Visualizzazione post con etichetta scuola inclusiva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scuola inclusiva. Mostra tutti i post

giovedì 10 settembre 2026

LA SCUOLA INCLUSIVA

 


    Oggi che cosa è

 rimasto 

di quel progetto? 




Dove e come 

la scuola

 dell’inclusione

 disegnata dalla

 Costituzione è ancora vitale?

-di Anna Granata

Io direi che il progetto sopravvive: userei questa parola. Sopravvive quasi come un atto di resistenza. Anzi, sono convinta che se la democrazia in Italia tiene è perché abbiamo ancora una scuola così, che è presidio di accoglienza dell’altro e di educazione all’incontro con l’altro. Il punto è che noi abbiamo un patrimonio pedagogico di tutto rispetto, a cui il mondo guarda, abbiamo sperimentazioni ottime e che in certi contesti sopravvivono… ma non c’è stata quasi mai la volontà politica di portarle a sistema. In alcuni casi è avvenuto, per esempio con il tempo pieno che a Torino è stato presto “copiato” anche dalle scuole “bene” del centro o agli anni incredibili del maestro Manzi, ma poi si sono fatti dei passi indietro.

Non è mai troppo tardi, del maestro Alberto Manzi, tra il 1960 e il 1968 istruisce a distanza migliaia di adulti analfabeti: questo lo sappiamo tutti. I numeri sono incredibili: circa 1 milione e mezzo di adulti, dopo aver seguito la trasmissione, ha conseguito la licenza elemen­tare. Forse chi non c’era non sa – io non lo sapevo – che accanto a lui c’erano 2mila maestri mandati dallo Stato nei territo­ri: seguivano la trasmissione e accompagnavano gli studenti in quelli che si chiamavano “Pat – Posti di Ascolto Telescuola”, istituiti dal ministero, collocati capillarmente nel Paese nelle sedi di associazioni, parrocchie, sindaca­ti. Questi maestri facevano da tutor e il grandissimo successo di Non è mai troppo tardi non ci sarebbe stato senza di loro. Nel 1992 il maestro Manzi venne richiamato per fare Impariamo insieme, una trasmissione rivolta ai cittadini stranieri arrivati in Italia in quegli anni. La trasmissione va in onda alle 13: «Un orario assurdo», commenterà poi Manzi, perché a quell’ora gli extracomunitari non stavano certo davanti alla tv. Cosa ci dice questa storia?

Questa storia è molto interessante perché fa capire come quando c’è stata la volontà politica di alfabetizzare gli italiani, per mesi la Rai si è mobilitata per trovare il genio creativo al servizio dell’inclusione. Manzi era un genio, ma sapeva che aveva bisogno di altre risorse, i maestri sui territori: li ha chiesti e gli sono stati dati. Lì c’è stato un investimento economico enorme del Paese su un progetto di scuola inclusiva. Quando anni dopo si è tentata una nuova operazione per alfabetizzare gli immigrati, non c’è stato lo stesso investimento nei territori né lo stesso investimento economico. Ma se la storia la conosciamo per come è andata, davvero possiamo dire che la scuola inclusiva in questo secondo caso ha fallito? O banalmente ha fallito perché non ci si è investito? Come si può pensare di fare una scuola creativa, inclusiva, aperta a tutti ma anche ad ognuno, che si trovi la via della personalizzazione per valorizzare i diversi ritmi dell’apprendimento e le diverse intelligenze… senza un investimento? Anche oggi vedo un po’ la stessa dinamica. La scuola inclusiva è sotto attacco da più parti, ma mi viene da dire che forse questa scuola dove si incontra l’altro, dove lo si rispetta e dove in fondo ci si educa alla pace è una scuola scomoda, che fa paura e che dà fastidio.

Però anche molti insegnanti sono inclusio-scettici, per dirla con le parole della ricerca di Dario Ianes…

È vero, scettici sono anche una parte degli insegnanti: i dati lo dicono. Io ho molto rispetto di tanti insegnanti che sono demoralizzati e penso lo siano perché si trovano in aula da soli: si è voluto questo negli ultimi anni, non c’è più la compresenza, non c’è più la cooperazione. Insegnare invece è un mestiere cooperativo, che si fa collettivamente. Noi adesso abbiamo di fronte una grandissima opportunità: davanti al calo demografico, mantenendo lo stesso numero di insegnanti, avremmo la possibilità di ridurre il numero di studenti per classi. Ci sarebbero così dei piccoli gruppi da gestire in maniera flessibile, anche superando la rigida distinzione per età che non sempre è la cosa migliore per i ritmi dell’apprendimento, da seguire in compresenza, dove i docenti possano fare una didattica laboratoriale, più adatta alle nuove generazioni, che i contenuti li trovano ovunque con l’intelligenza artificiale.

Chi attacca la scuola inclusiva, lo fa affermando che è impossibile far convivere sotto lo stesso tetto studenti così diversi. Il punto, dice lei, è proprio cambiare il tetto.

È questo che la storia dell’inclusione ci insegna: il tetto è la cosa da rivedere. Cambiare il tetto, cambiare la didattica, cambiare la scuola. È quello che è successo a Torino con il tempo pieno, un esempio molto significativo di questo movimento di cambiamento della scuola dal basso, bottom up, che caratterizza la nostra scuola. Noi adesso sentiamo che in Germania vogliono smantellare le poche scuole inclusive che hanno, ma lì il cambiamento era arrivato dall’alto perché l’Onu nel 2006 ha chiesto di promuovere l’inclusione: da noi non è andata così, da noi l’inclusione degli alunni con disabilità è partita dalle madri dei bambini, dai presidi. E la riforma che nasce dal basso è molto più potente di quella che viene calata dall’alto. Lo stesso possiamo dire per l’accoglienza dei migranti. Abbiamo questa storia bellissima di scuole torinesi che si sono trovati con le classi sovraffollate a seguito dell’immigrazione dal Sud Italia, in particolare a Mirafiori. I docenti erano totalmente impreparati ad accogliere bambini che ai loro occhi parlavano un’altra lingua, che a volte non erano mai stati a scuola. Una situazione veramente molto sfidante. Inizialmente hanno reagito provando a fare delle classi ghetto, oppure ignorando questi studenti. Poi hanno avuto un “lampo di genio collettivo” e hanno cominciano a “cambiare il tetto”: hanno allungato il tempo-scuola, riempiendo quel tempo – che poi diventerà il tempo pieno – di attività diverse, portando i bambini fuori. Abbiamo esempi di outdoor education e le prime uscite didattiche, tutte attività che prima non esistevano. Quel metodo viene poi guardato con interesse anche dalle scuole del centro di Torino, in particolare dalla scuola D’Azeglio, frequentata dall’élite torinese. Tutto questo ha portato nel 1971 alla riforma del tempo pieno.

Inclusione ed eccellenza che vanno di pari passo e che nascono non da “eroi solitari” ma da intere comunità di insegnanti che cooperano e sperimentano insieme: è il tema che torna per tutto il libro. È questo il punto? La scuola inclusiva è quella che esprime la massima qualità formativa?

Esattamente. L’inclusione è sfidante, complessa, difficile. Non voglio in alcun modo dire che sia facile perché non lo è. Ma io vorrei dire agli insegnanti che mi leggeranno che è proprio in quel solco che noi abbiamo tirato fuori dei metodi educativi eccellenti, guardati da tutto il mondo. Le classi patinate che a volte facciamo, costruite ad hoc con bambini che si presume essere simili fra loro, classi che sono un artificio… non smuovono le competenze degli insegnanti, non fanno nascere nulla di nuovo. L’innovazione che diventa eccellenza nasce invece nei contesti di sfida. Nella storia della nostra scuola è sempre stato così.

Agli insegnanti di domani, lei cosa si sente di dire?

Ai miei studenti dico “andate a cercare dei luoghi che sono apparentemente marginali. Andate nelle periferie. Andate lì a fare tirocinio, nei contesti più sfidanti. Non abbiate paura”. Spesso fra l’altro questi contesti sono anche i più accoglienti per i giovani futuri insegnanti, che qui non vengono visti come un’intrusione esterna. In questi luoghi noi vediamo anche oggi un gran fermento, sia sul fronte dell’articolo 34 della Costituzione, che parla di una scuola aperta a tutti, sia dell’articolo 33, che parla della libertà di insegnamento.

Nella foto di apertura, l’avvio dell’anno scolastico alla Scuola Scandellara, istituto comprensivo 7 quartiere San Donato-San Vitale, a Bologna, che ha riaperto il 31 agosto 2026 nell’ambito di un progetto regionale. Foto di Alessandro Ruggeri / LaPresse. La foto di Anna Granata è stata inviata dall’intervistata

VITA

venerdì 26 settembre 2025

UNA CLASSE INCLUSIVA

 

Scuola, 

cosa si fa in 

una classe inclusiva?


Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. Il progetto "Cambio Sguardo" mette a disposizione di tutti gli strumenti - con formazione online, giochi e workshop - per promuovere i diritti degli studenti con disabilità

di Redazione

 Con settembre si apre un nuovo anno scolastico e Cbm Italia – organizzazione internazionale impegnata nella salute, l’educazione, il lavoro e i diritti delle persone con disabilità in Italia e nel mondo – rinnova il suo impegno all’interno della scuola con il progetto educativo “Cambiamo Sguardo: dire, fare, parlare di disabilità”, che si propone di promuovere la cultura dell’inclusione a partire dal linguaggio, sostenere i diritti delle persone con disabilità e costruire classi inclusive.

Rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, famiglie, contesti extrascolastici come associazioni, enti, istituzioni culturali, università e chiunque desideri approfondire il tema della disabilità, il progetto è giunto alla sua terza edizione e parte sempre dalle stesse fondamenta: la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, strumento indispensabile per promuovere e tutelare i diritti delle persone con disabilità e contrastare stereotipi, luoghi comuni e comportamenti che generano stigma ed emarginazione.

Cos’è una classe inclusiva? È un ambiente in cui studenti e studentesse, con e senza disabilità, si sentono accolti, ascoltati e valorizzati, dove l’insegnante facilita il dialogo e la collaborazione, l’aula si trasforma in base alle diverse esigenze e i banchi diventano isole per facilitare l’interazione. 

Per favorire la nascita di una classe inclusiva, esistono preziosi strumenti che aiutano a creare quel clima sereno in classe, basato su rispetto, fiducia e accettazione delle differenze. Sono per esempio il circle time, che stimola l’espressione emotiva; il cooperative learning, che incoraggia il lavoro di gruppo; il peer tutoring, basato sul sostegno tra pari.

Queste metodologie sono raccontate da Cambiamo Sguardo nel modulo dedicato alla didattica inclusiva sotto forma di video lezione (della durata di 20 minuti). Oltre a questa sezione, la formazione online del progetto propone anche moduli sul linguaggio inclusivo, la Convenzione Onu e l’Agenda 2030.

La seconda parte di Cambiamo Sguardo è invece composta dal kit operativo, ovvero attività didattiche, giochi e laboratori che favoriscono il confronto e la partecipazione consapevole di tutti, la riflessione sulle diseguaglianze, il parlare di disabilità con naturalezza e rispetto. 

Per la sua natura digitale, Cambiamo Sguardo è strutturato in modo da poter essere svolto in qualsiasi momento dell’anno e in autonomia. 

Bisognerà attendere invece la primavera per partecipare al nuovo ciclo di workshop che vede tra le protagoniste due donne che sapranno offrire interessanti spunti sul tema dell’inclusione: Marina Cuollo, scrittrice e consulente D&I (Diversity & Inclusion), che accompagna i partecipanti tra le diverse forme di accessibilità, da quella digitale a quella fisica; e Anna Rossi, presidente dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare di Milano, che affronta il tema dell’autonomia delle persone con disabilità, dal diritto allo sport e al tempo libero, alla scelta di come organizzare la propria quotidianità. 

«Contribuire alla costruzione di una società più equa e consapevole è alla base del progetto di Cbm Italia nelle scuole: con Cambiamo Sguardo vogliamo coinvolgere studenti e studentesse a riflettere sulle parole, a mettersi nei panni dell’altro, a cambiare punto di vista, per rendere la classe, ma non solo, un luogo accogliente in cui ciascuno – con e senza disabilità – possa partecipare attivamente e sviluppare le proprie potenzialità» commenta Massimo Maggio, direttore di Cbm Italia.

Nell’anno scolastico 2024-25 sono state oltre 500 le scuole e le altre istituzioni che hanno aderito al progetto, coinvolgendo 16.000 persone tra studenti, genitori, personale scolastico e professionisti del mondo dell’educazione di tutta Italia.

“Cambiamo sguardo: dire, fare, parlare di disabilità” è un progetto di Cbm Italia, realizzato in collaborazione con Ledha Milano, Istituto dei Sordi di Torino e CediSma (Centro Studi e Ricerche sulla Disabilità e Marginalità dell’Università Cattolica di Milano).

Per scaricare i materiali: https://www.cbmitalia.org/cambiamo-sguardo

Per info: scuola@cbmitalia.org

VITA