e nel vortice silenzioso
delle preghiere al Santo
ogni richiesta personale
diventa di tutti.
-di Mariapia Veladiano *
La Basilica come uno
scrigno, un tesoro di preghiere in qualche modo disponibili, basta chiedere,
forse nemmeno credere, basta solo non chiudere la porta dello spirito a una
storia di fedeltà dentro la quale siamo, e basta. «Non abbandonarci alla
tentazione», recita la preghiera che Gesù ci ha insegnato, tutta coniugata alla
prima persona plurale. Noi è il pronome della fede e in questo vortice
silenzioso delle preghiere al Santo ogni richiesta personale diventa di
tutti. Una specie di tessuto che ci ricomprende in una comune umanità
amata, oggetto di una fedeltà che è di Dio, del Santo e nostra. Tantissime
testimonianze di grazie e miracoli esauditi riguardano altri rispetto a chi
chiede e poi ringrazia. È come avere un poco imparata l’arte
dell’intercessione. Nel libro di Giobbe, durante la disputa tra Dio e Giobbe,
troviamo un versetto un po’ misterioso: «Non c’è fra noi un arbitro, che ponga
la mano su di noi» (Gb 9,33). Nella versione del monastero di Bose la traduzione stessa chiarisce il
senso: «Ci fosse tra me e te, Signore, uno che mette la mano su di me e su di
te, sulla mia spalla e sulla tua spalla». Un intercessore chiede Giobbe. E il
toccare le spalle dei nemici vuol dire creare un ponte, mettere in contatto,
impedire che la figura dell’allontanamento prevalga nella relazione.
La teologia ci dice che per noi è stato Gesù
l’intercessore, e attraverso di lui lo sono poi anche i santi e le sante e
chiunque nelle preghiere partecipi a quel tesoro di bene che sentiamo operare
in noi. Si dice anche nel linguaggio comune, oltre che della fede, «ho sentito
la mano sua su di me». Di mia madre, della persona amata, di un angelo, di chi
mi vuole bene, di Dio su di me. E mi sono sentito non più solo, guarito, meno
oppresso, più sereno. Sono tanti i modi di entrare in questa fedeltà reciproca,
orizzontale perché è fondata sulla fedeltà di un Dio che ha nei secoli dato
prova di non far venire mai meno il suo amore. Quanti pensieri entrando
al Santo. Forse il miracolo che sempre accade è questo sentirsi fratelli,
responsabili senza deliri gli uni degli altri, alleggeriti nei pensieri di
morte che il mondo ci porta. «La fedeltà rischiara ogni infelicità e
la ricopre delicatamente di dolce, ultraterreno splendore» scriveva Dietrich Bonhoeffer dal buio del carcere in cui si
trovava rinchiuso a Berlino (Resistenza e Resa, Queriniana 2002, p. 461).
*Mariapia Veladiano,
scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola,
come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.