ed è crogiuolo della diversità biologica e strutturale dei boschi della Sardegna centro-occidentale, e a stretto contatto con questi paesaggi incontriamo paesi di grandissimo fascino e siti archeologici di inestimabile valore. Proprio l’insieme di componenti meteo e territoriali è la traccia da seguire per chiedersi come prevenire eventi simili. Quando si parla di prevenzione degli incendi boschivi, in genere si pensa a strategie di sorveglianza: pattuglie, punti di avvistamento, magari il supporto dei droni per cogliere sul fatto l’incendiario di turno o individuare il pericolo al primo filo di fumo. Ma concentrarsi solo su questi aspetti è fuorviante e pericoloso. Fuorviante, perché non tutti gli incendi hanno causa dolosa: la mano dell’uomo è quasi sempre coinvolta nell’innesco delle fiamme, ma spesso in modo colposo o indiretto (marmitte roventi, errori nell’uso del fuoco, elettrodotti malfunzionanti...). Pericoloso, perché non è sufficiente avvistare un focolaio per limitarne la minaccia: se l’incendio assume subito un comportamento estremo, gli operatori non possono lavorare in sicurezza e le fiamme dovranno essere lasciate libere di muoversi.

Prevenzione vuol dire tante cose che devono essere integrate fra loro. Innanzitutto cura del territorio e colturale: selvicoltura preventiva, con diminuzione e interruzione del combustibile presente in bo- sco, accessi sicuri per i mezzi di controllo e intervento, punti di sicurezza per le popolazioni, eliminazione delle situazioni di degrado, di cui tutti devono farsi carico. Prevenzione è conoscenza dello stato e delle dinamiche meteo, geografiche e di uso del suolo, dislocazione efficiente dell’avvistamento e del supporto agli interventi. Prevenzione vuol dire poter disporre di carte di vulnerabilità e dei combustibili sempre aggiornate e migliorare la modellistica previsionale a terra come in atmosfera. Prevenzione significa costruire serie storiche con dati certi e robusti, e intanto mantenere il presidio sul territorio, eliminando l’asfissiante burocrazia, che scoraggia chi vive nel (e del) mondo rurale.

N el nostro Paese non si parla mai di boschi (che coprono ormai il 40% del territorio) e non si parla di incendi, se non quando i boschi sono diventati cenere. Dobbiamo invece raccontare di boschi e disturbi in modo efficace (si pensi al caso della tempesta Vaia del 2018, nel Nord-Est) e, dunque, di incendi anche quando questi non sono accesi. Prevenzione infatti vuol dire educazione per ogni fascia d’età, formazione, coinvolgimento responsabile delle comunità, per evitare che la 'distrazione' diventi 'disa- strosa', per sbarrare il passo all’incuria che sempre più domina i nostri paesaggi e alla criminalità più o meno organizzata, al teppismo, alla vendetta e alla devianza sociale che si maschera da psicopatologia incendiaria. Servono investimenti veri, ricerca, semplificazione di procedure e competenze, a vantaggio delle generazioni che verranno. C ontinuando a non dare importanza alla quasi metà del nostro territorio perdiamo occasioni di sviluppo e rischiamo di mandare letteralmente in fumo le prospettive di contenimento delle emissioni e le iniziative di riconversione energetica. Per essere efficace, la prevenzione deve agire infine sulle cause remote, impedendo a qualsiasi scintilla di generare un fuoco pericolosamente intenso, o alle fiamme di propagarsi su ampie superfici specie nelle zone di interfaccia urbano-rurale. Su scala planetaria, ogni evento estremo porta con sé la 'firma' del riscaldamento. Serve mitigare, intensificando la lotta senza quartiere alle nostre emissioni, arrivare al più presto alla neutralità carbonica e riassorbire, anche grazie alle formazioni forestali, parte della CO2 in eccesso che è la causa del clima impazzito. Ma non basta. Dobbiamo anche mettere in atto strategie di adattamento, perché gli effetti dei cambiamenti climatici continueranno a intensificarsi, indipendentemente dalle nostre azioni.

Gli stessi incendi contribuiscono in modo brutale alla crisi: alterano il microclima e rendono invivibili i luoghi, innescando pericolosi processi di regressione ecologica e quindi economica e sociale, considerato che tutto è legato e interconnesso. Fra breve nel Montiferru la temperatura delle aree percorse dal fuoco sarà ancora superiore di diversi gradi rispetto alle zone circostanti. Gli alberi senza chioma non possono mitigare radiazione solare e temperature. Interi tratti di vegetazione non possono più estrarre acqua dal suolo né evapotraspirare (i boschi il 'mega condizionatore climatico' naturale delle terre emerse). Il bosco che c’era la settimana scorsa non tornerà, ma la capacità funzionale potrà essere recuperata con nuovi boschi: occorrerà però tempo e assenza di nuovi disturbi. Ogni intervento di gestione responsabile e sostenibile richiede personale formato (di cui troppi territori scarseggiano) e una nuova pianificazione territoriale. Significa conoscere bene il bosco e le sue relazioni con il contesto ecologico e sociale in cui è inserito, individuare i benefici offerti da ciascuna sua parte alla società (legname, protezione dal dissesto, assorbimento di carbonio, habitat...), prevedere la sua dinamica e le sue vulnerabilità, programmando azioni a lungo termine. Un buon inizio sarà l’approvazione della Strategia Forestale Nazionale, nel quadro di quella europea resa pubblica il 16 luglio 2021, investendo finalmente risorse pubbliche nel monitoraggio e nella gestione, per mantenere una buona relazione con le foreste, aiutarle ad aiutarci nel momento in cui ne abbiamo più bisogno, e avere uno sguardo di responsabilità globale che, non abbandonando i nostri boschi a sé stessi, ci consenta anche di risparmiare e proteggere quelli nei luoghi più cruciali, fragili e svantaggiati del pianeta.

*Università degli Studi del Molise Sisef (Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale)

 

Le condizioni che scatenano gli incendi sono mutate: dal punto di vista meteo, con ondate di calore e siccità più intense, spinte dalla crisi climatica dovuta ai cambiamenti causati dall’uomo, e da quello della vegetazione.

 Un buon inizio sarà l’approvazione della Strategia Forestale Nazionale, nel quadro di quella europea appena pubblicata

 

giovedì 29 luglio 2021

CREATO: NON PREDATORI MA CUSTODI


Di fronte alle devastanti immagini causate da roghi e piogge abbondanti dalla Sardegna al Comasco, il presidente dei vescovi italiani e con lui, la Caritas, esprime vicinanza e solidarietà a chi ha perso case e attività commerciali, ma soprattutto lancia un appello a vincere la tentazione dell'egoismo e a coltivare il rispetto per i doni della creazione

 

-         di Gabriella Ceraso e Lisa Zengarini

 

Acqua in abbondanza e fiamme diffuse sferzano l'Italia da nord a sud "provocando danni incalcolabili", in Sardegna e nel Comasco, a danno di cittadini, imprese e ambiente. Davanti a questo dramma si leva la parola dei vescovi della penisola. "Vicinanza e solidarietà alle popolazioni della Sardegna, messe a dura prova" e a "quelle del Nord Italia, colpite dalla furia del maltempo” la esprime a nome dell’Episcopato, il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei:

Promuoviamo una società attenta al Creato

"Nell’esprimere gratitudine a quanti – Forze dell’ordine, Protezione Civile e volontari - si stanno adoperando per bonificare le aree colpite e portare soccorso e solidarietà concreta - scrive il cardinale - assicuro la mia preghiera e quella di tutta la Chiesa che è in Italia, stringendoci attorno a quanti hanno perso casa e lavoro. Rivolgo infine un appello affinché, come chiede Papa Francesco, tutti si prendano cura della madre Terra, vincendo la tentazione dell’egoismo che ci rende predatori, coltivando il rispetto per i doni della creazione, adottando un nuovo stile di vita e promuovendo una società attenta al Creato."

In Sardegna si calcola, sottolinea il presidente dei vescovi, che siano "oltre 20mila gli ettari di boschi e terreni agricoli andati in fumo, numerose le aziende e le abitazioni bruciate". A questo si aggiunge il danno per gli animali, risorsa primaria per "l'economia dell'intera regione". La più colpita è la diocesi di Alghero-Bosa, insieme ad alcune zone dell’Oristanese, dell’Ogliastra e del Sassarese. Altrettanti danni con allagamenti si registrano nella zona del Comasco in particolare, legati a forti temporali e grandinate.

Caritas: il grido della terra e dei poveri ci interpelli

Alla voce dei vescovi  si unisce quella della Caritas italiana che - riferisce un comunicato - si è attivata insieme ai presuli sardi per portare aiuto alla popolazione. “La gestione dei boschi e i cambiamenti climatici – sottolinea don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana – sicuramente hanno favorito il propagarsi delle fiamme, la cui origine però si presume sia ancora una volta dolosa. Da sardo – aggiunge – mi sento doppiamente ferito, tuttavia il ripetersi di questi disastri, come anche le emergenze che si stanno verificando in questo periodo in altre zone del Paese, devono interpellarci tutti: è il grido della terra e dei poveri di cui parla Papa Francesco che deve spingerci verso profonde trasformazioni, alla ricerca di un diverso modo di vivere. Verso quella transizione ecologica indicata dai vescovi italiani nel Messaggio per la 16ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si celebra il 1° settembre. 

Dobbiamo ripensare – afferma -  la qualità della vita umana, ritrovare una prospettiva pastorale: il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, per orientare a nuovi stili di vita e di cittadinanza responsabile, così come a scelte lungimiranti da parte delle comunità”.

 

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