IN CERCA
DI UN MOTIVO
Dalla visibilità alla cura dell’altro
-
di MATTEO FABRIS*
Credo che, nelle
riflessioni che siamo chiamati a fare rispetto all’educazione e alla
formazione, sia sempre più importante partire dal loro vissuto, dalle loro
parole. Solo così possiamo cercare di intravedere una spaccatura, anzi una
fenditura, per entrare nei loro pensieri, nei loro cuori, nelle loro vite. Purtroppo,
la cronaca è sempre ricca di spunti dove vengono descritte situazioni in cui
adolescenti e giovani sono protagonisti di fatti (e di discorsi) che fanno
arrabbiare, indignare, rabbrividire.
Così l’adulto è portato a
esternare la sua critica verso le famiglie che non sanno più educare, la scuola
che non dà più disciplina o prospettive future, gli oratori o i gruppi
aggregativi che sono sempre meno attrattivi e vuoti. Vorrei chiarire che queste
idee non sono false o inappropriate, ma superficiali. Cioè, per schiarire la
superficie da queste torbidità, è necessario immergersi, con tutto l’ossigeno
che abbiamo, nelle loro parole. Iniziamo.
«Addio amica mia, free N.
Free N. Ve lo giuro, questa è mort... abbiamo rotto tutto stanotte, bro. Per un
mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto».
Queste sono le parole
pronunciate dal ragazzo che era in macchina con la giovane neopatentata che di
recente ha travolto con la sua auto due ragazze in motorino, uccidendo una di
loro. Proprio le sue parole mi hanno colpito, e sono in netto contrasto con
quelle pronunciate dal ragazzo. Nelle prime dichiarazioni aveva detto: «Ora non
ho più motivo di stare al mondo». Mi sono chiesto: quali prospettive, quali
idee del sé e del mondo sono sottese in queste espressioni, entrambe
pronunciate di getto, a caldo, dopo un fatto così terribile?
Tutti i contenuti delle
frasi del ragazzo sono incentrati su di sé. «Abbiamo rotto tutto bro» si rifà a
quell’espressione tipica che tra i giovani fa riferimento al fatto di aver
fatto qualcosa di memorabile, all’autocelebrazione: abbiamo spaccato. Subito
poi fa riferimento alla sua situazione lavorativa, alla sua condanna. Lui
guarda a sé stesso. La morte della ragazza è un dato, un fatto su cui costruire
una propria narrazione egoriferita. Credo che questo sia l’emblema della
situazione odierna che riguarda tutti, fin dalla prima infanzia:
l’egocentrismo, che ci porta a vederci come il sole del nostro individuale
sistema solare. Questo è evidenziato dai contenuti che ha postato
successivamente, in cui sostiene di dover lasciare l’Italia perché è stato
attaccato, calunniato, denigrato. Solo lui, sempre lui al centro. Il suo
sguardo è rivolto verso terra, verso sé stesso. Il problema è che guardando in
basso, si ritrova tra le mani uno schermo nero che riflette il suo ego, e lo
amplifica attraverso una storia su un social network.
È paradossale che, nella
stessa devastante situazione la giovane conducente, con delle parole che fanno
venire la pelle d’oca per intensità e disperazione, ci regali una fenditura,
uno spiraglio: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Sono parole che
tolgono il fiato. Soprattutto perché poi, se si va a cercare il loro
significato, si può notare che il termine “motivo” deriva dal latino “motîvus”,
participio passato del verbo “movere” (muovere). Letteralmente significa
“atto a muovere” o “ciò che spinge a fare”. Togliendo la vita a una persona, questa
ragazza dichiara, in questo momento, di non avere un motivo
di vivere. Perché il motivo stesso è l’altra persona.
È l’altro. Stiamo al
mondo per prenderci cura gli uni degli altri. È attraverso questo atto che ci
conosciamo, cresciamo, scopriamo le nostre qualità, i nostri difetti, il nostro
motivo di essere al mondo. Se lo sguardo del ragazzo è rivolto verso il basso,
il suo è rivolto verso ciò che la circonda.
Questi fatti sono
successi proprio quando aprivano le porte degli oratori estivi, dove migliaia
di adolescenti, anche dell’età dei protagonisti della vicenda che abbiamo
raccontato, sono chiamati a essere animatori, cioè a prendersi cura dei più
piccoli, a farli giocare, a stare con loro, a mettersi in ascolto. Una vera e
propria palestra per vivere quel motivo che descrivevamo prima.
Per prepararsi
all’oratorio estivo proponiamo un corso di formazione di tre giorni. Una
delle attività possibili è quella di scrivere un messaggio a coloro che
parteciperanno i prossimi anni. Ecco cosa ha scritto G.: «A me non piace essere
anonimo, anzi sono qui per aiutarti. Questo è il mio Ig (contatto di
Instagram), vorrei sapere come va, come è andata, vorrei anche essere per te un
aiuto, quindi se vorrai consigli, aiuto o solo parlare, io ci sono sempre!».
Mettersi in ascolto, mettersi a disposizione, aiutare l’altro. Perché? Per non
essere anonimo.
Gli adolescenti hanno
bisogno di sentirsi qualcuno. Ma siamo pronti a far vivere loro esperienze che
li facciano sentire riconosciuti non per la loro visibilità, ma perché si
prendono cura dell’altro?
*Matteo
Fabris -Pedagogista, referente tavolo formazione di Fom (Fondazione Oratori
Milanesi)
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