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mercoledì 29 luglio 2026

LA SCUOLA DEL FUTURO



SGUARDI PLURALI 

SCENARI POSSIBILI 


È disponibile in open access il volume «La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro», curato da Giuseppina Rita Jose Mangione (INDIRE) e Paolo Landri (IRISS, già IRPPS-CNR). La pubblicazione raccoglie gli esiti di un percorso di ricerca sviluppato da INDIRE, in collaborazione con il CNR-IRPPS – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali, intorno allo scenario “School as Learning Hub” elaborato dall’OECD nell’ambito della riflessione internazionale sui futuri della scuola.

Il volume è stato interamente sostenuto attraverso i fondi del Programma Nazionale della Ricerca 2021-2027, assegnati a INDIRE per il progetto “Azioni di ricerca per l’Istruzione e la Formazione” – CUP B55F21008020001. Pubblicato in formato digitale con licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non opere derivate 4.0 Internazionale, può essere scaricato gratuitamente.

Il Volume è pubblicato in collana scientifica “Universo scuola. – Sguardi plurali e scenari possibili

La ricerca propone un approfondimento teorico, metodologico ed empirico dello scenario OECD, mettendo in dialogo la riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forma scolastica, la sociologia dei futuri, la ricerca-azione partecipativa e lo studio delle piccole scuole italiane.


Lo scenario OECD “School as Learning Hub”

Il punto di partenza del lavoro è uno degli scenari formulati dall’OECD per sostenere il dibattito sulle possibili evoluzioni dei sistemi educativi: “School as Learning Hub”.

Uno scenario non è una previsione di ciò che necessariamente accadrà e non costituisce un modello organizzativo da trasferire automaticamente da un sistema scolastico a un altro. È piuttosto uno strumento attraverso il quale osservare il presente da una prospettiva differente, mettere in discussione assetti consolidati, riconoscere processi di cambiamento già in corso e immaginare traiettorie alternative.

Per questa ragione, il progetto non ha assunto lo scenario OECD come una configurazione da applicare in maniera standardizzata alle scuole italiane. Lo ha utilizzato come dispositivo critico, riflessivo e generativo, capace di attivare un confronto tra ricerca internazionale, pratiche scolastiche e specificità territoriali.

La scuola come Learning Hub viene così considerata una direzione di cambiamento da esplorare e costruire attraverso processi di apprendimento collettivo, non una formula precostituita o una soluzione valida indistintamente per ogni contesto.


Che cosa significa “hub”

Nel volume, il concetto di hub non indica semplicemente un edificio scolastico aperto per un numero maggiore di ore, né una scuola alla quale vengono aggiunti servizi e attività.

L’hub è innanzitutto un nodo di connessione.

Pensare la scuola come hub significa riconoscere che i processi di apprendimento non si producono esclusivamente all’interno delle aule e dei confini istituzionali. Essi possono emergere dall’interazione tra studenti, docenti, famiglie, comunità locali, amministrazioni, associazioni, istituzioni culturali, organizzazioni sociali, soggetti economici e ambienti digitali.

La scuola assume quindi una funzione di attivazione e coordinamento: mette in relazione attori, competenze, spazi e risorse; rende accessibili opportunità formative differenti; favorisce la costruzione di alleanze educative e sostiene la circolazione delle conoscenze.

Non è più soltanto un luogo nel quale il sapere viene trasmesso, ma un’infrastruttura relazionale e culturale attraverso la quale le conoscenze possono essere costruite, condivise e contestualizzate.

Questa prospettiva non riduce il ruolo pubblico della scuola. Al contrario, ne rafforza la funzione istituzionale, attribuendole la capacità di promuovere condizioni di accesso all’apprendimento, inclusione, partecipazione e sviluppo nei territori.


Ripensare la forma scolastica

La prima sezione del volume costruisce la cornice teorica entro cui si colloca la ricerca.

Il capitolo di Giuseppina Rita Jose Mangione propone una riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forme scolaire nelle piccole scuole; il contributo di Paolo Landri approfondisce invece il rapporto tra immaginazione temporale, futuro e analisi del presente.

Il futuro non viene trattato come un tempo remoto da prevedere, ma come una categoria attraverso la quale interrogare criticamente la scuola di oggi.

Immaginare le possibili forme future della scuola significa rendere visibili alcune tensioni che attraversano i sistemi educativi contemporanei: la rigidità dei confini istituzionali, la separazione tra apprendimento formale e informale, il rapporto tra scuola e territorio, le nuove disuguaglianze educative, il ruolo delle tecnologie, la trasformazione delle professionalità e la necessità di costruire nuove alleanze.

Lo scenario “School as Learning Hub” permette quindi di interrogare la forma stessa della scuola: i suoi tempi, gli spazi, l’organizzazione, la leadership, i rapporti con la comunità e le modalità attraverso cui vengono riconosciuti e integrati i diversi contesti di apprendimento.


Una ricerca tra dimensione internazionale e territori

Uno degli aspetti più significativi del progetto riguarda l’architettura metodologica, articolata in due fasi fortemente connesse:

  • Living Lab internazionali;
  • Living Lab territoriali.

La prima fase ha consentito di mettere lo scenario OECD in dialogo con esperienze, interpretazioni e prospettive maturate in differenti contesti di ricerca.

Attraverso il confronto con studiosi, esperti e organizzazioni impegnati sui futuri  dell’educazione, i Living Lab internazionali hanno sostenuto la costruzione di una lettura plurale della scuola come Learning Hub e la realizzazione di una mappa rizomatica delle sue possibili dimensioni.

La scelta del termine “rizomatica” richiama una rappresentazione non gerarchica e non  lineare. La scuola come hub non può infatti essere descritta attraverso una sequenza rigida di fasi o attraverso un elenco di caratteristiche applicabile in modo uniforme.

Essa prende forma dall’interazione tra molteplici dimensioni: la porosità dei confini scolastici, la qualità delle reti, la partecipazione degli studenti, il coinvolgimento delle famiglie, la governance, la leadership, gli spazi di apprendimento, le risorse territoriali, il rapporto con le istituzioni locali e la capacità di promuovere inclusione ed equità.

Il percorso internazionale ha dunque avuto una funzione essenziale: ampliare il quadro interpretativo dello scenario e predisporre una base concettuale da mettere successivamente alla prova nei contesti scolastici italiani.


I Living Lab territoriali

La seconda fase della ricerca si è sviluppata attraverso i Living Lab territoriali, concepiti come ambienti di ricerca situata e partecipativa.

In questi laboratori, ricercatori, dirigenti scolastici, docenti, studenti e attori territoriali hanno collaborato alla produzione di conoscenza e all’esplorazione di possibili trasformazioni.

Le scuole non sono state considerate semplici destinatarie di un modello progettato dall’esterno. Sono state coinvolte come soggetti attivi, portatrici di competenze, esperienze, interpretazioni e conoscenze dei contesti.

Il percorso ha adottato un approccio di ricerca-azione partecipativa, articolato in cicli di riflessione, azione e apprendimento collettivo. Tale scelta ha risposto a una duplice finalità: produrre conoscenze empiricamente fondate sulle pratiche riconducibili alla scuola come Learning Hub e, nello stesso tempo, sostenere processi di consapevolezza e trasformazione nelle comunità coinvolte.

L’attenzione non si è limitata alla presenza formale di accordi, reti o partenariati.

Per comprendere se e come una scuola possa configurarsi come hub è stato necessario osservare la qualità delle relazioni, il livello di reciprocità tra i soggetti, il senso di appartenenza, la condivisione delle responsabilità, la capacità di riconoscere le risorse del territorio e di tradurle in opportunità educative.

La logica dei Living Lab risulta quindi coerente con lo stesso scenario “School as Learning Hub”: entrambi si fondano sulla partecipazione, sull’attivazione di reti e sulla produzione condivisa di conoscenza.


Inventive e creative methods per esplorare il futuro della scuola

Un elemento qualificante della ricerca è stato il ricorso agli inventive e creative  methods.

Le metodologie creative non sono state impiegate come semplici tecniche accessorie di raccolta o presentazione dei dati, ma come dispositivi capaci di far emergere dimensioni dell’esperienza scolastica difficilmente accessibili attraverso gli strumenti tradizionali.

Pratiche narrative e visuali, digital storytelling, video partecipativo e altre forme di  produzione creativa hanno permesso ai partecipanti di esprimere conoscenze tacite, immagini della scuola, aspettative, relazioni e visioni del futuro.

Il digital storytelling, in particolare, consente di connettere dimensioni personali e collettive attraverso l’integrazione di narrazione orale, immagini, suoni e musica. Il video partecipativo non svolge pertanto soltanto una funzione documentale: diventa un mezzo per esplorare possibilità, rendere visibili gli immaginari e costruire visioni condivise.

In questo senso, i metodi creativi sono anche inventivi: non si limitano a rappresentare una realtà già data, ma contribuiscono a metterla in movimento.

Attraverso queste metodologie, i partecipanti possono riconoscere risorse e criticità, discutere le proprie pratiche, esplicitare saperi situati e immaginare nuove configurazioni della scuola. La ricerca non osserva quindi il cambiamento soltanto dall’esterno, ma crea le condizioni perché nuove possibilità possano essere pensate e progressivamente costruite.

Un contributo importante allo sviluppo di questa dimensione metodologica è stato offerto dal gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, che ha accompagnato il percorso attraverso attività di formazione e di orientamento scientifico sui metodi creativi  applicati alla ricerca educativa e sociale.


Le piccole scuole come contesti di ricerca

La fase empirica del progetto si è concentrata su tre esperienze di piccole scuole, selezionate come contesti particolarmente significativi per esplorare lo scenario “School as Learning Hub”.

Molte piccole scuole operano in aree interne, montane, rurali o costiere segnate da processi di spopolamento, fragilità demografica, riduzione dei servizi e disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative.

In tali contesti, la scuola continua spesso a rappresentare uno dei principali presìdi pubblici e culturali.

La sua presenza può incidere sulla qualità dell’offerta formativa, ma anche sulla tenuta delle relazioni comunitarie, sulla partecipazione, sulla capacità di rendere i territori attrattivi e sulla possibilità di contrastare dinamiche di marginalizzazione.

I vincoli caratteristici delle piccole scuole — dimensioni ridotte, distribuzione dei plessi, distanza dai servizi e limitatezza delle risorse — non vengono letti soltanto come condizioni di debolezza. Possono diventare elementi generativi, capaci di favorire prossimità, cooperazione, sperimentazione e costruzione di alleanze.

Per questa ragione, il volume interpreta le piccole scuole come laboratori di innovazione educativa e come contesti anticipatori nei quali alcune trasformazioni della forma scolastica possono diventare particolarmente visibili.


Tre casi per comprendere differenti configurazioni del Learning Hub

La ricerca ha coinvolto tre realtà differenti:

  • l’Istituto Comprensivo Pollica “G. Patroni”, attraverso l’esperienza di Montecorice, in Campania;
  • l’Istituto Comprensivo Prà, nel quartiere genovese di Prà;
  • l’Istituto Comprensivo di Govone, in Piemonte.

La selezione è stata costruita secondo una logica di variazione dei casi.

Non sono state scelte scuole simili, ma contesti differenti per collocazione geografica, caratteristiche demografiche, condizioni socioeconomiche, struttura organizzativa e natura delle partnership territoriali.

La ricerca mette così a confronto un territorio rurale e costiero del Cilento, un quartiere urbano periferico ad alta complessità sociale e un’area rurale delle Langhe articolata in una pluralità di piccoli comuni e plessi.

La diversa configurazione delle reti — culturali e ambientali, socioassistenziali, economiche e produttive — consente di comprendere come il Learning Hub possa assumere forme differenti in rapporto ai bisogni, alle risorse e alle opportunità di ciascun territorio.


Montecorice: una scuola estesa nel territorio

Il caso di Montecorice, approfondito nel volume da Giuseppina Cannella e Tania Iommi, restituisce l’esperienza di una scuola che estende progressivamente i propri confini attraverso la costruzione di azioni e alleanze educative.

Il territorio del Cilento non viene considerato semplicemente come uno sfondo nel quale realizzare attività didattiche occasionali, ma come parte integrante dell’ambiente di apprendimento.

Il patrimonio naturale, culturale e sociale entra nella progettazione educativa attraverso il coinvolgimento di enti locali, associazioni, comunità e soggetti territoriali.

In questa configurazione, la scuola agisce come punto di connessione tra conoscenze curricolari, saperi locali, luoghi e generazioni.

L’esperienza di Montecorice consente di osservare una forma di scuola estesa, capace di aprire i propri confini istituzionali e di costruire una trama educativa distribuita nel territorio.

La scuola contribuisce così non solo all’apprendimento degli studenti, ma anche alla valorizzazione del patrimonio locale, al rafforzamento delle relazioni comunitarie e alla costruzione di nuove possibilità culturali e formative.


Genova Prà: una scuola di comunità che genera inclusione e sviluppo locale

Il caso dell’Istituto Comprensivo Prà, analizzato da Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione, permette di esplorare lo scenario Learning Hub all’interno di un quartiere urbano periferico caratterizzato da elevata complessità sociale.

La presenza di differenti background culturali, di condizioni di vulnerabilità socioeconomica e di bisogni educativi articolati richiede alla scuola di costruire relazioni stabili con famiglie, servizi, associazioni e istituzioni locali.

La scuola assume quindi una funzione di connessione e di regia: non opera soltanto nel quartiere, ma contribuisce a riconfigurarlo come ambiente educativo.

Attraverso il lavoro di rete, mette in relazione soggetti, spazi e opportunità, sostiene la partecipazione delle famiglie, promuove inclusione e contrasta la povertà educativa.

Il Learning Hub assume qui la forma di una scuola di comunità, capace di divenire un punto di riferimento per il territorio e di produrre valore sociale.

In un contesto segnato da fragilità economica e sociale, la scuola può infatti configurarsi come infrastruttura dell’apprendimento e come dispositivo di inclusione, partecipazione e sviluppo locale.


Govone: reti territoriali, innovazione e capacità attrattiva

L’esperienza dell’Istituto Comprensivo di Govone, approfondita da Lorenza Orlandini e Serena Greco, riguarda una scuola inserita in un territorio rurale articolato su più comuni e caratterizzato dalla presenza diffusa di piccoli plessi.

La configurazione multisede, che potrebbe essere interpretata esclusivamente come un vincolo organizzativo, diventa una risorsa per la costruzione di un sistema territoriale integrato.

La scuola mette in relazione amministrazioni locali, associazioni, famiglie e soggetti economici, consolidando una rete capace di sostenere i plessi, ampliare l’offerta formativa e rispondere in maniera più efficace ai bisogni degli studenti.

Il caso evidenzia inoltre la capacità dell’istituto di divenire attrattivo anche per famiglie provenienti da altri territori.

Il radicamento locale non determina quindi chiusura o isolamento. Al contrario, permette alla scuola di costruire una proposta educativa riconoscibile, collegando innovazione scolastica, patrimonio territoriale, reti istituzionali e sviluppo.

Govone mostra come la scuola possa diventare un nodo territoriale capace di connettere comuni differenti e trasformare la frammentazione geografica in una risorsa educativa e organizzativa.


Non un unico modello, ma differenti forme di hub

L’analisi comparativa dei tre casi non conduce alla definizione di un modello uniforme di Learning Hub.

Emergono, al contrario, configurazioni differenti, costruite nell’interazione tra caratteristiche del contesto, risorse disponibili, qualità delle reti, leadership scolastica, forme di partecipazione e capacità progettuale degli attori.

A Montecorice prevale l’immagine della scuola estesa nel territorio; a Genova Prà quella della scuola di comunità orientata all’inclusione e allo sviluppo locale; a Govone quella di una rete territoriale articolata tra plessi e comuni.

Le tre esperienze confermano che la scuola come Learning Hub non può essere separata dalle condizioni situate nelle quali prende forma.

Ciò che definisce un hub non è il numero dei partner coinvolti, né la sola presenza di accordi formali. Sono la qualità delle relazioni, la reciprocità, la capacità di attivare risorse e la costruzione di una visione condivisa a rendere la scuola un nodo generativo.


La scuola al centro dei processi di rigenerazione

Il volume mostra come la scuola, quando opera come Learning Hub, possa assumere un ruolo importante nei processi di rigenerazione dei territori.

La scuola non sostituisce le responsabilità delle amministrazioni pubbliche, dei servizi sociali, del sistema economico o delle organizzazioni del territorio. Può però agire come innesco, nodo di connessione e infrastruttura di coordinamento.

Attraverso la costruzione di reti e alleanze può contribuire a:

  • rafforzare le relazioni sociali e la partecipazione;
  • ampliare le opportunità educative e culturali;
  • contrastare povertà educativa, isolamento e marginalità;
  • mettere in relazione luoghi, servizi e istituzioni;
  • valorizzare patrimoni, saperi e competenze locali;
  • sostenere indirettamente l’attrattività e lo sviluppo dei territori.

La rigenerazione assume pertanto una dimensione sociale, educativa, territoriale ed economica.

In particolare, nei contesti delle aree interne, la scuola può favorire la permanenza dei servizi, rafforzare il senso di appartenenza, costruire opportunità per le nuove generazioni e contribuire alla capacità delle comunità di immaginare il proprio futuro.


Il contributo di Anna Cristina D’Addio e il dialogo con il GEM Report UNESCO

Il volume si apre con la prefazione “Scuola, futuri, scenari possibili”, firmata da Anna Cristina D’Addio, figura di riferimento nel panorama del Global Education Monitoring Report dell’UNESCO.

Il contributo colloca la riflessione sul Learning Hub nel più ampio dibattito internazionale sulle trasformazioni dei sistemi educativi, sull’equità, sull’inclusione e sul raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile dedicato a un’istruzione di qualità.

La scuola come Learning Hub viene letta come una possibile infrastruttura civica e territoriale in grado di contrastare la povertà educativa, ampliare le opportunità di apprendimento e rafforzare la coesione sociale.

D’Addio sottolinea inoltre come la trasformazione della scuola riguardi tutti gli attori del sistema.

Per i docenti significa sviluppare competenze di progettazione collaborativa, costruzione di partenariati e lavoro in rete. Per gli studenti significa accedere a esperienze di apprendimento situate e significative, capaci di promuovere pensiero critico, collaborazione, agency e consapevolezza sociale. Per le famiglie e le comunità significa partecipare in modo più attivo ai processi educativi.

Anche la leadership scolastica è chiamata a trasformarsi, assumendo forme maggiormente distribuite, collaborative e orientate alla costruzione di alleanze.

La prefazione riconosce inoltre il valore delle piccole scuole come laboratori di innovazione. I casi presentati non costituiscono applicazioni di uno schema già definito, ma contesti generativi nei quali osservare in modo situato come la scuola possa riconfigurarsi come infrastruttura educativa, sociale e territoriale.


Il gruppo di ricerca INDIRE

Il volume rappresenta un importante esito del lavoro sviluppato dal gruppo di ricerca INDIRE impegnato nello studio delle Piccole Scuole e delle trasformazioni dei modelli educativi nei territori.

Il gruppo è composto da: Giuseppina Rita Jose Mangione, Stefania Chipa, Giuseppina Cannella, Serena Greco, Lorenza Orlandini, Tania Iommi e Andrea Paoli.

Le ricercatrici e i ricercatori hanno contribuito, attraverso competenze e responsabilità differenti, alla costruzione dell’impianto teorico e metodologico, alla progettazione e conduzione dei Living Lab, al dialogo con gli interlocutori internazionali, all’analisi delle esperienze territoriali e alla documentazione dei processi di ricerca.

Il percorso internazionale e la costruzione della mappa rizomatica della scuola come Learning Hub sono approfonditi nel volume da Giuseppina Rita Jose Mangione e Stefania Chipa.

Giuseppina Cannella e Tania Iommi analizzano l’esperienza di Montecorice; Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione approfondiscono il caso dell’Istituto Comprensivo Prà; Serena Greco, insieme a Lorenza Orlandini, contribuisce allo studio dell’Istituto Comprensivo di Govone.

Andrea Paoli firma l’approfondimento visuale “Immagini di una scuola che incontra il territorio”, contribuendo alla documentazione delle relazioni tra scuola, spazi e comunità.

La pluralità delle competenze presenti nel gruppo ha consentito di collegare ricerca pedagogica, analisi qualitativa, documentazione visuale, studi sui territori e metodologie partecipative.

La ricerca nasce inoltre dal confronto scientifico con il CNR-IRPPS e con il contributo di Paolo Landri e Fabio M. Esposito, autore del capitolo dedicato alle metodologie creative per esplorare le piccole scuole come Learning Hub e ai laboratori sulla scuola che verrà.


Una ricerca costruita con scuole, partner e stakeholder

Il volume è il risultato di un percorso di ricerca collettivo, reso possibile dalla collaborazione tra istituzioni scientifiche, scuole e territori.

Il gruppo di ricerca ringrazia tutte le dirigenti e i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, le famiglie, le amministrazioni locali, le associazioni, gli enti del Terzo settore e gli attori economici e culturali che hanno preso parte alle attività.

Un ringraziamento è rivolto a tutti i partner e gli stakeholder nazionali e internazionali che hanno contribuito ai Living Lab, ai percorsi formativi e ai momenti di confronto, mettendo a disposizione conoscenze, esperienze e interpretazioni.

Un riconoscimento particolare va ad Anna Cristina D’Addio, per la prefazione e per il contributo offerto nel collegare la ricerca al dibattito internazionale promosso nel quadro del GEM Report UNESCO, con particolare attenzione ai temi dell’equità educativa, dell’inclusione e della responsabilità pubblica.

Un ringraziamento specifico è rivolto anche al gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, per il percorso di formazione e per l’accompagnamento scientifico nell’impiego degli inventive e creative methods.

Il suo contributo ha sostenuto la capacità della ricerca di utilizzare le metodologie creative non soltanto per documentare le pratiche scolastiche, ma per fare emergere conoscenze situate, immaginari e possibilità di trasformazione.

Il ringraziamento più ampio va alle comunità scolastiche e territoriali coinvolte nelle esperienze di Montecorice, Genova Prà e Govone, che hanno partecipato al percorso non come semplici casi di studio, ma come interlocutori e co-costruttori della ricerca.


Il volume disponibile gratuitamente in open access

Il volume La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro è disponibile in formato digitale e può essere scaricato gratuitamente in open access.

La scelta dell’accesso aperto intende favorire la circolazione dei risultati e mettere a disposizione di scuole, università, ricercatori, amministrazioni, decisori pubblici e comunità educanti una cornice teorica, una metodologia e un insieme di esperienze utili ad alimentare il dibattito sui futuri della scuola.

La pubblicazione non rappresenta la conclusione del percorso.

Nei prossimi mesi saranno organizzate presentazioni territoriali del volume, con l’obiettivo di restituire alle comunità coinvolte gli esiti della ricerca e aprire nuovi spazi di confronto tra scuole, ricercatori, istituzioni e attori locali.

Gli incontri permetteranno di approfondire lo scenario OECD “School as Learning Hub”, discutere le differenti configurazioni emerse nei tre casi e interrogare il ruolo che la scuola può assumere nei processi di rigenerazione educativa, sociale, territoriale ed economica.

Il volume costituisce dunque non soltanto la restituzione scientifica di un percorso, ma l’avvio di una nuova fase di confronto: un invito a considerare il futuro della scuola non come qualcosa da attendere, ma come un processo da esplorare e costruire collettivamente, a partire dalle relazioni, dalle pratiche e dalle possibilità presenti nei territori.

SCARICA IL VOLUME IN FORMATO OPEN ACCESS>>


Ministero Istruzione e Merito

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domenica 16 febbraio 2025

AMARE LA SCUOLA ?


 Come far amare la scuola dai propri studenti?

Primo: cancellare la lezione frontale



L'apprendimento non passa solo per la lezione frontale e occorre una rivoluzione che non riguarda soltanto la scuola. Stefano Porcu, psicologo e insegnante di sostegno firma un saggio che offre uno sguardo ragionato su potenzialità e fragilità delle diverse metodologie per l'apprendimento

di Luigi Alfonso

Ci sono insegnanti che riescono a far amare la loro materia ai loro studenti, e altri che la rendono poco appetibile. Stessa materia, ma con un risultato diametralmente opposto. È sempre accaduto, vero. Ma oggi occorre uno sforzo d’immaginazione per far compiere alla scuola un autentico salto di qualità, che non passa soltanto per la rivisitazione dei programmi ministeriali. Soprattutto, oggi è sempre più messa in discussione la tradizionale lezione frontale. E questo aspetto non riguarda soltanto la scuola italiana. Di questo discusso argomento parla il libro Metodologie per l’apprendimento scritto dallo psicologo Stefano Porcu per le edizioni Franco Angeli. Un manuale (disponibile nelle librerie dal prossimo 17 febbraio) che cerca di andare oltre il già sentito e l’eterno dibattito che, da decenni, non è approdato a niente di nuovo. Ne parliamo con l’autore, psicoterapeuta, formatore e insegnante di sostegno. Lo psicologo Stefano Porcu, autore del volume

Come nasce l’idea di scrivere un volume di questo tipo?

L’idea è nata quasi spontaneamente, come un filo rosso che ha intrecciato le mie esperienze professionali e il desiderio di dare ordine alle conoscenze acquisite nel tempo. Ho iniziato il mio percorso come psicologo del lavoro, muovendo i primi passi nel mondo della formazione aziendale e professionale. La curiosità e la passione per l’apprendimento mi hanno spinto ad approfondire la formazione per adulti, ricoprendo ruoli da docente, progettista e coordinatore di percorsi educativi. Negli ultimi anni, ho sentito il bisogno di avvicinarmi ancora di più al mondo della scuola, dove l’educazione ha un impatto profondo e duraturo. Lavorare come insegnante in un istituto superiore è stata un’esperienza trasformativa: mi ha permesso di osservare l’apprendimento da una prospettiva diversa, di comprenderne le sfide e le opportunità, di toccare con mano quanto sia fondamentale coinvolgere attivamente gli studenti. Questo libro nasce proprio da questo viaggio tra ambiti e metodologie diverse. È una raccolta di strumenti che spaziano dalla pedagogia scolastica (come Circle Time, Debate, Jigsaw, Reading Workshop, Case Method, Inquiry) alla psicologia del lavoro e alla formazione per adulti (Open Space Technology, World Café, Business Game, Gamification, Metaplan). Il mio obiettivo è offrire una guida pratica a chi si occupa di formazione, per rendere ogni momento di apprendimento più dinamico, coinvolgente ed efficace.

Il volume vuole essere, quindi, uno strumento pratico per insegnanti e formatori?

Esattamente. Immagino questo libro come un kit di strumenti sempre a disposizione di chi lavora con classi e gruppi, per chi sente il bisogno di andare oltre la lezione frontale e sperimentare metodologie più partecipative. Le tecniche proposte permettono di diversificare l’approccio didattico, alternando momenti più strutturati ad esperienze interattive e collaborative. Ma non è solo una semplice raccolta di metodi: è un supporto concreto per aiutare docenti e formatori a trasformare l’aula in un ambiente vivo, dove l’apprendimento diventa un processo attivo e gli studenti non sono spettatori passivi, ma protagonisti della propria crescita. Perché insegnare non significa solo trasmettere nozioni, bensì creare le condizioni affinché chi impara possa farlo con interesse, curiosità e consapevolezza.

La lezione frontale è ancora il metodo di insegnamento predominante?

Sì. La lezione frontale è radicata nei sistemi scolastici e formativi e offre alcuni vantaggi: permette di trattare argomenti in modo sistematico, di gestire i tempi e di coprire grandi quantità di contenuti. Ma ha anche dei limiti evidenti: non tiene conto dei diversi stili di apprendimento, non favorisce l’interazione e spesso non riesce a mantenere alta l’attenzione degli studenti. Per questo è importante che, chi si occupa di formazione, si apra a modelli più dinamici, bidirezionali e inclusivi. Non si tratta di eliminare la lezione frontale, ma di affiancarle metodologie che rendano l’apprendimento più ricco e partecipato. L’insegnamento deve evolversi, perché la scuola e la formazione non possono rimanere ancorate a modelli del passato in un mondo che cambia così rapidamente. Credo che sia fondamentale adattarsi alle nuove esigenze e comprendere che ogni aula è viva, è una comunità che cresce insieme.

La tradizionale lezione frontale è un sistema ad esclusivo “vantaggio” dell’insegnante, insomma.

Senza dubbio, la lezione frontale è la via più diretta: non richiede una progettazione complessa e permette di risparmiare tempo. Ma può davvero bastare? Un vero professionista della formazione non può limitarsi a un modello unidirezionale e direttivo. L’insegnamento, oggi più che mai, deve evolversi verso un approccio dinamico, inclusivo e flessibile, capace di creare un dialogo autentico con i partecipanti. Perché l’apprendimento non è un semplice trasferimento di nozioni, ma un processo vivo, che prende forma attraverso l’interazione, l’ascolto e l’attenzione ai reali bisogni di chi apprende.

Lei ha avuto riscontri oggettivi durante il suo percorso di formatore e insegnante?

Ogni classe scolastica e ogni aula formativa è un universo a sé, con aspettative, obiettivi, bisogni e desideri differenti. Eppure, c’è un aspetto che accomuna tutti i discenti: il bisogno di sentirsi attivi, coinvolti e motivati nel proprio percorso di apprendimento. Per questo motivo, il docente non può limitarsi al ruolo di trasmettitore di conoscenze, ma deve diventare un vero e proprio facilitatore dell’apprendimento, capace di guidare i partecipanti in modo attivo e stimolante. Ciò significa superare la logica tradizionale del teaching per abbracciare un approccio fondato sul learning, come suggerisce Gian Piero Quaglino, e promuovere una didattica che valorizzi la diversità delle esperienze di apprendimento, in linea con le riflessioni di Dario Ianes e Andrea Canevaro. In definitiva, chi opera nel mondo dell’istruzione e della formazione ha l’opportunità di adottare strategie innovative, capaci di andare oltre la semplice trasmissione di nozioni per favorire lo sviluppo di competenze concrete e la costruzione di una conoscenza davvero significativa.

Cresce il numero di ragazzi che non si appassiona alla scuola. Pigrizia di qualcuno, si dirà, ma anche e soprattutto limiti di un sistema che, in Italia, è troppo ancorato al passato.

Ridurre tutto alla pigrizia sarebbe un errore. Parlerei piuttosto di disaffezione e demotivazione. La mancanza di motivazione è il risultato di tanti fattori: personali, familiari, sociali e anche scolastici. La scuola dovrebbe essere un luogo che ispira, che accende la curiosità, che aiuta a scoprire talenti e passioni. Oggi i ragazzi sono immersi in un mondo fatto di stimoli digitali, di interazioni rapide, di contenuti multimediali. Se la scuola resta statica, rischia di perdere la loro attenzione. Ecco perché è cruciale adottare metodologie più coinvolgenti, che rendano l’apprendimento un’esperienza significativa e appassionante.

150 metodologie non sono un po’ troppe? E come si fa a individuare la migliore?

Le scelte metodologiche e la loro continua sperimentazione non sono semplici tecniche, ma il cuore pulsante della professionalità di insegnanti e formatori. Ogni scelta, ogni adattamento, ogni riflessione rappresenta un tassello fondamentale per rendere l’insegnamento un’esperienza viva e significativa. Troppo spesso, però, le metodologie vengono applicate in modo automatico, senza una reale comprensione della teoria che le sostiene, senza coglierne pienamente il potenziale trasformativo. Questo volume vuole essere una guida che accende consapevolezza: non basta conoscere le metodologie, è fondamentale saperle scegliere con intelligenza e sensibilità, adattandole ai bisogni reali di chi apprende. Perché l’insegnamento non è mai rigido, ma un dialogo continuo, un equilibrio tra struttura e flessibilità. Non esiste un metodo giusto in assoluto, piuttosto esiste il metodo giusto per quel contesto, per quelle persone e in quel momento. Solo con uno sguardo attento e inclusivo possiamo costruire esperienze di apprendimento che rispecchino la diversità di ogni studente, valorizzandone i talenti e rispettandone i tempi. Seguendo i principi dell’Universal Design for Learning, possiamo trasformare le aule in spazi di crescita autentica, in cui ogni studente si senta accolto, compreso e motivato a dare il meglio di sé.

In breve, come si usa questo libro?

Il lettore avrà l’opportunità di esplorare una classificazione delle metodologie didattiche, pensata per guidarlo attraverso le infinite possibilità che l’insegnamento può offrire. Ogni metodologia è organizzata in base all’azione che si vuole suscitare nei partecipanti: che si tratti di ascoltare, discutere, analizzare un caso o immergersi in un gioco di ruolo, ogni scelta diventa un’opportunità unica per stimolare l’apprendimento in modo profondo e autentico. Il cuore di questa selezione risiede nel comportamento che l’insegnante o il formatore desidera evocare: che sia un momento di riflessione profonda o un’esperienza di coinvolgimento attivo, ogni metodologia è pensata per rispondere a un bisogno concreto del gruppo. Le 150 metodologie, suddivise in 20 categorie, diventano così una cassetta degli attrezzi, ricca di risorse pratiche e creative. Ad esempio, se l’obiettivo è far sperimentare la potenza del gioco come strumento educativo, nel capitolo dedicato il lettore troverà approcci ludici come Edu Larp, Gamification o Serious games, pronti a trasformare un semplice esercizio in un’esperienza emozionante e coinvolgente. Se invece l’intento è stimolare la curiosità e l’indagine, attraverso tecniche come Inquiry Training Model o Focus Group, si apriranno porte verso metodologie che invitano all’indagine e alla scoperta. Ogni capitolo, per ciascuna delle 20 categorie, offrirà al lettore un viaggio ricco di possibilità, per scegliere con consapevolezza e creatività la metodologia più adatta a ogni occasione.

Il libro si rivolge a una vasta gamma di categorie dell’ambito educativo e pedagogico. Significa che questo manuale può aiutare anche gli operatori del mondo dello sport giovanile?

Questo libro si rivolge a tutte le persone che, con passione e impegno, lavorano con gruppi di apprendimento, ovunque essi si trovino. A chi, ogni giorno, trasmette conoscenze in materie complesse come chimica e matematica; a chi forma gli altri sulla sicurezza sul lavoro o nel primo soccorso; ma anche a coloro che progettano percorsi formativi dove l’apprendimento si costruisce insieme, come un viaggio collettivo. Tra questi professionisti ci sono educatori scolastici e di laboratori didattici, psicologi che accompagnano persone in percorsi di crescita e introspezione, animatori che creano momenti di condivisione e aggregazione, e coach istruttori sportivi che, con visione e dedizione, guidano team attraverso cambiamenti che portano a nuove consapevolezze e abilità. Ogni lettore, in qualità di professionista, è invitato ad assumere con consapevolezza il ruolo di facilitatore di gruppo.

Appassionare gli studenti è sempre stato appannaggio di pochi. Perché, sia in ambito scolastico che a livello universitario, da sempre ci sono docenti molto preparati che talvolta non hanno la giusta empatia per scatenare l’interesse dei ragazzi.

Dal mio punto di vista, un docente non dovrebbe concentrarsi solo sul “cosa” insegnare, ma anche sul “come” farlo. Le conoscenze tecniche e i contenuti sono senza dubbio essenziali in ogni disciplina, ma non sono sufficienti da sole. Devono essere accompagnate da competenze trasversali che permettano di entrare in connessione con gli studenti e di guidarli con consapevolezza. La capacità di costruire relazioni autentiche, l’empatia che nutre l’apprendimento, la sensibilità nell’osservare e nel valutare: sono tutte abilità che, insieme, creano un ambiente di apprendimento sicuro e stimolante. Questo volume vuole enfatizzare quanto sia cruciale comprendere le teorie che stanno alla base delle strategie didattiche e fare scelte consapevoli riguardo alla metodologia da applicare, in modo che ogni lezione diventi un’opportunità per crescere insieme, come insegnanti e come studenti.

Molte di queste abilità si costruiscono o si perfezionano con appositi corsi di comunicazione.

È proprio così. Molte di queste abilità, fondamentali per un insegnamento efficace, si costruiscono e si perfezionano anche attraverso corsi mirati di comunicazione e di sviluppo di altre capacità di conduzione d’aula. Non è un cammino facile, ma è assolutamente essenziale. Oggi, infatti, non possiamo più limitarci a possedere competenze tecniche in una materia, per quanto siano indispensabili come base di partenza. La vera forza di un insegnante nasce anche dalla sua capacità di comunicare, di entrare in sintonia con gli altri e di saper trasmettere non solo contenuti, ma anche passione, motivazione e fiducia.

Secondo lei bisogna formare gli insegnanti a un nuovo approccio metodologico? Ritiene che una proposta del genere sarà accolta con entusiasmo dagli addetti ai lavori?

Da insegnante, sono profondamente consapevole di quanto i professionisti che lavorano a scuola siano continuamente sommersi da una miriade di stimoli e impegni: dalle incombenze burocratiche, alle riunioni, ai colloqui, agli scrutini e a tutte le altre attività che accompagnano la gestione quotidiana della scuola. Questi compiti, pur essendo una parte inevitabile del nostro lavoro, rischiano di rubare quel tempo e quelle energie che sono essenziali per dedicarci alla progettazione didattica e alla creazione di attivazioni mirate per ciascun argomento. È una realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno, ma non possiamo mai dimenticare che la vera essenza del nostro lavoro sta nell’insegnare, nel creare occasioni di apprendimento che arricchiscano e trasformino la vita dei nostri studenti.

Per concludere, quali sono le finalità principali del suo libro?

Questo libro si propone come uno strumento di comprensione profonda, riflessione e supporto per ogni scelta metodologica, con la speranza che i lettori, così come i professionisti del settore, possano sviluppare una consapevolezza critica riguardo agli approcci teorici e ai paradigmi dell’apprendimento che fondano i principali strumenti operativi. Il nostro obiettivo è fornire gli strumenti per analizzare e classificare le metodologie, seguendo i principi e i criteri proposti dalla letteratura scientifica, ma anche per riflettere sui rischi di un’applicazione superficiale e automatica delle stesse. Dobbiamo andare oltre la mera applicazione meccanica delle metodologie: è fondamentale fare scelte mirate e consapevoli, basate su un’attenta analisi del contesto. Le metodologie non sono un semplice “strumento”, ma devono diventare una parte integrante della formazione, del bagaglio di competenze di formatori, insegnanti ed educatori. Solo così possiamo veramente assumerci il ruolo di facilitatori nei processi di apprendimento, guidando gli altri verso una crescita autentica.

Una nuova stagione educativa

Abbiamo un urgente bisogno di una nuova stagione educativa, una vera e propria rivoluzione che possa prendere vita a partire dalla scuola. Una rivoluzione che possa attingere dalle straordinarie proposte innovative di pedagogisti visionari, da John Dewey a Maria Montessori, le cui intuizioni hanno segnato un’epoca e continuano a essere la base di un cambiamento possibile. Ma oggi, quei principi, seppur ancora validi e fondamentali, necessitano di essere rimodulati per affrontare le sfide e le straordinarie opportunità che il mondo moderno ci offre. Il mondo è cambiato in modo radicale, e con esso sono cambiate le necessità di chi apprende e di chi insegna. È il momento di riscoprire la scuola come luogo di innovazione, trasformando il presente per preparare i nostri studenti al futuro.

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