senza candeline
Una
Regione a statuto davvero “speciale”
-di Giuseppe Savagnone
Il
15 maggio scorso ha compiuto ottant’anni la Regione Siciliana. Pochi se ne sono
accorti, nessuno l’ha festeggiata. Il giudizio drasticamente negativo
sull’Autonomia regionale siciliana costituisce, in un panorama politico in cui
è difficile trovare due posizioni convergenti, un rarissimo caso di piena
unanimità. Il sostantivo più usato, nelle riflessioni in proposito, è
«fallimento». Ma, prima di chiedercene le ragioni, è forse opportuno fornire
qualche notizia su un argomento di cui gli stessi siciliani sanno poco e gli
altri italiani ancora meno.
Pochi,
per esempio, ricordano che quello della Sicilia è l’unico Statuto che precede
la nascita della Repubblica e la Costituzione (anche se fu poi da essa
confermato nell’art. 116). Fu promulgato il 15 maggio 1946, quando ancora c’era
la monarchia, da re Umberto II di Savoia tramite un regio decreto, pochi giorni
prima del referendum del 2 giugno che segnò l’avvento del regime repubblicano e
delle votazioni che, lo stesso giorno, elessero l’Assemblea costituente
(notiamo di passaggio che in Sicilia la monarchia ebbe la schiacciante
maggioranza del 64,7% dei voti, in linea del resto con la tendenza del
Meridione).
Le
motivazioni storiche di questa precedenza, rispetto alle altre regioni a
statuto speciale, nonché a tutte quelle ordinarie che, molto più tardi, sono
state istituite, risalgono alle spinte autonomistiche operanti in Sicilia già a
partire dall’Ottocento ed esplose, dopo lo sbarco nell’Isola degli Alleati, nel
luglio del 1943. A rappresentarle fu il Movimento per l’indipendenza della
Sicilia (Mis), che chiedeva la separazione della Sicilia dall’Italia (per un
momento aleggiò perfino l’ipotesi di un suo ingresso negli Stati Uniti) e che
diede vita anche a un’organizzazione paramilitare, l’Esercito
Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (Evis), di cui entrò a far
parte anche il famoso bandito Salvatore Giuliano, le cui clamorose gesta
criminali, compiute sotto l’etichetta dell’Evis, riempirono le cronache.
Si
comprende come, per cercare di spegnere questo incendio, sia stato ritenuto
necessario concedere alla Sicilia un’autonomia amplissima, che effettivamente
svuotava di forza la spinta separatista, pur mantenendo l’Isola nel contesto
dello Stato italiano. Lo Statuto, infatti, configura un regime che, secondo
molti, faceva della Sicilia uno Stato nello Stato. Simbolico il fatto che
l’organo legislativo assumesse il nome di Assemblea Regionale (ARS), ai cui
membri veniva riconosciuto il titolo e il trattamento economico dei deputati
del Parlamento nazionale, mentre in tutte le altre regioni, a statuto speciale
come a statuto ordinario, si parla di Consigli Regionali e i membri che ne
fanno parte si chiamano consiglieri.
L’Assemblea
regionale siciliana aveva potestà esclusiva (cioè poteva legiferare come uno
Stato sovrano, con il solo limite di rispettare le norme di rango
costituzionale) in materie come beni culturali, agricoltura, ambiente, pesca,
enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Su altre, di carattere
prevalentemente sociale o di maggiore interesse pubblico (sanità, lavoro,
banche, ad esempio), aveva potestà concorrente, dovendo rispettare anche i
principi generali dell’ordinamento italiano. Sulle restanti ancora (le
pochissime materie riservate allo Stato come le leggi di rango costituzionale,
la difesa, i trattati internazionali, l’ordinamento civile, penale e
processuale), soltanto potere di iniziativa, potendo comunque formulare delle
“leggi-voto” che tuttavia poi sarebbero dovute essere sottoposte al Parlamento
italiano.
Dopo
ottant’anni…
Si
trattava di poteri molto ampi – anche se in seguito in parte ridimensionati –
che però da soli non potevano garantire il loro corretto uso. E già al momento
del varo dello Statuto don Luigi Sturzo metteva in guardia chi fideisticamente
immaginava che l’Autonomia, da sola, fosse sufficiente per far “compiere
il prodigio di salvare l’avvenire della Sicilia”; il futuro per
Sturzo stava, invece, tutto nella qualità e nella responsabilità delle
classi dirigenti che la Sicilia si sarebbe data.
Che
questa condizione non si sia realizzata lo dimostra, con dolorosa evidenza, la
situazione in cui la Sicilia si trova dopo ottant’anni di governo autonomo. Un
dato emblematico è la fuga dei giovani più qualificati. Ogni anno, secondo il
rapporto Censis, 40.000 studenti – futuri laureati – scelgono di andare a
studiare in atenei del Centro-Nord. E non con la prospettiva di tornare, finiti
gli studi, ma proprio perché attratti da opportunità di inserimento nel mercato
del lavoro, dopo la laurea, che in Sicilia non potrebbero mai avere.
Un
disastro umano, che evidentemente impoverisce, anno dopo anno, il patrimonio
umano dell’Isola, privandolo degli elementi più giovani e intraprendenti. Ma
anche un disastro finanziario, che è stato calcolato in 4,1 miliardi: il valore
dei cervelli che ogni anno il Sud forma…e il Nord accoglie, valorizzandoli e
impiegandoli nel suo processo di sviluppo.
E
poi ci sono quelli che partono dopo la laurea. Negli ultimi dieci anni oltre
56.000 laureati siciliani hanno abbandonato l’Isola. Una diaspora silenziosa,
fatta di talenti che non trovano lavoro adeguato o stipendi dignitosi. Restano
gli altri. In Sicilia solo 2 giovani su 10 sotto i 40 anni sono laureati. Al
Centro-Nord sono il doppio.
È la
cartina di tornasole di una storia in cui la classe politica è stata incapace
di utilizzare le ampie possibilità createsi con l’Autonomia per promuovere lo
sviluppo. Non sono mancati i soldi, che sono affluiti, soprattutto in passato,
abbondanti. Ma sono stati in gran parte sprecati da una logica clientelare che
a pioggia li ha distribuiti agli “amici”, invece di impiegarli per produrre
effettiva ricchezza. Oppure – in particolare i fondi europei – sono stati persi
per l’incapacità di elaborare i relativi progetti o anche semplicemente di
spenderli nei termini tassativamente previsti.
In
compenso, la macchina dell’Autonomia ha finanziato se stessa attraverso la
moltiplicazione dei “posti”. Anche qui un caso emblematico può servire. In
Lombardia i lavoratori forestali sono 350. In Veneto 277. In Canada, che ha
un’estensione di foreste di oltre 400mila km quadrati, il corpo forestale conta
4.200 ranger. In Sicilia – dove appena l’8% del territorio è effettivamente
boscato, contro una media nazionale del 38% – sono circa 20.000, compresi
quelli stagionali (trimestrali o semestrali).
Alla
base, una classe politica inadeguata e autoreferenziale, dedita alle lotte
interne per il potere e al mantenimento dei propri privilegi piuttosto che alla
soluzione dei problemi dell’Isola. Un episodio che ha suscitato forti
polemiche è stato, nel febbraio del 2023, il voto con cui i 70 deputati
regionali si sono aumentati lo stipendio di 890 euro mensili, passando da una
retribuzione di 11.000 euro al mese a una di 12.000, malgrado le pressioni in
senso contrario da parte delle segreterie nazionali, prime fra tutte quelle di
FdI e di Fi, che nell’Assemblea regionale hanno la maggioranza.
Per
non parlare della presenza pervasiva della mafia nella vita politica siciliana,
come del resto in tutto il tessuto sociale ed economico dell’Isola. Una
presenza emblematicamente rappresentata da figure emergenti, come quelle di
Salvo Lima o di Marcello Dell’Utri – mediatori tra Cosa Nostra e i poteri
romani – e confermata dalla condanna di Totò Cuffaro, presidente della Regione
siciliana dal luglio 2001 al gennaio 2008, per favoreggiamento verso Cosa
Nostra.
Ben
lungi dall’eliminare il fenomeno mafioso, l’Autonomia è convissuta con esso.
Come del resto hanno denunciato, anche recentemente, i vertici della
magistratura siciliana, che hanno messo in guardia dall’illusione che, dopo i
duri colpi inflitti a Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa abbia cessato di
essere un pericolo. Al contrario, è stato segnalato dai giudici, essa si è
dimostrata capace di reinventarsi e di trovare nuovi spazi di azione,
sfruttando le occasioni offerte da fondi del PNRR e infiltrandosi ancora più
profondamente nei gangli vitali del tessuto economico e politico della Sicilia.
Tornare
alla partecipazione politica
Davanti
a questo quadro, non c’è da stupirsi che si sia posta la domanda se l’Autonomia
non sia stata per la Sicilia una disgrazia, piuttosto che un’opportunità, e se
non sia auspicabile la sua fine. Situazione paradossale, in un momento in cui
alcune regioni del Nord spingono per ottenere maggiore autonomia, nella fiducia
che essa consentirebbe loro di accelerare ancora la loro crescita.
Non
è andata, però, sempre così. Ci sono stati alcuni momenti in cui la classe
politica ha saputo gestire l’Autonomia in funzione di una reale crescita
sociale ed economica. Si pensi alla votazione del 21 novembre 1950, con cui
l’Assemblea regionale – dopo settimane di tensioni, emendamenti, opposizioni e
speranze – approvò la legge di riforma agraria, aprendo la strada al passaggio
di migliaia di ettari dalle mani dei latifondisti a quelle dei contadini. Un
provvedimento che, malgrado alcuni gravi limiti, andava nel senso della
giustizia e della crescita economica e civile.
Così
pure, tra le manifestazioni positive della creatività consentita
dall’Autonomia, va ricordato che la Sicilia è stata la prima a introdurre, con
una legge regionale del 1993, l’elezione diretta dei sindaci.
E
non sono mancate figure coraggiose di uomini politici siciliani, come Piersanti
Mattarella, eletto presidente della Regione nel febbraio del 1978, che ha dato
un chiaro impulso alla lotta contro la corruzione e la mafia, pagando con la
vita nel tragico attentato del 6 gennaio 1980.
Questi
esempi virtuosi – e ce ne sono altri – dimostrano che il problema non è
l’Autonomia, ma l’inadeguatezza di una classe politica che in troppi casi non
ha avuto la capacità e l’onestà per gestirla correttamente.
E,
forse, andando ancora più alla radice, la responsabilità è di una società
civile che non ha saputo impegnarsi nella vita pubblica, esprimendo le proprie
migliori energie nella partecipazione alla gestione del bene comune, invece di
limitarsi a curare quello privato. Alla Sicilia – come del resto, forse, a
tutta l’Italia – serve un ritorno delle persone alla politica. Nel caso
dell’Isola, è in gioco il senso dell’Autonomia, la possibilità che essa, da
alibi per il mantenimento del degrado e dell’ingiustizia, svolga la sua vera
funzione di stimolo alla crescita civile ed economica. Allora forse, in qualche
suo prossimo compleanno, potremo aver voglia di accendere le candeline della
torta.
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