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mercoledì 22 luglio 2026

LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

Alzogliocchiversoilcielo

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domenica 21 giugno 2026

IL FANTASMA DELL'ONNIPOTENZA

 Musk, i Mondiali, l’idolo tecnocratico:

 il fantasma dell'onnipotenza



Tre fatti di cronaca apparentemente lontani — il traguardo raggiunto dall'uomo più ricco del mondo, un evento sportivo dalle dimensioni inedite e il caso della nuova Intelligenza artificiale di Anthropic — rivelano la stessa tentazione di oltrepassare ogni confine. 

Una deriva a cui Leone XIV oppone la «civiltà dell’amore»

 di Mauro Magatti

Qualche giorno fa, Elon Musk è diventato il primo uomo della storia a superare un patrimonio di mille miliardi di dollari, una cifra enorme difficile persino da comprendere. Sta di fatto che nelle mani di un solo uomo si concentra una ricchezza pari al Pil di 150 Paesi. Nemmeno Paperon de’ Paperoni, quando si tuffava nella sua piscina colma di dollari, poteva immaginare tanto. Resta una domanda: che cosa se ne farà il magnate americano di questa montagna di soldi? Un patrimonio simile non serve a vivere meglio, ma a immaginare di poter indirizzare il futuro. È potenza allo stato puro.

In questi stessi giorni hanno preso il via i Mondiali del calcio. Una maxi-competizione con quarantotto squadre, centoquattro partite, per trentanove giorni, che si gioca in sedici città disperse su un intero continente (Stati Uniti, Messico, Canada) trasformato in un grande stadio virtuale. Una dimensione smodata, fuori misura, che non risponde a nessuna logica sportiva, ma solo a quella del business globale: più squadre, più mercati, più diritti televisivi. The show must go on : si deve crescere finché cresce il fatturato. Come nella vicenda di Musk, il principio è quello di una espansione senza limiti.

Mythos, il più recente modello di intelligenza artificiale di Anthropic, ha fatto molto discutere: prima bloccato, poi rilasciato in forma ridotta col nome di Fable, infine ritirato per ordine del Governo americano. La ragione di tanto scalpore sta in una potenza di calcolo talmente grande da spaventare chi l’ha costruita e pure l’Amministrazione Trump, non certo ben disposta a interventi regolativi. Nel dibattito internazionale, si moltiplicano le voci autorevoli che mettono in guardia dai rischi di una IA talmente potente da sfuggire di mano. Tre fatti di cronaca molto diversi, ma accomunati da quella grammatica che Leone XIV ha chiamato “civiltà della potenza”.

Si dirà, niente di nuovo sotto il sole, dato che le derive del potere ci sono sempre state. La novità è che l’ homo deus – per usare l’espressione di Yuval Noha Harari – pretende di congedarsi da ogni idea di trascendenza, dalla natura come misura, dall’idea stessa di limite. Ecco perché il denaro di Musk, lo spettacolo dei Mondiali di calcio, la potenza di calcolo dell’IA non sono altro che tre manifestazioni di quella tendenza al gigantismo che caratterizza il nostro tempo. Di fatto, non ci sono principi o criteri riconosciuti per limitare ciò che è economicamente conveniente o tecnicamente possibile.

Eppure la storia lo insegna: quando l’uomo si fa prendere dal fascino dell’onnipotenza, si rischia di fare disastri. «Andremo su Marte, costruiremo un’intelligenza superiore a quella umana, diventeremo immortali», sono queste le “magnifiche sorti e progressive” annunciate dai profeti di una umanità finalmente padrona del proprio destino. E pazienza se poi è necessario farsi la guerra per assicurarsi le risorse indispensabili per vincere la competizione globale o sacrificare quelli che restano indietro e sono di inciampo all’obiettivo da raggiungere. Ѐ il prezzo da pagare all’idolo tecnocratico.

Così, sotto mentite spoglie, si riproduce ancora una volta il meccanismo più antico e tremendo della storia: il sacrificio che immola una parte dell’umanità sull’altare di un ipotetico futuro luminoso. Stiamo camminando su una strada pericolosa. L’Enciclica Magnifica humanitas lo denuncia con chiarezza. La civiltà della potenza, proprio mentre promette pienezza, produce esclusione, guerra, devastazione. L’alternativa esiste e ha un nome preciso: civiltà dell’amore. Non si tratta – come qualcuno vorrebbe insinuare – di una formula sdolcinata o di una proiezione idealizzata. L’espressione del Papa (peraltro coniata da Paolo VI) è infatti intrisa di quel realismo sano che è capace di scorgere tra le righe storte della storia un avvenire ancora da costruire.

La civiltà dell’amore non elimina il male, che resterà sempre. Ma lavora alacremente per costruire una cultura (cioè un modo di pensare) e forme istituzionali (politiche, economiche, sociali) in grado di far i conti con la struttura relazionale e spirituale della vita. Perché questa è la verità che la civiltà della potenza rimuove: nessuno si fa da sé, l’umano non è autosufficiente. Veniamo al mondo grazie ad altri, viviamo con altri, e siamo animati dalla continua ricerca di senso che non smette mai di interrogarci. La nostra umanità è già adesso magnifica perché fragile e, proprio per questo, capace di amare.

Il desiderio, che ci spinge sempre oltre, non è volontà di potenza, ma tensione all’incontro con l’altro. Movimento incerto, difficile, esposto al fallimento, ma anche capace di accrescere la vita senza distruggere il mondo e gli altri.

La questione di fondo del tempo che viviamo non è dunque quale macchina costruiremo, né quanto saremo ricchi o quale sarà il prossimo spettacolo a cui assisteremo. Ma se e come sapremo passare dal fantasma dell’onnipotenza all’avventura generativa dell’amore.

www.avvenire.it

lunedì 24 novembre 2025

L'INTELLIGENZA DEL CUORE

Ci salverà

 l'intelligenza del cuore

Se ci lasceremo sedurre dall’illusione di poter delegare tutto alla macchina, all'IA, rischieremo di perdere il senso del vivere insieme. 


La vera intelligenza è quella che sa amare.

di Mauro Magatti

La grande fascinazione che l’intelligenza artificiale (IA) ha sull’opinione pubblica suscita, come succede sempre con le grandi innovazioni, emozioni contrastanti. Da un lato, i tecnoentusiasti, che vedono nella nuova frontiera digitale la promessa di una umanità potenziata, più efficiente, più intelligente, più libera dagli errori e dai limiti della mente umana. Dall’altro lato, i tecnofobici che enfatizzano i rischi e alimentano le paure: la perdita del lavoro, la manipolazione delle menti, la sorveglianza totale, la riduzione dell’umano a una funzione biologica e algoritmica. Entrambi gli schieramenti hanno in parte ragione e in parte torto. Il problema è che, come ogni salto tecnologico, anche quello digitale non cambia solo il modo di fare le cose: cambia il modo di pensare, di sentire, di relazionarci. L’IA non è un semplice strumento, ma un nuovo ambiente cognitivo che riorganizza le condizioni stesse dell’esperienza umana. Invece di schierarsi di qua o di là, ciò che è necessario fare è cercare di comprendere cosa sta accadendo — senza cedere né all’euforia né alla paura — per riuscire a limitare gli aspetti negativi e valorizzare quelli positivi. Per farlo, occorre uno sguardo critico ma non distruttivo, capace di inserire l’innovazione in una visione più ampia dell’umano. La direzione che prenderà la nostra civiltà dipende da come penseremo la tecnica e da come la orienteremo verso fini umani.

Per come e stata realizzata, l’intelligenza artificiale rappresenta l’incarnazione del riduzionismo moderno. Che, nella sua struttura più profonda, porta a compimento quella separazione tra fede e ragione, tra significato e calcolo, che Joseph Ratzinger aveva individuato come una delle grandi questioni delle società avanzate. L’intelligenza artificiale è il trionfo della ragione che sa calcolare ma non sa interrogare i fini; che ottimizza i mezzi ma non sa decidere che cosa sia bene o giusto. Le macchine che oggi ci affascinano tanto non sono “cattive” — come a volte si tende a dire — ma hanno il problema di essere costruite esattamente in base ad un paradigma ben preciso: elaborare le informazioni, massimizzare l’efficienza, ridurre la complessità a dati manipolabili. Ecco allora la grande responsabilità che abbiamo, come comunità dei viventi, di fronte a questa svolta: se l’IA rappresenta la massima espressione della ragione strumentale, il nostro compito non è competere con essa, ma custodire e sviluppare tutto ciò che non è riducibile a questa logica. 

C’è una parte del pensiero umano che nessuna macchina potrà mai sostituire: quella che nasce dall’esperienza vissuta, dalla relazione, dal dolore, dal desiderio, dalla ricerca di senso. È il pensiero che si radica nel corpo, che si apre all’altro, che si interroga sul perché e non solo sul come. Custodire questi aspetti significa riconoscere e coltivare la dimensione spirituale. Come capacità di aprirsi a ciò che eccede il calcolo e la rappresentazione. È infatti lo spirito — componente essenziale del pensiero umano — ciò che ci mette in relazione con l’alterità, sia nella verticalità del rapporto con ciò che trascende — Dio, il mistero, l’assoluto, la verità — sia nell’orizzontalità della relazione con gli altri esseri umani. Che poi si esprime nella capacità di affezione e di compassione. È nell’esperienza spirituale che nasce la possibilità di un pensiero generativo, di un’etica che non si limita a reagire, ma è capace di creare, che non si riduce al codice, ma apre spazio alla libertà.

Spingendoci a interrogarsi su che cosa significhi essere umani, l’intelligenza artificiale può dunque diventare l’occasione per imprimere una svolta inattesa alla vicenda moderna. Essa, infatti, ci costringe a ripensare il rapporto tra mente e spirito, tra sapere e saggezza, tra efficienza e senso. In un’epoca dominata da algoritmi che apprendono senza comprendere, sentiamo il bisogno di un’intelligenza del cuore, capace di riconoscere che la vita è più grande di ogni sistema logico. Custodire il pensiero non riducibile al calcolo significa custodire la libertà, la poesia, la speranza, la parola che apre mondi. Un compito che va coltivato sul piano personale e sviluppato su quello sociale: insieme dobbiamo capire i luoghi, le forme e le condizioni per curare l’attenzione, l’immaginazione, il desiderio. L’IA, dunque, non è un destino da subire, ma uno specchio che ci può aiutare a capire meglio chi siamo. E cosa possiamo diventare. Se la useremo come alleata per ampliare la nostra umanità, potrà aiutarci a costruire una civiltà più consapevole, più solidale, più giusta. Ma se ci lasceremo sedurre dall’illusione di poter delegare tutto alla macchina, rischieremo di perdere il senso stesso del vivere insieme. 

In fondo, la vera intelligenza — quella umana — non è quella che sa calcolare di più, ma quella che sa amare meglio. Qualcosa che nessuna macchina sarà mai capace di fare.

www.avvenire.it  

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lunedì 20 ottobre 2025

TEMPO DI BARBARIE



OLTRE LA LOGICA DELLE BARBARIE

 


Dall’Ucraina al Medio Oriente e alla Libia: il volto moderno dell’orrore e il dovere delle democrazie

-di Mauro Magatti


Per molto tempo si è creduto che, con il progresso delle istituzioni democratiche, la diffusione della cultura dei diritti umani e l’integrazione economica tra i popoli, la barbarie fosse ormai relegata al passato.

E invece, la realtà del nostro tempo ci costringe a una dolorosa presa d’atto: l’orrore non è una categoria della storia, ma una presenza viva e drammatica del nostro presente. Essa assume nuove forme, ma conserva la stessa essenza: la negazione della dignità umana, l’uso della violenza come strumento politico, la riduzione della persona a mezzo sacrificabile per interessi di potere.

Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti.

A seguire gli eventi terribili del massacro di Bucha, il governo ucraino ha documentato 150.000 crimini di guerra commessi dall’esercito russo. L’elenco, raccolto in un sito ufficiale (https://war.ukraine.ua/it/russia-war-crimes/attacchi-a-civili-e-infrastrutture-civili/) continua con omicidi di bambini, stupri, attacchi a civili, sequestri, deportazioni.
La reazione smisurata di Israele all’efferato attacco di Hamas del 7 ottobre ha portato alla distruzione sistematica di Gaza, in una spirale di violenza che una commissione indipendente dell’Onu ha definito come «genocidio». In Israele il clima politico è così degenerato che il ministro israeliano Bezalel Smotrich è arrivato a dichiarare che «serve l’annientamento totale. E mi offro come boia».

In Libia sono da anni note le condizioni disumane dei campi di detenzione dei profughi e, di recente, la nave Ong Mediterranea ha annunciato di avere prove video di «trafficanti libici appartenenti agli apparati militari del governo di Tripoli che hanno gettato con la violenza in alto mare dei giovani profughi».Nel mondo in fiamme dei nostri giorni, le atrocità non sono più commesse soltanto da bande criminali ma da eserciti e miliziani di paesi sovrani e giustificate con argomenti quali la sicurezza nazionale, la difesa della propria identità, l’avanzamento di una causa politica, la necessità di mandare un «messaggio forte» al nemico.

La storia insegna che quando il sacrificio umano viene presentato come prezzo inevitabile — o addirittura giusto — per un obiettivo più grande, la coscienza collettiva viene anestetizzata. Il male non appare più come tale, ma come un dovere, una necessità storica.
Quando ciò accade, la violenza diventa performativa diventando un linguaggio di potere che non teme più di infrangere le regole della convivenza civile. È questo il tratto che segna il passaggio dalla brutalità sporadica alla barbarie sistematica: la legittimazione del disumano.

Quando il male viene ripetuto, esibito, giustificato, esso smette di scandalizzare e inizia a essere percepito come parte del «gioco politico». Ciò che si mette in moto è una dinamica epidemiologica: il contagio avviene attraverso l’assuefazione e la giustificazione. E, a poco a poco, il linguaggio di violenza e sopraffazione pervade il dibattito pubblico, i commenti degli opinionisti, i social network, fino alle campagne elettorali.

Se le democrazie vogliono sopravvivere, non possono restare indifferenti di fronte a questa deriva. La loro stessa esistenza dipende dal contrasto alla logica della barbarie. A partire da due principi a cui le democrazie non possono rinunciare, pena la loro liquidazione.

Il primo è il divieto dell’uso arbitrario della violenza. Una democrazia non può accettare che la forza diventi la regola, né all’interno né all’esterno dei suoi confini. Questo significa lottare per riaffermare il primato del diritto internazionale, delle convenzioni sui diritti umani, della protezione dei civili nei conflitti armati. Ma significa anche vigilare perché, al proprio interno, le istituzioni democratiche non cedano alla tentazione di legittimare pratiche disumane in nome della sicurezza o dell’ordine pubblico.

Il secondo principio è la dignità inalienabile della vita umana, vero pilastro delle società libere.
Ogni volta che una vita viene sacrificata in nome di un disegno di potenza politica, la democrazia si indebolisce. La sua forza non sta nell’efficienza militare o economica, ma nella capacità di rispettare le ragioni di tutti, mettendo cosi la persona al centro. Questo richiede un impegno culturale profondo: educare alla pace, promuovere il rispetto reciproco, sviluppare forme di solidarietà concreta.

La posta in gioco è altissima. Se la barbarie diventa normalità, le democrazie rischiano di implodere dall’interno. Una società che si abitua alla violenza e all’ingiustizia diventa incapace di sostenere i propri valori fondanti. Si apre così la strada al cinismo, al populismo violento, a forme di autoritarismo che si presentano come soluzioni necessarie per gestire l’insicurezza diffusa.

La lotta contro la barbarie rimane una questione vitale per la stessa sopravvivenza della cultura democratica.

Corriere della Sera

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venerdì 12 settembre 2025

IN CERCA DI FELICITA'

 


"La felicità è una costruzione collettiva"

L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento, ovunque tranne gli Stati Uniti e gran parte dell'Europa.

 

-         di Mauro Magatti 

-          L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento.

Un risultato dovuto in larga parte al miglioramento del tenore di vita nelle economie emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

Al contrario, continua la tendenza negativa dei Paesi occidentali (Australia compresa): negli ultimi vent’anni, il numero di persone soddisfatte negli USA è sceso dal 70% al 49%.

In Europa, invece, si è passati dal 55% al 42%.

Unica eccezione il Nord Europa, dove si registra un netto miglioramento, dal 50% al 65%.

Al di là dei limiti dello strumento utilizzato (viene misurata la percezione soggettiva), la ricerca segnala dunque un significativo deterioramento del benessere percepito nei Paesi avanzati.

La spiegazione non può essere ridotta alla sola dimensione economica.

Negli USA, il PIL è aumentato costantemente nel corso degli anni. Cosi in Germania e Inghilterra.

Ma questo non è bastato.

Il fatto è che, superata una certa soglia, la felicità non aumenta in modo proporzionale al PIL. Anzi, può addirittura diminuire.

Ciò è dovuto a due ragioni principali.

La prima è che, nelle società avanzate, la crescita non distribuisce i propri benefici a tutti i gruppi sociali.

Al contrario, le disuguaglianze aumentano, così come la precarietà e il lavoro fragile.

Perciò, non è affatto detto che una maggiore crescita economica significhi un maggiore benessere per tutti.

La seconda, puntualmente rilevata dai ricercatori, è che nelle società ad alto reddito la vita diventa difficile e solitaria.

E quando non si dispone di un adeguato capitale economico, culturale e relazionale, a crescere sono la solitudine, la depressione e lo stress legato alle performance richieste.

È questo il male sottile che sta colpendo le società occidentali: l’insoddisfazione diffusa alimenta la sfiducia nelle istituzioni e nelle élite, favorisce le pulsioni populiste e rende più difficile il dialogo sociale.

Altri dati raccolti da Gallup permettono di concludere che lo sviluppo di una società avanzata è un processo sofisticato che, oltre all’aspetto economico, coinvolge almeno altri tre pilastri.

In primo luogo, la qualità dei contesti relazionali, a partire da quelli familiari.

Non è sufficiente vivere in case confortevoli o avere redditi elevati: il benessere umano dipende in larga misura dalla capacità di stabilire e mantenere legami affettivi solidi.

Le famiglie e le reti di prossimità, come gli amici, i vicini e le associazioni, sono un potente antidoto alla solitudine e alla frammentazione sociale.

Le politiche che sostengono la genitorialità, la conciliazione tra lavoro e vita privata e la creazione di spazi di incontro e socialità hanno un impatto significativo sulla felicità collettiva.

In secondo luogo, la qualità dei beni collettivi.

L’eccezione del Nord Europa insegna molto da questo punto di vista: la legalita, l’ambiente, l’istruzione pubblica, i trasporti efficienti e accessibili, gli spazi verdi urbani e la sicurezza dei quartieri sono tutti fattori che contribuiscono a creare un contesto di vita più sereno e vivibile.

A differenza dei beni di consumo individuali, i beni collettivi generano benefici diffusi e duraturi, rafforzando il senso di appartenenza e la fiducia reciproca.

Trascurarli significa compromettere il tessuto sociale e, di conseguenza, la qualità della vita. Infine, ciò che fa la differenza è la possibilità di impegnarsi (in modo professionale o volontario), in luoghi e organizzazioni che perseguono uno scopo positivo e sono attenti alle nuove sensibilità sociali.

Lo sfruttamento fine a sé stesso e le logiche esclusivamente strumentali non motivano nessuno e riducono la felicita.

La lezione della ricerca Gallup è quindi duplice.

Il miglioramento materiale resta fondamentale per chi parte da condizioni di svantaggio: ridurre la povertà e garantire i diritti fondamentali è una priorità globale.

Ma nelle società che hanno già superato questa soglia, il compito è più complesso: bisogna ricostruire le condizioni sociali, culturali e istituzionali che rendono possibile una vita buona.

Le economie prospere hanno bisogno di un tessuto sociale che favorisca la risonanza e il riconoscimento reciproco e di assetti politico-istituzionali capaci di prendersi cura dei beni pubblici.

La felicità, come sottolinea il Rapporto, è una costruzione collettiva tanto quanto un’esperienza individuale. Riguarda l’io e il noi.

La felicità dipende sì dalle opportunità economiche, ma anche, e soprattutto, dalla qualità delle relazioni, dalla cura dei beni comuni e dalla possibilità di dare un senso condiviso alla propria esistenza.

Solo integrando queste dimensioni, lo sviluppo può dirsi davvero sostenibile.

Per l’economia e per le persone.

E quindi per la democrazia.

 

Corriere della Sera

domenica 31 agosto 2025

MECCANIZZARE L'UMANO ?

 


  Uomo o macchina? 

Ci salverà la libertà creatrice

 


-       di Andrea Lavazza

 Nel loro nuovo libro, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti affrontano il rischio di meccanizzazione dell’umano.

Il digitale trasforma l'esperienza in dato, l’antidoto è il recupero dello spirito.

Quando il titolo è già un esperimento che pare riuscito (verifiche ulteriori a cominciare da oggi), un saggio ambizioso e tempestivo muove subito il dibattito culturale.

Macchine celibi è la più recente analisi dei trend sociali dell’oggi a firma di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti.

Il sottotitolo – Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo? – fa intuire il focus del volume (il Mulino, pagine 184, euro 17,00), ma non svela l’arcano.

E oggi l’impazienza e la curiosità, lo sappiamo, si traducono nel digitare sui nostri dispositivi ben prima di consultare un libro.

Si può provare con la tradizionale ricerca sui motori del web, oppure ricorrere direttamente a un chatbot.

Subito si entrerà nel mondo dell’arte di Marcel Duchamp, autore dell’opera Il grande vetro, di cui l’espressione scelta dai due autori del volume identifica una parte.

Il punto è che sia leggendo le descrizioni fornite sia guardando le fotografie disponibili in rete non risulta molto chiaro il senso della complessa installazione completata nel 1923.

Ma questo è solo il lato passivo del sistema, che in questo caso non risponde in modo esaustivo come di solito accade alle nostre richieste.

Sul lato attivo, invece, è difficile immaginare un prompt capace di indurre l’intelligenza artificiale a concepire qualcosa di paragonabile alla creazione di Duchamp: un’opera che si fa metafora della condizione umana.

È qui che Giaccardi e Magatti mostrano come l’essere umano mantenga ancora un proprio spazio insostituibile di produzione di senso: la macchina non possiede l’ultima parola.

L’arte, ma non solo, può seguire percorsi che sfuggono alla rigida funzionalizzazione dell’IA e dell’intero processo tecno-capitalistico, per quanto questo abbia raggiunto un livello di potenza inedito.

Quello che costituisce l’epilogo del lavoro di ricognizione e di proposta svolto dai due sociologi dell’Università Cattolica (ben noti ai lettori di “Avvenire”) è quindi già in nuce contenuto nel titolo e inverato dal piccolo test descritto sopra.

Secondo gli autori, il sogno di Leibniz di un linguaggio universale matematico è oggi realtà di fronte a noi che, tuttavia, possiamo invocare la ribellione surrealista che rivendicava il potere del sogno e dell’irrazionale.

Nella sua creazione, giocosa e inquietante allo stesso tempo, Duchamp incarna infatti la tensione tra questi poli: sopra la sposa irraggiungibile, sotto gli aspiranti nubendi che si agitano inutilmente.

Come scrivono Giaccardi e Magatti, «a poco a poco, senza accorgercene, ci trasformiamo in macchine celibi: sempre più simili ai dispositivi “intelligenti” da cui dipendiamo, e come loro assoggettati alla legge ferrea di un movimento continuo ed efficiente, che però rischia di girare a vuoto, rincorrendo avidamente schegge di un desiderio messo al servizio dei poteri che dominano le tecnologie digitali”.

L’avvento dell’IA onnipresente porta all’estremo la razionalizzazione moderna.

È un farmaco: cura e veleno insieme.

Promette ordine, ma genera nuove angosce, disuguaglianze, solitudini.

La domanda, dunque, è se possiamo usare le tecnologie per umanizzare il mondo o se saremo definitivamente meccanizzati.

Il quadro che emerge dallo sguardo largo e profondo messo in campo nel libro, pur non negando i grandissimi progressi in molti ambiti grazie agli strumenti digitali, appare decisamente negativo.

Rispetto al tecnottimismo o neutralismo di chi vede le macchine come qualcosa che non sarà mai come noi perché esse non hanno scopi né emozioni né desideri (per esempio, Maurizio Ferraris nel suo recente La pelle), Giaccardi e Magatti sono orientati a un tecnopessimismo oggettivo, che vede l’essere umano tendere all’assimilazione verso il modello computazionale: «Oggi l’uomo sempre più si fa macchina, mentre la macchina si fa sapiens: il piano umano e quello meccanico diventano sempre meno distinguibili.

Nasce così il regno delle macchine celibi, dove l’essere umano viene modellato da ciò che lui stesso ha costruito, dentro un orizzonte chiuso e autoreferenziale, che non ammette esteriorità alcuna».

Il digitale trasforma ogni esperienza in dato, ogni relazione in informazione calcolabile.

Ciò aumenta efficacia e velocità, ma riduce lo spazio del senso e della libertà.

La modernità liquida descritta (criticamente) da Bauman a molti sembrava aprire un’era di felicità rotte tutte le catene che limitavano l’individuo.

Facciamo invece i conti con un panorama di insoddisfazione, rancore quando non disperazione.

La diagnosi degli studiosi è stringente: «L’apertura dello spazio di autonomia e autodeterminazione del singolo ha segnato un passaggio epocale cruciale.

Tuttavia, questo passaggio ha di fatto promosso una struttura della personalità narcisistica, centrata sul proprio benessere, la deregulation dei significati e la convinzione di un progresso illimitato e universale.

Per forzare e accelerare in questa direzione si è scelto di indebolire i contesti relazionali e valoriali, sia interpersonali che sociali e istituzionali, ritenuti troppo vincolanti, se non addirittura oppressivi.

Il problema è che proprio questi stessi contesti in passato aiutavano a gestire il rapporto col fallimento, la frustrazione, il negativo e in ultima istanza con l’angoscia della morte: tutti aspetti che, pur nella rincorsa al benessere, non possono essere mai completamente rimossi dalla vita, individuale e collettiva».

Abbiamo paradossalmente il mondo in tasca, eppure siamo concentrati sul nostro ombelico, e per di più in preda all’ansia.

Come l’operaio fordista era privato delle proprie competenze alla catena di montaggio, così nel 2025 l’individuo sembra espropriato della propria autonomia cognitiva dagli algoritmi.

Si produce una miseria simbolica: impoverimento del linguaggio, uniformazione culturale, incapacità di attribuire significati profondi.

Gli autori provano a ricostruire le radici psicosociali della rabbia diffusa nelle società contemporanee.

La perenne insicurezza prodotta da aspettative performative, le disuguaglianze economiche, la perdita di riferimenti culturali e la sfiducia nelle istituzioni alimentano risentimento e aggressività.

Populismi e leader carismatici sfruttano questa rabbia, combinando promesse tecnocratiche con strategie emotive: nasce così il tecnopopulismo, che usa il digitale per manipolare e mobilitare, attingendo a miti del progresso illimitato e a forme distorte del cristianesimo per restringere la cerchia di coloro cui si possono riconoscere pieni diritti.

Di fronte a una crisi inedita, Giaccardi e Magatti propongono di recuperare la dimensione dello spirito: non come categoria religiosa in senso stretto, ma come libertà creativa, capacità di generare senso e anche apertura al trascendente.

Lo spirito diventa condizione per resistere alla riduzione tecnico-performativa e per costruire nuove forme di convivenza.

Contro la riduzione digitale e populista, gli autori rilanciano la necessità di pensare la complessità.

Servono a questo fine tre passaggi chiave: riconoscere la pluralità, coltivare il dialogo, sviluppare il pensiero critico.

Una società democratica deve essere “una società che pensa di più”, non solo che funziona meglio.

Dobbiamo perciò diventare poeti sociali, capaci di intrecciare tecnica, relazioni e senso, altrimenti ci ridurremo appunto a macchine celibi, ingranaggi isolati ed efficienti ma sterili.

 Quello di poeta sociale (immagine introdotta da papa Francesco in un incontro del 2021 con i rappresentanti dei movimenti sociali) rappresenta un modello antropologico e politico che non rifiuta la tecnica, ma la reintegra dentro una visione più ampia di umanizzazione del mondo.

Si tratta di una risorsa per rigenerare la democrazia e la convivenza, un’alternativa anche politica all’individuo-macchina, che sappia coniugare creatività, relazionalità e responsabilità collettiva.

Individuato il percorso, resta da coltivare una generazione di poeti sociali che ci preservi dalla meccanizzazione dell’umano.

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sabato 5 luglio 2025

L'INGANNO DELLA POTENZA


 Ragione strumentale 

e spiritualità

 

di MAURO MAGATTI

 Di fronte alla diffusione della guerra come metodo per risolvere le controversie politiche, al riscaldamento globale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, alle ingiustizie clamorose che scavano abissi tra privilegiati ed esclusi, all’odio verso lo straniero e il diverso che fa crescere razzismo e xenofobia, la tentazione della rassegnazione è forte.

Disorientati e stanchi, siamo spinti ad abbassare lo sguardo, pensando che tutto questo sia ormai inevitabile, quasi scritto in un destino ineluttabile della storia.

Si tratta di un inganno: perché accettare passivamente la violenza, l’ingiustizia e la distruzione significa rinunciare a ciò che ci rende umani, ossia la capacità di reagire, di immaginare alternative, di costruire un mondo diverso.

Eppure, la domanda resta: come è possibile che società così avanzate – dotate di conoscenze scientifiche straordinarie, di capacità tecnologiche mai viste prima, di risorse economiche enormi, di un patrimonio culturale immenso – rivelino tratti tanto arcaici?

Com’è possibile che, mentre inviamo sonde su Marte e decifriamo il genoma umano, la guerra di trincea torni a insanguinare l’Europa, le carestie continuino a devastare interi continenti, le persone muoiano di fame e sete alle porte di città opulente, e si erigano muri contro chi scappa da guerre e disastri?

Questa contraddizione - tra il livello raggiunto dalle nostre società e la brutalità di tante nostre azioni - è uno degli scandali più grandi del nostro tempo. E ci dice qualcosa di importante: che la civiltà non è solo una questione di tecniche e ricchezze. La civiltà è una questione di visione, valori, relazioni. Si può possedere la tecnica più sofisticata e usarla per distruggere; si può accumulare ricchezza senza alcun rispetto per chi resta indietro; si può avere accesso a infinite informazioni senza diventare più saggi. Non basta, dunque, la crescita economica a salvare il mondo, né basta la tecnologia. E se la storia recente ci ha insegnato qualcosa, è proprio questo: che le meraviglie della scienza e dell’economia possono convivere con l’abisso morale, possono addirittura alimentarlo, quando non sono guidate da un’idea più alta di umanità.

Di fronte a questa amara consapevolezza, non ne deriva necessariamente rassegnazione. Al contrario, è possibile leggere in mezzo ai tanti disastri un messaggio di speranza. Proprio questo tempo, segnato da ferite profonde, ci sollecita a un cambiamento più radicale: il superamento di visioni dualiste che separano la ragione strumentale dalla saggezza spirituale. Per troppo tempo abbiamo coltivato l’illusione che bastasse “sapere come fare” - come produrre, come dominare la natura, come vincere la concorrenza - dimenticando di chiederci “perché farlo” e “a che scopo”. La ragione strumentale, che è il cuore della modernità, ci ha permesso di conquistare il mondo esterno, ma ci rende ciechi al mondo interno, al senso delle cose, alla qualità delle relazioni, alla responsabilità verso il futuro. Proprio la separazione tra sapere tecnico e saggezza morale è alla radice delle nostre contraddizioni. È ciò che ci ha permesso di sviluppare tecnologie capaci di migliorare la vita di molti, ma anche di distruggere ecosistemi e società. Di alimentare un’economia che crea ricchezza per pochi abbandonando masse di persone nella miseria. Di trattare la terra come una macchina da sfruttare anziché come una casa comune da custodire.

Superare questa frattura significa riscoprire la nostra umanità più profonda, quella che non si accontenta di calcoli utilitaristici ma sa riconoscere a far vivere valori e significati. Significa rimettere insieme la ragione che efficientata e la saggezza che orienta, la capacità di innovare e la capacità di prendersi cura. Significa, in definitiva, ricomporre ciò che abbiamo spezzato: l’unità tra il pensare e il sentire, tra l’individuo e la comunità, tra l’essere umano e la terra.

Questa la via che siamo chiamati a percorrere, ancora di più al tempo dell’Intelligenza Artificiale. In un mondo in cui le vecchie ricette non funzionano più, in cui la sola crescita economica non porta giustizia e la sola innovazione tecnologica non porta pace, ciò che più va coltivato è una cultura della responsabilità, della cura, della solidarietà. 

Ci sono dunque buone ragioni per non rassegnarci. È infatti nell’alleanza tra la lucidità della ragione e la profondità della saggezza spirituale che è possibile spezzare le catene della violenza, ridare equilibrio al pianeta, sanare le ingiustizie e accogliere l’altro come parte di noi. Non è un sogno ingenuo: è la sfida più concreta e necessaria che il nostro tempo ci affida. Sta a noi raccoglierla.

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lunedì 16 giugno 2025

IL NEMICO


 “Nel tempo della paura e delle guerre,

l'altro non è mai il nemico”


- di Mauro Magatti

Il periodo storico successivo alle tragedie della prima parte del XX secolo ci aveva fatto credere che l’umanità si fosse finalmente emancipata dalla necessità di ricercare nel volto dell’altro un nemico da combattere.
Che il pluralismo fosse ormai un fatto acquisito.
Che chi è diverso – per cultura, genere, lingua, religione, posizione sociale, visione del mondo – potesse essere parte, a pieno titolo, della vita comune.
I fatti di questi ultimi anni e giorni (dopo l’Ucraina e Gaza, l’escalation Israele-Iran, quello che sta accadendo in California e in Irlanda) ci costringono a prendere atto che le cose sono più complicate.
Non stiamo andando verso un mondo più capace di inclusione, comprensione e coesistenza.
Al contrario, si assiste a un lento arretramento del riconoscimento dell’altro.
L’alterità, lungi dall’essere accolta, viene sempre più percepita come una minaccia.
I segnali sono così numerosi e diffusi che non è più possibile ignorarli.
La partner che delude le aspettative si trasforma nell’ostacolo alla nostra autorealizzazione.
Fino al punto in alcuni casi di essere uccisa.
Lo straniero che cerca rifugio è trattato come un invasore.
Il diverso è percepito come un errore da correggere.
Il Paese limitrofo diventa terreno di conquista.
Al di là della scala, la dinamica è sempre la stessa: prima l’altro è allontanato, poi opacizzato, infine privato del volto e della parola.
Ridotto a oggetto da classificare, a pericolo da sradicare.
E, infine, a nemico da combattere.
In una società sempre più frammentata, ad aumentare è l’intolleranza.
Nella sfera pubblica, le posizioni si polarizzano, il linguaggio si fa bellico, le categorie si irrigidiscono.
Le differenze non sono più occasione di confronto ma trincee da difendere.
E a peggiorare le cose ci sono anche le piattaforme digitali che favoriscono nuove forme di tribalismo e chiusura.
Viviamo in un paradigma culturale che ci induce a difendere a ogni costo la nostra/mia zolla di benessere, potere o identità.
Ogni cambiamento, ogni segnale di trasformazione, ogni imprevisto viene percepito come una minaccia.
Al punto che si vanno perdendo persino le competenze necessarie per gestire la relazione complessa con l’altro concreto.
Stiamo scivolando lungo un piano inclinato, con un esito incerto.
Tuttavia, non è troppo tardi per invertire la rotta, a condizione di prendere coscienza della situazione prima che peggiori ulteriormente, prima che la diffidenza e l’autoassoluzione rendano irreversibile il nostro isolamento.
Uscire da questa deriva richiede di riconoscere che l’altro non rappresenta un ostacolo al nostro benessere, ma una condizione imprescindibile della nostra umanità.
«Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro», ha detto ieri papa Leone al termine dell’udienza giubilare.
Nessuno cresce, si realizza o diventa pienamente se stesso senza l’incontro, talvolta faticoso ma sempre trasformativo, con ciò che è diverso da sé.
Nessuna società è possibile senza l’esercizio, difficile ma entusiasmante, del dialogo e dell’incontro, che rigenera il tessuto sociale e culturale.
Fissati su un principio rigido di identità, perdiamo la bellezza della vita che deriva dall’incontrare, dall’ascoltare, dall’accogliere.
E non certo dall’erigere barriere per difendersi dal mondo intero.
«Torniamo a costruire ponti – ancora il Papa, ieri – dove oggi ci sono muri.
Apriamo porte, colleghiamo mondi e ci sarà speranza».
Indubbiamente, la relazione con l’altro comporta sempre un rischio.
La relazione è intrinsecamente esposta alla possibilità di ferita.
Pensare di poter sterilizzare questo rischio, significa impoverire la nostra stessa vita.
Che, ripiegandosi su di sé, finisce per appassire.
È pertanto necessario impegnarsi attivamente per promuovere una nuova cultura della coesistenza.
Non si tratta di una semplice tolleranza, che preserva lo status quo mantenendo le distanze, bensì di un’ospitalità reciproca, capace di generare legami, progetti condivisi e nuove narrazioni.
Questo principio si applica tanto alle comunità locali quanto alle istituzioni globali, alle famiglie, alle scuole, alle imprese, alla politica e alle religioni.
In una società in cui l’alterità diventa un problema, la cura inizia con il disarmo delle pretese assolute.
È fondamentale riconoscere che il mondo non ci appartiene, ma ci è stato affidato in comune, che la nostra identità è intrinsecamente relazionale e che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel saper condividere spazi, tempi, risorse e aspirazioni con gli altri.
In definitiva, si tratta di scegliere che tipo di mondo vogliamo abitare: se rimanere intrappolati nella logica della zolla, ciascuno arroccato nel proprio recinto, facendo piazza pulita di tutto ciò che è fuori dai suoi schemi o se siamo disposti a costruire una nuova ecologia relazionale.
Solo riconoscendo il volto dell’altro possiamo ritrovare anche il nostro.


sabato 29 marzo 2025

AUTOCRAZIA o DEMOCRAZIA ?

 


La crisi 

e le sfide di un modello

 

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Di MAURO MAGATTI

-          Dopo la caduta di Berlino e la creazione “dell’ordine liberale globale”, il mondo intero sembrò virare verso la democrazia. A trentacinque anni di distanza la situazione è molto cambiata. Al punto che in tanti si chiedono se il tempo della democrazia sia finito.

Secondo l’Economist Intelligence Unit, circa il 45% della popolazione mondiale vive in una democrazia, anche se meno del 10% in una “piena democrazia”. Al contrario, il 40% vive in un regime autoritario e il restante 15% in una situazione ibrida. Anche se, sottolinea il rapporto, la tendenza negli ultimi anni vede un arretramento della democrazia. Ci sono cause esterne e cause interne che spiegano queste difficoltà. Sul fronte interno si può parlare della convergenza di tre fattori.

Disuguaglianze

Il primo riguarda le crescenti disuguaglianze che mettono in discussione la stessa legittimazione delle istituzioni democratiche. Tema attualissimo anche in Italia dove, come ha appena fatto sapere l’Istat, il 30% della popolazione arranca. Mentre la ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi.

Il secondo fattore di crisi riguarda la degenerazione della sfera pubblica aggravatasi con l’avvento dei social. Nel mondo digitale la polarizzazione è la regola. Tutti parlano e nessuno ascolta. E, cosa più grave, le democrazie sono ormai da anni preda di una spirale nichilista che le rende incapaci di costruire: difficile credere in qualcosa. E ancora di più, credere insieme.

Un terzo fattore concerne il nodo dell’efficienza delle istituzioni. Il processo decisionale democratico appare farraginoso e in cronica difficoltà.

 E con l’avanzare dell’intelligenza artificiale, i dubbi che i parlamenti siano ancora in grado di decidere si fa velocemente strada. La crisi del modello democratico diventa evidente nel suo vertice mondiale: l’inedita alleanza tra il populista Trump e i grandi magnati della tecnologia suscita diffuse preoccupazioni. Sul piano esterno, le difficoltà si palesano nel rapido cambiamento dei rapporti internazionali. Con l’attacco all’Ucraina, Putin non ha solo riaffermato il ruolo politico della Russia, ma ha creato un contesto in cui le autocrazie sono diventate più sfacciate e aggressive. Come si vede in questi giorni in Turchia con il clamoroso arresto del principale oppositore del regime di Erdogan.

Il consenso che sembrava essersi consolidato intorno alla desiderabilità del modello democratico oggi non c’è più.

Anzi, i regimi autocratici pretendono di avere le risposte alla crisi della democrazia: in tema di sicurezza, uguaglianza, identità, efficienza.

Democrazia e autocrazia

In questa situazione, la rappresentazione di un mondo diviso tra democrazia e autocrazie guadagna terreno. Anche tra le élite del mondo libero. Senza rendersi conto che una tale visione finisce per avvantaggiare i dittatori che si trovano legittimati proprio dalle difficoltà interne delle democrazie. Tutto ciò significa che, negli anni a venire, le democrazie dovranno dimostrare di essere all’altezza del nuovo tempo storico. Nulla può essere dato per scontato. E tutto ciò concretamente richiede un salto di qualità su almeno tre temi cruciali.

In primo luogo, serve capacità di innovazione istituzionale. Mi limito a osservare che una delle istituzioni fondamentali della democrazia, il Parlamento, (cioè, il luogo dove si parla, si discute per arrivare a una deliberazione) va ripensato al tempo dell’intelligenza artificiale. In secondo luogo, serve tornare a investire sulla partecipazione democratica che al tempo del digitale significa intelligenza sociale diffusa. Se le democrazie vogliono scongiurare uno scenario da “fattoria degli animali” alla Orwell, devono investire su educazione, cultura, corresponsabilità. In un quadro di giustizia sociale e solidarietà.

Quali valori?

In terzo luogo, le democrazie sono chiamate a distinguere pluralismo da nichilismo. Non c’è vita democratica in una condizione di distruzione di ogni valore. Di diritti senza doveri. Ma affrontare tale questione sollecita a ripensare il nostro modello di sviluppo. Oltre il mero consumerismo individualista. Economia e politica si tengono: non è possibile riformare la seconda senza ripensare la prima.

Governance internazionale

L’ultimo aspetto riguarda la governance internazionale. La crisi verticale dell’Onu e delle agenzie multilaterali è un problema serissimo, che va affrontato nel quadro della costruzione di un nuovo ordine globale, basato sui principi fondanti dello stato di diritto, del dilago, della cooperazione, della pace. Passata la stagione in cui si è pensato di esportare la democrazia, impegniamoci a essere parte attiva nella costruzione di istituzioni globali compatibili con i principi democratici.

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